Il romanzo d'esordio di Celeste Ng, Quello che non ti ho mai detto, è un "literary thriller", qualunque cosa ciò voglia dire, che racconta di una famiglia americana in Ohio negli anni '70. La famiglia Lee è composta da un padre di origine cinese e modesta che ha studiato e ora insegna in un'università di provincia, la cui maggiore aspirazione è di integrarsi, di essere accettato; da una madre americana con gli occhi azzurri e i capelli biondo miele, che aveva ambizioni di diventare una scienziata e invece si ritrova casalinga con tre figli; da un fratello maggiore, Nath, in procinto di partire per Harvard, una ragazza che ha appena compiuto sedici anni, Lydia, su cui si sono riversate tutte le aspettative dei genitori, e una figlia piccola, Hanna, piuttosto trascurata da tutti, che ha imparato a ascoltare e osservare nascondendosi, e naturalmente si rivelerà la più solida di tutti.
La scomparsa di Lydia mette in moto la vicenda e porta alla luce tutti i motivi interni che rendono i Lee un gruppo familiare pesantemente disfunzionale, scatenando comportamenti inaspettati (ma non tanto) e costringendo tutti i componenti a arrivare al nodo degli autoinganni e delle incomprensioni che li tengono uniti.
Questo romanzo, che ha avuto un grande successo in patria e all'estero facendo di Celeste Ng una star del firmamento letterario americano di cui si attende con ansia la seconda prova, ha richiesto quattro stesure e una revisione che sono durati sei anni.
Be', si vede. Quello che non ti ho mai detto è dosato in ogni sua pagina con tutto ciò che ci vuole per piacere a un certo tipo di pubblico, è lisciato e soppesato per non sbagliare. Ci si sente la scuola di scrittura creativa e il pesante intervento dell'editor con il bilancino in mano.
Intendiamoci, non è un brutto libro, solo che suona finto, costruito. Non sorprende mai, non affascina né fa venire voglia di andare avanti. L'unico argomento veramente forte (il razzismo contro i cinesi e soprattutto contro le coppie miste) deve farsi strada in mezzo a molto psicologismo e un travestimento thriller davvero pretestuoso, in cui le epifanie sono cedimenti alle mode narrative (il libro nascosto, la goccia d'acqua) non necessari, dozzinali, che abbassano il livello già altalenante e danno un suono falso a tutto il resto.
Però si possono capire benissimo i motivi del successo: l'argomento "famiglia" nella tipica forma di ossessione americana (nei film e telefilm la frase più frequente è "non toccare la mia famiglia"), con tutto che i ragazzi se ne vanno a diciotto anni e quasi mai ritornano; il blando, e piuttosto pretestuoso, travestimento thriller; l'approfondimento psicologico dei personaggi, soprattutto padre, madre e Nath, che permette di ricostruire la vita di tutti. Se vi piacciono le vicende drammatiche e l'eccesso di famiglia non vi dà troppa claustrofobia, questo libro ve lo consiglio volentieri.
La fluida e sapiente traduzione di Manuela Faimali indulge in alcuni vezzi attualissimi, tra quelli che più mi fanno l'effetto delle unghie sul vetro, in particolare l'uso transitivo dei verbi intransitivi o il passato remoto al posto del trapassato (in una narrazione tutta al presente, che già di per sé non mi mette di buon umore). Ho sofferto leggendo perché so che ho perso, e da un bel po': queste tendenze diventeranno sicuramente uso, e forse sono tra gli ultimi che se ne accorgono. Tant'è, non posso fingere che non sia così, e può darsi che una parte di questo fastidio (involontario ma incontrollabile) abbia stinto sulla mia lettura dell'intero libro.
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martedì 20 ottobre 2015
mercoledì 14 maggio 2014
Una donna importante, un libro importante: qualche parola du Audre Lorde, Sorella Outsider
Ho un grosso debito di riconoscenza con Margherita Giacobino perché se non fosse per la sua appassionata dedizione, e la sua gentilezza nel coinvolgermi in una presentazione, molto probabilmente non mi sarei accostata a un'autrice importante come Audre Lorde (New York 1934 - St. Croix 1992). Di solito leggo prevalentemente narrativa, quasi mai opere teoriche o militanti, perché non so seguire le idee astratte. Inoltre non sono una lettrice abituale di poesia, perché neanche quella la capisco sempre. Quindi grazie a Margherita che mi ha fatto conoscere un'autrice che mi ha dato moltissimo facendomi affrontare difficoltà che mi hanno fatto pensare, aprendomi tematiche su cui non avevo mai riflettuto, ricordandomi atmosfere, speranze, lotte e modalità di condivisione che mi sembrano ormai lontane e che rimpiango. Sorella Outsider è stato ottimamente curato e tradotto da Margherita Giacobino e Marta Gianello Guido. L'ottimo, e davvero rara avis nell'editoria italiana, paratesto comprende le introduzioni delle due curatrici, una biografia dell'autrice e e una serie di note che soddisfano qualsiasi curiosità del lettore, malgrado l'abbondanza di riferimenti che richiedono chiarimenti.
La mia prima impressione accostandomi a questa raccolta che comprende tutti i testi in prosa di Audre Lorde (ad esclusione della sua mitobiografia Zami. A new spelling of my name) è che l'argomento principale è Audre Lorde. Quello che risalta con più evidenza è la sua personalità. AL dice sempre "io", ma questo io non è mai fine a se stesso, è sempre messo in relazione con le altre donne. Per prima cosa, in ogni testo, si autodefinisce: sono una poeta lesbica Nera femminista. E madre. E combattente. Ma parla di sé in prospettiva a tutte le donne Nere lesbiche: è il contrario dell'egocentrismo. Sa di essere un modello, come persona ancora prima che come poeta, anche se insegnò letteratura e dal suo essere insegnante trasse piacere e orgoglio. E per ogni cosa che impara, per ogni verità che scopre la sua cura è di condividerla con le altre donne, le sorelle, che sono il background su cui si muove la sua possente figura e insieme l'aria che le dà la vita. Poeta e scrittrice ma anche militante, conferenziera, insegnante, punto di riferimento e icona del femminismo lesbico Nero, AL fu soprattutto una guerriera nelle parole e nella testimonianza della sua vita. E una delle sue battaglie più dure è quella contro il cancro, di cui parla con coraggiosa sincerità nei due scritti Diari del cancro (1980) e Un'esplosione di luce (1988). Sono due saggi molto diversi. Nel primo, militante, arrabbiato, combattente, AL fa della malattia una guerra sia personale che comunitaria. La rende epica: E' stato molto importante, per me, dopo la mastectomia, sviluppare e incoraggiare il mio senso interiore di potere. Avevo bisogno di chiamare a raccolta le energie in modo da immaginare me stessa come una combattente che resiste anziché come una vittima passiva che soffre. Rifiuta, in particolare, la colpevolizzazione della malata come qualcuna che, in pratica, se l'è voluta perché non era felice: L'idea che la paziente con il cancro possa essere colpevolizzata per aver avuto il cancro, come se fosse tutta colpa sua perché non si è trovata in ogni momento nello stato d'animo giusto per prevenire il cancro, è una distorsione mostruosa dell'idea che noi possiamo usare la nostra forza psichica per aiutare la guarigione. Qui compare uno dei termini che AL ama di più, potere: non nel senso di quello che si esercita sugli altri, ma di ciò che determina il fatto che possiamo. Ho cominciato a riconoscere una forma di potere dentro di me: il sapere che, pur essendo molto desiderabile non avere paura, imparare a ridimensionare la paura mi dava grande forza. Nel secondo saggio, Un'esplosione di luce, la forza è intatta e la capacità di reagire anche, ma qua e là il linguaggio si fa più morbido e forse si intuisce, sotto le parole sempre piene di coraggio e determinazione, una vena di rassegnazione, forse persino di paura. Molto importante è il tema del rifiuto della ricostruzione dopo la mastectomia, che le viene prospettata come un dovere verso se stessa ma soprattutto verso gli altri. Lei la rifuta smascherandone la natura esclusivamente cosmetica: mi rifiuto di nascondere o banalizzare le mie cicatrici dietro un cuscinetto di lana o del gel al silicone. [...] Mi rifiuto di nascondere il mio copro solo per mettere a suo agio un mondo che soffre di fobia verso le donne. Bisogna amare il proprio corpo, si è belle con un seno solo. Chissà che cosa direbbe AL di fronte alla follia, non riesco a definirla altrimenti, che oggi spinge le donne a modificare il proprio corpo (e in particolare qualla parte del corpo che ci definisce, cioè il volto) come se non lo riconoscessero proprio, come se lo disprezzassero o lo odiassero. Come se non potessero accettarsi se non come copia, per lo più deformata e caricaturale, di un modello imposto. Proprio quello che AL si rifiuta di fare. Sempre presenti le amiche e le donne che l'anno aiutata, citate una a una per nome. Prima fra tutte la compagna Frances Clayton con cui divise quasi vent'anni anni di vita e allevò i due figli, Jonathan e Elizabeth, nati dal matrimonio con Edwin Rollins che durò dal 1962 al 1970.
Altri temi sono l'odio, la rabbia verso le divisioni interne del femminismo Nero, la difficoltà di rapporto con le altre Nere che derivano dall'immagine negativa di sé: nelle altre si vede se stessa, cioé quello che non piace di se stessa. Quindi anche questa difficoltà è un prodotto del razzismo. A questo proposito ricorda un episodio della sua infanzia, in cui sulla metropolitana di Harlem, sedendo accanto a una donna bianca, comprese per la prima volta con chiarezza la realtà della discriminazione razziale. Molti sono i temi toccati nei testi che compongono Sorella Outsider, tutti importanti, e richiederebbero uno spazio che qui manca. Molti gli accenni a episodi storici o di cronaca che la fatto parlare con appassionata indignazione di apartheid e di strage di Neri negli USA; l'apartheid in Sudafrica; il significato dell'esperienza di Martin Luther King (bellissimo il brano Imparare dagli anni '60, Intervento al Malcom X Weekend, Harward University, 1982); l'erotico come risorsa profondamente femminile e spirituale, il sessismo, le cure alternative e olistiche, le sue esperienze di madre, resoconti da Grenada, dalla Russia e dall'Usbekistan con bellissime descrizioni, e molti altri di vi invito a leggere nel testo. Il pezzo che ho trovato in assoluto più bello, coinvolgente, sincero e umano è quello sulla clinica steineriana in cui trascorse alcuni mesi (Un'esplosione di luce). Qui si vede in filigrana una AL meno cattedratica, meno sicura, meno predicatoria, più umana, che si concede il tempo di osservare le persone che la circondano.
Importantissima è la rete di amiche internazionale dei amicizie e rapporti con associazioni di donne, che la portò a viaggiare tantissimo in Germania, in Sudafrica, nei Caraibi, in Australia. Tra le sue moltissime realizzazioni anche quella di essere cofondatrice della prima casa editrice per donne di colore, la Kitchen Table: Women of Color Press. Negli ultimi anni della sua vita si trasferì sull'isola di St. Croix, nell'arcipelago delle Isole Vergini, in compagnia della scrittrice Gloria Joseph.
Il linguaggio di AL è preciso, limpido, essenziale ma molto accogliente e la sua forza non deriva da trucchi retorici (che pure, in quanto poeta, doveva conoscere benissimo) ma dalla sincerità, dall'acutezza e dall'irruenza passionale sempre sostenuta da un'intelligenza tanto potente quanto sicura. le sue parole chiave sono Energia. Rabbia. Differene. Condivisione: Comunità. Rivoluzione. E' sempre rivolta alle altre: se capisce delle cose, se agisce, questo le dà il potere che può servire anche alle altre Nere. Non è mai sentimentale, morbida, anche se usa parole calde come come madre, sorella, amore, erotico, cura. E' spesso severa, granitica, scultorea, come è necessario per esprimere idee.
Due citazioni che mi piacciono: Ora per me è molto più importante colmare la psiche di tutte le persone che amo e che mi amamno con un senso di scandalosa bellezza e forte determinazione.
Lavoro, amo, riposo, vedo e imparo. E scrivo.
Sorella Outsider io, sfrenata lettrice di storie, storie e ancora storie, lo consiglio perché fa benissimo ogni tanto leggere qualcosa di molto intelligente e stimolante che non si dimentica facilmente anche se non è narrativa. Magari richiede un po' di fatica in più, ma ripaga ampiamente dello sforzo. (E scusate per i quattro -ente in due righe, ma sono troppo stanca per correggerli. Si accettano suggerimenti).
La mia prima impressione accostandomi a questa raccolta che comprende tutti i testi in prosa di Audre Lorde (ad esclusione della sua mitobiografia Zami. A new spelling of my name) è che l'argomento principale è Audre Lorde. Quello che risalta con più evidenza è la sua personalità. AL dice sempre "io", ma questo io non è mai fine a se stesso, è sempre messo in relazione con le altre donne. Per prima cosa, in ogni testo, si autodefinisce: sono una poeta lesbica Nera femminista. E madre. E combattente. Ma parla di sé in prospettiva a tutte le donne Nere lesbiche: è il contrario dell'egocentrismo. Sa di essere un modello, come persona ancora prima che come poeta, anche se insegnò letteratura e dal suo essere insegnante trasse piacere e orgoglio. E per ogni cosa che impara, per ogni verità che scopre la sua cura è di condividerla con le altre donne, le sorelle, che sono il background su cui si muove la sua possente figura e insieme l'aria che le dà la vita. Poeta e scrittrice ma anche militante, conferenziera, insegnante, punto di riferimento e icona del femminismo lesbico Nero, AL fu soprattutto una guerriera nelle parole e nella testimonianza della sua vita. E una delle sue battaglie più dure è quella contro il cancro, di cui parla con coraggiosa sincerità nei due scritti Diari del cancro (1980) e Un'esplosione di luce (1988). Sono due saggi molto diversi. Nel primo, militante, arrabbiato, combattente, AL fa della malattia una guerra sia personale che comunitaria. La rende epica: E' stato molto importante, per me, dopo la mastectomia, sviluppare e incoraggiare il mio senso interiore di potere. Avevo bisogno di chiamare a raccolta le energie in modo da immaginare me stessa come una combattente che resiste anziché come una vittima passiva che soffre. Rifiuta, in particolare, la colpevolizzazione della malata come qualcuna che, in pratica, se l'è voluta perché non era felice: L'idea che la paziente con il cancro possa essere colpevolizzata per aver avuto il cancro, come se fosse tutta colpa sua perché non si è trovata in ogni momento nello stato d'animo giusto per prevenire il cancro, è una distorsione mostruosa dell'idea che noi possiamo usare la nostra forza psichica per aiutare la guarigione. Qui compare uno dei termini che AL ama di più, potere: non nel senso di quello che si esercita sugli altri, ma di ciò che determina il fatto che possiamo. Ho cominciato a riconoscere una forma di potere dentro di me: il sapere che, pur essendo molto desiderabile non avere paura, imparare a ridimensionare la paura mi dava grande forza. Nel secondo saggio, Un'esplosione di luce, la forza è intatta e la capacità di reagire anche, ma qua e là il linguaggio si fa più morbido e forse si intuisce, sotto le parole sempre piene di coraggio e determinazione, una vena di rassegnazione, forse persino di paura. Molto importante è il tema del rifiuto della ricostruzione dopo la mastectomia, che le viene prospettata come un dovere verso se stessa ma soprattutto verso gli altri. Lei la rifuta smascherandone la natura esclusivamente cosmetica: mi rifiuto di nascondere o banalizzare le mie cicatrici dietro un cuscinetto di lana o del gel al silicone. [...] Mi rifiuto di nascondere il mio copro solo per mettere a suo agio un mondo che soffre di fobia verso le donne. Bisogna amare il proprio corpo, si è belle con un seno solo. Chissà che cosa direbbe AL di fronte alla follia, non riesco a definirla altrimenti, che oggi spinge le donne a modificare il proprio corpo (e in particolare qualla parte del corpo che ci definisce, cioè il volto) come se non lo riconoscessero proprio, come se lo disprezzassero o lo odiassero. Come se non potessero accettarsi se non come copia, per lo più deformata e caricaturale, di un modello imposto. Proprio quello che AL si rifiuta di fare. Sempre presenti le amiche e le donne che l'anno aiutata, citate una a una per nome. Prima fra tutte la compagna Frances Clayton con cui divise quasi vent'anni anni di vita e allevò i due figli, Jonathan e Elizabeth, nati dal matrimonio con Edwin Rollins che durò dal 1962 al 1970.
Altri temi sono l'odio, la rabbia verso le divisioni interne del femminismo Nero, la difficoltà di rapporto con le altre Nere che derivano dall'immagine negativa di sé: nelle altre si vede se stessa, cioé quello che non piace di se stessa. Quindi anche questa difficoltà è un prodotto del razzismo. A questo proposito ricorda un episodio della sua infanzia, in cui sulla metropolitana di Harlem, sedendo accanto a una donna bianca, comprese per la prima volta con chiarezza la realtà della discriminazione razziale. Molti sono i temi toccati nei testi che compongono Sorella Outsider, tutti importanti, e richiederebbero uno spazio che qui manca. Molti gli accenni a episodi storici o di cronaca che la fatto parlare con appassionata indignazione di apartheid e di strage di Neri negli USA; l'apartheid in Sudafrica; il significato dell'esperienza di Martin Luther King (bellissimo il brano Imparare dagli anni '60, Intervento al Malcom X Weekend, Harward University, 1982); l'erotico come risorsa profondamente femminile e spirituale, il sessismo, le cure alternative e olistiche, le sue esperienze di madre, resoconti da Grenada, dalla Russia e dall'Usbekistan con bellissime descrizioni, e molti altri di vi invito a leggere nel testo. Il pezzo che ho trovato in assoluto più bello, coinvolgente, sincero e umano è quello sulla clinica steineriana in cui trascorse alcuni mesi (Un'esplosione di luce). Qui si vede in filigrana una AL meno cattedratica, meno sicura, meno predicatoria, più umana, che si concede il tempo di osservare le persone che la circondano.
Importantissima è la rete di amiche internazionale dei amicizie e rapporti con associazioni di donne, che la portò a viaggiare tantissimo in Germania, in Sudafrica, nei Caraibi, in Australia. Tra le sue moltissime realizzazioni anche quella di essere cofondatrice della prima casa editrice per donne di colore, la Kitchen Table: Women of Color Press. Negli ultimi anni della sua vita si trasferì sull'isola di St. Croix, nell'arcipelago delle Isole Vergini, in compagnia della scrittrice Gloria Joseph.
Il linguaggio di AL è preciso, limpido, essenziale ma molto accogliente e la sua forza non deriva da trucchi retorici (che pure, in quanto poeta, doveva conoscere benissimo) ma dalla sincerità, dall'acutezza e dall'irruenza passionale sempre sostenuta da un'intelligenza tanto potente quanto sicura. le sue parole chiave sono Energia. Rabbia. Differene. Condivisione: Comunità. Rivoluzione. E' sempre rivolta alle altre: se capisce delle cose, se agisce, questo le dà il potere che può servire anche alle altre Nere. Non è mai sentimentale, morbida, anche se usa parole calde come come madre, sorella, amore, erotico, cura. E' spesso severa, granitica, scultorea, come è necessario per esprimere idee.
Due citazioni che mi piacciono: Ora per me è molto più importante colmare la psiche di tutte le persone che amo e che mi amamno con un senso di scandalosa bellezza e forte determinazione.
Lavoro, amo, riposo, vedo e imparo. E scrivo.
Sorella Outsider io, sfrenata lettrice di storie, storie e ancora storie, lo consiglio perché fa benissimo ogni tanto leggere qualcosa di molto intelligente e stimolante che non si dimentica facilmente anche se non è narrativa. Magari richiede un po' di fatica in più, ma ripaga ampiamente dello sforzo. (E scusate per i quattro -ente in due righe, ma sono troppo stanca per correggerli. Si accettano suggerimenti).
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mercoledì 4 luglio 2012
NEMICI
I miei nemici non sono un esercito compatto, anonimo, non portano
uniforme. Di ognuno so il colore degli occhi, le abitudini, i gesti e
soprattutto l'odore. Li riconoscerei al buio. Dormono molto, anche di giorno.
Stesi nei loro cartoni luridi giacciono come cadaveri. Respirano appena ma si
capisce che sono vivi perché ogni tanto si grattano. Più raramente leggono, o
bevono, o lanciano lamenti e invettive contro i passanti.
C'è chi della mia città ha un'immagine legata alla bellezza delle
prospettive lungo il fiume, chi al profumo di cioccolata che emanano certi
vecchi caffè, qualcuno persino dice che è elegante, o forse lo era, altri ne
sottolineano grigiore e austerità. Io mi ci muovo seguendo la mappa dei miei
nemici.
E li odio. Odio quelle facce mollicce e i capelli unti, quelle mani
tese che puzzano, quelle bocche bavose e gli stracci che li avvolgono. Sono uno
sfregio, offendono l'estetica, l'ordine e l'olfatto.
Non ho ancora scatenato l'offensiva. Mi limito a perlustrare notte dopo
notte i portici deserti. Ne cerco l'usta. Fortunatamente i portici conservano
gli odori, li fissano, così non devo faticare troppo. Li distinguo da lontano. Controllo
che siano sempre lì. Li conto.
Sto elaborando una strategia. Ci devo pensare bene perché questa guerra
non può che essere vinta definitivamente, senza feriti né prigionieri. Oggi ne
ho visto uno nella galleria Subalpina, seduto sui gradini che portano al primo
piano. Si era tolto le scarpe, con uno straccio bagnato nell'acqua putrida di
una bottiglietta curava le piaghe del suo piede sinistro. Schifo e orrore, tra
l'indifferenza della gente accaldata che correva a casa per cena. In piazza
Carlo Alberto le rondini stridevano e volavano basse, eccitate, felici. Questo
giugno afoso centuplica le puzze malgrado il profumo di tigli che satura l'aria.
La mia città potrebbe ancora essere bella, sarà di nuovo bella quando la mia
guerra sarà vinta. Quando avrò cancellato la vergogna.
Guerra è una parola che amo, una parola che ha ritrovato la sua forza,
il suo significato eroico per chi è nel giusto e sa di esserlo, sa di avere dei
valori positivi da proporre e imporre. Come me. Io ho nel cuore e nel pensiero
una città splendente, dove non c'è posto per gli amanti della sporcizia. Quando
i tempi saranno maturi tutti mi daranno ragione. E dopo verrà la riconoscenza:
la città liberata sarà la mia vittoria.
Io so che cosa devo fare, perché odio i miei nemici.
La mattina presto percorro corso Cairoli in direzione del Valentino. La
bellezza del lungo Po mi fa piangere. Acque verdi scorrono tra sponde verdi,
profumi di rose e ligustri, la collina sfuma nella caligine, i platani stendono
i rami maestosi. Ma loro si acquattano persino tra le siepi del viale. Lerci
sacchi a pelo, cartacce, resti di cibo, bottiglie di birra e bottiglie di
plastica, per non parlare della puzza di piscio, straziano l'ora perfetta. Dove
sono i miei nemici quando passo di lì? Tutti fuggiti alla prima luce, per un
residuo di pudore, per la coscienza di stonare in quell'armonia? Non basta la
fuga per ammansire il mio odio. Sono invisibili, ma le tracce del loro
passaggio rimangono. Non se la caveranno scappando.
Bene, la guerra può cominciare. È scoppiato un caldo fuori stagione.
Certi odori non si possono più sopportare. Devo agire subito, per dare requie
ai nasi della mia città.
La grande battaglia di stanotte ha avuto pieno successo. I nemici sono
stati sorpresi nel sonno. Giusto e preciso il mio pugnale li ha colpiti a uno a
uno, senza che uno schizzo di sangue mi sporcasse le mani. All'alba, dopo avere
ripulito le belle sponde del Po, l'ho gettato in acqua dal ponte di corso
Vittorio. Non ha fatto rumore e nemmeno ferito la corrente. Tornando a casa,
nel breve momento di frescura, mi è venuta voglia di cantare, ma non sapevo che
cosa. Non conosco canzoni. Ho gridato a bocca chiusa: l'ho fatto per te, sei
libera.
Libera, preziosa e intangibile come un diamante. Tornerai a profumare
di cioccolato e tigli. Di sudore operaio. Di operoso decoro. Riconosci il mio
atto d'amore? Capisci che la guerra è pulizia, salute, salvezza?
La mia azione ha avuto una grande eco, i giornali l'hanno amplificata.
Ma non esultano, anzi esprimono esecrazione e dissenso. Certo non tutti i
problemi sono risolti, rimangono altri nemici a minacciare la serenità delle
piazze e delle strade, ma questa lezione gli insegnerà qualcosa. Ora hanno
paura. Capiranno che devono abbandonare i loro traffici immondi. Forse
troveranno la forza di correggersi. In caso contrario la guerra riprenderà.
Sono molti, lo so, i furtivi mercanti di morte e i clienti che scivolano
nell'ombra, le donne in vendita e gli uomini che le cercano, con le mani sudate
piene di banconote appiccicose. Ma il secondo pugnale è pronto e poi ce ne sarà
un terzo e un quarto, tutti ben affilati, luccicanti e silenziosi. Queste
caldissime notti di giugno sono piene di promesse. Io prometto che nessuno dei
miei nemici avrà scampo.
La forza dell'odio che mi nutre, però, sta scemando. Come se ogni volta
che il mio braccio ha colpito avessi sanguinato anch'io, perdendo vigore
nell'emorragia. Non è stanchezza, non è pietà di certo, né paura, né sazietà.
Un semplice calo di tensione. Normale, in fondo. Preparavo la guerra da tanto,
l'ho vinta, e adesso sperimento la tregua. Non mi piace. È inutile e snervante.
Ho fatto un errore. Un piccolo errore, non irrimediabile, ma non me lo
posso permettere. C'era questo omuncolo – un risibile scheletrico fantasma, di
quelli che senza sosta camminano per la città proponendo le loro cianfrusaglie,
fastidiosi, famelici, miserabili mendicanti travestiti da venditori –, e il
caso ha voluto che fossimo soli sotto i portici di palazzo Carignano, nell'afa
deserta dell'ora di cena. Non era un vero nemico, giusto una zanzara che mi ha
punto nel momento sbagliato. Il pugnale è scattato da solo. Un colpo debole,
era vivo a stento. È rimasto lì sul marciapiedi bollente. Il suo sangue
annacquato ha cominciato subito a puzzare. In piazza Castello la folla assetata
delle gelaterie e dei bar ha inghiottito la mia presenza. Però l'ammetto, è
stato un errore.
Non deve più succedere. Il mio compito è troppo importante.
I tigli sono ormai sfioriti, l'estate precoce avvolge tutto in una
coltre spessa di umidità. Nei giardini, la mattina presto, l'ora migliore per
pensare e sentire, il verde delle magnolie, dei ginkgo, dei bagolari, degli
ippocastani, dei faggi rinfresca e rallegra, rinforza l'animo, rasserena. In
giro ci sono solo quelli che portano a spasso i cani. Anche loro un po' nemici
per lo schifo degli escrementi abbandonati nei viali, ma insomma, ci sono cose
che si possono sopportare.
L'obiettivo che ho in testa: la mia città com'era cinquant'anni fa.
Naturalmente io non c'ero, ho appena vent'anni, ma ho visto tante foto delle
piazze vuote, i tram a cavalli, le donne con l'ombrellino e i guanti, gli
uomini con il cappello, niente traffico, nessun nemico in vista. Forse le foto
non sono di cinquant'anni fa, forse sono molto più vecchie, di cento, duecento
anni. Non so molto di storia. Però so che così com'è adesso non va.
Ora passeggiare sotto i portici è piacevole. Più niente odori nauseanti
e cartoni intrisi del luridume dei nemici. Gli altri, le donne e i mercanti,
sono meno visibili. Il mio cuore vola per il sollievo.
Stamattina in piazza Castello ho visto uno spettacolo orribile. Su una
panchina davanti a Palazzo Madama giaceva un laido vecchio con le gambe nude,
circondato da sacchetti di plastica e bottiglie di birra. L'ho riconosciuto, è
quello che si lavava le piaghe in galleria. Come ha fatto a sfuggirmi? Un
vigile lo ha sollevato gentilmente per un braccio e l'ha condotto via sotto la
sua protezione. L'unico nemico sopravvissuto. Non ho potuto seguirli perché si
sono allontanati in macchina, ma lo scoverò nel suo rifugio.
Continua a fare caldo. Dormire è impossibile, e io non dormo mai,
cammino tutta la notte. Ci vorrebbe un temporale che riempisse d'acqua le
strade, spazzasse via l'immondizia, lo sporco che m'intralcia il passo. Certe
volte la fatica mi fa crollare su una panchina e per poco mi lascio andare al
dormiveglia. Se qualcuno mi vede in quei momenti, che cosa può pensare? Che
sono uno dei nemici? Il primo di un nuovo esercito che si infiltra subdolo e
testardo nella città liberata? O un disperato relitto della guerra vinta?
Dicono che la mia città sta male, non sa più chi è. Io ho la coscienza
di avere fatto quanto potevo per aiutarla. Però adesso sono io a stare male. Mi
accorgo che perdo lucidità, caldo e stanchezza mi indeboliscono. Non so se avrò
la forza di portare fino in fondo la guerra. I miei concittadini sono ostili, i
giornali esprimono sollievo per quella che io considero una tregua e loro la
fine. Non riescono a capire.
Forse, se piovesse un po', gli si schiarirebbero le idee.
Pare che non facesse un caldo simile, a giugno, dal 1822. Mi immagino
che allora la mia città fosse proprio come la sogno io, pulita e leggiadra,
abitata da signore delicate che passeggiavano sottobraccio a garbati
gentiluomini. La cosa più terribile è che l'esercito puzzolente delle larve
senza nome sta riconquistando il centro. Tutti quelli che marcivano rintanati
nelle orribili periferie corrono a accaparrarsi i posti che io, con il mio
silenzioso pugnale, ho liberato. Non vogliono accettare la sconfitta. Russano a
bocca spalancata sulle panchine, inalberano i loro miserabili cartelli davanti
alle banche, costruiscono parodie di case sui gradini delle chiese. I vigili,
invece di cacciarli, sorvegliano il loro sonno. Vorrei tenere gli occhi chiusi
per non vederli. L'odore di miseria e di sporcizia è dovunque. Che cosa posso
fare io, con due sole mani?
La guerra è perduta. Stanotte, stanati da un temporale, si sono
affollati tutti sotto i portici. Via Roma è un dormitorio nauseabondo, via Po e
piazza Vittorio sembrano un accampamento di morti. La gente storce il naso ma
getta monete nelle scatole da scarpe. Io provo la vergogna della sconfitta. Se
non sono spariti loro dovrò sparire io.
Da tre notti dormo sotto i grandi noci del Caucaso che segnano il
limite estremo dei Murazzi. È bello sentire vicino il gorgoglio del Po, e in
lontananza le voci piene di birra. Ogni tanto scoppiano i lampi, la pioggia
flagella il fiume, ma qui sotto le fronde arrivano solo spruzzi e folate.
Quelli che affollano i locali gridano e ridono, ci vuol altro per mandarli a
casa. Sembra che per loro la città sia solo leggerezza, allegria, alcol. Non
sentono la putredine che si impadronisce di tutto? La povertà che monta come
un'onda di piena, la strisciante depressione dei cassintegrati? Lo scricchiolio
delle fabbriche che crollano? La città che geme, torcendosi nel suo declino? La
puzza più forte dell'odore del fiume?
Non sentono niente, non si accorgono di niente. Le ragazze con i
sandali dorati, nelle loro sottovesti impalpabili, bevono guardando negli occhi
i maschi trionfanti. Vedono solo quegli occhi pieni di offerte. Si offrono a
vicenda. Nessuno si spinge fino alla mia tana. Non hanno bisogno dell'ombra
degli alberi per stringersi. Hanno grandi automobili, grandi case con l'aria
condizionata, grandi felici letti in cui amarsi dopo essersi scelti. Io li spio
dal mio giaciglio di cartoni vecchi. Vorrei mescolarmi a loro. Vorrei colpirli
tutti e ognuno con l'ultimo pugnale che mi è rimasto.
Invece. Quest'ultimo pugnale è per me. Lo guardo e lo pulisco fino a
farlo brillare. Mi incido il braccio destro, per punirmi di non avere portato a
termine il compito che mi sono dato. Il braccio sinistro, perché i miei nemici
hanno riconquistato il territorio. La gola, perché non ho parole per esprimere
la mia disperazione. Me lo pianto nel cuore, per il troppo amore che porto alla
mia città, un amore inutile, perdente, maleodorante come gli stracci in cui mi
nascondo.
E mi affido al fiume misericordioso. Mi porterà con sé, ma solo per
pochi metri. Domani, alle rapide sotto il ponte di piazza Vittorio, qualcuno si
accorgerà di me.
- Guarda, - diranno, - ancora una di quelle barbone che bevono e
traballano e cadono nel Po e annegano come gattini. Tocca ai pompieri tirarla
fuori
giovedì 24 novembre 2011
AA VV, Sorci verdi, Storie di ordinario leghismo
Diciassette autori, nomi illustri e altri meno noti, riuniti per raccontare gli orrori, le bestialità, lo squallore, il grezzo non-pensiero della Lega. Libro, secondo me, non solo utile ma necessario, perché il pericolo sempre in agguato è di derubricare la Lega a fenomeno folkloristico, farsi due risate con il dito alzato di Bossi e le battute (alcune, ammettiamolo, irresistibili) sul Trota, alzare le spalle con superiorità alle pulizie ferroviarie di Borghezio, pensare che certi fenomeni non ci possano riguardare direttamente e succedano sempre due città più in là. Per me, ad esempio, che vivo a Torino dove la Lega, a parte appunto Borghezio, non è molto protagonista, è stato uno shock svegliarmi un giorno con un presidente della regione verde come un ramarro. E nelle idee della Lega, il razzismo dichiarato e gridato, improvvisamente mi trovo a inciampare tutti i giorni. Ecco, in questo libro l'argomento principale è il razzismo contro gli stranieri, ma il primo racconto è dedicato alle donne, alle ragazze padane del più scalcagnato dei concorsi di bellezza. Se avessi partecipato a questa antologia, avrei scelto come argomento la politica contro le donne della Regione Piemonte, che sta sostenendo la presenza del Movimento per la vita nei consultori e negli ospedali. Insomma, Sorci verdi ha un suo significato civile e politico innegabile, ma va detto che al di là di quello ha anche un significato letterario autonomo e ricco. Le voci degli autori sono disparate, liberissime, ciascuno porta avanti la sua personale ricerca (o accusa) con gli strumenti che gli sono più congeniali e con parecchia fantasia, e il risultato è un libro molto interessante, ma anche molto divertente (il paradosso abbonda), vario, inquietante, che fa pensare ma anche sorridere. Vorrei sottolineare che il titolo è geniale, perfetto. E che il racconto più efficace è Comizio di Angelo Ferracuti, un testo composto di un collage di citazioni autentiche dai discorsi di alcuni rappresentanti della Lega. Il risultato è agghiacciante e comico, si legge e non si crede ai propri occhi. Siccome gli autori sono molti, i testi brevi e tutti interessanti, mi limito a nominarli: leggetelo, non solo vale la pena ma fa bene al cervello.
Giulia Blasi, Polenta e salsiccia; Annalisa Bruni, Non mi pento; Giuseppe Ciarallo, Pietà l'è morta (MissisSile Burning); Giovanna Cracco, Cambio della guardia; Alessandra Daniele, Il sole sorgerà ancora; Girolamo de Michele, Il deficiente. La selezione della classe dirigente di domani; Valerio Evangelisti, Federalismo fiscale; Angelo Ferracuti, Comizio; Fabrizio Lorusso, Johan Messican a la descoverta de la Padania; Davide Malesi, I miei vicini è gente che lavora; Stefania Nardini, La primavera di Maryam; Valeria Parrella, Matteo piccolo piccolo; Walter G. Pozzi, Il Celtopardo; Alberto Prunetti, Una cartolina razzista dalla spiaggia; Stefano Tassinari, Adige; Massimo Viaggi, Niente case ai bingo bongo; Lello Voce, Summer Radio Days (Io sono un tiratore scelto).
Giulia Blasi, Polenta e salsiccia; Annalisa Bruni, Non mi pento; Giuseppe Ciarallo, Pietà l'è morta (MissisSile Burning); Giovanna Cracco, Cambio della guardia; Alessandra Daniele, Il sole sorgerà ancora; Girolamo de Michele, Il deficiente. La selezione della classe dirigente di domani; Valerio Evangelisti, Federalismo fiscale; Angelo Ferracuti, Comizio; Fabrizio Lorusso, Johan Messican a la descoverta de la Padania; Davide Malesi, I miei vicini è gente che lavora; Stefania Nardini, La primavera di Maryam; Valeria Parrella, Matteo piccolo piccolo; Walter G. Pozzi, Il Celtopardo; Alberto Prunetti, Una cartolina razzista dalla spiaggia; Stefano Tassinari, Adige; Massimo Viaggi, Niente case ai bingo bongo; Lello Voce, Summer Radio Days (Io sono un tiratore scelto).
Il ricavato delle vendite del volume sarà devoluto alla biblioteca del carcere di Padova.
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