Visualizzazione post con etichetta thriller. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta thriller. Mostra tutti i post

martedì 1 dicembre 2020

Un mistero sul lago e molte donne: Filippa D'Agata, Senza i tuoi occhi

 Un giallo struggente e accattivante, che accompagna il lettore dalla prima pagina all'ultima con grande capacità sia di scrittura che di costruzione. Quattro cadaveri di donna ripescati nel Lago Maggiore, una protagonista piena di sfaccettature, Olivia Castorina, chiamata dall'autrice alternativamente "il maresciallo" o "la ragazza", che ha tutte le caratteristiche adatte a dare vita a una serie, una gustosa ambientazione di paese, cupi misteri che risorgono dal passato e il tema molto attuale ne fanno una lettura che non si dimentica. 

L'indagine si dipana attraverso la collaborazione in cui sono molto importanti l'amicizia femminile e il confronto, e la tematica che sta alla base, i maltrattamenti verso i bambini, è abilmente evocata da brevi capitoli in prima persona che si alternano a quelli narrativi suscitando nel lettore ansia e profondo coinvolgimento. 

Inoltre Filippa D'Agata ha una voce personale e sicura che in certi punti sembra essere un po' insofferente del genere giallo (lo chiamo giallo e non thriller per scelta), o meglio, leggendo se ne riconoscono la complessità e le potenzialità adatte a qualsiasi tipo di narrazione. Io non sono un'appassionata di gialli ma Senza i tuoi occhi l'ho letto con molto piacere, curiosità, desiderio di andare avanti, dispiacere quando dovevo smettere e voglia di tornare alla lettura, il che per me è il massimo, cioè significa che un libro funziona e serve al suo scopo, farsi leggere.


giovedì 17 settembre 2020

Lettura consigliata: Raffaele Malavasi, Due omicidi diabolici

 


 Posso ripetere di questo secondo giallo di Raffaele Malavasi quello che ho detto del primo che ho letto, Tre cadaveri. Anche in Due omicidi diabolici l'ambientazione e i personaggi sono superaccattivanti, la storia è piuttosto inverosimile e la soluzione un po' tirata per i capelli, ma chi se ne frega? Anche io, che confesso non ricordavo molto del primo, sono rimasta volentierissimo in mezzo a personaggi che non sapevo chi fossero. Forse un po' meno accenni a vicende passate sarebbero stati opportuni, in certi punti ci si sente come quando si va a cena con un gruppo di persone affiatate tra di loro che nominano amici e vicende che ci fanno sentire un po' esclusi. Ma è un peccato veniale, e ci si lascia volentieri andare al piacere di rincorrere indizi, ipotizzare colpevoli, simpatizzare con uno o l'altro dei protagonisti. 

L'ambientazione è sempre Genova, con un insolito background legato a preti e chiese, citazioni bibliche e punizioni cruente, seminaristi timidi, un po' di sensitivi e percezioni extrasensoriali, ma l'ex poliziotto Red/Goffredo Spada, l’ispettore Manzi e la giornalista Orietta sono pronti a risolvere il mistero lasciando lo spiraglio necessario per far prevedere una terza puntata, il che è un pensiero gradevole. La vicenda è raccontata in capitoli brevi in cui si alterna il punto di vista dei protagonisti, rendendo la lettura veloce e sempre intrigante. C'è anche il piccolo mistero che mi aveva colpita in Tre cadaveri, lieve e divertente come la prima volta. 

Letto in vacanza, in un ambiente non molto propizio alla lettura, si è rivelato adattissimo alla situazione e mi ha rallegrato per qualche giorno, lasciandomi la voglia di leggere altro dell'autore. Consigliatissimo.

mercoledì 28 agosto 2019

Genova per lui: Tre cadaveri, di Raffaele Malavasi

Sinceramente non so come sia finito nel mio kindle il noir Tre cadaveri di Raffaele Malavasi. Un'offerta imperdibile probabilmente, perché non ho particolare interesse per gialli e noir e è molto strano che ne abbia comprato uno di un autore che non avevo mai sentito nominare. Comunque. Ero in viaggio, mi è tornato a fagiolo come lettura poco impegnativa tra un traghetto e un cambio di albergo. Be', una volta ogni tanto ci sta.


La storia è ambientata a Genova, e seguiamo i passi dell’ispettore capo Manzi, di Goffredo Spada, ex poliziotto dal passato doloroso e dal presente complesso, e della giornalista del Secolo XIX Orietta Costa su e giù per carrugi e strade collinari, in una topografia precisa come si usa appunto nei thriller. I delitti su cui i tre indagano sono raccapriccianti e soprattutto circondati da una messinscena complicatissima che li mette immediatamente al centro dell'attenzione cittadina e fa ipotizzare fin dal primo che l'autore sia un serial killer (io non me ne intendo, ma pare che sia la regola).

I morti come dice già il titolo sono tre, la storia è debitamente intricata e ha radici in un passato lontano e sorprendente, i personaggi sono simpatici e ben delineati. Di Spada, il più intrigante, si può immaginare che abbia un futuro nei prossimi libri di Malavasi. Ci sono dei buchi narrativi, di cui uno delle dimensioni della Fossa delle Marianne (non abbiate paura, non faccio spoiler, ma dico una sola parola: serpenti), di un personaggio importante si intuisce l'evoluzione circa a un terzo della vicenda, la verosimiglianza non passa da queste parti neppure per caso, ecc. Però io me lo sono sciroppato con gran piacere, senza mai irritarmi per le insensatezze, contenta di seguire i risvolti privati dei personaggi, i rapporti tra di loro e con i colleghi, le indagini sulle vittime, interessata e divertita. Per cui ne consiglio vivamente la lettura a chi ama il genere, tenendo presente che se ha un carattere preciso e l'abitudine a usare la logica anche quando legge, non potrà non notare le incongruenze, come ho detto.

Ma Tre cadaveri mi ha fatto capire perché così tanti lettori adorano i gialli, e leggono solo quello. Non un pensiero ha sfiorato il mio cervello in vacanza leggendolo. Mi sono svagata, mi sono riposata, ho passato del tempo con facilità, e questo è merito della scrittura agile, veloce, serena di Raffaele Malavasi, che anche descrivendo trucidissime scene del crimine riesce a non far rabbrividire, sa alternare commedia e tragedia, privato e pubblico, sentimenti e orrori. Insomma sa scrivere con leggerezza: e mi conferma nella mia profonda convinzione che l'argomento non conta se non per la scelta personale di chi legge, ma quello che contraddistingue un libro mediocre da uno che funziona è la scrittura. La scrittura è tutto. E c’è un vezzo stilistico grazioso che si ripete, e le prime volte può apparire una sciatteria, poi invece, una volta individuato, piace e diverte. Ma non vi dico che cos’è, così aggiungo un enigma lieve agli enigmi truculenti.

Purtroppo in rete ho trovato pochissime notizie su Raffaele Malavasi (Tre cadaveri è il suo esordio), ma tenetelo d'occhio e leggetelo. Io non garantisco che lo farò, ma mi sento di garantire che non vi pentirete.  

venerdì 23 febbraio 2018

Niente di nuovo sotto il sole, nemmeno la perfidia umana: Celia Dale, In veste d'agnello

Risultati immagini per Celia Dale
Ripubblico una recensione del 14/5/2013, uscita anche il 24/5/2015, che mi è tornata in mente leggendo sul giornale dell'arresto di una banda di deliquenti specializzata in truffe agli anziani. Il libro, edito da Sellerio nel 1999, è piuttosto straordinario e merita davvero di essere letto. Questa insistenza da parte mia è dovuta al fatto che tratta un argomento a mio parere abbastanza terribile, spregevole e molto attuale, di cui non mi pare si parli granché.   

Non avere letto In veste d’agnello, di Celia Dale (1912- 31 dicembre 2011) noir o poliziesco o thriller che lo si voglia considerare, è un vero peccato. Le notizie biografiche su questa scrittrice sono scarse, una foto la mostra con una faccia certo non bella eppure di straordinaria facciosità. Fu sposata, lavorò come segretaria di uno scrittore (o editore, i dati che ho trovato sono discordi), fu critica letteraria, pubblicò tra il 1943 e il 1988 tredici romanzi e una raccolta di racconti. Questa credo sia l’unica sua opera tradotta in italiano, il che è sicuramente un ulteriore gran peccato. Pubblicata quando la sua autrice aveva settantasei anni, affronta uno degli argomenti più sgradevoli e moralmente disgustosi che conosca, cioè le truffe agli anziani, ma lo fa in maniera davvero egregia, acchiappando il lettore dalla prima pagina e portandoselo appresso senza sforzo fino all’ultima. 

Londra, anni ottanta: Grace Bradby e Janice, alias Mrs Black e Mary, uscite dal carcere insieme e coabitanti per convenienza, si presentano a casa di vecchiette che vivono sole in veste di inviate dei servizi sociali, le imbottiscono di balle a proposito di possibili somme integrative alla pensione, poi Mary – l’assistente – si offre di fare una bella tazza di tè, riempie di sonnifero quella della padrona di casa che si addormenta, dopodiché le due hanno tutto il tempo di rovistare con calma e portarsi via tutto, la pensione, i risparmi se ci sono, i pochi oggetti che possono essere rivenduti ai mercatini delle pulci o ai bottegai poco scrupolosi: insomma la vita, i ricordi, l’identità delle vittime. Il bottino non è ricco ma facile da piazzare, e facendo tre o quattro colpi al giorno ci vivono bene in due. 

Grace è più anziana, piccola, robusta e affabile, ed è la mente: pianifica, punta le potenziali vittime all’ufficio postale quando ritirano la pensione e le segue fino alle loro abitazioni, si segna gli indirizzi, controlla le targhette, poi si premura di disfarsi immediatamente della refurtiva, sempre in mezzo alla folla, sempre il più lontano possibile da casa. Janice è l’anello debole: bruttina, pettinata come John Lennon, totalmente vacua, romantica, alla ricerca di un uomo che la tratti bene, vittima di impulsi autolesionisti come tenere piccoli oggetti trafugati. Sono due personaggi magnifici, soprattutto Grace, che malgrado la sua naturale amoralità, la sua totale mancanza di empatia, il modo cinico e spontaneo con cui delinque e manipola le vite altrui, non riesce a suscitare rifiuto, per il modo magistrale con cui Celia Dale conduce la sua narrazione. Poi c’è un giovanotto che entra casualmente nella loro vita, e un uomo solitario che fa scattare nella mente fertile di Grace un piano assai più ambizioso… 

Non dico niente sulla trama perché è avvincente e piena di colpi di scena. Dico solo che è un romanzo eccellente, ed è una vergogna che non sia più conosciuto. Dipinge vividamente la Londra degli anni ’70/80, swinging e cosmopolita forse, nei giusti quartieri, ma piena di sacche di dignitosa miseria o di ignominioso benessere dove non arrivano né la moda, né i turisti, né la musica, neppure gli immigrati, una Londra più vicina a quella umanissima di Dickens che al nostro immaginario contemporaneo. Fa pensare anche a certe figure dei romanzi di Barbara Pym, vite grigie e nascoste come i loro sentimenti. Tutte le vecchiette prese di mira da Grace e Janice sono altrettanti personaggi completi, mai descritti come tipi o macchiette, ma sempre persone, riconoscibili nella loro unicità e diversità. Un personaggio grandioso è Marion Robinson, l’ex attrice egocentrica ma non stupida che diffida di Grace, e vive di ricordi tra fotografie e abiti di scena, legata alle proprie abitudini di vecchia che non ammette di essere stata messa da parte dalla vita, sicuramente ispirata alla realtà (Celia Dale era figlia dell’attore James Dale). 

Nei pensieri del poliziotto che cerca di risolvere il caso delle vecchiette derubate, perché non tutto va sempre bene alle due delinquenti e prima o poi qualche errore lo commettono, c’è a un certo punto un desolato ritratto della condizione senile: Rinchiusi dentro covi e tane in tutta l’Inghilterra, uomini e donne anziani tenevano duro, con coraggio o malumore, ubriachi o sobri, matti o sani di mente, ma con il diritto alla vita finché durava, confortati dai loro tesori, dagli oggetti che testimoniavano che erano stati giovani, che avevano amato ed erano stati amati, che avevano lavorato, che avevano delle capacità, che contavano qualcosa. Derubarli era una sorta di omicidio, privarli con l’inganno del loro passato significava disprezzare la loro dignità. Anch’egli è un personaggio accattivante, altruista, capace di accogliere, entusiasta e contento del proprio lavoro, bonario, e insieme ingenuo e tradito dal bisogno di essere amato. Ecco, l’amore manca a tutti in questo romanzo, o chi ce l’ha deve nasconderlo, e c’è anche chi, come Grace, non ha mai saputo che cosa farsene e non sa neppure nominarlo: Il matrimonio non è così eccitante. […] Non sono mai stata interessata al sesso, cara, è solo l’aspetto legale della situazione a essere più vantaggioso, se si è sposati.

Tutto questo è raccontato in modo piano e veloce, oggettivo, attentissimo ai particolari concreti che dipingono un’epoca, ricco di interni di cui sembra di sentire l’odore e intravedere le penombre, senza indulgere in emotività o eccessi di psicologia, sempre in terza persona ma alternando il punto di vista di Grace, di Janice e del poliziotto. Purtroppo la traduzione di Rosalia Coci inciampa e barcolla, appoggiandosi a un lessico a dir poco sorprendente: per limitarsi alle pagine 120-122, confonde fodere e tappezzeria, introduce neologismi come graticolato per graticcio, ci accompagna nel piccolo patio circondato da pareti dietro le tende che si intuisce poi essere una veranda, o meglio un balcone verandato, ci racconta di una proficua mattinata in giro per la Harrow Road dove, a dispetto della conurbazione di edifici popolari, trovò alcune enclavi di vecchie casette a schiera, nei seminterrati delle quali si annidavano ancora alcune promettenti vecchiette per il giorno dopo. Non è che voglio essere pignola, ma un libro così bello avrebbe meritato una maggiore cura.        

lunedì 22 agosto 2016

Attenti ai botanici! Lesley Thomson, The house with no rooms

Ho acquistato The house with no rooms di Lesley Thomson in aprile, appena è uscito, e l'ho tenuto in serbo in attesa del momento giusto per leggerlo. Ora l'ho appena finito e già lo rimpiango, anche se forse rispetto ai suoi precedenti romanzi questo mi è parso un po' più arzigogolato e faticoso. Comunque il fascino del mondo di Lesley Thomson e della sua prosa c'è tutto. Ritroviamo Stella Darnell "the cleaner" e l'elusivo, bislacco Jack, questa volta insieme al Detective Chief Superintendent Cashman, bell'esempio di maschio albionico che ci fa capire come tutto il mondo è paese. Tutto comincia durante una corsa in metropolitana, di cui Jack è guidatore notturno, in cui una donna muore di malore e Jack si butta in una delle sue rincorse a un true host, cioè un individuo (lombrosianamente) predisposto al delitto. A dire il vero questa parte poi si perde completamente, e in questa avventura Jack è un po' sacrificato mentre tutto ruota intorno a Stella e alla sua amica avvocata Tina Banks. E soprattutto alla fascinosissima location, i Kew Gardens di Londra con la Marianne North Gallery (la casa senza stanze del titolo), l'Herbarium e le Queen's Beasts, i botanici inquietanti, gli antichi e i nuovi misteri, i delitti che chiedono di essere risolti.  

Le radici nel passato come sempre sono profonde e determinanti, d'altra parte ormai in quasi tutti i thriller è così. Anche l'impressione di trovarsi davanti a un intreccio un po' ripetitivo dallo sviluppo faticoso, dipende secondo me dal limite di tutte le serie con personaggi fissi, che sono necessariamente obbligati a ripetersi per non deludere il lettore che proprio quello si aspetta. Il bonus speciale di questa serie, a parte l'attrattiva di personaggi, storie e scrittura, è che fa venire voglia di partire subito per Londra e percorrere gli itinerari di Stella e Jack, sia che si tratti di luoghi conosciuti sia che non li si conosca affatto. Io l'ho fatto con Hammersmith e sono sicura che la prima volta che torno a Londra correrò ai Kew Gardens e li guarderò con occhi nuovi. 
Ora, resta una domanda che rivolgo agli editori che raschiano i barili dei gialli scandinavi e si affannano nella ricerca di nuovi autori di thriller: quando vi decidete a tradurre Lesley Thomson? È brava, bravissima, e i suoi libri sono decisamente sopra la media. Il consiglio ve do aggratis, e sono sicura che poi mi ringrazierete. 

mercoledì 4 febbraio 2015

Come scrivere un grande romanzo, guadagnare un milione di dollari e farsi venire gli occhi azzurri: La verità sul caso Harry Quebert, di Joël Dicker

Questo bel giovanotto dagli occhi cerulei e il petto villoso si chiama Joël Dicker, è nato a Ginevra nel 1985 e ha scritto un romanzo di gran successo, La verità sul caso Harry Quebert, uscito in Svizzera nel 2012 e nel 2013 in Italia per Bompiani. Il romanzo, bestseller in Europa dove ha raggiunto i vertici delle classifiche (in Italia nei top 10 per diverse settimane), è stato tradotto in trentatre lingue e ha  fruttato all'autore i premi Goncourt des lycéens e Grand Prix du Roman de l'Académie française. Tutto questo per sottolineare che sono ben cosciente che sto parlando di un libro che è piaciuto moltissimo a critica (fatico a crederlo) e pubblico (e qui, ahimè, mi tappo la bocca per non dare giudizi). E' stato interpretato come un omaggio a La macchia umana di Philip Roth per l'amicizia tra due scrittori, la riabilitazione del proprio mentore e l'ambientazione in una provincia americana; ricorda inoltre la serie TV Twin Peaks di David Lynch per la scomparsa di una ragazzina e Lolita di Vladimir Nabokov per l'amore proibito con una minorenne. Io che non ho letto né La macchia umana Lolita e mi sono persa Twin Peaks, ci ho visto una serie senza fine (è di lunghezza sterminata) di cazzate spaziali condite da perle di saggezza come I libri sono come la vita, non finiscono mai del tutto, che mi pare notevolissima nel suo genere. Però, ho letto che anche se il primo libro di Joël Dicker, Les derniers jours de nos pères, ha venduto solo 3.500 copie, gliene hanno subito chiesto un altro, e quando ha  tirato fuori dal cassetto La verità sul caso Harry Quebert che gli sembrava troppo lungo, glielo hanno strappato di mano impedendogli di togliere un po' di pagine e pubblicato correggendo solo l’ortografia. Niente editing per un capolavoro (ma un autore che sbaglia l'ortografia già mi sembra un po' strano). D'altra parte il racconto racchiude al suo interno una piccola guida per aspiranti scrittori in trentun consigli inseriti all'inizio di ogni capitolo.

La storia è ambientata in piani temporali differenti che si alternano per fortuna in modo chiaro, con tanto di data all'inizio, e si svolge a Aurora nel New Hampshire, con qualche puntata a Concord, dintorni e New York. Nel 2008, il giovane scrittore di successo Marcus Goldman si reca a Aurora per scoprire chi ha ucciso Nola Kellergan, ragazza di quindici anni scomparsa nel 1975, il cui cadavere è stato scoperto nel giardino della villa di Harry Quebert, anziano scrittore di successo che è stato insegnante, pigmalione letterario e amico di Marcus, che viene accusato dell'assassinio. Gli altri personaggi sono abitanti della cittadina, padre e amici di Nola, poliziotti, tipi loschi e ragazze ingenue. Marcus viene a sapere che nel 1975 Harry, trentaquattrenne, ha avuto una relazione con Nola, un amore impossibile e totale. Con una serie di contorcimenti che si fanno frenetici verso la fine, la vicenda cambia continuamente prospettiva e ogni fatto si ribalta, con l'intenzione di spiazzare il lettore e costringerlo a rimanere incollato al romanzo fino all'ultima delle 784 pagine nell'edizione cartacea. In un'intervista l'autore ha affermato che con questo libro mirava a ottenere sui suoi lettori lo stesso effetto che ha avuto su di lui la serie TV "Homeland": Vedi una puntata, poi un’altra, poi cominci a fare delle stupidaggini tipo vederne quattro di fila di notte così il giorno dopo non riesci a lavorare... La mia ambizione era ottenere lo stesso risultato con un libro. Io confesso che verso la fine ero talmente stremata che chiunque avesse ucciso la povera Nola mi pareva un benefattore, e al momento dovessi dire il nome dell'assassino farei fatica a ricordarlo. Non dico una parola di più sulla trama, e passo alle osservazioni generali.

La prima è che in questo libro è impossibile mettere in atto la famosa "sospensione di incredulità" in quanto è impossibile credere anche a una sola parola che vi è scritta, sostanzialmente per due motivi: si vede che è costruito a tavolino dosando gli ingredienti dalla prima pagina all'ultima, e storia e personaggi sono talmente inverosimili che anche il più bendisposto dei lettori si scoraggia. Per il primo punto, ce la sbrighiamo in fretta notando che è ambientato negli Stati Uniti (gran mercato per i thriller!), ha al centro una delle fissazioni più pervasive della fiction americana cioè la pedofilia, è disseminato di tic e ingenui snobismi tipicamente USA: p.e. i protagonisti - compresa la quindicenne innamorata - si dilettano di opera lirica, abbondano la metaletteratura e consigli di scrittura che piacciono sempre, i personaggi vomitano quando devono dimostrare di essere scioccati, insomma sembra di essere in un serial statunitense. Per il secondo, non ho neanche voglia di stare a analizzare i personaggi. Basti dire che per dimostrare che quello tra Nola e Harry è un grande amore, i due si ripetono a vicenda in continuazione ti amo da morire, e la quindicenne ribadisce: non ho mai amato così tanto, e qui possiamo crederle senz'altro. Nola, poverina, è un personaggio talmente insensato che fa persino pena pensare al numero di capriole cui lo costringe l'autore, e ciononostante rimane assolutamente sfocato. Cura il suo amato come una mamma ansiosa, gli fa da mangiare, lo accudisce e rilegge quello che lui scrive ripetendo è bello! è meraviglioso! (e a giudicare dai brani riportati rimane qualche dubbio sulla sua capacità critica) mentre lui ha l'ispirazione (giuro).
 
Mi ha colpito (ma questa non vuol essere una critica, è solo un'osservazione) il modo in cui sono rappresentate le madri: la parodistica, grottesca madre ebrea di Marcus; l'intrigante, isterica, interferente, arrampicatrice, stupida, avida (con doppia capriola finale) madre di Jenny, e, in absentia, la perfidissima madre di Nola (con triplo salto mortale anche lei). Parodistica risulta anche la figura dell'editore di Marcus, Barnaski, con la sua mania dei ghost writers, i suoi anticipi milionari e le sue piratesche strategie di marketing, e qui salta fuori il discorso più irritante, o divertente, a seconda dei punti di vista. Divertente per involontario umorismo: perché il modo come è presentato lo scrittore, anzi gli scrittori, è a dir poco caricaturale. Sia Harry che Marcus a un certo punto della loro vita decidono di scrivere un grande romanzo. Proprio così. Vanno a passare qualche mese in New Hampshire con questo intento, e entrambi naturalmente ci riescono, almeno in apparenza. 

L'unico valore riconoscibile è quello economico: il numero di copie vendute, l'anticipo, il guadagno, e non parliamo di bruscolini ma di milioni di dollari (l'anticipo di Barnaski a Marcus). E il successo: ma davvero a New York fermano gli scrittori di un unico libro al Central Park per fargli i complimenti, o si siedono al loro tavolo da McDonald's per chiedergli notizie del prossimo libro, annunciato ma non ancora uscito? e i benzinai li riconoscono da una quarta di copertina? E gli abitanti di Aurora sono così scemi che, saputo che un'abitazione locale è stata affittata da uno scrittore, danno per scontato che sia un grande scrittore famosissimo e ne fanno una delle glorie locali? Insomma, siccome l'ironia non alberga in queste pagine, alla fine tutto pare un'enorme parodia.        
Per non parlare delle incongruenze, o ingenuità, se vogliamo essere buoni. Qualche piccolo esempio. Massima cura di Harry e Nola è non far scoprire la loro relazione che sarebbe uno scandalo per la minore età di lei, ma passano una settimana in albergo a Martha Vineyard: lì nessuno gli chiede i documenti né si insospettisce? E quando Nola è in clinica, Harry può entrare indisturbato a spiarla e lasciarle bigliettini sul cuscino. O l'amicizia ferrea e il debito di riconoscenza che lega Marcus a Harry, così forte che quando finalmente agguanta il successo con il primo libro (di cui non ci è dato sapere neppure di che cosa parla) si dimentica di chiamare il suo mentore per più di un anno. O la collanina perduta che salta fuori all'ultimo momento in puro stile CSI, l'indiziato di rapimento e stupro che scopriamo essere gay proprio al minuto dell'incriminazione... ma non voglio infierire, perché l'autore implicito che ne viene fuori, cioè Joël Dicker medesimo, alla fine risulta simpatico, uno che si impegna allo stremo per scrivere il best seller seguendo tutti i trucchi e i tic che ha studiato diligentemente (e ci è riuscito infatti!), ma non ha pelo sullo stomaco, è trasparente. 

Poi, e non ditemi che sono fissata: nemmeno una parola sul sesso, che pure si può immaginare sia un notevole incentivo per Harry, e un terreno da esplorare per Nola; insomma un elemento, molto importante in qualsiasi storia, a maggior ragione fondamentale in questa vicenda in cui un trentaquattrenne si innamora ricambiato di una quindicenne, in modo esaltato e totale. A parte un episodio del tutto ridicolo in cui alla povera Nola si attribuisce una grottesca machiavellica seduttiva da Mata Hari (ma forse anche questa è la voluta soddisfazione di un american dream) e che non coinvolge Harry, la nostra coppietta del ti amo da morire è pura siccome un angelo. Perché, poi? Forse negli USA il sesso non vende bene? Non direi, per quel che ne so. Oppure a Ginevra si usa così... paese che vai, usanze che trovi. Io comunque ho aspettato fino a pagina 784 una rivelazione, un colpo di scena che mi spiegasse l'omissione, ma La verità sul caso Harry Quebert si conclude senza nemmeno una copula, mannaggia. 

La bella traduzione è di Vincenzo Vega.

Avrei ancora da dire moltissime cose (ho preso una marea di appunti mentre leggevo) ma mi accorgo che ho scritto veramente troppo su questo libro. In una cosa sono d'accordo però con l'autore: si può sempre scoprire qualcosa di nuovo ripensando al passato. Scoprire verità dopo trenta, cinquant'anni, che rivoluzionano il punto di vista, cambiano tutto, la storia come le storie. E quasi mai in senso positivo.            
 

lunedì 10 novembre 2014

Un nuovo autore da tenere d'occhio, e un thriller magistrale: Andrea Tamietti, Ossa dimenticate



L'autore Andrea Tamietti, torinese che vive a Strasburgo dove lavora alla Corte europea dei diritti dell'uomo, è uomo di legge, ma Ossa dimenticate non è un legal thriller tradizionale, del genere cui ci hanno abituato i molti avvocati che scrivono: anzi, si potrebbe definirlo un illegal thriller. Anche se non ci sono violenza né sangue, si tratta di un libro piuttosto duro perché rappresenta un mondo in cui gli unici valori sono sesso e soldi, e i rapporti umani, il contatto, sono sostituiti da continue manipolazioni, tessuto di tutta la storia. 

L'inizio è molto coinvolgente. Torino 2011: l’avvocato Alessandro Canova giunge a casa dell’amico Gianni un attimo prima che questi muoia d'infarto e ne raccoglie l'estrema confidenza, in seguito alla quale trova un cadavere femminile in un capanno in collina. Di più non dico perché non voglio fare spoiler, ma è proprio intorno ai tentativi di dare un'identità a queste ossa dimenticate che si sviluppa l'intera vicenda, molto complessa, intricata, condotta con sicurezza e senza buchi di “sceneggiatura”.
L'autore segue contemporaneamente i vari bandoli della matassa, li unisce o li separa in modo molto sapiente, secondo le esigenze della trama. Il romanzo è in terza persona e i personaggi sono parecchi, ma i punti di vista della narrazione sono due: Alessandro Canova e Stefano Vergnano, protagonista e antagonista, dei cui pensieri l’autore rivela abilmente solo quello che vuole. Si parla moltissimo di sesso e soldi, mai di sentimenti né di simpatia. La vicenda, intessuta di continui inganni e volontari depistaggi, ha origine dal passato, e al passato si ritorna, con qualche flash nel 1997.
E' una tipica inchiesta da avvocato, in cui non intervengono né polizia né carabinieri, condotta a tavolino attraverso ricerche su internet o in archivio, colloqui al ristorante, c’è pochissima azione e niente sangue, sparatorie, splatter, ma il protagonista non agisce da avvocato né si preoccupa molto della legge e non vi sono scene di tribunale o cavilli o salvataggi all'ultima arringa.

Ho trovato molto interessante e molto ben costruito il protagonista, che non è un eroe negativo ma un uomo per cui è impossibile provare simpatia. Alessandro Canova, avvocato quarantenne, sospeso dall’albo per diciotto mesi per infedele patrocinio, è in grave crisi e bancarotta. Fuma, beve troppo, è abulico, si tormenta per essere stato lasciato da Carla, anche se forse più che per amore soffre per una ferita narcisistica, non sopporta di essere stato lasciato per qualcuno che ha più soldi ed è più giovane di lui. È un uomo senza passioni, a parte bere, fumare, le donne, il suo tornaconto, l’aspetto fisico e i soldi, l’abbigliamento, le macchine; non lo vediamo mai leggere, andare al cinema, frequentare amici se non perché ne ha bisogno. E' un grandissimo manipolatore: per i suoi scopi non si fa il minimo scrupolo di far leva sulle debolezze, sulla riconoscenza che gli è dovuta. Sa accusare per opportunismo, sa mentire, sa essere disonesto, sembra non avere ideali né principi. Compie alcune azioni ignobili, non ha rimorsi quando le sue azioni hanno conseguenze anche tragiche. Per lui rinascita significa soprattutto ricupero della forma fisica, soldi e vacanze. Alessandro Canova non è simpatico ma non si può che ammirare la grande abilità di Andrea Tamietti nel creare un personaggio coerente e originale, che ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo protagonista del panorama giallistico (o noir, o thriller, o altro se non vi piace la limitazione di genere). 

L'ambientazione a Torino, descritta con topografia precisa seguendo i passi dei personaggi, è molto importante ed efficace. Via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Vittorio, i Murazzi, la collina, San Salvario, e anche i locali, i caffè, i ristoranti sono nominati con i loro nomi reali, ma l'autore sa proiettare sulle descrizioni la psicologia dei personaggi (vedi, all’inizio, la collina sinistra e ostile di Alessandro Canova, o San Salvario visto con gli occhi di Stefano Vergnano). Anche tocchi di cronaca reale, come la vicenda Stroppiana–Di Modica, contribuiscono a dare concretezza e attualità alla vicenda. Vivida è descrizione del sottobosco della mala torinese, un mondo senza luce dove malvagità, stupidità e squallore vanno sempre insieme, e della vita notturna nei locali in cui la bella vita e la malavita si toccano. Tra i molti personaggi negativi, il cui maschilismo si manifesta soprattutto nel linguaggio sprezzante e violento, quelli femminili non si differenziano molto, sono tutti squallidi o ridicoli tranne un paio che incarnano, con leggerezza, accudimento e rinascita.

Malgrado la cupezza dello scenario, questo non è affatto un romanzo cupo. E' facile farsi prendere dalla quête affannosa del protagonista, e rincorrerlo nei suoi tortuosi andirivieni. Scopriremo che nulla è come appare, tutto si ribalta nel suo opposto, fino al coronamento del finale di cui non diremo parola, se non per sottolineare che per i lettori sarà un bonus del tutto inaspettato.