Io a proposito di Stephen King ho una teoria che la lettura di Stagioni diverse ha rafforzato. Premetto che non sono un'esperta, ho letto una minimissima parte della sterminata produzione di questo autore, e nemmeno i titoli più famosi. Però di questo mi sono convinta: Stephen King è un grande narratore, capace di creare atmosfere e personaggi più o meno inquietanti e angosciosi, del tutto convincenti e vividi, che lasciano una traccia profonda. Ha scritto l'eccezionale 22/11/63, che a mio parere basterebbe da solo a dargli fama. Non avrebbe nessun bisogno di introdurre fantasmi eccessivamente descritti come in Duma Key o mostri troppo concreti come in It, ma evidentemente la fama planetaria e le esigenze editoriali lo costringono talvolta a spiegare un po' troppo per i lettori testoni e portare a conclusione vicende complicate. Inoltre è un grandissimo scrittore di racconti, il che torna a tutto suo merito.
Questa raccolta di quattro racconti (tre lunghi, quasi piccoli romanzi, e uno più breve), ognuno intitolato a una stagione dell'anno, è del 1982, dopo il grande successo di Carrie (1973) ma ancora agli inizi della sua carriera, e non si appoggia a particolari effetti horror. Sono in realtà racconti straordinari, cui si può forse (ed esclusivamente) imputare una certa prolissità, soprattutto i primi due: ma restano più che godibili e appassionanti. Il primo, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, ambientato in un penitenziario, non ha alcun elemento fantastico o horror, ma è una storia complessa e sorprendente che ruota intorno alle incredibili strategie di sopravvivenza e riscatto dei condannati. Il secondo, Un ragazzo sveglio, è quello che mi ha colpito di più: il lungo rapporto tra un ragazzo piuttosto fuori dall'ordinario e un ex nazista emigrato negli USA dove vive in incognito porta a una conclusione profetica di un fenomeno che nella realtà non si sarebbe manifestato che alcuni anni più tardi, in maniera davvero magistrale e sommamente inquietante (lo so che dico troppo poco ma non voglio fare spoiler, perché spero veramente che a qualcuno, leggendo queste note, venga voglia di cercare Stagioni diverse, facilmente reperibile in rete). Il corpo, da cui è stato tratto il famoso film Stand by me, racconta l'avventura di un gruppo di ragazzi alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo - il corpo del titolo - e le conseguenze a lungo termine della loro spedizione nei boschi. Infine Il modo di respirazione si svolge in un insolito club maschile di Manhattan, apparentemente molto british ma ricco di misteri, i cui soci si trovano per raccontare delle storie, una delle quali, parecchio inquietante, è al centro del racconto.
Non voglio dire di più del contenuto, ma si capirà che questo corposo libro mi ha dato grandi soddisfazioni. Letteratura d'immaginazione, intrattenimento, senza messaggi o riflessioni esemplari, né, dio mi scampi, autobiografismo: proprio quello che mi piace. Ottima scrittura, scorrevole, veloce e essenziale: proprio quello che mi piace. Appassionante, spinge alla lettura, incuriosisce: proprio quello che mi piace. E mi ha confermato che Stephen King non ha bisogno di apparizioni né di effettacci per acchiappare i lettori, perché è un ottimo narratore.
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martedì 2 ottobre 2018
venerdì 21 aprile 2017
Attenti al Kindle, maneggiare con precauzione! Stephen King, Il bazar dei brutti sogni
Una delle cose più inquietanti di Stephen King, sia detto senza offesa, è sicuramente la sua faccia, che peraltro in questa foto risulta piuttosto simpatica. Ma bando alle ciance, non voglio sprecare troppe parole perché devo parlare della sua raccolta Il bazar dei brutti sogni, venti racconti che nell'edizione italiana si presentano a cura di Loredana Lipperini (non sono riuscita a trovare i nomi di chi li ha tradotti, e me ne scuso).
Senza paura di ripetermi, dico per l'ennesima volta 1) adoro i racconti, 2) trovo Stephen King un ottimo scrittore. Quindi è ovvio che consiglio vivissimamente questo appassionante bazar. Inoltre, nella forma breve del racconto SK si può risparmiare quelle parti finali che talvolta sono un po' deludenti (come in It o Duma Key), quando deve tirare fuori ragni giganti o fantasmi troppo concreti per concludere una vicenda lunga e complessa. Qui, la sua maestria nel creare situazioni e ambienti perfettamente plausibili, efficaci e avvolgenti, rende la lettura irresistibile, e l'inquietudine più che l'horror vero e proprio afferra in maniera più subdola e sottile. I racconti sono venti e i temi molto variati, per cui ce n'è per tutti i gusti.
Si può cominciare dall'ultimo, Tuoni d'estate (Summer thunders, se la traduzione del titolo non coincide con quella italiana, è colpa mia), storia struggente e sorvegliatissima di un day after in ambiente idillico; la mia preferita è senz'altro Ur, in cui per farsi bello con la morosa un professore universitario compra un kindle dai poteri veramente fantastici che lo proietta in paradossi temporali che ricordano il magnifico 22/11/63; o The cookie jar, dove un barattolo per i biscotti è la porta per gli altri mondi che premono attorno al nostro; Drunken fireworks, dove una folle competizione a colpi di fuochi d'artificio illumina un acuto schizzo sociale (e gli italiani non ci fanno bella figura); Mister Yummy, descrizione rispettosa e malinconica della vita e della morte in una casa di riposo; Mile 81, classico horror tra bambini curiosi e macchine cannibali; e potrei continuare ma il meglio è che ognuno se lo legga, e troverà il suo racconto preferito ma in alla fine li amerà tutti, come è successo a me.
Un aspetto che apprezzo molto di Stephen King è che malgrado la sua fantasia spesso spaventosa, a volte agghiacciante, non è mai crudele, e anzi c'è molta empatia nelle sue pagine per i personaggi anche negativi. E qui ogni racconto è preceduto da un'introduzione che non esagera mai in spiritosaggine, né in tronfiaggine, né in compiacimento. Insomma magari a conoscerlo di persona potrà essere odioso, non ne ho la minima idea, ma dai suoi scritti il cosiddetto "scrittore implicito" (fatevi spiegare da qualcuno che abbia frequentato un corso di scrittura creativa o abbia almeno letto un manuale) appare simpatico e gradevole.
Senza paura di ripetermi, dico per l'ennesima volta 1) adoro i racconti, 2) trovo Stephen King un ottimo scrittore. Quindi è ovvio che consiglio vivissimamente questo appassionante bazar. Inoltre, nella forma breve del racconto SK si può risparmiare quelle parti finali che talvolta sono un po' deludenti (come in It o Duma Key), quando deve tirare fuori ragni giganti o fantasmi troppo concreti per concludere una vicenda lunga e complessa. Qui, la sua maestria nel creare situazioni e ambienti perfettamente plausibili, efficaci e avvolgenti, rende la lettura irresistibile, e l'inquietudine più che l'horror vero e proprio afferra in maniera più subdola e sottile. I racconti sono venti e i temi molto variati, per cui ce n'è per tutti i gusti.
Si può cominciare dall'ultimo, Tuoni d'estate (Summer thunders, se la traduzione del titolo non coincide con quella italiana, è colpa mia), storia struggente e sorvegliatissima di un day after in ambiente idillico; la mia preferita è senz'altro Ur, in cui per farsi bello con la morosa un professore universitario compra un kindle dai poteri veramente fantastici che lo proietta in paradossi temporali che ricordano il magnifico 22/11/63; o The cookie jar, dove un barattolo per i biscotti è la porta per gli altri mondi che premono attorno al nostro; Drunken fireworks, dove una folle competizione a colpi di fuochi d'artificio illumina un acuto schizzo sociale (e gli italiani non ci fanno bella figura); Mister Yummy, descrizione rispettosa e malinconica della vita e della morte in una casa di riposo; Mile 81, classico horror tra bambini curiosi e macchine cannibali; e potrei continuare ma il meglio è che ognuno se lo legga, e troverà il suo racconto preferito ma in alla fine li amerà tutti, come è successo a me.
Un aspetto che apprezzo molto di Stephen King è che malgrado la sua fantasia spesso spaventosa, a volte agghiacciante, non è mai crudele, e anzi c'è molta empatia nelle sue pagine per i personaggi anche negativi. E qui ogni racconto è preceduto da un'introduzione che non esagera mai in spiritosaggine, né in tronfiaggine, né in compiacimento. Insomma magari a conoscerlo di persona potrà essere odioso, non ne ho la minima idea, ma dai suoi scritti il cosiddetto "scrittore implicito" (fatevi spiegare da qualcuno che abbia frequentato un corso di scrittura creativa o abbia almeno letto un manuale) appare simpatico e gradevole.
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sabato 15 ottobre 2016
Il romanzo strabiliante di un grande scrittore: Stephen King, 22/11/63
So che sto sfondando una porta girevole, non c'era certo bisogno che arrivassi io per scoprirlo: comunque voglio dirlo lo stesso, Stephen King è un grande scrittore. Altro che i fighetti americani alla moda, i newyorkesi con barbetta e risvoltino o i sanissimi californiani, qui si vola alto e King riesce a tenere insieme orrore, soprannaturale e fantastico con una impeccabile e acchiappantissima scrittura, una capacità di ambientazione miracolosa e, in questo caso, anche con la Grande Storia, e amalgamare il tutto in un romanzo strabiliante come 22/11/63, uscito nel 2011.
La vicenda comincia nel 2011. Jake Epping è un insegnante di letteratura inglese in una scuola di Lisbon Falls nel Maine, divorziato dalla moglie alcolista e senza altri legami. Frequenta una tavola calda particolarmente economica (e sfido, il motivo si capirà presto) il cui gestore, Al, gli rivela un segreto incredibile: nella dispensa del suo ristorante c'è un varco nel tempo, da cui si può sbucare nel 1958. Al ritorno dalla gita nel passato, e indipendentemente dalla sua durata, nel 2011 sono invariabilmente passati due minuti. Al è malato terminale e passa a Jake l'onere di portare a termine la missione che da tempo si è proposto di compiere: fermare Lee Harvey Oswald prima che uccida John Kennedy, cambiando così il corso della storia mondiale. Jake accetta, va nel passato con il nome di George Amberson e prima di affrontare l'impresa principale si dedica a correggere qualche altra stortura... Non vado oltre, dirò solo che il primo posto visitato da George Amberson è Derry, proprio quella di It, dove incontra alcuni personaggi e respira l'aria malsana e malvagia della cittadina sconvolta dagli omicidi di bambini di cui si parla, appunto, nel romanzo.
George trascorre cinque anni nel passato, durante i quali avvengono moltissime cose, legate sia alla grande storia che alla vita del protagonista. Ovviamente modificare il passato è una faccenda rischiosissima e proprio qui sta il cuore del romanzo, nella continua dialettica tra gli interventi di George e la strenua resistenza del passato che si manifesta in molti modi, tutti piuttosto sinistri. Sto semplificando una materia molto complessa, ma Stephen King è straordinario nella capacità di rendere razionale l'irrazionale, e spiegare questi meccanismi con logica impeccabile. I personaggi sono molti, sia di invenzione che storici, legati appunto all'assassinio di John Kennedy. Non ci sono svelamenti di verità arcane, King è nettamente anticomplottista e si limita ai fatti noti, ma non è questo il senso del libro: non si tratta di un'indagine su questo traumatico fatto storico, ma di un romanzo sulla possibilità di tornare indietro e correggere gli errori del passato. Avete presente tutte le volte che abbiamo pensato mannaggia, se invece di fare così avessi fatto cosà, se invece di dirlo fossi stata zitta, se avessi accettato quell'invito, se non fossi andata in quel posto eccetera? Ecco, di questo si tratta in 22/11/63.
E siccome Stephen King è un grande narratore, ci acchiappa e ci avvolge con la sua descrizione della vita nella provincia americana degli anni '50-'60, ci trasporta veramente nel passato e vorremmo che non smettesse mai. Ma ci tiene anche con il fiato sospeso fino alla fine perché questo è uno di quei romanzi in cui vogliamo sapere proprio come andrà a finire, che succederà ai numerosi personaggi, come riuscirà l'autore a sbrogliare le complicazioni che costruisce magistralmente pagina dopo pagina. E non delude. In altri suoi romanzi che ho molto amato la conclusione l'ho trovata molto meno interessante, nel momento in cui appaiono i fantasmi o i mostri (come il ragnone di It o i fantasmi marittimi del magnifico Duma Key) viene da pensare va be', ok, qualcosa dovevi inventartelo per concludere ma insomma. Qui invece anche la conclusione è perfetta - e commovente, ammettiamolo pure.
Non ho visto la serie televisiva che ne è stata tratta, ma la cercherò. Probabilmente nella versione visiva sarà più facile riconoscere certi rimandi e certi personaggi (che sono molti, e forse un piccolo elenco come c'era una volta nei gialli non avrebbe guastato). Un bonus di questo romanzo è che costringe a andare a cercare i resoconti dei fatti e dei personaggi storici, e rinfrescare la memoria di una pagina ormai lontana, del cui tremendo impatto forse oggi si è perso un po' il ricordo. Il che fa sempre bene. Magnifica la traduzione di Wu Ming 1. Insomma, un'esperienza del tutto positiva.
La vicenda comincia nel 2011. Jake Epping è un insegnante di letteratura inglese in una scuola di Lisbon Falls nel Maine, divorziato dalla moglie alcolista e senza altri legami. Frequenta una tavola calda particolarmente economica (e sfido, il motivo si capirà presto) il cui gestore, Al, gli rivela un segreto incredibile: nella dispensa del suo ristorante c'è un varco nel tempo, da cui si può sbucare nel 1958. Al ritorno dalla gita nel passato, e indipendentemente dalla sua durata, nel 2011 sono invariabilmente passati due minuti. Al è malato terminale e passa a Jake l'onere di portare a termine la missione che da tempo si è proposto di compiere: fermare Lee Harvey Oswald prima che uccida John Kennedy, cambiando così il corso della storia mondiale. Jake accetta, va nel passato con il nome di George Amberson e prima di affrontare l'impresa principale si dedica a correggere qualche altra stortura... Non vado oltre, dirò solo che il primo posto visitato da George Amberson è Derry, proprio quella di It, dove incontra alcuni personaggi e respira l'aria malsana e malvagia della cittadina sconvolta dagli omicidi di bambini di cui si parla, appunto, nel romanzo.
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| John e Jacqueline Kennedy, Dallas 22/11/63 |
George trascorre cinque anni nel passato, durante i quali avvengono moltissime cose, legate sia alla grande storia che alla vita del protagonista. Ovviamente modificare il passato è una faccenda rischiosissima e proprio qui sta il cuore del romanzo, nella continua dialettica tra gli interventi di George e la strenua resistenza del passato che si manifesta in molti modi, tutti piuttosto sinistri. Sto semplificando una materia molto complessa, ma Stephen King è straordinario nella capacità di rendere razionale l'irrazionale, e spiegare questi meccanismi con logica impeccabile. I personaggi sono molti, sia di invenzione che storici, legati appunto all'assassinio di John Kennedy. Non ci sono svelamenti di verità arcane, King è nettamente anticomplottista e si limita ai fatti noti, ma non è questo il senso del libro: non si tratta di un'indagine su questo traumatico fatto storico, ma di un romanzo sulla possibilità di tornare indietro e correggere gli errori del passato. Avete presente tutte le volte che abbiamo pensato mannaggia, se invece di fare così avessi fatto cosà, se invece di dirlo fossi stata zitta, se avessi accettato quell'invito, se non fossi andata in quel posto eccetera? Ecco, di questo si tratta in 22/11/63.
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| Lee Harvey Oswald un attimo prima che Jack Ruby gli sparasse |
Non ho visto la serie televisiva che ne è stata tratta, ma la cercherò. Probabilmente nella versione visiva sarà più facile riconoscere certi rimandi e certi personaggi (che sono molti, e forse un piccolo elenco come c'era una volta nei gialli non avrebbe guastato). Un bonus di questo romanzo è che costringe a andare a cercare i resoconti dei fatti e dei personaggi storici, e rinfrescare la memoria di una pagina ormai lontana, del cui tremendo impatto forse oggi si è perso un po' il ricordo. Il che fa sempre bene. Magnifica la traduzione di Wu Ming 1. Insomma, un'esperienza del tutto positiva.
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domenica 2 novembre 2008
King, Pamuk e un consiglio per gli acquisti
2/12/2011
Comincio dal consiglio per gli acquisti perché l'orrido natale si avvicina e bisogna pensare ai regali, crisi permettendo. Allora, per i più piccini a cui volete bene, non proprio piccolissimi ma in età possibilmente pre–giochini elettronici, sempre che esista: un meraviglioso Piccolo museo di Babalibri, opera di Alain Le Saux e Grégoire Solotareff con la collaborazione di Mantegna, Ghirlandaio, Velasquez, Bosch, Van Gogh, Ensor, Goya, ecc ecc. E' un abbecedario, da "albero" a "zuffa", composto da particolari tratti da quadri famosi e meno famosi, che visti così fuori contesto si caricano di un significato e di una poesia indescrivibili. E il genitore che troverà il tempo di sfogliarlo con la propria creatura ne trarrà a sua volta grandissimo piacere. Io l'ho trovato nel bookstore della Gam di Torino, è stato ristampato nel 2007. Vivamente, entusiasticamente consigliato per tutti.
Quanto a Stephen King, ho letto un suo libro, Duma Key, dopo moltissimi anni dal primo e ultimo letto in precedenza, Pet Sematary, che mi aveva talmente disturbata da tenermi definitivamente lontana da questo autore. Già allora, però, avevo apprezzato l'abilità di scrittura di King, capace di creare un mondo realistico, concreto e quotidiano in cui scatenare le sue fantasie orrorifiche. In quel lontano romanzo anche queste fantasie mi erano sembrate magnifiche nel loro genere, solo che evidentemente toccavano dei punti per me troppo sensibili. In Duma Key ho ritrovato, ancora di più di quanto mi ricordassi, una grandissima capacità di scrittura, un'abilità di creare un ambiente e un'atmosfera veramente fuori dal comune. La prima parte mi ha preso senza riserve. Il protagonista, Edgar Freemantle, ricco costruttore, ha un incidente gravissimo in cui tutta la parte destra del suo corpo rimane menomata, gli viene anche amputato il braccio destro. In seguito anche il suo matrimonio si spezza, e lui si trasferisce in un'isola della Florida, Duma Key appunto, dove cerca di rimettersi insieme dedicandosi alla pittura. Proprio dipingendo comincia a sentire le prime inquietudini, soprattutto la presenza di un fantasma del braccio mancante che pare dotato di vita propria... Non vado avanti nel racconto della trama, dico solo che è fantastica la bravura di King nel comunicare la condizione di un uomo menomato che faticosamente si adatta alla nuova vita e insieme vede crescere il suo, fino a quel momento insospettato, talento di pittore. Quando poi l'aspetto horror prende il sopravvento confesso che mi sono anche un po' annoiata, a parte un po' di tensione non mi ha né sorpresa né coinvolta. Comunque nell'insieme è uno di quei libri che non si riescono a mettere giù, so di non dire niente di nuovo ma confermo l'opinione di chi afferma che King è uno scrittore notevole. Forse è anche uno scrittore che avendo avuto un successo stratosferico con l'horror ha dovuto continuare su quella strada, e probabilmente non è facile trovare tutte le volte una paura più paurosa di quella precedente.
Di Orhan Pamuk, uno dei miei grandi amori letterari, ho letto ultimamente La nuova vita, un libro del 1994, uscito da Einaudi nel 2000. Dirò subito che non ho capito di che cosa parlava, a parte il fatto che il nucleo è lo stesso di tutte le opere di Pamuk che ho letto, il contrasto tra tradizione e modernità, oriente e occidente, oscurantismo e idealismo, nostalgia e speranza. Insomma: c'è un libro così sconvolgente che basta leggerlo per rinnegare la propria vita e desiderare solo di fuggire. Lo studente universitario Osman lo legge e contemporaneamente si innamora della bella Canan, e come conseguenza abbandona gli studi e la madre vedova per seguire Canan, che non lo ricambia, alla ricerca degli autori di un complotto contro il libro, in realtà sulle tracce di Mehmet di cui la ragazza è innamorata... Non posso dire che man mano che la trama si svolge abbia capito molto di più. Ma posso invece dire che non me ne è importato granché, tanto il fascino della scrittura di Pamuk mi ha presa. I viaggi notturni in autobus per le strade dell'Anatolia centrale, le stazioni di rifornimento e i loro tristi clienti, le stanze degli alberghi solitari, gli incidenti, la pioggia, il buio, gli schermi baluginanti che trasmettono sempre sparatorie e inseguimenti, sono una musica di cui non capivo le parole (ma invece proprio le parole mi hanno incantata!) ma che non mi stanca mai. Oltretutto in molti dei luoghi attraversati da Osman e Canan sono stata quest'estate, e invece in altri viaggi ho preso quegli stessi autobus notturni che secondo Pamuk hanno continui, sanguinosi incidenti, con decine di vittime. Pamuk ha il dono della nostalgia, della tristezza lancinante che prende nelle sere di pioggia d'autunno, in città. Esattamente come questa sera lì fuori dalle mie finestre, solo che lui ha le parole più precise, struggenti e preziose che esistano per descriverla e farla diventare un piacere.
Comincio dal consiglio per gli acquisti perché l'orrido natale si avvicina e bisogna pensare ai regali, crisi permettendo. Allora, per i più piccini a cui volete bene, non proprio piccolissimi ma in età possibilmente pre–giochini elettronici, sempre che esista: un meraviglioso Piccolo museo di Babalibri, opera di Alain Le Saux e Grégoire Solotareff con la collaborazione di Mantegna, Ghirlandaio, Velasquez, Bosch, Van Gogh, Ensor, Goya, ecc ecc. E' un abbecedario, da "albero" a "zuffa", composto da particolari tratti da quadri famosi e meno famosi, che visti così fuori contesto si caricano di un significato e di una poesia indescrivibili. E il genitore che troverà il tempo di sfogliarlo con la propria creatura ne trarrà a sua volta grandissimo piacere. Io l'ho trovato nel bookstore della Gam di Torino, è stato ristampato nel 2007. Vivamente, entusiasticamente consigliato per tutti.Quanto a Stephen King, ho letto un suo libro, Duma Key, dopo moltissimi anni dal primo e ultimo letto in precedenza, Pet Sematary, che mi aveva talmente disturbata da tenermi definitivamente lontana da questo autore. Già allora, però, avevo apprezzato l'abilità di scrittura di King, capace di creare un mondo realistico, concreto e quotidiano in cui scatenare le sue fantasie orrorifiche. In quel lontano romanzo anche queste fantasie mi erano sembrate magnifiche nel loro genere, solo che evidentemente toccavano dei punti per me troppo sensibili. In Duma Key ho ritrovato, ancora di più di quanto mi ricordassi, una grandissima capacità di scrittura, un'abilità di creare un ambiente e un'atmosfera veramente fuori dal comune. La prima parte mi ha preso senza riserve. Il protagonista, Edgar Freemantle, ricco costruttore, ha un incidente gravissimo in cui tutta la parte destra del suo corpo rimane menomata, gli viene anche amputato il braccio destro. In seguito anche il suo matrimonio si spezza, e lui si trasferisce in un'isola della Florida, Duma Key appunto, dove cerca di rimettersi insieme dedicandosi alla pittura. Proprio dipingendo comincia a sentire le prime inquietudini, soprattutto la presenza di un fantasma del braccio mancante che pare dotato di vita propria... Non vado avanti nel racconto della trama, dico solo che è fantastica la bravura di King nel comunicare la condizione di un uomo menomato che faticosamente si adatta alla nuova vita e insieme vede crescere il suo, fino a quel momento insospettato, talento di pittore. Quando poi l'aspetto horror prende il sopravvento confesso che mi sono anche un po' annoiata, a parte un po' di tensione non mi ha né sorpresa né coinvolta. Comunque nell'insieme è uno di quei libri che non si riescono a mettere giù, so di non dire niente di nuovo ma confermo l'opinione di chi afferma che King è uno scrittore notevole. Forse è anche uno scrittore che avendo avuto un successo stratosferico con l'horror ha dovuto continuare su quella strada, e probabilmente non è facile trovare tutte le volte una paura più paurosa di quella precedente.
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