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venerdì 8 dicembre 2017

Che cosa succede quando uno scrittore si innamora di un altro scrittore: Julian Barnes, Il pappagallo di Flaubert

Può sembrare strano scegliere di parlare oggi di un libro uscito nel 1984, e in effetti lo è.
Finora di Julian Barnes avevo letto solo Il senso di una fine (di cui è uscita recentemente una sciapissima versione filmica, L'altra metà della storia), che mi è piaciuto ma non mi acchiappato per il fatto che la storia non è particolarmente nelle mie corde, ma mi ha lasciato il ricordo di un libro scritto magistralmente. E anche questo Il pappagallo di Flaubert è scritto benissimo, e mi conferma nella mia convinzione che la scrittura è tutto. Questo è il motivo per cui ne parlo.

Ora, cerchiamo di capirci. Con scrittura non intendo dire pretenziosità, registro alto, ricercatezza, stile iper raffinato. Intendo parole scelte per dire quello che si vuole dire: quindi prima di tutto sapere che cosa si vuole dire, e poi saper usare le giuste parole, il tono, l'alternanza dei contenuti, tenere alta  l'attenzione del lettore perché si vede, è evidente, che quello che dice interessa prima di tutto l'autore. Il pappagallo di Flaubert parla esattamente di questo, cioé del pappagallo di Flaubert, oltre che di mille altre cose, in maniera apparentemente svagata e divagante, passando con facilità da un aspetto all'altro della vita di Flaubert o delle sue opere e personaggi, senza mai cadere nell'erudito, nella critica letteraria, nella barba della biografia. Gli aspetti di cui ci parla Julian Barnes sono spesso concreti, materiali (gli animali, i luoghi, gli oggetti) e altre volte spaziano tra gli amici dello scrittore, i suoi viaggi, gli amori, le lettere. La famiglia. Gli spunti da cui possono essere stati tratti i personaggi. E così via, in un continuo (apparente) divagare e affabulare.

In realtà forse la cornice narrativa (il romanzo è in prima persona, e il narratore è un medico inglese, vedovo, che si reca in Normandia, e ovviamente a Rouen, sulle tracce dello scrittore amatissimo) mi è parsa la parte meno interessante, che in qualche punto interrompe il tessuto narrativo così variegato e accattivante. Ma è un'osservazione superficiale, forse a una seconda lettura troverei del tutto necessarie le parti dedicate alla moglie defunta e altre. Ma quello che mi ha colpito moltissimo leggendo, è che mi sono sciroppata con grande piacere e desiderio di tornarci quando interrompevo, tutto un volume su un autore di cui, sinceramente, poco mi interessa. Ho letto a suo tempo, nella prima giovinezza, Madame Bovary, L'educazione sentimentale, Trois contes, Il dizionario delle idee correnti e forse altro; ne ho tratto godimento e giovamento, ma non sono rimasta toccata nel profondo come da altri scrittori dell'Ottocento. Il che non vuole dire che non ne pensi tutto il bene possibile, che non mi renda conto della sua importanza, ma semplicemente che non avevo una spinta particolare a affrontare Il pappagallo di Flaubert. Quindi tutto il merito va a Julian Barnes e alla maestria della della sua scrittura, irresistibile anche in totale mancanza di un plot avvincente, anzi di un qualsiasi sviluppo narrativo.

Perciò lo consiglio vivamente sia agli appassionati di Flaubert che a tutti quelli che amano leggere per divertirsi e far funzionare il cervello, disposti a seguire l'amabile e vivace discorso di un innamorato (come lo è Barnes di Flaubert) per nulla geloso, che vuole condividere con noi tutto quello che sa, o immagina, o inventa, sull'oggetto del suo amore. Bella traduzione di Susanna Basso.
E presto leggerò Il rumore del tempo, anche se di Dmitrij Šostakovič nulla so e poco m'importa.         

lunedì 31 marzo 2014

Due libri belli, che vale la pena di leggere: "Il senso di una fine" di Julian Barnes e "Nel paese della persuasione" di George Saunders

Un romanzo di un autore inglese, Julian Barnes, nato nel 1946 e una raccolta di racconti di un americano, George Saunders, del 1958, entrambi reperibili in ebook.
Di Saunders ho già ampiamente parlato su queste pagine e fatalmente mi ripeterei per cui me la sbrigo in fretta, ma Nel paese della persuasione (ed. orig. 2007, ed. italiana del 2010, traduzione di Cristiana Mennella cui va tutta la mia ammirazione perché Saunders è un autore a mio parere difficilissimo) mi è piaciuto particolarmente, alcuni dei racconti sono esilaranti, altri lasciano affiorare una vena vagamente malinconica sotto il grottesco, tutti sono graffianti (brutto aggettivo, lo ammetto) e soprattutto disturbanti: mettono in scena un futuro vicinissimo la cui assurdità assomiglia in modo inquietante al presente, di cui deforma e amplifica le storture. Il mio estroso nipotino, Brad Carrigan, americano, lo struggente COMCOM, Adams, l'agghiacciante 93990, sono storie che lasciano il segno, ma tutto il libro è difficile da dimenticare. Finora nessun libro di George Saunders mi ha mai deluso, ma dovendo consigliare dove cominciare a qualcuno che non lo conosce sceglierei senza dubbio questo e Il declino delle guerre civili americane.
Di Julian Barnes invece non avevo letto niente prima di  Il senso di una fine (ed. orig. 2011, ed. italiana 2012, bella traduzione di Susanna Basso). Ho scoperto una bella storia e una scrittura tra le più avvolgenti, amichevoli, sapienti e insieme magistralmente semplici che conosca. La vicenda comincia negli anni sessanta, in cui l'io narrante e protagonista, Tony, frequenta il liceo insieme a un gruppetto di altri tre amici con cui condivide curiosità intellettuali e pulsioni sessual-sentimentali. C'è una ragazza, Veronica, che malgrado il momento storico si comporta come le peggio squinzie di tutti i tempi, lo attira, lo disprezza, si fa baciare ma non la dà mai (mi si perdoni la volgarità ma la questione è tutta qui). E a questo proposito secondo me Julian Barnes opera un anacronismo sessuale di cui non parlo certo ora, dio mi scampi, ma ne parlerei (volentieri) solo e esclusivamente con lui a quattr'occhi. Comunque. Uno degli amici, Adrian, spicca per intelligenza e curiosità: le sue osservazioni sulla storia contengono in nuce tutto il libro. Chi scrive la storia? I vincitori, i vinti, gli osservatori esterni? Ma poi, è possibile scrivere la storia? Che cosa si può conoscere del passato al di là dei fatti? Solo con la storia antica, greci e romani, mi sento a mio agio, dice Tony: solo là dove i fatti sono assodati e il resto è inconoscibile. Così quando decenni dopo, dopo una vita sostanzialmente tranquilla malgrado un divorzio, con una figlia grande, nipotini, quel tanto di occupazioni che servono a rendere gratificanti gli ultimi anni, il passato fa irruzione nel presente costringendo Tony a interrogarsi su fatti che pensava di conoscere e addirittura sulla propria identità, è proprio Adrian la causa lontana. Ma, di nuovo, è possibile conoscere il passato? e le persone, le conosciamo mai veramente? Costretto a cambiare opinioni che credeva fatti, Tony si trova davanti a rivelazioni che ribaltano tutto. Confesso che del colpo di scena finale, anche se non stride, forse si poteva fare a meno. Però una bella lettura, di quelle che appassionano e fanno pensare. E una scrittura che mi ha fatto venire voglia di leggere altro di Julian Barnes.