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mercoledì 17 maggio 2017

Le donne fanno, le donne sanno: Emilia Bersabea Cirillo, Potrebbe trattarsi di ali

Sette racconti di una scrittrice che non delude mai: uscito appena un anno dopo il bellissimo Non smetto di avere freddo per le medesime Iguana Edizioni, questo Potrebbe trattarsi di ali ci riporta le donne concrete, legate alla materialità della vita, inquiete e profonde che sempre popolano i libri di Emilia Bersabea Cirillo
Si tratta di un libro intensamente femminile in cui
il corpo è sempre molto importante, così come il cibo, la materia, la cultura materiale, il sapere delle donne. Il corpo è scrutato nella bellezza e nella devianza, nell'irregolarità, nella sua umana miseria e nel trionfo dei legami carnali.

In ognuno dei racconti la protagonista è una donna, l'unico maschio appare in Soul Doll. 
Sono creature inquiete ma profonde, che con molto coraggio cercano di capire e reagire, non si perdono mai d'animo né si adattano alla vita, ma cercano tenacemente di trasformarla. Laura, Norma, Giovanna, Agnese e le altre vivono nel mondo e affrontano la vita a viso aperto senza dimenticare che c'è una casa, un "dentro" che è ancora più importante. Mai invischiate in  banali storie d'amore e dipendenza, sempre alla ricerca di se stesse, sono donne definite dal loro rapporto con altre donne, in cui si rispecchiano per riconoscersi uguali o per scoprirsi opposte. In Soul Doll il protagonista non ha specchi in cui definirsi, ma sono gli oggetti del suo amore, Rebecca e la madre, a essere speculari.

In Potrebbe trattarsi di ali una moglie inqueta, madre frustrata dalla lontananza dei figli, agitata dai sensi di colpa, scruta il proprio corpo che sembra ribellarsi alla norma, fino a scoprire in un'altra malata le stesse inquietudini. Camillo, il protagonista di Soul Doll, sconta l'esagerazione del proprio corpo e dell'amore materno con la solitudine; e lo stratagemma che trova per uscirne non fa che portare alla luce le sue oscure pulsioni. Fuori misura ci racconta di Agnese, prigioniera di un corpo infelice, che riesce a trasformare le proprie ossessioni (con l'aiuto di Grace Kelly e di un'assistente saggia) in sogni realizzati e la propria creatività in successo. Alice Munroe è il modello cui si ispira Giovanna in Come si fa a dire se per svolgere il compito che le ha dato la sua insegnante di scrittura creativa, ma la storia non viene. Natalina invece, la donna della lavanderia, riesce a inventare la storia della propria vita, in un contrasto tra narratrice impotente e narratrice involontaria davvero sorprendente, e degno della penna esperta di Emilia Bersabea Cirillo.  
In Così ti passa la paura è introdotto il tema attualissimo e scottante dei migranti, in cui inciampa Laura, quarantenne scontenta che si reca a Licosa in cerca di un'amica d'infanzia e trova una realtà inaspettata. Sangue mio ci mette di fronte a un dilemma che ci coinvolge tutti, lettori e personaggi, suscitando domande cui è quasi impossibile rispondere se non con la sapienza del cuore, come accade alle due madri protagoniste e alla figlia, che possiede la saggezza della gioventù. Se stasera sono qui ci dice che il dolore così grande da non avere voce di Norma, madre che ha perso la figlia, può trovare alla fine la voce più adatta per esprimersi e, forse, trovare consolazione nel realizzare un sogno sepolto.
Al Salone del Libro di Torino

Oltre alle tematiche, è molto importante la scrittura anch'essa intensamente femminile, esattamente il contrario di una scrittura asessuata. Ricca di metafore e paragoni tutti derivanti dalla concreta esperienza delle donne, ha una cifra stilistica inconfondibile, impastata di dialettismi, che rappresenta una lingua parlata e irregolare, "sporca", con giri di frase presi dal quotidiano anzi dalla lingua del "dentro", quella lingua che si usa in casa e non fuori. E' una scrittura che oltre a essere bellissima e offrire illuminazioni improvvise che colpiscono il lettore come epifanie dell'animo, è perfettamente funzionale alla narrazione in quanto lingua legata alla terra, all'Irpinia e Avellino cui Emilia Bersabea Cirillo non dimentica mai di appartenere. I suoi personaggi si muovono sempre seguendo una topografia precisa della città e delle località circostanti senza mai cadere nel vernacolo, anzi, trasformando il radicamento in universalità. Più che giustificato quindi che Non smetto di aver freddo sia vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva.


Qui di seguito pubblico una recensione comparsa su LN-LibriNuovi nel 2010.

EMILIA BERSABEA CIRILLO, UNA TERRA SPACCATA, Edizioni San Paolo 2010, pp. 227, € 14,50

Emilia Bersabea Cirillo, architetto, è una scrittrice irpina che accanto a un respiro nazionale ha conservato legami fortissimi, carnali, con la sua terra. Ha iniziato con una raccolta di racconti, Fragole (Filema 1996), in cui già erano presenti molti dei suoi temi più personali, l'attenzione alle problematiche sociali e umane, la sensibilità civile, il mondo femminile, la cura delle cose concrete e degli affetti, le sapienze antiche, l'Irpinia. Uno dei più belli tra questi racconti, Angele, è stato inserito nell'antologia After the war: A Collection of Short Fiction by Post-War Italian Women (Italica Press, N.Y., 2004) con il titolo di Angels. Vengono in seguito le bellissime prose di Il pane e l'argilla. Viaggio in Irpinia, interamente dedicate agli aspetti più segreti e più autentici della sua terra, con illustrazioni di Giovanni Spiniello. Con Fuori misura (Diabasis 2001) torna al racconto di cui è maestra, e infatti vi compare Il sapore dei corpi che ha vinto il premio Arturo Loria 1999 per il miglior racconto inedito. Il romanzo L'ordine dell'addio (Diabasis 2005), ambientato in un paese dell'Alta Irpinia, è stato finalista al Premio Domenico Rea. Suoi racconti sono apparsi inoltre nelle antologie Il Semplice n.3 (Feltrinelli 1996), Gli esiliati (Avagliano 2007) ottenendo il premio internazionale di narrativa "Lo stellato" con il racconto Il violino di Sena, M'AMA (Il Poligrafo 2008).
Con questo suo quinto libro,vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata, riesce a darci un romanzo che unisce una storia di sentimenti, un’evoluzione anche esistenziale della protagonista, alla denuncia senza sconti delle storture politiche e degli interessi sotterranei che minacciano l’integrità dell’Irpinia.

L’incipit è folgorante: La sola volta che ho visto Filippo nudo è stato da morto. Chi parla è Gregoriana de Felice, geologa incaricata di fare la perizia che darà il via alla costruzione di un’enorme discarica nel territorio incontaminato di Pero Spaccone al Formicoso, in provincia di Avellino. Le tocca la dolorosa esperienza di riconoscere il corpo di Filippo Ghirelli, morto durante le manifestazioni degli abitanti del Formicoso che si oppongono allo scempio del loro territorio. 

Di qui seguiamo i ricordi di Gregoriana, l’incontro con Filippo nell’albergo di Napoli dove entrambi alloggiavano, lei in trasferta da Roma, lui, che ne era proprietario, stabilmente, dopo averlo dato in gestione. Per Gregoriana era stato l’inizio di un doppio cammino destinato a portarla da una parte a sconvolgere i propri riferimenti affettivi, dall’altra a scoprire un mondo fino a quel momento sconosciuto – un mondo in cui si trovano a affrontarsi persone che vogliono difendere le proprie radici, la terra coltivata dai loro avi, e forze senza scrupoli mosse solo da interessi economici. In questa vicenda così attuale spicca la figura sfuggente e affascinante di Filippo, che forse nella passionalità di Gregoriana e nella sua presa di coscienza civile trova un momentaneo sollievo al male di vivere, ma poi sprofonda nel gorgo dei suoi fantasmi. Intorno si muovono personaggi minori ma vividamente scolpiti, l’anziano cameriere Ivano, i colleghi di Gregoriana, Enzo l’amante, sua madre e Giuseppina che la accudisce, il bell’ingegner Misuraca, gli operai del cantiere, i manifestanti. 

Altrettanta importanza ha il Formicoso, terra amata e bellissima, la “terra spaccata” del titolo che nasconde nelle sue viscere acque e grotte misteriose, mentre in superficie i suoi abitanti si muovono con il passo silenzioso ma inesorabile di un quarto stato ancora capace di combattere. A Napoli invece, tra le sale silenziose dell’albergo e i suoi giardini segreti, si consuma senza ardere l’attrazione tra Filippo e Gregoriana, che dopo i giorni convulsi del Formicoso può tornare a Roma più consapevole se non più felice. In filigrana, ma potente, c’è la critica alla società corrotta e spietata che non esita a distruggere uomini e natura per amore di guadagno, e si intravedono i grandi problemi del mondo moderno, come il conflitto arabo–israeliano.
Un romanzo molto ricco e insieme essenziale, senza sbavature, scritto in una prosa asciutta ma capace slanci poetici e eleganze sorvegliatissime.     
 



 

venerdì 3 giugno 2016

Dorina, Angela e la ricetta delle melanzane al cioccolato: Emilia Bersabea Cirillo, Non smetto di aver freddo

Ancora una volta Emilia Bersabea Cirillo mette al centro del suo bellissimo romanzo due figure di donne.
Basta leggerne due pagine per trovarsi avvolti nella sua prosa concreta e poetica, nell'atmosfera calda delle cucine, nei profumi di vivande, nel grumo affettuoso degli interni dove si incontrano tre generazioni di donne, nella precisione dei gesti di cura e di sapienza femminile delle ricette, prima fra tutte la regale parmigiana di melanzane al cioccolato.

Dorina è bella, bionda e con gli occhi azzurri, ha un marito, Walter, una figlia piccola, Barbara, e un lavoro che non le dispiace: è cuoca al carcere femminile, prepara il cibo per le donne che scontano pene per avere infranto la legge ma non le conosce, non le vede mai. Ci mette cura nel suo lavoro, cerca di dare cibo buono e variato con quello che la direzione le mette a disposizione. Anche l'ambiente è nell'insieme gradevole, le colleghe la stimano, con alcune ha rapporti di amicizia o solidarietà femminile. I problemi sono piuttosto a casa, dove il rapporto con Walter si è incrinato. Ciò che porta lo scompiglio in questo equilibrio precario è la scoperta che la detenuta speciale, in isolamento, cui prepara pranzi a parte, è davvero speciale: un fantasma del passato che risorge dalle nebbie di un'infanzia non infelice ma mutilata, immiserita dalla condizione di orfana in un istituto di suore, anche se proprio in suor Vittoria ha trovato chi si è preso cura di lei e le dà amore e protezione. Lì ha incontrato Angela, orfana come lei ma brutta e cattiva per infelicità. Tra le due bambine si instaura un rapporto sbilanciato e malato in cui Angela comanda e punisce, abbraccia e spaventa, mentre Dorina, docile e dolce, soccombe alla prepotenza sorridendo, un po' spaventata un po' affascinata. Ora Dorina cucina per Angela, ci mette una cura particolare, e quando la reclusa chiede di vederla non si sottrae.
 Dorina è protagonista ma Angela ci parla in prima persona a capitoli alterni, così che possiamo entrare nella mente di entrambe e ricostruire il loro fortissimo e doloroso rapporto. Dorina ha paura di Angela ma non riesce a sottrarsi allae sue richiesta, mentre Angela è ossessivamente protesa verso Dorina e vorrebbe riprende il controllo sull'antica amica. Ma ora Dorina è assai più forte, e la sua vita è complessa, ricca di rapporti, doveri e piaceri.

Non smetto di aver freddo a me è parso soprattutto un libro di madri e figlie. Ci sono molte figlie - Dorina, Angela, Barbara - ma anche le madri, reali e sostitutive, sono importanti: Dorina stessa, Antonia, suor Vittoria, Bianca Giulia, e il loro peso è fondamentale nella vicenda sia come presenza che come assenza. I rapporti tra madre e figlia sono difficili, dolorosi ma indispensabili; dalla madre non si può prescindere, ci dice Emilia Bersabea Cirillo. Anche l'amicizia riesce a essere generosa, superare l'assenza e le cattiverie, e porgere una mano pietosa che giunge fin là dove finalmente c'è silenzio e - forse - pace. Ci sono anche gli uomini naturalmente, ma per una volta stanno sullo sfondo,  sono comprimari: non perché non siano importanti, solo che non è il loro turno.
Intorno a questo nodo principale, profondo e angosciante, c'è tutta la vita che preme: la cucina (il riso da scolare, le verdure da affettare, il pollo da cuocere e la realizzazione della mitica ricetta di suor Ermelinda, Mulegnane c'a ciucculata, che richiede perizia e pazienza speciali), i rapporti di Dorina con il marito e altri incontri, una suocera solidale con cui scambiare confidenze comprensione e sostegno, le colleghe e le loro storie, e poi la crisi, i tagli che minacciano il posto di lavoro, le fabbriche che chiudono e costringono gli uomini a cercare lavoro altrove, e le speranze - un progetto, la felicità di essere padrona di se stessa, la solidarietà tra donne e la capacità di collaborare. Questo non è un libro cupo, è un libro morbidamente femminile nelle parole, nei gesti, nella capacità di descrivere i particolari materiali, concreti, la realtà cui è tenacemente legata, e insieme duro dove ce n'è bisogno, forte e pieno di coraggio.

Poi c'è la scrittura di Emilia Bersabea Cirillo, delicata e avvolgente, capace di ricreare le atmosfere calde e profumate che descrive, agile e sicura. Le parole di una scrittrice che ci regala con Non smetto di aver freddo un ulteriore bellissimo libro dopo Fragole (Filema 1996), Il pane e l'argilla. Viaggio in Irpinia (Filema 1999), Fuori misura (Diabasis 2001), L'ordine dell'addio (Diabasis 2005), Una terra spaccata (Edizioni San Paolo 2010), Gli incendi del tempo (et al. edizioni 2013), con i quali ha vinto numerosi premi. E' architetta e vive e lavora a Avellino.

martedì 10 giugno 2014

Tre donne intorno al cor: Le zampe dei gatti hanno cinquant'anni, di Fiorella Bruno, Emilia Bersabea Cirillo, Rosa Di Zeo

Allora, tre donne – tre scrittrici – si trovano periodicamente nel freddo inverno di Avellino, protette dall'ombra di Montevergine, davanti a una tazza di tè chiacchierano, si scambiano idee e sciorinano ricordi, e quello che ne viene fuori è questo piccolo libro. Piccolo per numero di pagine, 113, ma così ricco che per cominciare ha ben tre autrici, le cui tre voci si alternano a formare il ritratto polifonico di una città molto amata e molto criticata, scrutata, analizzata, ricordata e descritta come solo chi vi ha trascorso l'infanzia può fare. Emilia Bersabea Cirillo, con grande padronanza di mezzi, ricrea pezzi di una città del passato che sapeva vivere in simbiosi con la campagna che la circondava, racconta delle grandi sapienze femminili che senza prosopopea, attraverso le umili attività quotidiane, creano civiltà e cultura. Si trova qui al suo meglio la capacità della scrittrice di chinarsi con amore e competenza sulla civiltà materiale (vedi il bellissimo Il pane e l'argilla). La scelta di Fiorella Bruno è più narrativa, e affida a una terza persona senza nome sensazioni e esperienze sicuramente autobiografiche, che esprimono felicità e riconoscenza per la città dove vive. Rosa Di Zeo intreccia veloci poesie (suo è il geniale titolo) dal tono piano e riflessivo, o abbozza impressioni con mano leggera. Tutte ricreano genealogie personali, tratteggiano indimenticabili figure di nonne, zie, maestre e amiche, personaggi spariti ma vivissimi: basti citare l'ultimo brano di Fiorella Bruno, Era... Anche questa, in un certo senso, è letteratura locale, dove però Avellino è un mezzo per ampliare la veduta e buttare lo sguardo sul vasto mondo dei sentimenti e dei ricordi, della ricostruzione di sé, della propria identità nel flusso della vita e delle generazioni. 

venerdì 2 agosto 2013

Gli incendi del tempo: la sensibilità e gli occhi aperti sul mondo di Emilia Bersabea Cirillo


Questa bella raccolta di sette racconti usciti per et al. conferma le doti di narratrice che Emilia Bersabea Cirillo ha ampiamente dimostrato nei suoi numerosi libri precedenti. Conferma di essere capace di empatia nei confronti di personaggi marginali o vittime di ingiustizia, e lo dimostra con il coraggio civile di affrontare temi difficili. La sua prosa morbida, apparentemente dimessa ma capace di picchi di poesia, visionarietà, accensioni oniriche, sopporta bene le note di patetico, dà valore ai sentimenti senza mai cedere al sentimentale. Non è mai ripiegata su se stessa o sul personaggio, il suo occhio aperto e acuto e la sua sensibilità per i temi sociali ne fanno un’ottima osservatrice del mondo in cui viviamo. Nel racconto eponimo la protagonista Adriana, insegnante zitella, è costretta a affrontare una ferita del cuore legata alla violenza degli anni ’70, che le ha cambiato la vita facendo di lei un’altra vittima del delirio terroristico; in Capo lavoro un posatore di piastrelle che ama quello che fa e lo sa fare benissimo reagisce all’ennesima ingiustizia con la violenza di un’altra ribellione individuale; Océan, ambientato in una Bretagna seducente e ambiguamente magica, mette in scena i turbamenti di Sabina, prossima sposa che non resiste alla seduzione di un bel medico profumato di sale e di mare, e oscilla sapientemente tra il magico arturiano e una concreta crisi esistenziale; Il violino di Sena ci riporta all’orrore e alla crudeltà dell’assedio di Sarajevo, mentre Gli infiniti possibili ci parla dell’onnipotenza della gioventù, quando la sete di conoscenza è forte e tutto sembra possibile, e lo diventa perché gli uomini di cultura, quando sono veramente grandi, sanno capire che nessun luogo è troppo piccolo o marginale per accoglierli. Infine Sogno di sabbia e Tutto il suo ci parlano di esclusione e emigrazione, attraverso le vicende intensamente oniriche e insieme sordidamente reali del piccolo schiavo venditore di fazzoletti Amin, e della vecchia Menina che specchia la propria diversità in quella della giovane badante polacca Dorota, nel ricordo del suo unico amore legato a un’insurrezione popolare per il pane del 1917. Emilia è narratrice esperta, e ogni vicenda è intessuta di due livelli, un episodio scatenante, in superficie, che assume il valore di metafora del vero tema del racconto che si dipana, più ampio, a un livello più profondo, coinvolgendo il passato del personaggio principale. Così le sue parole ci portano molto più lontano di quello che può apparire, e contribuiscono a farci capire un pezzo di quel complesso e variopinto arazzo che è la vita di noi tutti, e della storia nella cui corrente ci muoviamo.    
       

martedì 6 aprile 2010

EMILIA BERSABEA CIRILLO, UNA TERRA SPACCATA, Edizioni San Paolo

Emilia Bersabea Cirillo, architetto che vive e lavora a Avellino, è una scrittrice che accanto a un respiro nazionale ha conservato legami fortissimi, carnali, con la sua terra. Ha iniziato con una raccolta di racconti, Fragole (Filema 1996), in cui erano già presenti molti dei suoi temi più personali, l'attenzione alle problematiche sociali e umane, la sensibilità civile, il mondo femminile, la cura delle cose concrete e degli affetti, le sapienze antiche, l'Irpinia. Uno dei più belli tra questi racconti, Angele, è stato inserito nell'antologia After the War: A Collection of Short Fiction by Post-War Italian Women (Italica Press, N.Y. 2004) con il titolo di Angels. Vengono in seguito le bellissime prose di Il pane e l'argilla (Filema 1999), un viaggio in Irpinia interamente dedicato agli aspetti più segreti e più autentici della sua terra, con illustrazioni di Giovanni Spiniello. Con Fuori misura (Diabasis 2001) torna al racconto di cui è maestra, e infatti vi compare Il sapore dei corpi che ha vinto il Premio Arturo Loria 1999 per il miglior racconto inedito. Il romanzo L'ordine dell'addio (Diabasis 2005), ambientato in un paese dell'Alta Irpinia, è stato finalista al Premio Domenico Rea. Suoi racconti sono apparsi inoltre nelle antologie Il Semplice n.3 (Feltrinelli 1996), Gli esiliati (Avagliano 2002) ottenendo il Premio Internazionale di Narrativa "Lo Stellato" con il racconto Il violino di Sena, Le parole dei luoghi (Avagliano 2007), M'AMA (Il Poligrafo 2008), e il recentissimo Le frane ferme, quattro racconti sull'Irpinia (Mephite 2010).
Con questo suo quinto libro riesce a darci un romanzo che unisce una storia di sentimenti, un'evoluzione anche esistenziale della protagonista, alla denuncia senza sconti delle storture politiche e degli interessi sotterranei che minacciano l'integrità dell'Irpinia. L'incipit è folgorante: La sola volta che ho visto Filippo nudo è stato da morto. Chi parla è Gregoriana de Felice, geologa incaricata di fare la perizia che darà il via alla costruzione di un'enorme discarica nel territorio incontaminato di Pero Spaccone al Formicoso, in provincia di Avellino. Le tocca la dolorosa esperienza di riconoscere il corpo di Filippo Ghirelli, morto durante le manifestazioni degli abitanti del Formicoso che si oppongono alla scempio del loro territorio. Di qui seguiamo i ricordi di Gregoriana, l'incontro con Filippo nell'albergo di Napoli dove entrambi alloggiavano, lei in trasferta da Roma, lui stabilmente dopo averne ceduto la proprietà in gestione. Per Gregoriana era stato l'inizio di un doppio cammino destinato a portarla da una parte a sconvolgere i propri riferimenti affettivi, dall'altra a scoprire un mondo fino a quel momento sconosciuto – un mondo in cui si trovano a affrontarsi persone che vogliono difendere le proprie radici, la terra coltivata dai loro avi, e forze senza scrupoli mosse solo da interessi economici. In questa vicenda così attuale spicca la figura sfuggente e affascinante di Filippo, che forse nella passionalità di Gregoriana e nella sua presa di coscienza civile trova un momentaneo sollievo al male di vivere, ma poi, troppo carico di misteri e passato, sprofonda senza possibilità di salvezza. Intorno si muovono personaggi minori ma vividamente scolpiti, l'anziano cameriere Ivano, i colleghi di Gregoriana, sua madre e Giuseppina che l'accudisce, Enzo l'amante, il bell'ingegner Misuraca, gli operai del cantiere, i manifestanti. Altrettanta importanza ha il Formicoso, terra amata e bellissima, la "terra spaccata" del titolo, che nasconde nelle sue viscere acque e grotte misteriose, mentre in superficie i suoi abitanti si muovono con il passo silenzioso ma inesorabile di un quarto stato ancora capace di combattere. In una Napoli assediata dai rifiuti, tra le sale silenziose dell'albergo e i suoi giardini segreti, si consuma invece senza ardere l'attrazione tra Filippo e Gregoriana, che dopo i giorni convulsi del Formicoso può tornare a Roma più consapevole se non più felice. In filigrana, ma potente, c'è la critica alla società corrotta e spietata che non esita a distruggere uomini e natura per amore di guadagno.
Un romanzo molto ricco e insieme essenziale, senza sbavature, scritto in una prosa asciutta ma capace di slanci poetici e eleganze sorvegliatissime.

domenica 16 marzo 2008

Visto che tutti ne parlano male (dei premi)

Allora dirò anch'io la mia, in controtendenza. E tanto per non fare dell'autobiografia, comincio dalla mia esperienza. Quando ho cominciato a scrivere ero completamente isolata nel senso che i miei amici della scrittura se ne infischiavano se non nella fase finale, quando è pubblicata e si fa leggere. Per parecchi anni ho scritto in totale solitudine, senza confessare il mio vizio neanche al moroso o all'amica del cuore. Secondo me è stato molto utile perché ho sperimentato i miei limiti, e sicuramente mi è servito a trovare una voce, se ce l'ho, e a eliminare, almeno spero, molti dei borborigmi che scappano quando si produce con l'ansia di mettere fuori subito tutto. Comunque. E' poi arrivato il momento in cui mi è venuta voglia di farmi leggere da qualcuno e verificare l'effetto di quello che scrivevo. Ancora adesso un mio grosso problema è che riesco a giudicare, a prodotto finito, se ho realizzato quello che mi ero proposta, ma sono del tutto incapace di capire se piacerà agli altri. Insomma, a chi rivolgermi? Internet non c'era ancora, e probabilmente adesso sarebbe tutto diverso. I concorsi per me sono stati fondamentali. Primo, mi permettevano di farmi leggere senza vedere in faccia il lettore – fondamentale per una che non era ancora riuscita a superare la vergogna per il peccato di presunzione commesso scrivendo e la paura di scoprirsi troppo. Secondo, se le mie opere facevano schifo nessuno me lo veniva a dire risparmiandomi umiliazioni e ali tarpate. Terzo, mi hanno dato un sacco di soddisfazioni. Ne ho vinti parecchi, e ancora rimpiango quel periodo, in cui ogni tanto una telefonata o una lettera mi portavano una bella notizia. Un gioco d'azzardo senza rischi. Quarto, di lì è cominciata la mia "carriera", letteralmente. Uno dei premi che ho vinto consisteva nella pubblicazione del mio testo (un volume di 125 pagine) presso la casa editrice che lo organizzava, e anche se non l'hanno poi molto commercializzato, in compenso me ne hanno regalato quasi duecento copie che mi sono servite tantissimo come biglietto da visita. Poi una bravissima scrittrice che avevo conosciuto alla premiazione, Emilia Bersabea Cirillo, mi ha presentata prima a Filema e poi a Avagliano. E se non avessi pubblicato non avrei conosciuto Massimo Citi e Silvia Treves con tutti gli inenarrabili vantaggi e piaceri che questo incontro ha comportato. E nei vari premi ho conosciuto molte persone con cui sono rimasta in contatto, ci sono stati scambi, ho fatto delle cose, e a poco a poco mi hanno dato la sensazione di fare parte, di non essere più così isolata. Certo io non ero impaziente e l'iter è stato lungo (ma non poi così tanto), e non è che poi sia decollata granché, ma questo è un altro discorso che dipende da tutt'altro, principalmente dai miei limiti caratteriali. E limitatamente ai premi per esordienti, non credo che siano tutti così biechi come vengono dipinti, cioè normalizzatori, incapaci di osare, retrivi. A parte quelli che conosco per essere parte di giuria, quelli che ho frequentato da premiata mi sono sembrati onesti, più o meno qualificati culturalmente, ma onesti. Credo che sia molto diverso il discorso dei premi per libri pubblicati, dove entrano in campo gli interessi delle case editrici. Comunque non è nel merito del discorso generale che volevo entrare, ma solo portare la mia esperienza per spiegare il motivo per cui spezzo una lancia in favore di un'istituzione così universalemente considerata ridicola e patetica come il premio letterario. A me ha dato molto. E io nella scrittura ci credo, eccome.