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mercoledì 20 febbraio 2019

Una storia di Bolzaretto Superiore: Il tavolino di Carlin

E intanto che noi pensiamo ai fatti nostri, a Bolzaretto Superiore la vita continua!

Il tavolino di Carlin
Tra i tavolini del bar Evaristo ce n'è uno che non è mai occupato. Tanto torna, dice Evaristo mentre lo spolvera, tutte le mattine. Invece resta sempre vuoto.

Era il tavolo di Carlin, che a differenza degli altri clienti (dove vuoi andare se vivi già nel posto più bello del mondo?) tutte le estati partiva per le vacanze. Andava col suo zaino sulle spalle, certe volte a sud altre a nord, partiva solo ma poi incontrava qualche ragazza, si fidanzavano e proseguivano insieme, o facendo l'autostop lo caricava una famiglia generosa, con una mamma di quelle che si preoccupano se mangi abbastanza, e per il resto dell'estate Carlin era a posto. Quando tornava era bello grasso o scheletrico a seconda del tipo di donna che gli aveva riempito le vacanze. Ma vedeva anche un sacco di cose, e durante l'inverno ne faceva il resoconto al suo tavolino del bar Evaristo. Nelle sue parole luccicavano lontananze iridate, e i paesi che aveva visitato erano illuminati dai colori delle favole. Non c'era mai posto lì intorno. Lui raccontava e gli altri clienti se ne stavano a ascoltare a bocca aperta. Evaristo in prima fila.

Poi una volta a settembre il tavolino è rimasto vuoto. Carlin non tornava e Evaristo diventava sempre più nervoso. "Ma che fine avrà fatto?" Nessuno lo sa, ma la verità è che ha incontrato una sirena mentre se ne stava affacciato dal parapetto di un traghetto in Grecia, si sono messi a chiacchierare e alla fine lei lo ha invitato a fare due bracciate. Un tuffo e via. Dopo le due bracciate un po' di surf, qualche capriola con i delfini, si sa come vanno queste cose. Che cosa doveva fare secondo voi, Carlin? Tra un tavolino e una sirena la scelta è facile, e infatti lui non ha esitato. Ma poi, anche ammettendo che gli sia venuta voglia di farlo, saltare fuori dall'acqua e arrampicarsi sulla fiancata liscia di una barca non è semplice. Che torni, ormai ci spera solo più Evaristo.

venerdì 20 giugno 2014

La vera prova dell'esistenza di Dio: una storia di Bolzaretto Superiore



RISUS DOMINI LAETIFICAT VITAM MEAM

Al Bar Evaristo di Bolzaretto Superiore si ritrovavano i migliori cervelli, i portafogli più solidi, le lingue meno torpide del paese. Tutt'intorno, d'inverno la nebbia e d'estate le zanzare formavano una cortina protettiva contro coltivatori di meliga, allevatori di vacche, beghine, cacciatori di rane, ubriaconi abituali, vergini da pagliaio, chierichetti, mogli, vedove, preti, ciabattini e bambine col moccio.
Evaristo presiedeva dietro al bancone versando tubi di barbera e bianchetti con l'amaro, Punt e mes prima di cena e grappe la sera tardi. Le donne erano ammesse solo la domenica mattina dopo la messa delle undici, per prendere un vino chinato al banco nella scia dei mariti, il pacchetto delle paste e quello del salè dondolante dal mignolo. Mai nessuna aveva messo piede nella sala da biliardo.
Tra una partita di scopone e una carambola, le conversazioni scoppiettavano. Tutti erano liberi pensatori, ma avevano mogli devote, sempre intente a berliccare balaustre e portare mangiarini a don Ferruccio, il parroco. I mariti ne scusavano la debolezza (a sun mac dle fumne), andavano a messa per farle contente e per rispetto della propria posizione sociale, alcuni si spingevano fino a invitare a pranzo don Ferruccio una volta all'anno.
Una sera di fine settembre, fresca e limpida, ancora memore degli ultimi profumi dell'estate e insieme piena di promesse autunnali, Oreste Gallina, giornalaio e fotografo di matrimoni, giunse al bar molto presto. Fuori le stelle si specchiavano serene nelle bialere, tra l'odore di druggia e le prime spire di nebbia. Dentro, si stava come in un nido caldo di fiato, e i vetri appannati tenevano lontano il buio.
Il giornalaio si fece versare un quartino di rosso e sedette rivolto verso la porta. A ognuno che entrava, faceva cenno di raggiungerlo, tanto che alla fine si dovette accostare un altro tavolino.
Quando tutti furono seduti, i bicchieri pieni, i toscani accesi e le bocche già rotonde di parole, Oreste si schiarì la gola e posò sul marmo un pacchetto avvolto in un foglio della Gazzetta dello Sport.
"Cari signori," disse, "ho da sottoporvi una questione teologica".
Silenzio interrogativo.
"Oggi ho trovato la prova che se Dio esiste, non è così male come ho sempre pensato".
Con mani rispettose aprì l'involto. Un fetore nauseante si sparse nell'atmosfera fumosa e densa di umanità. Dal roseo involucro emerse un esemplare di Fallus Impudicus di dimensioni straordinarie, preciso in ognuna delle sue caratteristiche mimetiche, testicoli e prepuzio ben formati, posizione orgogliosamente eretta, appena un po' arcuata per accentuarne l'eroicità.
Un sospiro collettivo spazzò via le volute di toscano. La regale esuberanza del fungo spinse tutti a segreti, deprimenti confronti.
"Be', Oreste?" chiese il farmacista, ripresosi dall'avvilimento. "Bello. Ma mi sfugge la valenza teologica".
"Come fai a non vedere? Questa potrebbe essere la testimonianza che da qualche parte esiste una mente superiore che trama e ordisce, che progetta il mondo attraverso una rete di rimandi e somiglianze. O pensate che il caso, la natura cieca abbiano saputo produrre qualcosa di così perfetto?".
Giacinto Gamba, il macellaio, tese la mano per toccare il fungo. Con il dito grasso come un cotechino ne sfiorò la cappella.
"Boiafaus, se puzza," mormorò.
"Quello che mi rallegra," disse Oreste, "è l'immagine di sé che Dio ci comunica con questa sua epifania. Un Dio burlone, persino un po' goliardo, che non ha paura di prendere in giro le proprie creature, le stuzzica nei loro punti deboli. Un Dio simpatico. Forse un po' greve, ma spiritoso".
Paulin Pera, direttore delle poste, scosse il capo.
"Ma allora questa gli è proprio scappata. Millenni di tormenti per capire se c'era o no, e bastava una passeggiata nei boschi per trovare l'unica prova oggettiva della sua esistenza?".
Oreste rifece il pacchetto con cura.
"Forse un momento ludico incontrollabile. Una sfida a chi è più furbo. Un indizio da caccia al tesoro, disseminato tra ricci di castagne e foglie marce, per chi sa vedere e interpretare. O magari un atto di misericordia per quei miscredenti, come noi, che hanno bisogno di prove concrete, che parlino agli occhi e alla ragione in maniera inconfutabile. Comunque, ne esce bene. Altro che Dio degli eserciti e delle trombe del giudizio. Questo qui è un Dio del c..."
Dieci mani si tesero a tappargli la bocca blasfema.
"Ne parlerò con Dorina e don Ferruccio," concluse Oreste.
Dorina, sua moglie, minacciò la separazione immediata se non buttava via quello schifo puzzolente. A don Ferruccio la prova micologica dell'esistenza di Dio fu risparmiata. Però, da quella sera, ogni volta che al Bar Evaristo si parlava in tono irrisorio di sacristi e turiboli, Oreste faceva una risatina e osservava, a parte:
"Certo che se c'è, e ha creato a sua immagine e somiglianza, non posso che fargli tanto di cappello".