Procediamo con i greci, che mi stanno riservando notevoli soddisfazioni. Aris Fakinos è uno scrittore molto conosciuto, considerato tra i grandi della seconda metà del novecento, e La cittadella della memoria in effetti è un libro bellissimo. Con delle avvertenze però: è un libro inattuale, che sicuramente non interesserà ai cultori della modernità né a chi ha paura delle parole che volano alto, degli ideali, della vita che si tende allo spasimo, della morte, dell'onore, dell'attaccamento ai propri valori, dell'eroismo. Perché proprio di questo parla La cittadella della memoria.
Non c'è un vero e proprio plot né protagonismo dei personaggi in questo romanzo corale, niente amore, nessuna donna né intrighi da page-turner, ma un fiume maestoso e inarrestabile che ci spinge a andare avanti, ammaliati dalle parole di Aris Fakinos (splendidamente rese dalla traduzione di Andrea Di Gregorio). La vicenda si svolge secondo due piani temporali, uno alla fine del '700 e l'altro alla fine del '900 (il romanzo è uscito in Grecia nel 1993). Il luogo invece è uno solo, e centralissimo: Paliòkastro in Epiro, epitome di tutti i villaggi arroccati della Grecia, antiche fortezze come dice il nome, baluardo contro le invasioni degli eserciti che distruggono e del tempo che tutto cancella, con l'altrettanto arroccato e simbolico monastero del Profeta Ilias che lo fronteggia.
Proprio quando l'Europa sta per essere travolta dai venti della Rivoluzione francese, e molti intellettuali filelleni fanno collette per aiutare la patria di tante glorie dell'antichità, a Paliòkastro si combatte l'estrema, eroica, impossibile battaglia per mantenere l'indipendenza dai turchi che spadroneggiano nel resto del paese. Il capo dei resistenti è Kostas Bekas, figura quasi mitologica con la sua fustanella bianca e il fez rosso che apparendo sull'alto delle mura infondono coraggio e speranza nei paliokastrioti quando è ora di combattere, coraggio e eroismo quando è ora di morire per non essere catturati dai nemici. Nel monastero tutto è tranquillo, il bibliotecario Isidoro scrive una cronaca della tragedia che vede svolgersi sotto i suoi occhi sui margini di un antichissimo e prezioso Tetraevangelo, pronto a mettere in salvo nei sotterranei libri, arredi e icone quando il pericolo si fa troppo vicino, mentre un lettore appassionato ma subdolo esamina i volumi e spia i movimenti nella cittadella di fronte; intanto, nella valle sottostante, tra dirupi e grotte, l'esercito sterminato dei turchi è una minaccia palese e senza scampo. Il bibliotecario Melitios, in tempi più vicini, sorveglia un lettore che si appassiona alla cronaca di Isidoro mentre un'équipe di esperti inviati dalla Soprintendenza alla Belle Arti di Atene scheda, cataloga, maneggia senza amore i preziosi arredi e le sante icone, fa microfilm dei condici antichi, sentenzia sulla necessità di trarre guadagno dalle ricchezze artistiche, di aprire ai turisti, di svendere quello che si può, in una parola di distruggere tutto quanto costituisce l'essenza e la ragione di esistere del monastero. Guardando le rovine di Paliòkastro al di là della valle, Melitios ripensa al passato e interpreta il presente.
Se il lettore dei tempi antichi era nientemeno che il futuro capo dell'esercito turco, introdottosi sotto mentite spoglie per spiare quello che succedeva nella città assediata, il lettore moderno è ovviamente l'autore che raccoglie materiale per i suoi libri (La cittadella della memoria è il primo volume di una trilogia che si svolge a Paliòkastro). I nemici di un tempo sono i turchi, quelli di oggi la modernità, la smemoratezza, la perdita dei valori antichi, l'ansia del guadagno, il dio denaro: ma l'orgoglio e la coscienza di chi si è, del peso del passato troppo illustre, dell'essere un baluardo tra occidente e oriente, di essere incompresi, orgogliosi, assetati di libertà fino all'estremo sacrificio, pochi e fieri, in una parola greci, sono gli stessi. Non si può che sperare che almeno il monastero di Profitis Ilias abbia una sorte più clemente della cittadella di Paliòkastro.
Come ho detto un romanzo non per tutti, ma di lettura scorrevole e molto accattivante. Fuori dal tempo come il monastero, come i suoi monaci e la sua sterminata biblioteca, come gli eroici paleokastrioti, come la Grecia schiacciata dalla sua storia, incompresa nella sua vera natura, selvaggia e orgogliosa, amata dall'occidente per i motivi sbagliati ma mai interrogata sui quello che desidera veramente. E purtroppo, anche oggi assediata da nemici da tutte le parti, o amata dai turisti per i motivi sbagliati.
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mercoledì 14 marzo 2018
lunedì 5 marzo 2018
I mille gusti della cucina greca: Amanda Michalopulu, Il giardino del polpo
Ho un intero scaffale di libri accumulati e mai letti, comprati in libreria o ai saloni, ai mercatini o in giro per il mondo, che mi hanno incuriosita al momento e poi sono stati ricoperti dalla marea montante, e mai calante, dei loro simili. Quando gli butto un'occhiata sono sommersa dai sensi di colpa, dai desideri ancora accesi, e dall'abitudine ormai difficile da superare di leggere in digitale (e non parliamo degli accumuli anche lì). Per esempio, ci sono cinque o sei romanzi greci dell'inarrivabile Crocetti che non possono più aspettare. Comincerò da Il giardino del polpo di Amanda Michalopulu. Non essendo riuscita a trovare una sua biografia in rete, copio dalle note di copertina (del 2002): "Amanda Michalopulu è nata ad Atene nel 1966. Ha studiato Letteratura francese ad Atene e giornalismo al CFPJ di Parigi. Dal 1990 collabora con il quotidiano ateniese “Kathimerinì”. Ha esordito con la raccolta di racconti Fuori la vita è variopinta (1993). È autrice dei seguenti romanzi: Il giardino del polpo (1996, vincitore del premio della rivista “Diavazo” per il romanzo), Finché resisti (1998), Tempaccio (2001), della favola per bambini La casa volante, e di una serie per l’infanzia intitolata Pinacoteca familiare. Il suo ultimo romanzo, Perché ho ucciso la mia migliore amica, è del 2003. Suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue europee". Il giardino del polpo è uscito in italiano nel 2002, con l'ottima traduzione di Valentina De Giorgi.
Premetto che se c'è qualcosa che mi annoia al mondo sono la cucina e le ricette, la mania per i cuochi diventati chef eccetera (e per quanto ami la Grecia e la frequenti ormai da decenni, non è certo per motivi gastronomici). Un altro argomento che mi respinge è la famiglia e i suoi noiosissimi intorcinamenti. Eppure questo romanzo mi ha acchiappata come non mi capitava da un po', rafforzando la mia opinione che la scrittura è tutto. Perché una cosa bisogna dire: Amanda Michalopulu è un mostro di bravura. Ha scritto Il giardino del polpo prima dei trent'anni padroneggiando con una sicurezza incredibile una struttura molto complessa e dei piani narrativi che si incrociano pericolosamente. E scrive con la grazia e la perizia di un surfer, scivolando senza sforzo ma in modo spettacolare tra narrazione fattuale, riflessioni, notazioni erudite, ironia e paradosso.
Le vicende si dipanano attorno ai componenti di due generazioni della famiglia Xenos che vive ad Atene ma ha radici a Astipalea, dove la nonna mandava avanti un ristorante. I figli inurbati studiano, fanno carriera, tra università e planetari successi gastronomici. I narratori sono due, come annuncia in prima pagina l'io narrante Athina, lei e suo fratello Elias che frequenta un master di psicologia a Londra; in realtà sono molti di più perché la parte scritta da Elia (dal suggestivo titolo Ti sbatterò come un polpo, frase usata frequentemente dalla nonna isolana e cuoca) è composta da una serie di capitoli in cui parlano in prima persona svariati ingredienti di cucina, polpette, peperoni, l'acqua del rubinetto, tacchino, ricotta, olive e così via, scritti in inglese e affidati alla sorella perché li traduca.
Inoltre, Elia inventa e distorce i fatti, mentre Athina ristabilisce la realtà di quello che è avvenuto e procede in una narrazione più o meno lineare della propria vita dal momento in cui Elia le ha affidato il manoscritto.
Aggiungete a questo il fatto che il padre dei due è un docente universitario di linguistica, mentre la madre è un'artista che nei suoi quadri utilizza cibi e bevande e Athina lavora con lo zio chef di rinomanza internazionale; il che permette a Amanda Michalopulu di spaziare da Chomsky a Brillat Savarin alle ultime tendenze dell'arte alla letteratura, con strepitosi pezzi di bravura, scialo imponente di nomi, citazioni, erudizione da bibliotecaria folle, e una cadeidoscopica capacità di tenere il tutto sotto controllo. Certo, nei capitoli di Elia l'effetto barocco è un pericolo costante, e forse l'eccesso di esibizionismi alla fine si fa un po' stucchevole, ma nell'insieme Il giardino del polpo (naturalmente l'Octpus' garden dei Beatles c'entra e c'è) è un libro che ipnotizza e spinge a andare avanti con curiosità e incanto. Risultato tanto più stupefacente se si pensa che le vicende della famiglia Xenos sono minime, niente di particolarmente avventuroso né insolito. Storie che si trovano in tutte le famiglie, ma che cucinate da Amanda Michalopulu diventano appetitose come un piatto di polpo dolce, ricetta segreta della nonna di Astipalea che nessuno è più riuscito a riprodurre.
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lunedì 4 dicembre 2017
A morte i democratici: Petros Markaris, Resa dei conti
Avevo giurato che non avrei più letto nessuna storia di Petros Markaris, perché mi hanno stufato le
storie di Adriana, i ghemistà, Caterina, Fanis e i consuoceri, il traffico tra Singrou e Sintagma, le manifestazioni, il dizionario, la Mirafiori che adesso è diventata una Seat, insomma tutto l'armamentario iperipetitivo di Costas Charitos. E i suoi intrighi piuttosto noiosi e prevedibili. Ma siccome la coerenza non è tra le mie vistù, in un momento di debolezza ho scaricato Resa dei conti (ed.orig. 2012) e in un altro l'ho letto.
La vicenda è ambientata in una specie di presente immaginario in cui la Grecia, l'Italia e la Spagna hanno abbandonato l'euro ritornando alle vecchie valute nazionali. Il ritorno alla dracma fa salire alle stelle l'inflazione, lo stato decide il blocco degli stipendi, tutti sono in miseria nera e fanno rinunce su rinunce. Persino quella rompiballe di Adriana elimina la carne dai suoi manicaretti e va giù di zucchini e scarola. Comunque, questo lo sappiamo tutti, io che amo i greci e ho la Grecia tra le mie seconde patrie, ne sono dispiaciutissima e spero che venga presto il momento della riscossa (prima che se la siano comprata tutta i tedeschi e i cinesi).
La storia è presto detta e come sempre prevedibilissima (io che non sono un'aquila e frequento poco gialli e thriller avevo capito chi era il colpevole diciamo prima della metà): in sequenza tre ricchi ateniesi (un costruttore, un insegnante di politecnico e un sindacalista) vengono trovati morti, c'è un messaggio dell'assassino che li lega e scavando nella loro vita viene fuori che tutti e tre appartenevano alla generazione del Politecnico e avevano fondato le loro fortune sull'aver contribuito alla fine della dittatura dei colonnelli.
Ora, che né Markaris né Charitos siano di sinistra lo sapevamo da mo', e andava benissimo. Ma sono rimasta veramente colpita da questa vicenda in cui i cattivi sono gli ex giovani della generazione che ha vissuto e respinto la dittatura militare - e a lungo sono stati considerati eroi nazionali. In questo libro sono la feccia della società, corrotti, disonesti, mafiosi, ignoranti e delinquenti, a loro è dovuta l'attuale rovina della Grecia, tanto che si capisce benissimo che l'autore pensa che le tre vittime hanno avuto proprio quello che si meritavano. Mi ha fatto molto pensare, visto che ricordo bene quegli anni e mi chiedo se si tratta di un'opinione condivisa da molti in Grecia. Non ho voglia di affrontare un discorso complesso, sgradevole e che mi fa stare male. Però è così, e è quello che mi è rimasto di più del romanzo.
Per il resto come giallo secondo me Resa dei conti vale poco, ma dà un'immagine vivida delle difficoltà di vivere in un paese in bancarotta, e di questo bisogna dare il merito a Markaris che con il suo modo di scrivere più che semplice e attaccato ai particolari concreti, tutto sommato leggero e veloce, disegna efficacemente una società molto confusa, nervosa, angosciata e incerta sulle gambe. La bella traduzione è di Andrea Di Gregorio.
storie di Adriana, i ghemistà, Caterina, Fanis e i consuoceri, il traffico tra Singrou e Sintagma, le manifestazioni, il dizionario, la Mirafiori che adesso è diventata una Seat, insomma tutto l'armamentario iperipetitivo di Costas Charitos. E i suoi intrighi piuttosto noiosi e prevedibili. Ma siccome la coerenza non è tra le mie vistù, in un momento di debolezza ho scaricato Resa dei conti (ed.orig. 2012) e in un altro l'ho letto.
La vicenda è ambientata in una specie di presente immaginario in cui la Grecia, l'Italia e la Spagna hanno abbandonato l'euro ritornando alle vecchie valute nazionali. Il ritorno alla dracma fa salire alle stelle l'inflazione, lo stato decide il blocco degli stipendi, tutti sono in miseria nera e fanno rinunce su rinunce. Persino quella rompiballe di Adriana elimina la carne dai suoi manicaretti e va giù di zucchini e scarola. Comunque, questo lo sappiamo tutti, io che amo i greci e ho la Grecia tra le mie seconde patrie, ne sono dispiaciutissima e spero che venga presto il momento della riscossa (prima che se la siano comprata tutta i tedeschi e i cinesi).
La storia è presto detta e come sempre prevedibilissima (io che non sono un'aquila e frequento poco gialli e thriller avevo capito chi era il colpevole diciamo prima della metà): in sequenza tre ricchi ateniesi (un costruttore, un insegnante di politecnico e un sindacalista) vengono trovati morti, c'è un messaggio dell'assassino che li lega e scavando nella loro vita viene fuori che tutti e tre appartenevano alla generazione del Politecnico e avevano fondato le loro fortune sull'aver contribuito alla fine della dittatura dei colonnelli.
Ora, che né Markaris né Charitos siano di sinistra lo sapevamo da mo', e andava benissimo. Ma sono rimasta veramente colpita da questa vicenda in cui i cattivi sono gli ex giovani della generazione che ha vissuto e respinto la dittatura militare - e a lungo sono stati considerati eroi nazionali. In questo libro sono la feccia della società, corrotti, disonesti, mafiosi, ignoranti e delinquenti, a loro è dovuta l'attuale rovina della Grecia, tanto che si capisce benissimo che l'autore pensa che le tre vittime hanno avuto proprio quello che si meritavano. Mi ha fatto molto pensare, visto che ricordo bene quegli anni e mi chiedo se si tratta di un'opinione condivisa da molti in Grecia. Non ho voglia di affrontare un discorso complesso, sgradevole e che mi fa stare male. Però è così, e è quello che mi è rimasto di più del romanzo.
Per il resto come giallo secondo me Resa dei conti vale poco, ma dà un'immagine vivida delle difficoltà di vivere in un paese in bancarotta, e di questo bisogna dare il merito a Markaris che con il suo modo di scrivere più che semplice e attaccato ai particolari concreti, tutto sommato leggero e veloce, disegna efficacemente una società molto confusa, nervosa, angosciata e incerta sulle gambe. La bella traduzione è di Andrea Di Gregorio.
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