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sabato 12 gennaio 2019

Come si diventa un grande scrittore sognando di diventare autista di camion: Mo Yan, Cambiamenti

Mi fa sempre piacere parlare di Mo Yan, uno dei miei grandi amori letterari, e sono molto contenta di poter dire che Cambiamenti è decisamente un bel libro, anche se non ha niente a che vedere con il resto della sua produzione. In poco più di cento pagine ci racconta la sua vita, dipanando una concisa autobiografia che inizia dagli anni dell'infanzia fino al momento in cui raggiunge la fama letteraria.

Gli episodi raccontati sono curiosi e interessanti, a partire da quelli relativi ai compagni di classe delle elementari, alcuni dei quali sono destinati a ricomparire nei momenti topici. C'è il maestro Liu Bocca larga, protagonista di un mitico incidente durante una partita di ping pong, la bella Lu Wenli, compagna di banco del narratore, notevole per le sue grazie e anche perché suo padre guida un camion Gaz-51 di produzione sovietica, rapido come il vento, veloce come una saetta, dall'aspetto imponente e minaccioso, che affascina Mo Yan e gli altri scolari, in particolare He Zhiwu che sognava di diventare proprio il padre di Lu Wenli, e il cui destino si incrocerà nuovamente più volte con quello di Mo Yan.

Il quale, cacciato da scuola, le prova tutte per farsi largo nella vita, e infine riesce a entrare nell'esercito. La sua storia, le vicissitudini che accompagnano la sua carriera (o meglio, la sua mancanza di carriera nell'esercito), i tentativi infine riusciti di studiare e laurearsi, gli scontri con la burocrazia ottusa, e le altre vicende più o meno banali di un'esistenza qualsiasi sono raccontate con ul linguaggio piano, scorrevole e ironico, privo degli arditi barocchismi e delle esagerazioni che tanto mi hanno affascinato così come della tendenza alla narrazione fluviale dei romanzi, soprattutto gli ultimi. Ma l'occhio dello scrittore è acuto, smaliziato, osserva con equilibrio, distacco e divertimento gli incontri con gli antichi compagni, i loro diversi destini, segue il mitico Gaz-51 di produzione sovietica nelle sue incarnazioni, e pur astenendosi da giudizi politici o storici se ne legge tra le righe il distacco. Mo Yan è nato nel 1955 quindi ha vissuto in pieno gli anni del maoismo ma i riferimenti alle vicende storiche sono molto scarni, dati di fatto e non opinioni.

Questo non è un racconto storico ma una ricostruzione privata di alcuni aspetti autobiografici, molto scorrevole, veloce e interessante, ricco di episodi curiosi che danno una visuale insolita di quegli anni. Un Mo Yan diverso per me, ma sempre decisamente godibile. Se per caso vi interessa leggere le mie recensioni precedenti, qui potete trovare Il supplizio del legno di sandalo, Il paese dell'alcol, Grande seno fianchi larghi, Le rane, Le sei incarnazioni di Ximen Nao, Sorgo rosso.      


mercoledì 25 ottobre 2017

Di che cosa chiacchierano gli scheletri tra di loro: Yu Hua, Il settimo giorno

Un altro amore importante che non frequentavo dai tempi di Brothers e Arricchirsi è glorioso è Yu Hua, i cui romanzi preferiti per me rimangono Vivere! e Cronache di un venditore di sangue. Ora ho letto Il settimo giorno, strano racconto ambientato in un aldilà dall'atmosfera soffice, ovattata, in cui i morti privi di tomba sono respinti dalla Camera Ardente, crematorio oltre il quale c'è l'eterno riposo concesso solo a coloro che dispongo della proprietà tombale, metafora di un capitalismo che non ha pietà per i nullatenenti, e si aggirano scambiandosi narrazioni della propria vita e della propria morte. Tra di essi c'è anche il protagonista, Yang Fei, morto senza rendersene conto.

I defunti che si incontrano in questo luogo privo di confini e di caratteristiche hanno una loro concretezza materiale, sono scheletri di cui si può intuire se sono morti di recente o da lungo tempo dalla carne che ancora si trova attaccata alle ossa, indossano vestiti e chi, come Yang Fei, non ha nessuno che lo pianga, porta al braccio una fascia nera da lutto. E sono molti i personaggi in cui Yang Fei si imbatte, confusi e incerti, in cerca di un'identità. Smarriti in un limbo senz'aria, si chiedono l'un l'altro: chi sono io? e chi sei tu? Tra tutti spicca la luminosa figura del padre adottivo, capostazione attaccato al lavoro e al dovere, esempio di amore disinteressato, altruista e totale, che letteralmente rinuncia due volte a vivere per un figlio che non è suo. D'altra parte la vita di Yang Fei è dominata dal caso, dalla grottesca nascita alla morte senza preavviso, all'amore non cercato e presto perso.

Gli altri personaggi, una miriade tra cui molti suicidi, sono i più disparati, dai bambini buttati nel fiume che cantano come uccellini alla vicemadre del protagonista, spesso toccati da una vena grottesca e surreale, come Topina che si suicida perché il fidanzato le ha regalato un iPhone taroccato e si cuce da sola la veste funebre, ma accomunati da una dolce e affettuosa solidarietà che contrasta con la durezza, la freddezza e la pericolosità del mondo dei vivi. Dove si verificano fatti spaventosi e incontrollati come gli abbattimenti forzati di immobili, mentre le campagne si trasformano in periferie, i centri commerciali prendono fuoco e i ristoranti scoppiano, in un accumulo dove si riconosce la predilezione di Yu Hua per il grottesco, il surreale, il favoloso, l'ironia e naturalmente, come tutti sottolineano sempre, la critica al capitalismo in salsa socialista alla cinese e all'"auri sacra fames" che divora l'ex patria dell'ugualitarismo maoista.

Un romanzo piuttosto veloce con aspetti molto godibili, come la rappresentazione del limbo degl'insepolti, ma mio parere un po' frammentario, meno coinvolgente di altre opere di Yu Hua, e molto pessimista. Però forse questo dipende dal fatto l'ho letto male, senza mai immergermi totalmente e abbandonarmi alla storia, cosa che in questo periodo, per motivi contingenti, mi riesce molto difficile. Comunque, Il settimo giorno è un romanzo che vale sicuramente la pena di leggere.
Bella traduzione di Silvia Pozzi.         

lunedì 6 marzo 2017

Che ve ne sembra della Cina? Mo Yan, Le rane

Un altro romanzo in cui, con grande dispiacere, ho trovato meno di quello che mi aspettavo è Le rane del mio amato Mo Yan (edizione originale 2009). Intendiamoci, è un  gran bel romanzo, davvero notevole se pensiamo a quello che circola, ma...

L'io narrante, Wan Zu detto Girino, militare e drammaturgo, ci racconta la storia di sua zia, Wan Xin, osterica nella zona a nord di Gaomi (che ogni lettore di Mo Yan conosce bene in quanto teatro della maggior parte dei suoi romanzi), che si intreccia con la storia della Cina fin dall'epoca dell'occupazione giapponese.

Il centro della vicenda è nel periodo della campagna di contenimento delle nascite lanciata dal Partito Comunista Cinese, di cui Wan Xin è integerrima rappresentante. Molte sono le tragedie personali che nascono dalla necessità di evitare le gravidanze, o interromperle se disgraziatamente si supera il numero di figli permesso. Wan Zu ne è personalmente coinvolto, e una folla di personaggi secondari si aggira intorno al protagonisti. Questa parte è la più interessante e chiara, ma poi le cose si complicano e si attorcigliano introducendo gli argomenti più svariati compresa la maternità surrogata. La conclusione è insolita e non facilissima da digerire.

Ho riassunto moltissimo e semplificato enormemente, perché penso che il piacere della lettura in questo libro dipenda molto dalla prospettiva insolita da cui viene narrata la storia, e dalla ricchezza di personaggi stravaganti o molto umani che incrociano la strada di Wan Xin e Wan Zu. La mia (relativa delusione) dipende dal fatto che non vi ho trovato quella fiammeggiante scrittura che mi ha fatto innamorare di Mo Yan fin dai tempi di Sorgo rosso. Meno violento e immaginifico, meno soprendente e espressionista dei precedenti romanzi, anche se qualche impennata barocca c'è, per fortuna (i bambini di creta) e verso la fine l'autore finalmente si scatena in parole fantastiche, è tuttavia molto godibile e ci racconta un sacco di cose che la maggior parte della gente ignora sulla Cina e la sua storia, e per di più dal di dentro e non, come negli stucchevoli best seller americani, giusto per confermare l'Occidente nei suoi stereotipi. Inoltre q

Un'osservazione del tutto cretina: nel testo Mo Yan parla spesso di palpebra unica contrapposta alla palpebra divisa e io non riuscivo bene a capire che cosa volesse dire, ma guardando la sua foto ho improvvisamente avuto tutto chiaro!
La fluida traduzione è di Patrizia Liberati.