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lunedì 22 luglio 2019

Leonardo Da Vinci a Kusadasi: la scienza è donna

Oggi, passeggiando per Kusadasi, grande sorpresa: nel magnifico caravanserraglio che si affaccia sul porto, c’è una mostra su Leonardo da Vinci scienziato, completa di moltissimi modellini in legno, funzionanti, in dimensioni reali. Precedentemente, ci informa il manifesto accanto al megaritratto di Atatürk, è stata esposta a Firenze, Milano, Chicago e Roma.
Non ci sono molti visitatori oltre a noi, e sono per la totalità donne. Un gruppo composto da tre generazioni presumibilmente madre, figlia e nipote sui dieci anni, osserva i modelli uno per uno leggendo le spiegazioni, fotografando tutto mentre la figlia spiega minuziosamente il funzionamento e la nipote mette in azione i modelli entrandoci dentro e sperimentando di persona. Nel tempo che loro impiegano a arrivare al terzo modello noi abbiamo visto tutta la mostra. Quando ce ne andiamo sono lì che affrontano il quarto modello (ce n’erano una trentina) con l’appassionato interesse con cui  si osserva qualcosa che piace, che incuriosisce, di cui non si vuole perdere neanche un particolare. 
L’altra visitatrice è una ragazza giovane, molto elegante con il suo foulard e pardessus islamico, che arriva fino arrivo alla fine della mostra guardando e leggendo tutto, poi ricomincia da capo fotografando scritte e oggetti uno per uno. 
Niente da fare, la scienza è donna a Kusadasi, la curiosità e la voglia di capire e imparare, foulard o meno, sono donna. 
(Anche questo post è stato scritto in condizioni precarie, e se non è bello da vedere non è tutta colpa mia).




martedì 4 dicembre 2018

Parliamo tanto di donne (e uomini): Barbara Pym, Se una dolce colomba e Andrea Camilleri, Donne.

Il caso mi ha fatto imbattere in Barbara Pym dopo molti anni che non la frequentavo più, e come
succede con le vecchie amiche mi sono immediatamente fermata a sentire quello che aveva da raccontarmi. E l'antico legame, l'incanto delle sue parole mi ha immediatamente riacchiappata con Se una dolce colomba, romanzo del 1978 in edizione La Tartaruga del 1991, con la bella traduzione di Maria Grazia Bellone. E mi sono ripromessa, proprio perché è una vecchia amica, di farmi di nuovo raccontare le sue storie che conosco già ma so che sono incantevoli, non mi stanco mai di ascoltarla. Rileggerò per il mio piacere e il mio vantaggio Donne eccellenti, Quartetto d'autunno, Una questione accademica  e tutti gli altri che occupano un posto sui miei scaffali. Sulla sua vicenda editoriale, ecco qui qualche notizia. Barbara Pym fa parte di quel nutrito gruppo di scrittrici britanniche, anzi di narratrici, di eccelsa bravura e fascinosa intelligenza, capaci di raccontare il mondo divertendo, interessando, senza mai avere bisogno di toni forti e vicende scioccanti. Per intenderci, nipotine non di Emily Bronte ma di Jane Austen. Penso a Celia Dale, Marie Belloc Lowndess, Mary Wesley, Penelope Fitzgerald, Elizabeth Taylor, Molly Keane, Monica Dickens, Fay Weldon, Mary Margaret Kaye e molte altre che potrete scoprire incamminandovi su questo ridente sentiero.

In questo romanzo Miss Pym dà sfogo alla sua delicata perfidia. Senza mai uscire dai confini di un'educatissima e un po' snob descrizione di una società fatta di signore benestanti e di ottimi gusti (almeno quando si tratta di vestiti e oggetti vittoriani), antiquari galanti, giovanotti graziosi e bisognosi di protezione, vicine invadenti, ragazze malvestite che abitano in campagna. Ci si scambiano inviti a pranzo e a cena, regalini e mazzi di fiori, mobili in prestito (c'è un'esilarante scambio di tavolini e specchiere, quasi farsesco nell'incrocio di generosità e meschineria), si tengono le distanze, i giovani sono sciocchi e ingenui, gli adulti egoisti ma non più saggi. C'è un classico terzetto costituito dalla protagonista Leonora, bella donna al tramonto descritta senza mai usare una parola che non sia lusinghiera, ma per la quale è impossibile provare empatia dato il suo adamantino egocentrismo, Humphrey il perfetto gentleman che sa sempre come confortare le signore, il giovane James confuso, ingenuo e alla fine vittima del predatore Ned, che distrugge il delicato equilibrio (non a caso è americano!). L'argomento potrebbe essere scabroso ma siccome l'understatement è legge, niente di imbarazzante viene mai chiamato con il suo nome e i colpi bassi si ingoiano come pasticcini senza dar segno di soffocamento, la vita scorre con eleganza e discrezione tra aste da Christie’s, tazze di tè e pranzi al club. E se ogni tanto si è costretti a fare tappa in un locale self-service, per una volta ci si può anche adattare con grazia.

Parlando di Barbara Pym, maestra dei dialoghi, mi viene da usare a ripetizione aggettivi come incantevole, delizioso e simili, ma mi trattengo perché so che lei storcerebbe il naso per il cattivo gusto. Mi limito a dare a chi legge un consiglio da amica: se avete voglia di passare qualche ora in ottima compagnia, intelligente, cattivella, colta, beneducata, mai noiosa né sopra le righe, affidatevi a Miss Pym e mi ringrazierete.

Purtroppo, e mi dispiace perché Andrea Camilleri è uno scrittore che ammiro e leggo con piacere, il suo Donne è chiaramente un'operazione editoriale per raschiare il fondo del barile di un autore di richiamo. Non ne parlerei se non fosse che l'ho letto subito prima di Se una dolce colomba e il confronto è stato impietoso. Si tratta di un piatto repertorio di paginette su donne famose, come Angelica o Giovanna d'Arco, o incontrate dall'autore in varie fasi della sua vita, ma nessuna riesce a suscitare un brivido d'interesse né esce dai solchi del cliché, del corpo voluttuoso e delle gambe slanciate, della storiellina davvero minima. Peccato. Mi è spiaciuto per Camilleri, ma per la prima volta leggendolo mi sono annoiata. Prima o poi lo leggerò di nuovo, sono così numerosi i suoi libri che certamente troverò di che divertirmi ancora.                    

domenica 20 marzo 2011

Ma mi faccia il piacere!

Nel momento caldo del bunga bunga, escort & affini non sono riuscita a scrivere niente per mancanza di tempo e anche perché tutto quel gran pontificare a vuoto mi ha nauseata. Non che pensi di essere esente dal rischio pontificale, anzi. Forse mi piace farlo in esclusiva. Comunque, in sostanza 1) il tizio di cui tutti parliamo da vent'anni faccia quello che vuole nella sua tavernetta da bauscia (minorenni a parte), 2) però non pretenda anche di governarmi mentre lo fa. E basta, non ho altro da dire sulla sostanza. Però non capisco perché nel mondo del liberismo sfrenato, della monetizzazione assurta a religione, in cui un'opera d'arte viene valutata in numero di biglietti staccati, volume del merchandising e ritorno economico sui ristoranti del circondario, l'unico tabù rimasto, l'unica cosa che non si deve vendere è proprio quella lì, quella per cui la creatività lessicale della nostra bella lingua si è scatenata, l'origine del mondo di Courbet, insomma avete capito. Eppure le allegre ragazze che ne fanno commercio ne hanno anche l'assoluta proprietà, perché non dovrebbero farne l'uso che vogliono? Perché solo quella va concessa in beneficenza, per ammore (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi grossa come una casa sul fatto che dall'amore non ci aspetti nessun vantaggio...), pena lo stigma morale e sociale, l'autorizzazione a tutti (ma proprio tutti) di agitare il ditino ammonitore, il così non si fa? E l'esimio Francesco Merlo su la Repubblica che le chiama impunemente le lupe di Arcore? Si può vendere lo sperma, svendere il cervello, affittare l'utero, baciare l'anello ai dittatori per scopi commerciali (e bombardarli per scopi umanitari), sfruttare gli immigrati, inventarsi qualsiasi cosa per indurre il prossimo a consumare, ecc ecc. Ma quello proprio no. E' il limite, l'ultimo paletto che la moralità integerrima di una società in pieno svacco non intende spostare. Qualche motivo ci sarà, ma mi sfugge completamente.
E poi: voglio varare una petizione (magari al padreterno che ha le sue responsabilità) perché chiunque scrive controlli i suoi automatismi, per evitare di dovere ancora e sempre leggere perle come queste: Giovanni Valentini, la Repubblica 22/1/2011, Se il biscione diventa un drago (si parla ovviamente di Ruby Rubacuori & c) "Ne abbiamo già abbastanza per dire che tutta questa vicenda è un'offesa alla donna, alla figura femminile e quindi a tutte le donne. Di centrodestra e di centrosinistra. Cattoliche e laiche. Madri, mogli, sorelle, fidanzate e compagne". Il grassetto è mio. E anche: Antonella Barina, Il venerdì di Repubblica, 11/3/2011, Arriva il quadro più scandaloso dell'umanità, sull'esposizione al Mart di Rovereto del quadro "L'origine del mondo" di Gustave Courbet: "Una tela senza precedenti nella storia dell'arte, che [...] diventa il sesso di tutte le donne – madri, sorelle, mogli, amanti, figlie – il punto di partenza di ogni vita". Di nuovo il grassetto è mio. Ma fatemi il piacere! Il santissimo piacere di connettere per un istante il cervello e vergognarvi! So che l'intenzione è buona, ma possiamo smetterla di definire le donne in base alla loro collocazione nei confronti di un uomo? Perché altrimenti non esistono, non sappiamo come definirle, dove piazzarle? E forse neanche ce l'hanno, l'origine del mondo?
P.S. in margine all'articolo di Giovannini, di cui ho apprezzato il sincero sdegno e il solidale attestato di stima per le donne. Io non mi sento né mi sono sentita offesa da tutta la vicenda del bunga bunga. Perché dovrebbero offendermi questi traffici in cui non c'entro niente, e non mi hanno portato via niente? Fatti loro. Io della mia dignità ho una considerazione molto più alta e una sicurezza molto più solida di quanto possa essere sgualcito dai vecchi sporcaccioni e le loro giovani complici. E poi, diciamolo pure, se qualcuno deve eventualmente cominciare a preoccuparsi della sua dignità e della sua immagine, sono gli uomini, e non certo le donne.

mercoledì 1 settembre 2010

A proposito delle "hostess" di Gheddafi

In tutte le polemiche sulla visita di Gheddafi e la sua presunta istigazione all'islamizzazione dell'Europa (dico presunta solo perché non ho avuto la pazienza di leggere gli articoli fino in fondo, per cui non sono a conoscenza dell'esatto peso del suo discorso - ma non ho difficoltà a immaginarlo) la cosa che mi ha colpita e veramente infastidita è il giudizio sprezzante sulle hostess, come vengono definite con malizia, cioé sul pubblico femminile pagato che ha assistito alle sue esternazioni. Su Facebook ho letto discussioni in cui venivano definite prostitute, ho sentito Franceschini che strappava un facile applauso dicendo che la loro presenza, cioé in soldoni la loro esistenza, offendeva le donne italiane. Anche meno, direbbe la Littizzetto. Io non sono per niente offesa. Mi spiegate in che cosa la loro giornata lavorativa, retribuita con 70 € si suppone importanti per una ragazza che fa lavori precari, va contro l'etica e la morale e la decenza? In che cosa lede la mia dignità di donna? A parte il fatto che io penso che anche le prostitute possono veramente fare quello che vogliono con il loro corpo che fino a prova contraria è l'unica cosa che ci appartiene in toto, ma questo è un altro discorso, molto più lungo e complesso. Mi limito alle ragazze dignitosamente vestite e pagate per avere trascorso una giornata a ascoltare un vecchio dittatore colorito e mattacchione al quale hanno prestato ascolto, e attenzione, e dedicato tempo, nella speranza di una retribuzione molto più sostanziosa, molti personaggi in vista che conosciamo benissimo e che non sto qui a nominare per non perdere tempo. Prima cosa, evidentissima, non c'è neanche l'ombra di una ragione per non farlo. Secondo, se lavori in genere è perché hai bisogno di soldi per soddisfare delle necessità quindi fai anche cose magari noiose, magari mortificanti, senza tante storie. Terzo, se lavori per un'agenzia magari non è il caso di rifiutare un ingaggio come quello, rischi di essere cancellata dalle liste. Quarto, non era mica un incarico da sbeffiare. Io ho fatto un sacco di lavori quando ero studentessa, il novantanove virgola nove per cento dei quali mi annoiavano a morte in sé e per sé ma magari mi incuriosivano e ero contenta quando li accettavo, come fare la standista nei saloni dove ho venduto gelati, rulli magici e mobili del rinascimento canadese. All'epoca, mi avessero chiesto di fare la "hostess" chez Gheddafi ci sarei corsa, per i soldi e per la curiosità di partecipare a un evento diverso dalla solita routine di babysitteraggio e ripetizioni a zucconi (anzi, da zuccona a zuccone). Il fatto è che di questi tempi "si porta" il moralismo sulle donne. Dai difensori delle donne ormai professionali, come Gad Lerner che si è assunto questo compito come una missione e il trombone Adriano Sofri che tra un moralismo e una lacrima al ciglio ci rassicura quotidianamente sulla nostra superiorità, ai desolati per la mancanza di ideali delle ragazze che voglio tutte fare le veline, a quelli che il velo no però come la mettiamo con le nostre ragazze che se ne vanno a culo nudo ecc ecc. Magari smettetela, smettiamola, di preoccuparci e lasciate che ci pensino loro. Le ragazze non lo ve l'hanno, non ce l'hanno chiesto di mostrargli sempre la fiaccola della virtù per indicargli la via. E per una Noemi che fatica pateticamente a procedere sulla sua scorciatoria, ce ne sono tante altre che sognano cazzate finché sono ragazzine e poi a colpi di nasate e scivoloni imparano. Sono ben altri problemi delle donne, e non parlo solo di Iran e Afghanistan. Comunque, qui voglio solo dire: un po' di rispetto per queste ragazze che hanno fatto un giorno di lavoro facile, mal retribuito, ridicolo, certo inutile. Ma onesto lavoro.
Se proprio devo pensare a una cosa che mi riempie di indignazione, mi offende, mi rivolta le viscere, una cosetta nostrana, non una lapidazione né altro di importante, è l'agghiacciante trasmissione di Canale 5 su cui mi è caduto l'occhio una volta e mai più, perché non voglio rovinarmi la cena e la serata: Le Velone. Quella sì che è offensiva per le donne, e anche per gli uomini. L'idea che qualcuno la guardi per farsi due risate mi ripugna. All'inferno sarebbe una buona punizione per Gheddafi e per il nostro giovane premier, suo sodale in sessuomania.