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lunedì 13 aprile 2020

Letture in quarantena 4: Kate Chopin, Il risveglio

Uno di quei libri che hai lì da chissà quando, e chissà se verrà mai il momento giusto per leggerli... Invece finalmente il momento è venuto e devo dire che Il risveglio di  Kate Chopin 
è stato una vera sorpresa (non sempre i libri famosi, a leggerli, sono poi quel gran piacere...). Mi è piaciuto tantissimo, posso dirlo? anche se forse non sarebbe il modo giusto per cominciare una recensione. Ma io non faccio recensioni, condivido solo le mie impressioni di lettrice, e questa volta sono pienamente soddisfatta.

The awakening, uscito negli Stati Uniti nel 1899, pubblicato da Einaudi nel 1977 con traduzione e prefazione di Erina Siciliani, è un libro breve, veloce nello svolgimento e nella scrittura, estremamente moderno e importante. Non so se sia vero che "a suo tempo suscitò scandalo", come si legge praticamente di qualsiasi libro del secolo scorso che tratti argomenti ancora piuttosto scottanti. Kate Chopin nella sua breve vita (morì a cinquantaquattro anni) visse per lo più in Missouri, ma trascorse anche una decina d'anni in Louisiana dove assorbì la cultura creola, molto importante nelle sue opere, che consistono soprattutto di racconti.

La protagonista, Edna Pontellier, è una giovane donna della borghesia di New Orleans, che ha fatto tutto quello che la società si aspettava da lei: si è sposata presto senza soverchio amore, ha due figli per i quali alterna trasporto e indifferenza, fa vita sociale nella sua bella e grande casa, e trascorre le vacanze estive a Grand Isle, in una dimora signorile trasformata, si direbbe oggi, in resort. Nelle casette che lo compongono vivono altre famiglie, o persone singole, della medesima classe sociale, che si ritrovano lì tutte le estati, mentre nella casa principale vive Madame Lebrun, la padrona con i due figli, tra cui il maggiore, Robert, stringe un legame di amicizia con Edna. Nel contesto limitato di Grand Isle c'è il controllo sociale, il pettegolezzo, la discriminazione, tutto raccontato con sicurezza e con penna lieve e veloce. Si cena insieme e insieme si va a nuotare, si passano le ore sulle verande, le amicizie sono le stesse della città, tutto è sotto gli occhi di tutti.

Ma quello che succede a Edna è soprattutto nella sua mente. Tutto il romanzo più che di fatti è intessuto di sensazioni, pensieri ondeggianti, e la trasformazione di Edna è più profonda che vistosa. Eppure è una trasformazione, è appunto un risveglio dopo il lungo sonno dei suoi ventisette anni di vita. Comincia a sperimentare insofferenza e attrazione, ma soprattutto voglia di affermazione di sé. Non dirò altro dei fatti se non che intervengono alcuni personaggi, il già nominato Robert Lebrun, la bellissima Adèle Ratignolle, una spinosa pianista fuori dagli schemi, Mademoiselle Reisz, il bellimbusto Alcée Arobine e altri, sostanzialmente marginali rispetto alla vera avventura che è quella che si svolge appunto dentro Edna, nel suo cervello, nel suo cuore e anche nel suo corpo. C'è un risvolto amoroso che però non è centrale come ci si potrebbe aspettare. E' un romanzo, in questo senso, decisamente diverso e assai più moderno degli innumerevoli bei romanzi con una donna come protagonista. Quello di Edna è un risveglio a tutto tondo, che non consiste solo nella rivendicazione di amare chi vuole, ma esige l'indipendenza, l'autonomia, l'accettazione di sé come individuo libero. Troppo avanti sui suoi tempi, alla fine.

Non a caso Il risveglio e la sua autrice, tutto sommato dimenticati, sono stati riportati alla luce dal movimento femminista nella seconda metà del secolo scorso. Ma secondo me il fascino di questo bel romanzo, oltre alla presa della scrittura e alla perizia della costruzione, sta nel fatto che non c'è niente di didascalico, di esemplare nella storia di Edna Pontellier. Non è un romanzo a tesi, non c'è intento missionario né volontà di dimostrare qualcosa. Ma vale assolutamente la pena di leggerlo abbandonandosi alla storia, al fascino dell'ambientazione e del personaggio, in una parola, perché è bello.  

       

      

giovedì 9 maggio 2013

Le dimenticate -2. Quelle che se lo sono meritato.




Un’altra di quelle antologie da acquolina in bocca, intitolata Tra letti e salotti, che ospita una serie succulenta di autrici italiane tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento di cui, con l’eccezione di Matilde Serao che almeno in Il paese della cuccagna è autrice forte e autorevole, non ho mai letto neppure un titolo (di parecchie non conoscevo neppure il nome), con una prefazione piuttosto fumosa e note biografiche di Gisella Padovani e Rita Verdirame. Racconti di Contessa Lara, Anna Vertua Gentile, Vittoria Aganoor, Matilde Serao, Regina di Luanto, Jolanda, Adelaide Bernardini, Térésah, Amalia Guglielminetti, Carola Prosperi. Temi e situazioni sono piuttosto monotoni, ma naturalmente questo non è imputabile alle autrici: il titolo già ci avverte di che si parla. Duchesse, contesse, principesse o se proprio vogliamo tenerci leggeri baronesse, stanno sempre sull’orlo del peccato di adulterio, e talvolta ci cascano altre (più rare) no. Sono vergini o voluttuose, ma sempre bellissime, statuarie, sovente febbrili, hanno le vesti perennemente in artistico disordine, curano con l’idroterapia la salute indebolita dai disturbi nervosi, talvolta hanno qualche delizioso piccino attaccato alle sottane ma poi arriva subito una nanny a portarlo via. Nei momenti morti se ne stanno anche in salotti sontuosamente addobbati, di sfrenato decadentismo, ma in testa non hanno altro pensiero che quello. Tra fremiti, palpiti e deliqui il rischio più grave, il vero spauracchio, è l’anatema sociale; sembra che gli unici limiti nella loro condizione di donne siano il rischio e la fatica che comporta scopare fuori dal matrimonio. 

Ciò che colpisce davvero, e non favorevolmente, è il linguaggio con cui queste storie sono raccontate, con l’unica eccezione, forse, di Carola Prosperi: un dannunzianesimo insopportabile, estetizzante, di livello bassissimo, innaturale, ridondante, al limite del ridicolo. Un esempio da Il furto della duchessa, di Jolanda: Un tripudio, un’ebbrezza delle forme e dei colori in quel lieve disordine, nell’onda di sole che irrompe gloriosa, ravvivando, raddoppiando la vita, consumandola come una fiamma… Non sto a raccontare dettagliatamente le vicende. Il valore (notevolissimo) di quest’antologia non è tanto nei singoli racconti, né nell’interesse che possono suscitare. Quello che rende la lettura molto soddisfacente è lo sguardo d’insieme su un gruppo di autrici giustamente dimenticate, che hanno avuto al loro tempo un grande successo, hanno pubblicato fiumi di libri, diretto riviste, creato modelli di comportamento per le donne della loro epoca. Più delle loro opere sono degne di nota le biografie, esempi di donne piene di interessi, capaci e attive, intellettuali magari un po’ ingenue e conformiste o invece trasgressive e coraggiose, ma comunque, spiace dirlo, giustamente dimenticate come scrittrici.

Diverso il caso di Kate Chopin (1853-1954), vissuta sempre tra St Louis e New Orleans, vedova prima dei trent’anni con sei figli, che, dimenticata in vita dopo un primo relativo successo con Il risveglio (1899), è stata riscoperta e rilanciata con notevole riscontro quando quel medesimo romanzo è stato letto come un anticipo di femminismo. In Italia l’ha pubblicato Einaudi nel 1989, con traduzione di Erina Siciliani. Confesso che non l’ho letto a suo tempo né questo Un paio di calze di seta, malgrado l’autrice tratti temi anche importanti come la condizione femminile, mi fa venire voglia di leggerlo adesso. Sono tredici brevi racconti che oscillano tra il melodrammatico pretenzioso (La guarigione, La ragione di Mrs Mobry, Le sue lettere, L’imprevisto), il leggero fino all’inconsistenza (Un’anima sentimentale, Due ritratti,Un racconto di Elizabeth Stock, Ma’ame Pélagie, La sigaretta egiziana), tentativi di ritratti emblematici di donne (Più sapiente di Dio, Un paio di calze di seta). Si salvano Una notte in Acadia e In Sabine, dove due sconfitte femminili sono inserite nell’interessante cornice della vita in Louisiana, tra campagna e foresta. Il linguaggio risente del clima del decadentismo, è spesso eccessivamente ricercato, magniloquente, e predilige la paratassi. A tratti la stravagante traduzione di Anna Maria Farabbi, che certo non l’avvantaggia, rende difficile seguire il senso del testo.