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venerdì 23 febbraio 2018

Niente di nuovo sotto il sole, nemmeno la perfidia umana: Celia Dale, In veste d'agnello

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Ripubblico una recensione del 14/5/2013, uscita anche il 24/5/2015, che mi è tornata in mente leggendo sul giornale dell'arresto di una banda di deliquenti specializzata in truffe agli anziani. Il libro, edito da Sellerio nel 1999, è piuttosto straordinario e merita davvero di essere letto. Questa insistenza da parte mia è dovuta al fatto che tratta un argomento a mio parere abbastanza terribile, spregevole e molto attuale, di cui non mi pare si parli granché.   

Non avere letto In veste d’agnello, di Celia Dale (1912- 31 dicembre 2011) noir o poliziesco o thriller che lo si voglia considerare, è un vero peccato. Le notizie biografiche su questa scrittrice sono scarse, una foto la mostra con una faccia certo non bella eppure di straordinaria facciosità. Fu sposata, lavorò come segretaria di uno scrittore (o editore, i dati che ho trovato sono discordi), fu critica letteraria, pubblicò tra il 1943 e il 1988 tredici romanzi e una raccolta di racconti. Questa credo sia l’unica sua opera tradotta in italiano, il che è sicuramente un ulteriore gran peccato. Pubblicata quando la sua autrice aveva settantasei anni, affronta uno degli argomenti più sgradevoli e moralmente disgustosi che conosca, cioè le truffe agli anziani, ma lo fa in maniera davvero egregia, acchiappando il lettore dalla prima pagina e portandoselo appresso senza sforzo fino all’ultima. 

Londra, anni ottanta: Grace Bradby e Janice, alias Mrs Black e Mary, uscite dal carcere insieme e coabitanti per convenienza, si presentano a casa di vecchiette che vivono sole in veste di inviate dei servizi sociali, le imbottiscono di balle a proposito di possibili somme integrative alla pensione, poi Mary – l’assistente – si offre di fare una bella tazza di tè, riempie di sonnifero quella della padrona di casa che si addormenta, dopodiché le due hanno tutto il tempo di rovistare con calma e portarsi via tutto, la pensione, i risparmi se ci sono, i pochi oggetti che possono essere rivenduti ai mercatini delle pulci o ai bottegai poco scrupolosi: insomma la vita, i ricordi, l’identità delle vittime. Il bottino non è ricco ma facile da piazzare, e facendo tre o quattro colpi al giorno ci vivono bene in due. 

Grace è più anziana, piccola, robusta e affabile, ed è la mente: pianifica, punta le potenziali vittime all’ufficio postale quando ritirano la pensione e le segue fino alle loro abitazioni, si segna gli indirizzi, controlla le targhette, poi si premura di disfarsi immediatamente della refurtiva, sempre in mezzo alla folla, sempre il più lontano possibile da casa. Janice è l’anello debole: bruttina, pettinata come John Lennon, totalmente vacua, romantica, alla ricerca di un uomo che la tratti bene, vittima di impulsi autolesionisti come tenere piccoli oggetti trafugati. Sono due personaggi magnifici, soprattutto Grace, che malgrado la sua naturale amoralità, la sua totale mancanza di empatia, il modo cinico e spontaneo con cui delinque e manipola le vite altrui, non riesce a suscitare rifiuto, per il modo magistrale con cui Celia Dale conduce la sua narrazione. Poi c’è un giovanotto che entra casualmente nella loro vita, e un uomo solitario che fa scattare nella mente fertile di Grace un piano assai più ambizioso… 

Non dico niente sulla trama perché è avvincente e piena di colpi di scena. Dico solo che è un romanzo eccellente, ed è una vergogna che non sia più conosciuto. Dipinge vividamente la Londra degli anni ’70/80, swinging e cosmopolita forse, nei giusti quartieri, ma piena di sacche di dignitosa miseria o di ignominioso benessere dove non arrivano né la moda, né i turisti, né la musica, neppure gli immigrati, una Londra più vicina a quella umanissima di Dickens che al nostro immaginario contemporaneo. Fa pensare anche a certe figure dei romanzi di Barbara Pym, vite grigie e nascoste come i loro sentimenti. Tutte le vecchiette prese di mira da Grace e Janice sono altrettanti personaggi completi, mai descritti come tipi o macchiette, ma sempre persone, riconoscibili nella loro unicità e diversità. Un personaggio grandioso è Marion Robinson, l’ex attrice egocentrica ma non stupida che diffida di Grace, e vive di ricordi tra fotografie e abiti di scena, legata alle proprie abitudini di vecchia che non ammette di essere stata messa da parte dalla vita, sicuramente ispirata alla realtà (Celia Dale era figlia dell’attore James Dale). 

Nei pensieri del poliziotto che cerca di risolvere il caso delle vecchiette derubate, perché non tutto va sempre bene alle due delinquenti e prima o poi qualche errore lo commettono, c’è a un certo punto un desolato ritratto della condizione senile: Rinchiusi dentro covi e tane in tutta l’Inghilterra, uomini e donne anziani tenevano duro, con coraggio o malumore, ubriachi o sobri, matti o sani di mente, ma con il diritto alla vita finché durava, confortati dai loro tesori, dagli oggetti che testimoniavano che erano stati giovani, che avevano amato ed erano stati amati, che avevano lavorato, che avevano delle capacità, che contavano qualcosa. Derubarli era una sorta di omicidio, privarli con l’inganno del loro passato significava disprezzare la loro dignità. Anch’egli è un personaggio accattivante, altruista, capace di accogliere, entusiasta e contento del proprio lavoro, bonario, e insieme ingenuo e tradito dal bisogno di essere amato. Ecco, l’amore manca a tutti in questo romanzo, o chi ce l’ha deve nasconderlo, e c’è anche chi, come Grace, non ha mai saputo che cosa farsene e non sa neppure nominarlo: Il matrimonio non è così eccitante. […] Non sono mai stata interessata al sesso, cara, è solo l’aspetto legale della situazione a essere più vantaggioso, se si è sposati.

Tutto questo è raccontato in modo piano e veloce, oggettivo, attentissimo ai particolari concreti che dipingono un’epoca, ricco di interni di cui sembra di sentire l’odore e intravedere le penombre, senza indulgere in emotività o eccessi di psicologia, sempre in terza persona ma alternando il punto di vista di Grace, di Janice e del poliziotto. Purtroppo la traduzione di Rosalia Coci inciampa e barcolla, appoggiandosi a un lessico a dir poco sorprendente: per limitarsi alle pagine 120-122, confonde fodere e tappezzeria, introduce neologismi come graticolato per graticcio, ci accompagna nel piccolo patio circondato da pareti dietro le tende che si intuisce poi essere una veranda, o meglio un balcone verandato, ci racconta di una proficua mattinata in giro per la Harrow Road dove, a dispetto della conurbazione di edifici popolari, trovò alcune enclavi di vecchie casette a schiera, nei seminterrati delle quali si annidavano ancora alcune promettenti vecchiette per il giorno dopo. Non è che voglio essere pignola, ma un libro così bello avrebbe meritato una maggiore cura.        

lunedì 22 agosto 2016

Attenti ai botanici! Lesley Thomson, The house with no rooms

Ho acquistato The house with no rooms di Lesley Thomson in aprile, appena è uscito, e l'ho tenuto in serbo in attesa del momento giusto per leggerlo. Ora l'ho appena finito e già lo rimpiango, anche se forse rispetto ai suoi precedenti romanzi questo mi è parso un po' più arzigogolato e faticoso. Comunque il fascino del mondo di Lesley Thomson e della sua prosa c'è tutto. Ritroviamo Stella Darnell "the cleaner" e l'elusivo, bislacco Jack, questa volta insieme al Detective Chief Superintendent Cashman, bell'esempio di maschio albionico che ci fa capire come tutto il mondo è paese. Tutto comincia durante una corsa in metropolitana, di cui Jack è guidatore notturno, in cui una donna muore di malore e Jack si butta in una delle sue rincorse a un true host, cioè un individuo (lombrosianamente) predisposto al delitto. A dire il vero questa parte poi si perde completamente, e in questa avventura Jack è un po' sacrificato mentre tutto ruota intorno a Stella e alla sua amica avvocata Tina Banks. E soprattutto alla fascinosissima location, i Kew Gardens di Londra con la Marianne North Gallery (la casa senza stanze del titolo), l'Herbarium e le Queen's Beasts, i botanici inquietanti, gli antichi e i nuovi misteri, i delitti che chiedono di essere risolti.  

Le radici nel passato come sempre sono profonde e determinanti, d'altra parte ormai in quasi tutti i thriller è così. Anche l'impressione di trovarsi davanti a un intreccio un po' ripetitivo dallo sviluppo faticoso, dipende secondo me dal limite di tutte le serie con personaggi fissi, che sono necessariamente obbligati a ripetersi per non deludere il lettore che proprio quello si aspetta. Il bonus speciale di questa serie, a parte l'attrattiva di personaggi, storie e scrittura, è che fa venire voglia di partire subito per Londra e percorrere gli itinerari di Stella e Jack, sia che si tratti di luoghi conosciuti sia che non li si conosca affatto. Io l'ho fatto con Hammersmith e sono sicura che la prima volta che torno a Londra correrò ai Kew Gardens e li guarderò con occhi nuovi. 
Ora, resta una domanda che rivolgo agli editori che raschiano i barili dei gialli scandinavi e si affannano nella ricerca di nuovi autori di thriller: quando vi decidete a tradurre Lesley Thomson? È brava, bravissima, e i suoi libri sono decisamente sopra la media. Il consiglio ve do aggratis, e sono sicura che poi mi ringrazierete. 

sabato 20 giugno 2015

Passeggiate londinesi: incontri cercati e serendipity

Piero della Francesca, Natività
Sono stata a Londra di recente, e avevo un sacco di amici da incontrare, tanto più che mancavo da parecchio. Sapete quegli amici che si frigge dalla voglia di rivederli? Ecco, proprio loro. Come questo a sinistra - è una delle sirene che mi chiamavano a Londra, e tra le più forti. E tutta la sala 66 della National Gallery. Una sala che mi sogno sempre, dove vorrei essere invitata a restare per un po'... ma comunque mi accontento anche di visite brevi, solo che dovrebbero essere più frequenti.  





William Hogarth, Venditrice di gamberetti (e ammiratrice)
 Un'altra amica fondamentale è questa, con cui ho una tale intimità che mi sono permessa di raccontare i fatti suoi (e finora non ha mai protestato). Io la trovo incantevole. Anche lei sta alla National Gallery.                                                                        
Poi ci stati sono molti, molti altri incontri con amici o semplici conoscenze. Per esempio, questo truculento intreccio di tigre e inglese (al Victoria &  Albert), l'ho incontrato per caso anni fa ma avevamo una conoscenza comune: Tipu Sultan, la Tigre di Mysore, affascinante figura di sultano del sud dell'India che combattè strenuamente per difendere le sue terre contro gli inglesi della Compagnia delle Indie, e morì (1799) nella battaglia di Srirangapatna, nel Karnataka, dove si può visitare il suo palazzo d'estate e i luoghi della sua morte. Se capitate a Mysore, fate una gita a Srirangapatna, ne vale la pena. La tigre meccanica che sbrana l'inglese facendo tremendi versacci si dice appartenesse proprio a Tipu Sultan che se l'era fatta costruire per godere della scena e sognare la morte del nemico britannico.

La tigre di Tipu Sultan

La suonatrice di chitarra di Vermeer è invece un incontro del tutto fortuito perché non ricordavo fosse a Kenwood House, a Hampstead Heath, dove mi sono recata rincorrendo il ricordo di una bellissima caffetteria tra le rose, che c'è ancora. Ma c'è anche lei, oltre a molti magnifici quadri. Purissima serendipity.

Vermeer, Suonatrice di chitarra

 Una passeggiata ancora più ricca dal punto di vista della serendipity è stata quella a Chipswick, fatta sulle orme dei bellissimi romanzi di Lesley Thomson, in particolare The Detective's Secret che si svolge in gran parte proprio qui lungo il Tamigi. Quello che cercavo l'ho trovato (qui l'Eyot di Chiswick) ma inaspettata è la tomba di Ugo Foscolo che qui morì nel 1827 e vi rimase per quarantaquattro anni finché non fu riportato a Firenze per essere sepolto in Santa Croce. E poco più in là, nientemeno che la tomba di William Hogarth. Poco più in là c'era anche la tomba di J.A. Whistler, proprio quello del ritratto della madre e di Miss Cecily Alexander, ma non ci siamo mai tanto frequentati.   
Chiswick Eyot
Chiswick Mall


Ugo Foscolo, cimitero di Saint Nicholas, Chiswick
Tomba di William Hogarth, cimitero di Saint Nicholas, Chiswick










E una visita più allegra l'ho fatta a uno di cui non c'è tomba, ma solo casa. E statua, perché se la merita. Sherlock Holmes: l'indirizzo è Baker Street 221B, ovviamente. E la statua sta in Marylebone Street, molto opportunamente davanti al museo di Madame Tussaud. Dove volendo, gli incontri sono frequenti e talvolta molto interessanti. E dove non mi vergogno di dire che mi sono fatta immortalare con Colin Firth, Winston Churchill, Oscar Wilde, Charles Dickens, William Shakespeare, Tiger Woods e forse anche con altri. Ma siccome ci tengo alla mia dignità e al rispetto altrui queste foto non le pubblico. Proprio no. 
E questa è la prima passeggiata, la smetto qui perché è già molto lunga. Ma ce ne saranno altre, e tanto per finire in bellezza aggiungo due vicini di casa di Sherlock Holmes, anche loro in Baker Street: Arnold Bennett e H.G. Wells. Non male, come compagnia. Soprattutto, mi sarebbe piaciuto sentire una conversazione tra Holmes e Wells.















domenica 24 maggio 2015

Le dimenticate -3. The dark side of London: se andate a Londra, questi sono i romanzi da mettere in valigia come alternativa allo Shard e al Royal baby. Celia Dale, In veste d'agnello e Marie Belloc Lowndes, Il pensionante



Non avere letto In veste d’agnello, di Celia Dale (1912- 31 dicembre 2011) noir o poliziesco o thriller che lo si voglia considerare, è un vero peccato. Le notizie biografiche su questa scrittrice sono scarse, una foto la mostra con una faccia certo non bella eppure di straordinaria facciosità. Fu sposata, lavorò come segretaria di uno scrittore (o editore, i dati che ho trovato sono discordi), fu critica letteraria, pubblicò tra il 1943 e il 1988 tredici romanzi e una raccolta di racconti. Questa credo sia l’unica sua opera tradotta in italiano, il che è sicuramente un ulteriore gran peccato. Pubblicata quando la sua autrice aveva settantasei anni, affronta uno degli argomenti più sgradevoli e moralmente disgustosi che conosca, cioè le truffe agli anziani, ma lo fa in maniera davvero egregia, acchiappando il lettore dalla prima pagina e portandoselo appresso senza sforzo fino all’ultima. 

Londra, anni ottanta: Grace Bradby e Janice, alias Mrs Black e Mary, uscite dal carcere insieme e coabitanti per convenienza, si presentano a casa di vecchiette che vivono sole in veste di inviate dei servizi sociali, le imbottiscono di balle a proposito di possibili somme integrative alla pensione, poi Mary – l’assistente – si offre di fare una bella tazza di tè, riempie di sonnifero la tazza della padrona di casa che si addormenta, dopodiché le due hanno tutto il tempo di rovistare con calma e portarsi via tutto, la pensione, i risparmi se ci sono, i pochi oggetti che possono essere rivenduti ai mercatini delle pulci o ai bottegai poco scrupolosi: insomma la vita, i ricordi, l’identità delle vittime. Il bottino non è ricco ma facile da piazzare, e facendo tre o quattro colpi al giorno ci vivono bene in due. 

Grace è più anziana, piccola, robusta e affabile, ed è la mente: pianifica, punta le potenziali vittime all’ufficio postale quando ritirano la pensione e le segue fino alle loro abitazioni, si segna gli indirizzi, controlla le targhette, poi si premura di disfarsi immediatamente della refurtiva, sempre in mezzo alla folla, sempre il più lontano possibile da casa. Janice è l’anello debole: bruttina, pettinata come John Lennon, totalmente vacua, romantica, alla ricerca di un uomo che la tratti bene, vittima di impulsi autolesionisti come tenere piccoli oggetti trafugati. Sono due personaggi magnifici, soprattutto Grace, che malgrado la sua naturale amoralità, la sua totale mancanza di empatia, il modo cinico e spontaneo con cui delinque e manipola le vite altrui, non riesce a suscitare rifiuto, per il modo magistrale con cui Celia Dale conduce la sua narrazione. Poi c’è un giovanotto che entra casualmente nella loro vita, e un uomo solitario che fa scattare nella mente fertile di Grace un piano assai più ambizioso… 

Non dico niente sulla trama perché è avvincente e piena di colpi di scena. Dico solo che è un romanzo eccellente, ed è una vergogna che non sia più conosciuto. Dipinge vividamente la Londra degli anni ’70/80, swinging e cosmopolita forse, nei giusti quartieri, ma piena di sacche di dignitosa miseria o di ignominioso benessere dove non arrivano né la moda, né i turisti, né la musica, neppure gli immigrati, una Londra più vicina a quella umanissima di Dickens che al nostro immaginario contemporaneo. Fa pensare anche a certe figure dei romanzi di Barbara Pym, vite grigie e nascoste come i loro sentimenti. Tutte le vecchiette prese di mira da Grace e Janice sono altrettanti personaggi completi, mai descritti come tipi o macchiette, ma sempre persone, riconoscibili nella loro unicità e diversità. Un personaggio grandioso è Marion Robinson, l’ex attrice egocentrica ma non stupida che diffida di Grace, e vive di ricordi tra fotografie e abiti di scena, legata alle proprie abitudini di vecchia che non ammette di essere stata messa da parte dalla vita, sicuramente ispirata alla realtà (Celia Dale era figlia dell’attore James Dale). 

Nei pensieri del poliziotto che cerca di risolvere il caso delle vecchiette derubate, perché non tutto va sempre bene alle due delinquenti e prima o poi qualche errore lo commettono, c’è a un certo punto un desolato ritratto della condizione senile: Rinchiusi dentro covi e tane in tutta l’Inghilterra, uomini e donne anziani tenevano duro, con coraggio o malumore, ubriachi o sobri, matti o sani di mente, ma con il diritto alla vita finché durava, confortati dai loro tesori, dagli oggetti che testimoniavano che erano stati giovani, che avevano amato ed erano stati amati, che avevano lavorato, che avevano delle capacità, che contavano qualcosa. Derubarli era una sorta di omicidio, privarli con l’inganno del loro passato significava disprezzare la loro dignità. Anch’egli è un personaggio accattivante, altruista, capace di accogliere, entusiasta e contento del proprio lavoro, bonario, e insieme ingenuo e tradito dal bisogno di essere amato. Ecco, l’amore manca a tutti in questo romanzo, o chi ce l’ha deve nasconderlo, e c’è anche chi, come Grace, non ha mai saputo che cosa farsene e non sa neppure nominarlo: Il matrimonio non è così eccitante. […] Non sono mai stata interessata al sesso, cara, è solo l’aspetto legale della situazione a essere più vantaggioso, se si è sposati.

Tutto questo è raccontato in modo piano e veloce, oggettivo, attentissimo ai particolari concreti che dipingono un’epoca, ricco di interni di cui sembra di sentire l’odore e intravedere le penombre, senza indulgere in emotività o eccessi di psicologia, sempre in terza persona ma alternando il punto di vista di Grace, di Janice e del poliziotto. Purtroppo la traduzione di Rosalia Coci inciampa e barcolla, appoggiandosi a un lessico a dir poco sorprendente: per limitarsi alle pagine 120-122, confonde fodere e tappezzeria, introduce neologismi come graticolato per graticcio, ci accompagna nel piccolo patio circondato da pareti dietro le tende che si intuisce poi essere una veranda, o meglio un balcone verandato, ci racconta di una proficua mattinata in giro per la Harrow Road dove, a dispetto della conurbazione di edifici popolari, trovò alcune enclavi di vecchie casette a schiera, nei seminterrati delle quali si annidavano ancora alcune promettenti vecchiette per il giorno dopo. Non è che voglio essere pignola, ma un libro così bello avrebbe meritato una maggiore cura.        


Con Il pensionante (1913) di Marie Belloc Lowndes (1868-1947) siamo invece nella Londra nebbiosissima e freddissima di fine Ottocento. L’inizio è di quelli che acchiappano al cuore e ti stendono a terra: Ellen e Robert Bunting, una coppia di ex domestici divenuti affittacamere, siedono in silenzio in un gelido interno, disperati e affamati, sull’orlo della miseria più nera. Hanno venduto tutto il vendibile, rinunciato persino a mangiare, perso qualsiasi speranza. Quand’ecco che si odono due forti scampanellate alla porta… Irresistibile. Il pensionante, appunto, è molto eccentrico ma si rivela una manna del cielo: disposto ad affittare tutte le camere vuote pur di non avere vicini, a pagare più del richiesto per non essere disturbato, molto quieto, di giorno sta in casa a leggere la Bibbia e fare misteriosi esperimenti, di notte esce nella fittissima nebbia e chissà dove va… Come avrete capito non è il fattore sorpresa che conta nel romanzo, ma la tensione che sale dalla prima pagina: Londra è sconvolta da una serie di efferati delitti (e uso coscientemente l’espressione abusata) che avvengono tutti secondo un rituale ripetuto, e le vittime hanno tutte le stesse caratteristiche: prostitute o ubriacone, comunque il tipo di donne che si possono incontrare in piena notte nei sordidi vicoli dei quartieri operai. A poco a poco i delitti del Vendicatore (così la stampa ha soprannominato l’assassino) si avvicinano alla dimora dei Bunting, nella centrale Marylebone Road (notate, vicinissima a Baker Street e al mitico n221B dove abita Sherlock Holmes, e al Museo delle Cere di Madame Tussaud, che infatti ha un ruolo cruciale nella vicenda). Mrs Bunting comincia a essere divorata dai sospetti, mentre la sua casa è intensamente frequentata da un giovane ispettore di polizia che oltre a occuparsi dei casi del Vendicatore è innamorato della figlia di Mr Bunting, temporaneamente in visita dal padre. Qui mi taccio e lascio il gusto della scoperta ai lettori, limitandomi a qualche osservazione. In tutto il romanzo non vi è una parola sulle vittime, che sono devianti, quindi la loro morte è irrilevante. Solo di una si dice che era “una brava moglie, e una brava madre” fino a che non ha cominciato a bere. Quello che fa impressione a tutti, che sconvolge l’opinione pubblica, non è tanto la morte provocata quanto l’impunità con cui il delitto avviene, l’interruzione del patto singolo-società. La gente per bene sa che non potrà essere vittima del Vendicatore perché si comporta decorosamente, non beve e la notte sta a casa. Così quando il Vendicatore comincia a colpire di giorno, è troppo, l’indignazione per l’inefficienza delle forze dell’ordine cresce e il capo della polizia è costretto a dimettersi. Molto interessante è anche l’analisi minuziosa del ruolo dei media, l’attenzione agli articoli dei giornali che soffiano sul fuoco della paura, la loro lunghezza e posizione, l’attesa per l’arrivo degli strilloni che nel silenzio della via (o bei tempi pre inquinamento acustico da traffico automobilistico!) portano il terrore e l’eccitazione per il nuovo delitto. Così come la presenza massiccia dei giornalisti e lo svolgimento delle operazioni all’inchiesta, tutta la narrazione è improntata a un’aderenza alla realtà che l’impianto romanzesco non deforma affatto. Altro motivo che fa di Il pensionante una lettura davvero istruttiva oltre che divertente, è che porta alla luce, oltre alla passione per i delitti, un’altra delle ossessioni inglesi all’origine di innumerevoli variazioni: il rapporto tra servi e padroni. Basti pensare a Gosford Park di Altman, a Il servo di Losey, ai televisivi Upstairs and downstairs e Downton Abbey, a Ai piani bassi di Margaret Powell. I signori Bening non denunciano il loro inquietante inquilino un po’ perché hanno paura di tornare alla miseria, un po’ per riconoscenza e soprattutto perché è un gentiluomo. Per questo Ellen fin dall’inizio decide di accoglierlo riconoscendolo tale dalla pronuncia e dal modo di fare malgrado sia privo di bagagli e di aspetto un po’ equivoco, per questo non se la prendono per le stranezze e sono sempre pronti a compiacerlo. La upper class si sa che è sempre un po’ eccentrica. E non è facile capire dove finiscono l’avidità e la necessità e dove comincia la fatalistica accettazione delle differenze di classe che fa degli inglesi, in alto e in basso, dei grandissimi snob. Infatti, politicamente il signor Bening è un conservatore convinto. Traduzione di Rosalia Coci. Il mantello di Inverness che il pensionante indossa e viene nominato sovente, è un mantello con la pellegrina, per intenderci lo stesso di Sherlock Holmes. Il pensionante ha avuto cinque trasposizioni cinematografiche tra il 1927 e il 2009.  
Marie Belloc Lowndes, di padre francese e madre inglese, nacque a Londra e trascorse la giovinezza in Francia; appartenente a una famiglia ricca di celebrità (il fratello, Hilaire Belloc, fu un famoso poeta e scrittore cattolico) fu scrittrice prolifica e di successo fino alla morte.

Queste due recensioni sono già apparse in questo blog, rispettivamente il 14/5/2013 Celia Dale (Le dimenticate, 4) e il 21/5/2013 Marie Belloc Lowndes (Le dimenticate, 5).

martedì 14 maggio 2013

Le dimenticate, 4: Un romanzo da leggere solo perché è bellissimo: Celia Dale, In veste d'agnello




Non avere letto In veste d’agnello, di Celia Dale (1912- 31 dicembre 2011) noir o poliziesco o thriller che lo si voglia considerare, è un vero peccato. Le notizie biografiche su questa scrittrice sono scarse, una foto la mostra con una faccia certo non bella eppure di straordinaria facciosità. Fu sposata, lavorò come segretaria di uno scrittore (o editore, i dati che ho trovato sono discordi), fu critica letteraria, pubblicò tra il 1943 e il 1988 tredici romanzi e una raccolta di racconti. Questa credo sia l’unica sua opera tradotto in italiano, il che è sicuramente un ulteriore gran peccato. Pubblicata quando la sua autrice aveva settantasei anni, affronta uno degli argomenti più sgradevoli e moralmente disgustosi che conosca, cioè le truffe agli anziani, ma lo fa in maniera davvero egregia, acchiappando il lettore dalla prima pagina e portandoselo appresso senza sforzo fino all’ultima. Londra, anni ottanta: Grace Bradby e Janice, alias Mrs Black e Mary, uscite dal carcere insieme e coabitanti per convenienza, si presentano a casa di vecchiette che vivono sole in veste di inviate dei servizi sociali, le imbottiscono di balle a proposito di possibili somme integrative alla pensione, poi Mary – l’assistente – si offre di fare una bella tazza di tè, riempie di sonnifero la tazza della padrona di casa che si addormenta, dopodiché le due hanno tutto il tempo di rovistare con calma e portarsi via tutto, la pensione, i risparmi se ci sono, i pochi oggetti che possono essere rivenduti ai mercatini delle pulci o ai bottegai poco scrupolosi: insomma la vita, i ricordi, l’identità delle vittime. Il bottino non è ricco ma facile da piazzare, e facendo tre o quattro colpi al giorno ci vivono bene in due. Grace è più anziana, piccola, robusta e affabile, ed è la mente: pianifica, punta le potenziali vittime all’ufficio postale quando ritirano la pensione e le segue fino alle loro abitazioni, si segna gli indirizzi, controlla le targhette, poi si premura di disfarsi immediatamente della refurtiva, sempre in mezzo alla folla, sempre il più lontano possibile da casa. Janice è l’anello debole: bruttina, pettinata come John Lennon, totalmente vacua, romantica, alla ricerca di un uomo che la tratti bene, vittima di impulsi autolesionisti come tenere piccoli oggetti trafugati. Sono due personaggi magnifici, soprattutto Grace, che malgrado la sua naturale amoralità, la sua totale mancanza di empatia, il modo cinico e naturale con cui delinque e manipola le vite altrui, non riesce a suscitare rifiuto, per il modo magistrale con cui Celia Dale conduce la sua narrazione. Poi c’è un giovanotto che entra casualmente nella loro vita, e un uomo solitario che fa scattare nella mente fertile di Grace un piano assai più ambizioso… Non dico niente sulla trama perché è avvincente e piena di colpi di scena. Dico solo che è un romanzo eccellente, ed è una vergogna che non sia più conosciuto. Dipinge vividamente la Londra degli anni ’70/80, swinging e cosmopolita forse, nei giusti quartieri, ma piena di sacche di dignitosa miseria o di ignominioso benessere dove non arrivano né la moda, né i turisti, né la musica, neppure gli immigrati, una Londra più vicina a quella umanissima di Dickens che al nostro immaginario contemporaneo. Fa pensare anche a certe figure dei romanzi di Barbara Pym, vite grigie e nascoste come i loro sentimenti. Tutte le vecchiette prese di mira da Grace e Janice sono altrettanti personaggi completi, mai descritti come tipi o macchiette, ma sempre persone, riconoscibili nella loro unicità e diversità. Un personaggio grandioso è Marion Robinson, l’ex attrice egocentrica ma non stupida che diffida di Grace, e vive di ricordi tra fotografie e abiti di scena, legata alle proprie abitudini di vecchia che non ammette di essere stata messa da parte dalla vita, sicuramente ispirata alla realtà (Celia Dale era figlia dell’attore James Dale). Nei pensieri del poliziotto che cerca di risolvere il caso delle vecchiette derubate, perché non tutto va sempre bene alle due delinquenti e prima o poi qualche errore lo commettono, c’è a un certo punto un desolato ritratto della condizione senile: Rinchiusi dentro covi e tane in tutta l’Inghilterra, uomini e donne anziani tenevano duro, con coraggio o malumore, ubriachi o sobri, matti o sani di mente, ma con il diritto alla vita finché durava, confortati dai loro tesori, dagli oggetti che testimoniavano che erano stati giovani, che avevano amato ed erano stati amati, che avevano lavorato, che avevano delle capacità, che contavano qualcosa. Derubarli era una sorta di omicidio, privarli con l’inganno del loro passato significava disprezzare la loro dignità. Anch’egli è un personaggio accattivante, altruista, capace di accogliere, entusiasta e contento del proprio lavoro, bonario, e insieme ingenuo e tradito dal bisogno di essere amato. Ecco, l’amore manca a tutti in questo romanzo, o chi ce l’ha deve nasconderlo, e c’è anche chi, come Grace, non ha mai saputo che cosa farsene e non sa neppure nominarlo: Il matrimonio non è così eccitante. […] Non sono mai stata interessata al sesso, cara, è solo l’aspetto legale della situazione a essere più vantaggioso, se si è sposati.
Tutto questo è raccontato in modo piano e veloce, oggettivo, attentissimo ai particolari concreti che dipingono un’epoca, ricco di interni di cui sembra di sentire l’odore e intravedere le penombre, senza indulgere in emotività o eccessi di psicologia, sempre in terza persona ma alternando il punto di vista di Grace, di Janice e del poliziotto. Purtroppo la traduzione di Rosalia Coci inciampa e barcolla, appoggiandosi a un lessico a dir poco sorprendente: per limitarsi alle pagine 120-122, confonde fodere e tappezzeria, introduce neologismi come graticolato per graticcio, ci introduce nel piccolo patio circondato da pareti dietro le tende che si intuisce poi essere una veranda, o meglio un balcone verandato, ci racconta di una proficua mattinata in giro per la Harrow Road dove, a dispetto della conurbazione di edifici popolari, trovò alcune enclavi di vecchie casette a schiera, nei seminterrati delle quali si annidavano ancora alcune promettenti vecchiette per il giorno dopo. Non è che voglio essere pignola, ma un libro così bello avrebbe meritato una maggiore cura.