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sabato 27 dicembre 2014

Un giallo torinese che ci porta nel cuore più autentico della città: Giuliana Olivero, La confessione

Un giallo torinese svelto e molto leggibile, che comincia in maniera fulminante: all'interno del labirintico complesso del Valdocco, cittadella dei Salesiani, un anziano prete è trovato morto, con la testa fracassata e gli abiti in disordine. Il colpevole, un giovane romeno ospite del convitto, viene arrestato e confessa subito. Storia finita? No, gli sviluppi sono molti e molto inaspettati, tanto che Hervé Farcoz, ex carabiniere e investigatore privato, e la sua socia Odetta Giachery sono costretti a inseguire la verità tra misteriose sette di seguaci di Odino, bar equivoci, traffici illeciti e disinibite insegnanti. Torino si dispiega nelle sue bellezze e bruttezze, eleganze e squallori da Porta Pila a Piazza Maria Teresa, e malgrado l'afa che la schiaccia è raccontata con amore e ben descritta nelle contraddizioni portate da nuova immigrazione e vecchia delinquenza. E alla fine si resta con la voglia di leggere un'altra avventura della strana coppia di detective che ci hanno conquistato con i loro battibecchi su modernità e tradizione, computer e macchina da scrivere, piole e localini trendy.  

lunedì 17 novembre 2014

La torinesità è un delitto? Rosa Mogliasso, L'assassino qualcosa lascia

Va be', piove, fa buio presto, sono più indulgente e più pigra, forse anche un po' più buona, e continuo con gialli e gialletti che con un tempo meno inclemente probabilmente non aprirei neppure. Comunque: giallo torinese che più torinese non si può, nel senso che l'autrice fa parte della nutrita schiera delle nipotine (e nipotini) di Fruttero & Lucentini, è molto diligente e se la cava con onore per almeno tre quarti del libro. Questo è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2009, in cui appare il commissario (la commissaria?) Barbara Gillo, destinata a riapparire nei successivi. La vicenda si snoda, prevedibilmente, attorno a una famiglia dell'alta borghesia torinese, ormai un luogo dell'immaginario altrettanto ben definito e frequentato della Terra di Mezzo o del Paese delle Meraviglie. Questa famiglia non delude perché ha tutte le ovvie caratteristiche dello stereotipo che ci aspettiamo: ipocrisia, vizi di ogni tipo, perbenismo, tic snobistici, soldi senza limiti, un po' di anticonformismo, sicurezza, ironia, insomma torinesità a palate. Si spazia, come in una Dowton Abbey alla bagna cauda, da padroni a servitori mescolati sopra e sotto le lenzuola, c'è un delitto trucido ma tutto sommato non tanto importante, palestrati misteriosi, marchettari rumeni, studenti detective, droga e alcol q.b., locali trendy e tutto quello che ci vuole perché il lettore si trovi a suo agio, gratificato e con la voglia di andare avanti. Il côté rosa è affidato alla protagonista Barbara Gillo, bionda algida ma con i piedi ben piantati sulla terra, e al collega Massimo Zuccalà, mentre non mancano i battibecchi comici con l'aiutante Peruzzi e una sorella squinternata che si preoccupa per la vita sentimentale della commissaria. La lezione di Fruttero & Lucentini si intravede dappertutto, anche nei titoli dei capitoli, e tutto sommato, malgrado l'evanescenza della trama, non ci sarebbe proprio da lamentarsi di niente se non fosse che alla fine la vicenda si ingarbuglia repentinamente e lo scioglimento è davvero troppo insoddisfacente. Ma l'insieme è rassicurante proprio per la sua mancanza di originalità e viene voglia di ripetere l'esperienza con gli altri romanzi della serie. Mi resta solo un dubbio: che cosa vuole dire la pelle del collo [...] cadeva stentorea simile a quella di un molossoide? (capitolo 2)   

lunedì 10 novembre 2014

Un nuovo autore da tenere d'occhio, e un thriller magistrale: Andrea Tamietti, Ossa dimenticate



L'autore Andrea Tamietti, torinese che vive a Strasburgo dove lavora alla Corte europea dei diritti dell'uomo, è uomo di legge, ma Ossa dimenticate non è un legal thriller tradizionale, del genere cui ci hanno abituato i molti avvocati che scrivono: anzi, si potrebbe definirlo un illegal thriller. Anche se non ci sono violenza né sangue, si tratta di un libro piuttosto duro perché rappresenta un mondo in cui gli unici valori sono sesso e soldi, e i rapporti umani, il contatto, sono sostituiti da continue manipolazioni, tessuto di tutta la storia. 

L'inizio è molto coinvolgente. Torino 2011: l’avvocato Alessandro Canova giunge a casa dell’amico Gianni un attimo prima che questi muoia d'infarto e ne raccoglie l'estrema confidenza, in seguito alla quale trova un cadavere femminile in un capanno in collina. Di più non dico perché non voglio fare spoiler, ma è proprio intorno ai tentativi di dare un'identità a queste ossa dimenticate che si sviluppa l'intera vicenda, molto complessa, intricata, condotta con sicurezza e senza buchi di “sceneggiatura”.
L'autore segue contemporaneamente i vari bandoli della matassa, li unisce o li separa in modo molto sapiente, secondo le esigenze della trama. Il romanzo è in terza persona e i personaggi sono parecchi, ma i punti di vista della narrazione sono due: Alessandro Canova e Stefano Vergnano, protagonista e antagonista, dei cui pensieri l’autore rivela abilmente solo quello che vuole. Si parla moltissimo di sesso e soldi, mai di sentimenti né di simpatia. La vicenda, intessuta di continui inganni e volontari depistaggi, ha origine dal passato, e al passato si ritorna, con qualche flash nel 1997.
E' una tipica inchiesta da avvocato, in cui non intervengono né polizia né carabinieri, condotta a tavolino attraverso ricerche su internet o in archivio, colloqui al ristorante, c’è pochissima azione e niente sangue, sparatorie, splatter, ma il protagonista non agisce da avvocato né si preoccupa molto della legge e non vi sono scene di tribunale o cavilli o salvataggi all'ultima arringa.

Ho trovato molto interessante e molto ben costruito il protagonista, che non è un eroe negativo ma un uomo per cui è impossibile provare simpatia. Alessandro Canova, avvocato quarantenne, sospeso dall’albo per diciotto mesi per infedele patrocinio, è in grave crisi e bancarotta. Fuma, beve troppo, è abulico, si tormenta per essere stato lasciato da Carla, anche se forse più che per amore soffre per una ferita narcisistica, non sopporta di essere stato lasciato per qualcuno che ha più soldi ed è più giovane di lui. È un uomo senza passioni, a parte bere, fumare, le donne, il suo tornaconto, l’aspetto fisico e i soldi, l’abbigliamento, le macchine; non lo vediamo mai leggere, andare al cinema, frequentare amici se non perché ne ha bisogno. E' un grandissimo manipolatore: per i suoi scopi non si fa il minimo scrupolo di far leva sulle debolezze, sulla riconoscenza che gli è dovuta. Sa accusare per opportunismo, sa mentire, sa essere disonesto, sembra non avere ideali né principi. Compie alcune azioni ignobili, non ha rimorsi quando le sue azioni hanno conseguenze anche tragiche. Per lui rinascita significa soprattutto ricupero della forma fisica, soldi e vacanze. Alessandro Canova non è simpatico ma non si può che ammirare la grande abilità di Andrea Tamietti nel creare un personaggio coerente e originale, che ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo protagonista del panorama giallistico (o noir, o thriller, o altro se non vi piace la limitazione di genere). 

L'ambientazione a Torino, descritta con topografia precisa seguendo i passi dei personaggi, è molto importante ed efficace. Via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Vittorio, i Murazzi, la collina, San Salvario, e anche i locali, i caffè, i ristoranti sono nominati con i loro nomi reali, ma l'autore sa proiettare sulle descrizioni la psicologia dei personaggi (vedi, all’inizio, la collina sinistra e ostile di Alessandro Canova, o San Salvario visto con gli occhi di Stefano Vergnano). Anche tocchi di cronaca reale, come la vicenda Stroppiana–Di Modica, contribuiscono a dare concretezza e attualità alla vicenda. Vivida è descrizione del sottobosco della mala torinese, un mondo senza luce dove malvagità, stupidità e squallore vanno sempre insieme, e della vita notturna nei locali in cui la bella vita e la malavita si toccano. Tra i molti personaggi negativi, il cui maschilismo si manifesta soprattutto nel linguaggio sprezzante e violento, quelli femminili non si differenziano molto, sono tutti squallidi o ridicoli tranne un paio che incarnano, con leggerezza, accudimento e rinascita.

Malgrado la cupezza dello scenario, questo non è affatto un romanzo cupo. E' facile farsi prendere dalla quête affannosa del protagonista, e rincorrerlo nei suoi tortuosi andirivieni. Scopriremo che nulla è come appare, tutto si ribalta nel suo opposto, fino al coronamento del finale di cui non diremo parola, se non per sottolineare che per i lettori sarà un bonus del tutto inaspettato.




  


lunedì 28 maggio 2012

Un brivido sabaudo: Massimo Tallone, Il fantasma di piazza Statuto


Il nostro vulcanico Massimo Tallone ha fatto di nuovo centro con Il fantasma di piazza Statuto (edizioni e/o), pezzo di bravura in cui dà voce a Annetta, quasi settantenne governante della famiglia Doro e ex portinaia nel medesimo stabile. La storia è un vero giallo come Dio comanda, con scale che scricchiolano, dipinti misteriosi, galleriste procaci, morti e investigatori privati (per quanto sui generis). In più ci sono medium, sedute spiritiche e fantasmi. Un pittore morto, fruscii notturni, segreti sepolti in un computer. Il tutto a Torino, che è sempre una gran bella location, in luoghi ben descritti e riconoscibili, con una piccola trasferta in collina, giusto il tempo per una marenda sinoira. E abbandonato per una volta il Cardo, scorrettissimo, puzzone e sgangherato eroe dei suoi precedenti romanzi, questa volta Massimo Tallone, con l’esilarante monologo interiore  di Annetta che copre tutta la vicenda del romanzo, ha creato un distillato di sabauda riservatezza, perbenismo, rispetto per le regole, consapevolezza dei ruoli sociali, amore per le tradizioni, il tutto condito da un filino di tranquilla ironia. È un ricamo bandera per voce sola, una coperta all’uncinetto di parole precise come la vita e divertenti come un solletico beneducato. Non dirò una parola di più sulla storia perché qui c’è il mistero, e il plot non tollera spiate. Chi poi avesse la nostalgia del Cardo, delle sue schifezze e della sua abilità a dipanare misteri, non ha che da aspettare l’autunno, quando uscirà la sua prossima avventura.