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domenica 10 gennaio 2016

L'autore nell'epoca della sua riproducibilità tecnica: Alice Basso, L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome

Alice Basso "è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora in una casa editrice. Nel tempo libero canta in una band di rock acustico per cui scrive anche i testi delle canzoni. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne. L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome è il suo primo romanzo" (cito da IoScrittore). Un romanzo che farà piangere molti autori, e farà felici tutti quelli dicono con aria blasé oggi scrivono tutti, che ci vuole a scrivere un libro? Se solo avessi tempo... ma, ne sono sicura, andrà benissimo, piacerà a molti (o meglio a molte), avrà ottime recensioni, meritate, e da cui sgorgheranno vivaci sequel che ci informeranno sulle vicende della protagonista Vani Sarca, di professione ghostwriter presso le Edizioni L'Erica, trentaquattrenne single molto intelligente, scontrosa, anche troppo sicura di sé, dark fuori tempo massimo e dotata di quello che lei chiama empatia - cioè la capacità di entrare dentro a una persona e seguirne i processi mentali, dote che le serve sia nel suo lavoro che nelle avventure vagamente gialle in cui si infila, permettendole di risolvere situazioni anche molto pericolose.

La vicenda in due parole comporta una buona dose di rosa (Vani apprezza gli uomini attraenti, e loro apprezzano lei), un grandissimo sfoggio, anzi diciamo pure uno scialo, di cultura letteraria e altro, una prosa molto esperta, densa di battute e soprattutto di battibecchi brillanti tra la protagonista (che effettivamente si sente molto strafiga) e i deuteragonisti (se voglio anch'io posso esibire uno scampolo di cultura!). Sotto la superficie anche troppo brillante nasconde una ferrea coscienza degli elementi oggi necessari per fare un libro di successo: un'eroina (appena un po') fuori dagli schemi, un po' di romance condito con quantità un po' eccessive di frizzanti botta e risposta, un bel tenebroso (ma non troppo), una blandissima sfumatura di giallo tanto per poter inserire il personaggio più importante, quello ormai indispensabile in qualunque prodotto letterario: il commissario. Perché si sa che il lettore, senza un commissario nei paraggi, è perduto e facilmente abbandonerà il libro che ne è sprovvisto.

Ma quello che mi ha veramente appassionato in L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome è che sancisce tranquillamente l'assoluta superfluità dell'autore. Che ci vuole a scrivere un libro, dice? E Vani Sarca ci dimostra che è proprio così, anzi dev'essere così perché l'autore non ce la fa, e se ce la fa non è all'altezza. L'autore, ci dice Alice Basso, è solo il testimonial di un prodotto, che deve avere determinate caratteristiche per vendere, e quindi è bene che lo produca qualcuno che se ne intende, - il ghostwriter appunto, l'esperto di lavoro editoriale cui basta aver letto qualcosa di un "autore" per essere in grado di riprodurlo migliorandolo, anzi ottimizzandolo. Altro che le sudate carte e stronzate varie. Il mercato è una cosa seria, fatti in là caro mio, e lascia fare a noi che ce ne intendiamo. Con un cortocircuito abbagliante: Alice Basso è ghostwriter nella vita reale, e il suo libro in effetti è perfetto nel suo genere, non saprei trovargli un difetto. E chiunque sappia apprezzare un prodotto ben fatto, e mi ci metto anch'io, proverà piacere nel leggerlo, e un senso di tranquilla sicurezza al pensiero che basta aspettare e ritroveremo Vani Sarca, il commissario Berganza, l'editore Enrico Fuschi & C in un'altra brillante avventura. Chissà se ci sarà ancora Alice Basso. In fondo, anche lei è solo un pleonasmo.    


martedì 22 settembre 2015

Il fascino irresistibile del luogo comune: Peter Mayle, Un anno in Provenza, e Valeria Corciolani, Il morso del ramarro

Questo post lo dedico alle consolazioni dell'ovvietà, alle rassicurazioni di ciò che è scontato, al caldo rifugio del prevedibile. Al conforto dei libri banali, che tengono compagnia senza scossoni né buche improvvise. Alle pagine terra terra e a quelle di fantasia fatta in serie. A un libro rosa e a uno senza colore, ma profumato di soffritto, di tartufo e (spiace dirlo, spiace anche solo immaginarlo) di aglio.

Cominciamo proprio dal libro del golosone inglese Peter Mayle, Un anno in Provenza (1990).
Resoconto scandito mese per mese delle esperienze di una coppia britannica che decide di trasferirsi a a vivere in Provenza, non sul mare ma nel Parco naturale del Lubéron, compra una casa nel bosco e ne intraprende la ristrutturazione, mette in fila una serie di luoghi comuni sui francesi che sono davvero un piacere. Chissà se le cose sono cambiate in venticinque anni, ma nell'esperienza di Peter Mayle e sua moglie, due persone davvero gradevoli a quanto si evince dal testo, ospitali, pazienti, ironiche, piene di affettuosa ammirazione per i nativi, gli aborigeni della Provenza pensano soprattutto a mangiare, sono assolutamente inaffidabili come operai per quel che riguarda puntualità e impegni ma dei mostri di ingegnosità e perizia in grado di risolvere problemi insormontabili per il pragmatismo britannico escogitando soluzioni originali.
Peter e sua moglie sono degli entusiasti, sempre pronti a sperimentare nuovi ristorantini di paese dove rustiche signore cucinano in maniera sublime, partecipano alla corsa delle capre, imparano il francese, accolgono visitatori importuni, corrono di qua e di là alla ricerca del vino migliore, insomma si ambientano benissimo e vedono solo quello che vogliono vedere. Certo c'è il mistral che soffia duro, d'inverno fa freddo, i turisti sono fastidiosi, ma anche se Peter Mayle non arriva a dirlo il lettore non può fare a meno di immaginare tutti quei provenzali girare col basco e la baguette sotto l'ascella, bofonchiando oh bon bon bon e oh là là e bevendo pastis nei caffè all'aperto.

Un libro estremamente amichevole e piacevolissimo da leggere. Non ci troverete una parola che vi sorprenda o vi insegni qualcosa ma trascorrerete qualche ora in compagnia di un amico simpatico che sa raccontare in maniera coinvolgente, amena e riposante. Consigliatissimo per viaggi in treno o traghetto, attese in aeroporto, sonnellini sulla spiaggia.  
Traduzione di Emilio Castellani.

Il morso del ramarro (2014) di Valeria Corciolani è altrettanto impalpabile ma molto meno distensivo, almeno per me, perché il tipo di luoghi comuni che utilizza è del genere che trovo irritante al massimo. Ma questo è un problema mio: me lo immaginavo benissimo prima di cominciarlo, e il rimedio era semplice, bastava non leggerlo. Il motivo per cui l'ho fatto è che sono iscritta all'"offerta lampo kindle" e non smetto mai di stupirmi del numero abnorme di libri "rosa", o meglio libri di donne per donne, che vengono proposti e quindi sfornati da autrici prolificissime che si moltiplicano in progressione geometrica. Di questo ho letto recensioni ottime e così l'ho scaricato.


Ambientato a Chiavari, patria della bella autrice, narra le vicende intrecciate di parecchi personaggi ma il principale è Virginia, trentenne separata con una figlia adolescente e due gemelli in età da asilo, un marito traditore sullo sfondo, qualche nuovo astro all'orizzonte, un'amica, una suocera, ecc ecc. Poi ci sono dei giovani ricchi e delinquenti ovviamente rampolli (termine che ormai significa "ragazzo ricco" e si usa senza indicazione di chi è il rampollo), dei vecchietti in gamba (molto di moda, si trovano in una casa di riposo e sono inevitabilmente "arzilli"), una badante peruviana e un maggiordomo (sic!) filippino con ruoli di un certo rilievo, eccetera eccetera, cioè il repertorio completo del neoconformismo da sitcom più che da telenovela (quello, per intendersi, per cui per rappresentare l'intimità familiare viene mostrata la coppia, e magari anche i piccini, mentre si lavano i denti tutti insieme e conversano con lo spazzolino in bocca). Anche i capitoletti brevi e frizzanti sono come strisce quotidiane, e la vicenda rispetta tutti gli elementi che lo spettatore (ooops, il lettore) si aspetta e pretende: un po' di amore e sesso of course, una sfumatura di giallo, attenzione alla cucina (la suocera complice e simpatica!), un po' di ironia blanda e benevola, la famiglia come centro e orizzonte, un pizzico di cultura ogni tanto (stile copia e incolla da wikipedia) e uno spruzzo di spiritualità. Buoni premiati e cattivi puniti. Ma è la protagonista che colpisce di più, rispecchiando un tipo di donna che è, appunto, l'immagine del conformismo televisivo-cinematografico di oggi. Precaria, gelosa, vendicativa, mamma più che sollecita, con un'amica del cuore che fa un mestiere strano (ma l'amico gay con problemi amorosi ci viene risparmiato).

In questo caso a rassicurare il lettore bambino è l'accumulo di elementi noti e stranoti, e soprattutto di conformismo: non c'è nessun elemento che possa stancare, sconcertare o inquietare chi legge. L'unica sorpresa finale (e qui, contro le mie abitudini, rischio lo spoiler) ce la riserva Virginia ma è uno scarto verso la norma, che ha lo scopo di gratificare e rassicurare. Ma non fraintendetemi, questa non è una recensione malevola. Il morso del ramarro fa strabene il suo mestiere, e mi ha aiutato egregiamente a capire quello che volevo, cioè il motivo del successo di questo tipo di letteratura: la prevedibilità. La lettura che offre è davvero uno svago, nel senso che non chiede nessuna fatica, né per cercare di capire quello che si legge, né per interpretare azioni, eventi, parole o affrontare idee e immagini nuove. Come quando si compra qualche prodotto confezionato al supermarket: si sa quello che si vuole e si è certi di trovarlo dentro la vaschetta. E di rimborsi non c'è bisogno di parlarne, perché si resta soddisfatti di sicuro.