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venerdì 2 novembre 2018

Com'è complicato vivere in Islanda: Jón Kalman Stefánsson, Grande come l'universo

Jón Kalman Stefánsson è bravissimo, è poeta e narratore, mi ha stregato con Paradiso e inferno (soprattutto) e La tristezza degli angeli, mi è piaciuto e mi ha interessato con Il cuore dell'uomo e Luce d'estate, ed è subito notte. Anche I pesci non hanno gambe, che compone un dittico con Grande come l'universo è un bel romanzo, sia pure non sorprendente come gli altri, ma comunque ricco di motivi d'interesse, per esempio i complessi rapporti con gli americani di stanza in Islanda dopo la seconda guerra. Grande come l'universo riprende i personaggi del romanzo precedente e ne porta avanti le vicende, nella medesima ambientazione cioè "il posto più nero d'Islanda", la piccola città di Keflavik.

Ritroviamo quindi Ari lo scrittore - editore che nel romanzo precendente aveva buttato a mare famiglia e carriera per fuggire in Danimarca, e ora ritorna per vedere il padre malato, Jakob, e ripercorrere i rami della sua complicata famiglia. Ma forse non è la famiglia a essere complicata ma piuttosto la struttura del romanzo che mette a dura prova l'attenzione e la capacità di entrare nel testo del lettore, è estremamente esigente, forse più adatta a una buia notte nordica in cui si può leggere per ore senza distrazioni che alla lettura spezzettata e spesso disturbata che caratterizza i nostri giorni. O almeno, i miei in questo periodo, e infatti ho trovato piuttosto faticoso seguire lo spezzettamento delle vicende che passano continuamente dall'oggi all'ieri - e che cosa sarà mai questa moda per cui un romanzo non può più assolutamente seguire un andamento cronologico per non sembrare ingenuo e superato. qui bisogna dire che l'oscillazione temporale è giustificata dal fatto che le vicende seguono tre generazioni, dal nonno Oddur e sua moglie, l'inquieta e vivace Margret, al padre Jakob e le sue numerose donne, le zie, gli zii, i numerosi amici. I personaggi sono molti, e un altro elemento di difficoltà sono i nomi per noi ostici in quanto non se ne può riconoscere il genere, e lo stile rapsodico e poetico richiede che non si metta pronome davanti al verbo, per cui confesso che in più di un punto ho dovuto fermarmi e rileggere per capire chi faceva che cosa, o chi parlava.

Ci si ritrova quindi a ricostruire un puzzle di episodi smembrati e dispersi, in epoche e luoghi diversi sia pur debitamente indicati all'inizio del capitolo. A questo proposito mi sento di consigliarne la lettura in formato cartaceo, in quanto è più facile ritornare all'inizio del capitolo e riordinare le sequenze temporali. O almeno, così penso dopo averlo letto in digitale e avere un po' sofferto di non poterne sfogliare velocemente le pagine. Ma questo non ne diminuisce il fascino, né distoglie dalle storie potenti che Jón Kalman Stefánsson ci racconta, le donne intelligenti e capaci di desiderio, i giovani che amano la musica e si dividono tra le glorie locali e Elvis, la scoperta dei libri e della letteratura, di Dante e di Gente indipendente di Halldor Laxness, di Mozart e Hemingway. C'è la gioventù e c'è la vecchiaia, l'amore e la curiosità, la morte, il mare. Solo il mare rende uomini, ripete l'eroe dei fiordi Oddur, e nel mare si trova il pesce che dà da vivere a tutti, marinai e operai dell'industria ittica, ma il mare è anche crudele e assassino, traditore e ammaliatore.

Insomma un altro bellissimo romanzo da leggere però, a mio parere, di seguito a I pesci non hanno gambe per non perdersi alla ricerca degli antecedenti, e poter seguire le giravolte dei personaggi con facilità godendo la bella prosa, spesso poetica, tradotta con la consueta maestria e sensibilità da Silvia Cosimini, autrice anche della postfazione.  


mercoledì 1 giugno 2016

Jón Kalman Stefánsson al Circolo dei Lettori di Torino

Jón Kalman Stefánsson è in tournée in Italia per presentare Grande come l'universo, seguito della saga familiare I pesci non hanno gambe. Lunedì 6 giugno alle ore 18.30 sarà al Circolo dei Lettori di Torino, e dialogherà con lui lo scrittore Giuseppe Culicchia. In attesa di leggere la sua ultima fatica, in uscita il 3 giugno, ne approfitto per ripubblicare qui le recensioni delle sue opere precedenti, tra cui la meravigliosa trilogia Paradiso e inferno - La tristezza degli angeli - Il cuore dell'uomo

Luce d'estate, ed è subito notte
Paradiso e inferno
La tristezza degli angeli
Il cuore dell'uomo
I pesci non hanno gambe 
  
Jón Kalman Stefánsson è un autore che chiunque ami la letteratura deve conoscere. E' avvincente e profondo, sorprende e scuote come il vento del nord. Lunedì sarò al Circolo dei Lettori per sentire come parla delle sue opere. 

sabato 25 luglio 2015

Il posto più nero d'Islanda, il mare, l'amore, le donne e la poesia: Jón Kalman Stefánsson, I pesci non hanno gambe

Questo romanzo del 2015 di Jón Kalman Stefánsson, l'autore dell'indimenticabile trilogia che inizia con Paradiso e inferno, continua con La tristezza degli angeli e si conclude con Il cuore dell'uomo, oltre che di Luce d'estate, ed è subito notte, ha come sottotitolo Storia di una famiglia ma in realtà è anche la storia dell'Islanda, e in particolare della città di Keflavik (il posto più nero d'Islanda, secondo le parole dell'unico presidente della repubblica che la visitò) nei tempi moderni: tratta argomenti come la presenza americana sul territorio islandese (la base di Keflavik attiva dal 1941 al 2006), l'apertura dell'aeroporto internazionale, la dibattuta questione delle quote ittiche che portò all'impoverimento della città (e alla rinuncia alla membership europea nel marzo 2015), ma soprattutto è una storia che riguarda la morte e il mare. Il mare ti rende uomo, dicono i marinai, e sottintendono che chi non va in mare non lo sarà mai, e le donne, che restano a riva, sono doppiamente segnate.  

Il romanzo ha una struttura complessa, forse eccessivamente, che costringe a un continuo slalom tra epoche, luoghi e personaggi diversi; la storia della famiglia è raccontata soprattutto attraverso le vicende di Oddur e Margret, il capitano che meritò un attestato d'onore e la sua sposa innamorata presa nella rete di una vita soffocante, in un fiordo dell'est, e poi quelle di Ari e sua moglie Dora a Keflavik e della fuga in Danimarca di Ari, senza un perché; e dell'infanzia e adolescenza di Ari e dell'io narrante, segnata da allegri episodi (l'assalto ai camion degli americani, portatori di benessere e di merci sconosciute) e oscuri segreti (tra i quali l'ultimo, relativo alla ragazzina amata da Ari, sinceramente mi è parso troppo melodrammatico, tirato per i capelli e nel complesso superfluo). Importantissima è anche la musica, e i continui riferimenti a gruppi e musicisti islandesi legati al fatto che Keflavik ebbe una scena musicale vivacissima negli anni '60 e '70, tanto che fu chiamata "la città dei Beatles".

Importante è l'amore, soprattutto il primo amore, esplosione solare che ti distrugge la vita e rende abitabili i deserti. Importantissime sono le donne, la Margret sofferente (oggi forse sarebbe definita bipolare), la matrigna mai amata né compresa, la gentile zia Elin, Sigga, di cui si parla sempre ma non compare mai, che dalle umiliazioni di ragazzina trae la forza per diventare una donna lucida e coraggiosa, la dolce Sigrun dalle lentiggini attraenti, quelle che si perdono nell'alcol e dall'alcol traggono la forza per continuare in una vita faticosa e forse deludente. 

La scrittura di Jón Kalman Stefánsson risente molto, nel bene e nel male, del fatto che l'autore è stato prima poeta che narratore. Questo la rende intensamente poetica, ovvio, spesso visionaria, talvolta un po' sentenziosa e sapenziale. Anche la scelta degli argomenti ne è condizionata: la luna compare spesso, il mare è protagonista, e poi la morte, le lacrime, l'amore, gli abbracci, il tempo, la caducità, l'oblio, la poesia e i poeti. (In certi punti, si parva licet, mi ricorda come scrivo quando non so bene dove voglio andare a parare e vado un po' a vanvera). Il ritmo rapsodico, che ricorda un po' José Saramago, è bellissimo e ipnotico, ma forse a Jón Kalman Stefánsson viene meglio narrare il passato, l'epica, come nel perfetto Paradiso e inferno, perché non stride e le allusioni, le omissioni ci stanno benissimo; forse è meno adatto a narrare la modernità e le vicende intricate. 

I pesci non hanno gambe, comunque, è un romanzo nettamente superiore alla media di quello che si legge in giro, con motivi d'interesse sia per chi ama le vicende personali sia per chi cerca anche di scoprire cose nuove sul mondo in cui viviamo a occhi semichiusi, e lo consiglio senza restrizioni. La bella traduzione, duttile e sensibile come sempre, è di Silvia Cosimini

venerdì 23 maggio 2014

Il terzo volume della meravigliosa trilogia di Jón Kalman Stefánsson, Il cuore dell'uomo. Per fare un viaggio in un mondo affascinante e spaventoso.



La terza parte della trilogia che comprende Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli è uscita all’inizio del mese, in tempo per il Salone del Libro dove l’autore Jón Kalman Stefánsson ha partecipato a un paio di incontri, e naturalmente mi sono precipitata a comprarlo. Con piacere rinnovato ho riconosciuto gli elementi che contribuivano al fascino dei primi due volumi, l’ambientazione favolosamente indeterminata nel tempo e concretissima nello spazio di quel perfetto luogo dell’immaginario che è l’Islanda, la prosa ritmata (che ricorda molto Josè Saramago), poetica e ricca di sorprese, la felicissima traduzione di Silvia Cosimini, le montagne, il mare, il buio e la luce, il dolore, la fatica, la voglia di vivere nonostante tutto. 

Ma se in Paradiso e inferno il centro di tutto era il mare, il luogo dove i pescatori rischiavano tutti i giorni la vita mentre sul fondo gli annegati facevano da coro alle vicende umane, e La tristezza degli angeli era incentrato sul viaggio, l’impresa quasi disumana di valicare le montagne che cadono a picco sulle acque nere e nascondono nelle sperdute case che le punteggiano  piccoli brandelli di umanità non si sa se più folli o più eroici, Il cuore dell’uomo si svolge tutto nel Villaggio senza nome, ottocento anime davanti al grande fiordo dove arrivano velieri islandesi e stranieri, e i primi piroscafi a vapore, e tutti si danno da fare con il pesce che dà da vivere, in un modo nell'altro, a tutti. Gli uomini scaricano, le donne lo mettono a seccare. Qui il ragazzo senza nome, protagonista di tutti e tre i volumi, ritorna dopo le peripezie che hanno occupato la tarda primavera e l’estate di un imprecisato anno a fine ottocento, e ritrova i molti personaggi che lo abitano. 

Tutte le vicende ruotano intorno ai rapporti tra i personaggi e alle loro ossessioni, di cui sappiamo qualcosa ma a sprazzi, a illuminazioni. Non si può dire in superficie perché Jón Kalman Stefánsson sa guardare nel cuore di tutti, ma quello che gli interessa non sono le motivazioni o i fatti del passato, a lui premono i moti del cuore, le angosce profonde, le paure, i sogni. Anche qui c’è un coro di morti, quelli che stanno in bilico, ancora aggrappati alla vita abbastanza da voler essere testimoni delle vicende dei vivi. E si parla di amore, di sesso, di sentimenti che non si vogliono riconoscere e tentazioni, di capelli rossi e occhi verdi e occhi più scuri della notte, di donne potenti e inquiete e donne che danno conforto senza aspettarsi niente. In qualche maniera quasi tutti trovano un cuore affine o almeno un compagno di letto, e il ragazzo compie il suo percorso di crescita e deve affrontare la difficile prova di diventare uomo. 

I personaggi sono gli stessi che abbiamo già incontrato alla fine del primo volume, ma nel frattempo sono passati gli anni e non è facile ricordarne l’identità né riconoscerli. In questo non aiutano certo i nomi oggettivamente difficili, di cui non sempre si capisce il genere, e qualche omonimia. E qui, mi permetto un’osservazione: la bella casa editrice Iperborea, che ha tanta cura per i suoi bei libri, avrebbe potuto aggiungere all’interessante postfazione di Alessandro Zironi un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” per le persone smemorate come me.

Una citazione, per finire in bellezza e spingervi a leggere questo bel romanzo: Credo che non importi molto di che cosa parlano il libri, dice Gísli, che sta per abbottonarsi il paltò ma lascia perdere,del resto fuori c’è il sole, ma come tutti i libri degni di questo nome, parla di cosa significa essere uomo e spiega che è terribilmente difficile.
  

venerdì 18 ottobre 2013

Amori e fantasmi in un villaggio islandese: Jón Kalman Stefánsson, Luce d’estate, ed è subito notte




Il romanzo di  Jón Kalman Stefánsson  Luce d’estate, ed è subito notte, pubblicato per la prima volta nel 2005, quindi precedente a Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, esattamente al contrario dei due titoli citati tratta la concentrazione, la chiusura, la prossimità, l’intreccio delle relazioni umane, in un villaggio islandese di quattrocento abitanti che voltano le spalle alla natura, si guardano tra di loro, si osservano, si spiano e si scrutano, nel tentativo di tenere lontano il buio sempiterno. A meno di guardare solamente il mare, perché al contrario del buio è colorato e cambia continuamente. Intorno c’è la campagna, le cui condizioni di vita possono apparire insostenibili a chiunque sia abituato a stare in mezzo alla gente, anche se la modernità sicuramente aiuta a tenere a bada la solitudine, automobili, computer, televisione permettono di mantenere i rapporti con il mondo. 

E se in La tristezza degli angeli era il viaggio a dare un significato al libro in quanto sfida a una natura più grande dell’uomo, qui il viaggio è la felicità se si fa in camion, ben protetti all’interno della cabina, oppure qualche giorno a Londra per chiarirsi le idee. La vita nel paese è complessa anche se tutti ripetono che “non succede mai niente”. Le vicende di alcuni personaggi si intrecciano, o si sfiorano, dando vita a un ritratto corale della piccola comunità. Non c’è il cimitero né un pastore, ma c’è la banca, la sede della Cooperativa cui tutti fanno capo, contadini o no, il centro sociale dove si fanno feste, proiezioni cinematografiche e conferenze. Ovviamente tutti si conoscono, i fatti di tutti sono discussi e analizzati, anche senza gli eccessi di pettegolezzo che non si addicono alla natura nordica ci sono benpensanti, giudicanti e devianti. 

Come il direttore del Maglificio un tempo fiorente e ora chiuso, che a un certo punto della sua vita abbandona tutto, lavoro, famiglia, agi, patrimonio, per acquistare libri antichi e diventare astronomo. O come il fattore costretto a abbandonare la sua fattoria per andare a fare il magazziniere alla Cooperativa, per scontare la vertigine della carne che l’ha travolto. O il giovane così diverso da quello che si aspettavano i suoi genitori, che sa dipingere cieli pieni di uccelli in volo. O quelli che hanno il buio dentro, e qualche volta soccombono, altre permettono alla vita di insinuarsi per fare luce ma il buio è anche fuori, e non perdona. O la ragazza che tutti desiderano ma che desidera uno solo che è lontano ma tornerà… Anche i fantasmi non fanno troppa paura in mezzo alla gente, e basta accettarli per svuotarli di senso. 

Sono storie veloci e profonde, narrate con uno stile rapsodico che a tratti può sembrare un po’ monotono, ma ci ricorda che l’autore è stato prima poeta che narratore. Anche qui, come nei romanzi precedenti, la scrittura ha un andamento centripeto, sempre alla rincorsa di divagazioni e considerazioni generali che evitano alle vicende di generare claustrofobia. I personaggi vivi, interessanti, sono raccontati dall’esterno, nelle loro azioni. Certo non bisogna aspettarsi la forza e la potenza  del confronto tra uomo e natura che affascinano il lettore in Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, ma Luce d’estate, ed è subito notte è un romanzo molto attraente, che coinvolge e interessa, e come bonus dà una massa di informazioni sull’Islanda di oggi, moderna ma ancor sempre estrema e piena di fascino. L’ottima traduzione e la postfazione sono, come negli altri romanzi, di Silvia Cosimini.   

domenica 21 ottobre 2012

La poesia ci salva, la poesia ci uccide, Jón Kalman Stefánsson, La tristezza degli angeli



Jón Kalman Stefánsson, La tristezza degli angeli, Iperborea 2011, traduzione di Silvia Cosimini.

Ambientato in una cupa e gelida Islanda all'inizio del secolo scorso, secondo capitolo di una trilogia dopo il folgorante Paradiso e inferno, La tristezza degli angeli prosegue con la storia del ragazzo senza nome e senza famiglia già protagonista del primo volume. Il ragazzo ha trovato rifugio nel Villaggio anch’esso senza nome, nell'ospitale casa di Helga, ma ben presto deve ripartire per accompagnare il postino Jens nel suo giro di consegna nei fiordi occidentali. Attorno a loro ci sono parecchi personaggi le cui vite si incrociano senza che al lettore sia concesso di penetrarne i segreti. Come il cuore del primo volume erano le spedizioni in mare del ragazzo e del suo amico Bálður, qui si è rapiti appena inizia il viaggio del grande, silenzioso Jens e del ragazzo loquace e appassionato di libri. La meravigliosa lingua poetica, ritmata e ipnotica resa perfettamente dalla traduttrice Silvia Cosimini, che già mi aveva conquistato in Paradiso e inferno, spinge il lettore in un mondo irreale e spaventoso, dove il vento e la neve sono personaggi di primo piano. Anche se non succede molto, la storia non è per niente lineare nel senso che ci sono continue fughe dalla linea narrativa, riflessioni sulla morte, sulla vita, sulla natura dell'uomo, sul passato, aneddoti e leggende, come se solo la fuga permettesse all'uomo di sopravvivere a una situazione simile. Gli uomini che camminano carponi per non essere portati via dal vento, che si devono raschiare via il ghiaccio dal viso con il coltello, accecati dalla neve e spaventati dal rombo del Mar Glaciale sono costretti a desiderare, a sognare continuamente, a proiettarsi al di là di ciò che i loro sensi tormentati percepiscono. È un racconto centripeto, il contrario della claustrofobia, più eroico che patetico anche nei molti incontri con personaggi vivissimi anche se abbozzati in poche pagine, che ci fanno intravedere modi di vivere inimmaginabili. Nell’ultima parte la comitiva si allarga con l’arrivo di  Hjalti, aiutante di fattoria, e di una compagna di viaggio inaspettata. Il finale è un colpo basso, mitigato dalla consapevolezza che ci sarà un terzo volume.
È un libro da leggere lentamente, assaporando ogni riga e ogni respiro che vi sta nascosto in mezzo. Racconta il dramma di uomini che devono vivere nella solitudine, tra fantasmi esterni e interni, i morti e l'alcol, l'amore e la violenza, e che hanno la voglia e la sapienza di mettersi a recitare poesie e cantare antiche canzoni quando la morte viene troppo vicina e li guarda negli occhi. Descrive una natura nemica, estrema, che fa risaltare la debolezza dell’uomo e la forza che gli permette di sopravvivere e trovare le parole per creare le poesie che forse salveranno la vita a qualcuno, forse gliela faranno perdere, come a Bálður. Era impossibile vivere in questo paese, eppure siamo qui che tiriamo avanti da mille anni.

mercoledì 11 maggio 2011

Jón Kalman Stefánsson, PARADISO E INFERNO


Ogni volta che penso che gli islandesi sono circa 320.000 (e alla fine dell’800 erano 80.000) provo una specie di vertigine. Chissà se qualcuno ha mai calcolato il numero di scrittori in percentuale e li ha confrontati con quelli di altre più popolose nazioni. Comunque non è il numero che mi stupisce, è l’eccellenza. Ancora sotto l’effetto provocato sulla mia santissima ignoranza dalla recente scoperta del Nobel Haldór Laxness con i due meravigliosi romanzi Gente indipendente e Il concerto dei pesci, divertita e interessata dalle storie di donne di Kristín Marja Baldursdóttir in Il sorriso dei gabbiani (tanto per parlare degli ultimi che ho letto), ecco che l’amica traduttrice Silvia Cosimini mi fa conoscere Jón Kalman Stefánsson e il suo Paradiso e inferno, e resto ancora una volta folgorata.
La trama è veloce: un ragazzo senza nome, segnato dall’infanzia da un destino di lutti e solitudine, lavora come pescatore in un insediamento nel nord-ovest dell’isola. Due baracche isolate e poco lontano un altro gruppo più grande, una trentina, in ognuna delle quali vivono sei marinai e una cambusiera, dormendo tutti insieme in un sottotetto, due per letto a annusare l’odore di piedi del compagno. E se il capo vuole un attimo di intimità con la moglie, è sui mucchi di pesce salato del magazzino che se lo deve conquistare. Si esce in mare su barche a remi, sperando che non arrivi una tempesta e il mare permetta il ritorno alla spiaggia bianca di neve. Si buttano le lenze e si attende che i merluzzi abbocchino, spiando il colore dell’orizzonte e perdendosi nei pensieri, tanto sotto la chiglia fragile, nei calmi abissi del mare, dove non penetrano le intemperie [e] gli unici uomini che si vedono sono gli annegati, e si possono dire tante cose sugli annegati, ma di certo non che pescano pesci, non pescano niente se non il chiaro di luna sulla superficie del mare. E se poi il mare è clemente, il vento e le onde non rovesciano la barca, il ghiaccio non copre tutto, basta amare troppo la poesia per dimenticare di prendere la cerata e morire di freddo. Nella seconda parte il ragazzo fugge al Villaggio: ottocento anime che vivono in case di pietra, confrontandosi con i loro segreti, i loro drammi e le loro complesse ossessioni. La morte, prima di tutto, e lo sforzo della vita che deve continuare malgrado i fantasmi e gli omini neri che abitano nel cuore del capitano ubriacone che non ama più la moglie dagli occhi di cavallo, e ne ha dimenticato il nome, e pensa a un’altra e per dimenticare i sensi di colpa beve. Tra i molti personaggi, sfaccettati e difficili da dimenticare, spiccano la misteriosa Geirþbrúður dagli occhi neri e le efelidi, che accoglie i diseredati senza far domande, e Snorri, il commerciante troppo fiducioso che fa credito a tutti e dimentica la rovina solo con la musica. Non è vero che è subito sera, è buio sempre ma tutti vogliono vivere.
In questo fascinosissimo romanzo si parla proprio di morte e di vita, di luce e di buio, cecità e occhi troppo grandi, della lotta instancabile e coraggiosa della vita che vuole continuare in una situazione estrema. Dove regnano il freddo, la neve, il mare nero, il confine tra vita e morte è labile, e bisogna lottare per non farsi risucchiare dai fantasmi che ti aspettano, ti spiano, ti guardano con occhi vuoti e con le loro labbra blu chiedono allora, quanto tempo dovrò aspettarti?
Eppure non è un libro cupo. I personaggi sono profondi e ricchi di umanità. La vita è potente e potenti sono le parole, la poesia può uccidere ma è anche salvezza e piacere nel grande buio dell’inverno. Jón Kalman Stefánsson, nato a Reykjavik nel 1963, è stato prima poeta che narratore, e si sente. La sua prosa intensa e rapsodica, benissimo resa dalla traduzione di Silvia Cosimini, si illumina continuamente di immagini che sorprendono il lettore e lo conquistano. Paradiso e inferno è il primo volume di una trilogia che la più che benemerita casa editrice Iperborea continuerà a pubblicare. E questo, come lettrice, mi rallegra e mi riempie di aspettativa.