Così sorridente e amichevole, lo sguardo che ti mette subito a tuo agio, semplice ma perfetta, questa fotografia di Anne Tyler rispecchia benissimo il suo modo di scrivere. Anne Tyler è una di quelle scrittrici che ti fanno subito sentire a casa tua quando entri in un nuovo romanzo, tra amici o almeno cari conoscenti, anche in storie e ambienti con cui non hai niente da spartire. E forse La danza dell'orologio non è il suo romanzo che mi è piaciuto di più, forse la storia mi ha lasciata un po' indifferente, ma l'ho letto con molto piacere, in fretta, e senza cali di interesse. Merito di Anne Tyler e non della protagonista Willa Drake, donna simpatica ma, secondo me, portata a ripetere i suoi errori.
Donna esemplare, con un marito molto amato che ha il cattivo guusto di morire giovane, due figli lontani e pochissimo affettuosi, risposata con Peter, un ricco sicuro di sé e poco interessato agli altri, risponde con immediata disponibilità a una richiesta d'aiuto che le arriva da un luogo lontano, da parte di una sconosciuta, perché si prenda cura di una bambina che non ha mai visto, figlia di una ex fidanzata del figlio che non gliel'ha mai presentata... Una richiesta assurda a ben vedere, ma Willa risponde alla chiamata e accorre assieme a Peter piuttosto riluttante. Si trova a centinaia di chilomentri da casa sua, nel bel mezzo di un mondo che le è sconosciuto, con persone diversissime da quelle che è abituata a frequentare, in un quartiere strano per i suoi parametri. E di qui in poi non è che succeda molto, ma Anne Tyler è così brava a raccontarcelo che ci accomodiamo al suo fianco e la guardiamo in faccia mentre lei dice "lui ha detto, lei ha risposto" e noi vediamo tutto e ci piace, ci piace stare in mezzo ai personaggi, seguire le loro storie minime e prevedibili, e ci viene da dare delle pacche di incoraggiamento a Willa per farle capire che ha tutta la nostra approvazione qualunque scelta faccia.
Non è un romanzo "mozzafiato" (qualunque cosa voglia dire quest'espressione che aborrisco), ma ci porta dove vuole con il suo tono vivace ma tranquillo, rassicurante, e mi sento di consigliarlo a chiunque per questi caldi fuori norma in cui ci dibattiamo. Non è neanche un "romance", non abbiate paura. Non c'è neanche un morto ammazzato né un serial killer. E' solo un romanzo ben scritto da un'autrice che sa il suo mestiere, che parla di vite minime ma non irrilevanti, come la nostra o quella dei nostri vicini di casa. Ben venga Anne Tyler e la storia di Willa Drake.
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martedì 25 giugno 2019
lunedì 19 novembre 2018
Le tragiche "Donne incompiute" di Houria Boussejra
Non si trova molto in rete sulla scrittrice marocchina Houria Boussejra (Rabat 1961 o 1962, le fonti divergono - 2001) cui la
Bibliothèque Nationale de France attribuisce il genere maschile. Qualcosa c'è nella tesi di dottorato in Letterature francofone del 2007 all'Università di Bologna di Paola Martini, ma non sono riuscita a capire dove sia vissuta o come. E' l'autrice di Donne incompiute, edito da Barbès nel 2002, che la presenta come "la scrittrice anticonformista e ribelle per eccellenza del Marocco". Difficile crederci leggendo i sei racconti, ognuno intitolato a una donna, che compongono lo smilzo libretto, peraltro assai leggibile e veloce. Donne incompiute è uno di quei libri di cui, più che darne un giudizio, mi piacerebbe poter discutere, sentire altre interpretazioni, anzi, mi piacerebbe che mi fosse spiegato perché io non so bene che cosa dirne al di là del profondo sconcerto che questi racconti mi hanno provocato.
Sono sei storie di donne, di serve anzi. Donne, e prima bambine, vendute, schiacciate, usate, maltrattate, che come unica uscita dal loro stato hanno l'invidia, l'odio e l'istinto di rubare, portare via quello che appartiene a altre donne, come se dessero per scontato che nulla si può costruire e l'unica possibilità è rubare ciò che già esiste, a partire dagli uomini (il mitico "marito ricco" della padrona) visti come strumenti per raggiungere l'unico valore veramente significativo e sicuro, il denaro. E questa mi pare una conclusione davvero desolante. Terribile è il ritratto della società che viene fuori da queste vicende - familiari venali e pronti a vendere le bambine al migliore offerente, uomini violenti, rapaci e parassiti, nei ceti abbienti padrone meschine, padroni pronti a approfittare della debolezza delle schiave bambine, indifferenza e crudeltà. Ma quello che a mio parere colpisce di più è che nessuna delle sei protagoniste, pur nella differenza (in realtà piuttosto irrilevante) delle loro storie, tenta una vera ribellione scegliendo di emanciparsi per seguire una strada diversa, per raggiungere qualche obiettivo capace di cambiare la sua vita, ma tutte usano lo strumento più tradizionale di tutti, il proprio corpo, per ottenere agi e sicurezze.
Ora, mentre scrivo queste parole mi rendo ben conto della loro sostanziale stupidità: Tamou, Aicha, Sherifa, Fatma, Mira, Saadia usano l'unico strumento che gli appartiene, l'unico di cui possono disporre, è ovvio. Meno ovvio mi pare il motivo che ha spinto Houria Bousserja a narrare queste vicende, peraltro non realistiche né sottotono. E mi piacerebbe essere aiutata a capire. Se mi capiterà sottomano qualcos'altro di quest'autrice lo leggerò, ma non credo che andrò a cercarmelo.
Traduzione a dir poco erratica di Véronique Seguin (Dépôt SACD).
Bibliothèque Nationale de France attribuisce il genere maschile. Qualcosa c'è nella tesi di dottorato in Letterature francofone del 2007 all'Università di Bologna di Paola Martini, ma non sono riuscita a capire dove sia vissuta o come. E' l'autrice di Donne incompiute, edito da Barbès nel 2002, che la presenta come "la scrittrice anticonformista e ribelle per eccellenza del Marocco". Difficile crederci leggendo i sei racconti, ognuno intitolato a una donna, che compongono lo smilzo libretto, peraltro assai leggibile e veloce. Donne incompiute è uno di quei libri di cui, più che darne un giudizio, mi piacerebbe poter discutere, sentire altre interpretazioni, anzi, mi piacerebbe che mi fosse spiegato perché io non so bene che cosa dirne al di là del profondo sconcerto che questi racconti mi hanno provocato.
Sono sei storie di donne, di serve anzi. Donne, e prima bambine, vendute, schiacciate, usate, maltrattate, che come unica uscita dal loro stato hanno l'invidia, l'odio e l'istinto di rubare, portare via quello che appartiene a altre donne, come se dessero per scontato che nulla si può costruire e l'unica possibilità è rubare ciò che già esiste, a partire dagli uomini (il mitico "marito ricco" della padrona) visti come strumenti per raggiungere l'unico valore veramente significativo e sicuro, il denaro. E questa mi pare una conclusione davvero desolante. Terribile è il ritratto della società che viene fuori da queste vicende - familiari venali e pronti a vendere le bambine al migliore offerente, uomini violenti, rapaci e parassiti, nei ceti abbienti padrone meschine, padroni pronti a approfittare della debolezza delle schiave bambine, indifferenza e crudeltà. Ma quello che a mio parere colpisce di più è che nessuna delle sei protagoniste, pur nella differenza (in realtà piuttosto irrilevante) delle loro storie, tenta una vera ribellione scegliendo di emanciparsi per seguire una strada diversa, per raggiungere qualche obiettivo capace di cambiare la sua vita, ma tutte usano lo strumento più tradizionale di tutti, il proprio corpo, per ottenere agi e sicurezze.
Ora, mentre scrivo queste parole mi rendo ben conto della loro sostanziale stupidità: Tamou, Aicha, Sherifa, Fatma, Mira, Saadia usano l'unico strumento che gli appartiene, l'unico di cui possono disporre, è ovvio. Meno ovvio mi pare il motivo che ha spinto Houria Bousserja a narrare queste vicende, peraltro non realistiche né sottotono. E mi piacerebbe essere aiutata a capire. Se mi capiterà sottomano qualcos'altro di quest'autrice lo leggerò, ma non credo che andrò a cercarmelo.
Traduzione a dir poco erratica di Véronique Seguin (Dépôt SACD).
lunedì 29 giugno 2015
Letteratura femminile che non si veste di rosa né di nero: Ann B. Ross, Miss Julia dice la sua
Questa signora sorridente è l'autrice Ann B. Ross, ma potrebbe essere con altrettanta verosimiglianza la protagonista del titolo, Miss Julia dice la sua. Per una volta userò un'espressione che di solito mi fa venire la giassina ai denti: letteratura femminile. Ecco, questo è un romanzo tutt'altro che rosa ma non si può negare che sia femminile. Comincia lento e un po' noioso, poi prende l'aire e prosegue a passo allegro, mettendo persino ansia e inquietudine e voglia di menar le mani, cosa che la compunta protagonista non farebbe mai. Si legge con piacere e con il desiderio di andare avanti, non certo di sapere come finisce perché è prevedibilissimo, il che lo rende molto riposante. Non è rosa ma non è neanche noir e neppure giallo, anche se il personaggio di Miss Julia, qui alla sua prima apparizione, ha dato origine a una serie di quattordici volumi in cui immagino si trovi alle prese con misteri da risolvere.
Siamo nel North Carolina a Abbotsville, cittadina piccola e pettegola, in cui Mrs Julia Springer, ultrassessantenne da poco rimasta vedova e senza figli, occupa un posto preminente come ricchissima erede unica del marito con cui è stata sposata per quarantaquattro anni, per la sua attività nella congregazione presbiteriana di cui fa parte, per la sua rete di rapporti, per la vita integerrima e il carattere accomodante. Intono a lei ruotano una cameriera di colore, Lillian, saggia e energica (vi ricorda qualcuno? sì, l'abbiamo incontrata in tutti, e dico tutti, i romanzi ambientati nel Sud degli Stati Uniti), un paio di avvocati, uno, Sam, maschio e anziano e l'altra Binkie, femmina e giovane, un agente di polizia, Bates, suo giovane pensionante, il pastore presbiteriano della parrocchia davanti a casa sua, padre Ledbetter. Tutti si preoccupano per lei e chi più chi meno si danno da fare per il suo bene.
In quest'atmosfera di idillio provinciale in cui manca l'aria e conformismo, bigottismo, classismo e ipocrisia permeano tutti i rapporti, davanti alla porta di Miss Julia scoppia una bomba: una ragazza di estrazione chiaramente proletaria suona il campanello e senza dare spiegazioni le molla un bambino dicendo che è il figlio che ha avuto dal defunto Wesley Lloyd Springer, marito di Miss Julia, e passerà a riprenderlo appena avrà finito un corso di manicure con cui intende guadagnarsi la vita visto che il ricco amante non le ha lasciato nulla. Da qui si sviluppa l'azione in cui intervengono anche alcuni loschi figuri, ma soprattutto Miss Julia prende progressivamente coscienza di avere sempre vissuto, come si dice volgarmente, con le fette di prosciutto sugli occhi, e stupisce tutti comportandosi al contrario delle aspettative altrui. Insomma, si può dire che in fondo sia il romanzo di una stagionatissima formazione. E magari la protagonista non è molto credibile ma si fa amare, e certe figure di ipocriti pericolosi e certe situazioni di accerchiamento psicologico fanno davvero venire i brividi, e anche se alla fine tutto va fin troppo a posto e niente soprende, il ritratto velenoso di una città di provincia lascia il segno.
Lettura consigliata a chi vuole rilassarsi, rifugiarsi in un mondo abbastanza consolatorio, divertirsi con una scrittura frizzante e astuta, rinfrescarsi dall'afa e andare a dormire senza residui problematici in testa. E con la sicurezza che altre numerose avventure con Miss Julia sono a portata di mano.
Traduzione vivace di Valentina Ricci.
Siamo nel North Carolina a Abbotsville, cittadina piccola e pettegola, in cui Mrs Julia Springer, ultrassessantenne da poco rimasta vedova e senza figli, occupa un posto preminente come ricchissima erede unica del marito con cui è stata sposata per quarantaquattro anni, per la sua attività nella congregazione presbiteriana di cui fa parte, per la sua rete di rapporti, per la vita integerrima e il carattere accomodante. Intono a lei ruotano una cameriera di colore, Lillian, saggia e energica (vi ricorda qualcuno? sì, l'abbiamo incontrata in tutti, e dico tutti, i romanzi ambientati nel Sud degli Stati Uniti), un paio di avvocati, uno, Sam, maschio e anziano e l'altra Binkie, femmina e giovane, un agente di polizia, Bates, suo giovane pensionante, il pastore presbiteriano della parrocchia davanti a casa sua, padre Ledbetter. Tutti si preoccupano per lei e chi più chi meno si danno da fare per il suo bene.
In quest'atmosfera di idillio provinciale in cui manca l'aria e conformismo, bigottismo, classismo e ipocrisia permeano tutti i rapporti, davanti alla porta di Miss Julia scoppia una bomba: una ragazza di estrazione chiaramente proletaria suona il campanello e senza dare spiegazioni le molla un bambino dicendo che è il figlio che ha avuto dal defunto Wesley Lloyd Springer, marito di Miss Julia, e passerà a riprenderlo appena avrà finito un corso di manicure con cui intende guadagnarsi la vita visto che il ricco amante non le ha lasciato nulla. Da qui si sviluppa l'azione in cui intervengono anche alcuni loschi figuri, ma soprattutto Miss Julia prende progressivamente coscienza di avere sempre vissuto, come si dice volgarmente, con le fette di prosciutto sugli occhi, e stupisce tutti comportandosi al contrario delle aspettative altrui. Insomma, si può dire che in fondo sia il romanzo di una stagionatissima formazione. E magari la protagonista non è molto credibile ma si fa amare, e certe figure di ipocriti pericolosi e certe situazioni di accerchiamento psicologico fanno davvero venire i brividi, e anche se alla fine tutto va fin troppo a posto e niente soprende, il ritratto velenoso di una città di provincia lascia il segno.
Lettura consigliata a chi vuole rilassarsi, rifugiarsi in un mondo abbastanza consolatorio, divertirsi con una scrittura frizzante e astuta, rinfrescarsi dall'afa e andare a dormire senza residui problematici in testa. E con la sicurezza che altre numerose avventure con Miss Julia sono a portata di mano.
Traduzione vivace di Valentina Ricci.
domenica 3 luglio 2011
Gossip e Corano: quanto sono glamour le ragazze saudite! Rajaa Alsanee, Ragazze di Riad
Un libro veramente interessante e istruttivo, ben al di là delle intenzioni dell'autrice di cui il paratesto non dà la minima notizia, e anche Wikipedia non si spreca. Figura come una serie di mail inviate da un'anonima ragazza di Riad a una mailing list che man mano si ingrossa sempre di più. L'argomento è prettamente rosa: patimenti amorosi e aspettative matrimoniali di quattro ragazze della ricca borghesia, ma il risultato è più simile a un racconto dell'orrore. La narratrice gioca sul suo anonimato, finge di ricevere risposte (quasi esclusivamente maschili) di profonda critica, più raramente di approvazione. Inizia ogni mail con una citazione, poetica o religiosa, qualche parola di commento poi passa alla narrazione vera e propria. Questa parte è la meno interessante anche se probabilmente funzionale per la pubblicazione in patria per dimostrare che l'autrice sa di trattare argomenti scottanti. Molto ricche, tutte universitarie, abituate a viaggiare e anche sveglie, le ragazze Quamra, Lamis, Sadim, Michelle hanno un'unica aspirazione nella vita: trovare un marito. La cosa agghiacciante è che malgrado gli esempi che hanno davanti agli occhi, anche in casa, da un marito si aspettano di trovare la felicità, il rispetto, la parità nel rapporto, la libertà, mentre tutto quello che trovano (e non dipende dagli individui, è implicito e inevitabile date premesse sociali e culturali), è la cancellazione di se stesse in quanto persone e una feroce necessità di adeguarsi ai più assurdi e crudeli dettami della tradizione.
Le loro storie sono esemplari. Tutto inizia al matrimonio di Quamra, la meno carina e brillante che però ha avuto la fortuna di un ottimo partito. Peccato che si accorga subito di qualcosa di strano: lo sposo non si sogna di deflorarla, è necessario che sposa ci metta tutta la sua buona volontà per raggiungere lo scopo, con poca soddisfazione. I due vanno a vivere in America dove lui studia, e qui Quamra, dopo mesi di umiliazioni e solitudine a due, scopre che il marito ha un'amante da anni, che ama molto, ma ha sposato lei per la pressione familiare. La povera Quamra smette la pillola che il marito la costringeva a prendere, resta incinta e affronta l'amante: risultato, il marito divorzia da lei e chi s'è visto s'è visto. Condannata da quel momento in poi a fare la vita da divorziata con un figlio cui l'ex marito non provvede e neanche va mai a vedere.
Non va meglio a Lamis, anzi. Notata alle nozze di Quamra dalla madre di un ricco giovanotto, viene chiesta in moglie, si fidanza e poco dopo viene firmato il contratto di matrimonio dopo il quale è legalmente sposata, ma per andare a vivere con il marito deve attendere la cerimonia vera e propria. Siccome è una brava studentessa chiede che questa venga posposta agli esami finali, lui accetta ma si vede che è un po' deluso. Lei allora decide di concedergli qualcosa per compensarlo, lui accetta ben lieto (quanto conceda non si capisce perché il testo è molto castigato e reticente) poi se ne va un po' agitato, non si fa più vivo, stacca il telefonino, la suocera si nega al telefono. Dopo tre settimane Lamis riceve le carte per il divorzio. Umiliata e disperata, va a Londra (dove la sua famiglia possiede un appartamento a Kensington) da sola, per distrarsi. Qui fa anche uno stage in banca e conosce un connazionale più grande, brillante politico, con cui intrattiene un rapporto amoroso (platonico) strettissimo per quattro anni, finché lui le annuncia che sta per sposarsi con una ragazza scelta dalla famiglia (ha più di quarant'anni) perché non può sposare una divorziata. Più tardi, con la moglie incinta, la cerca di nuovo e le chiede se vuole diventare la sua seconda moglie.
Michelle, americana per parte di madre, conosce un ragazzo che ama molto ma non può sposarlo perché la madre di lui glielo proibisce in quanto lei non appartiene a nessuna tribù (credo situazione analoga a quella di un legame tra un nobile e un borghese nell'Ancien Régime). Va a fare l'università in America e stringe un rapporto con un cugino ma non se ne parla nemmeno perché lui è americano.
L'unica che se la cava secondo i canoni è Sadim.
Non si capisce perché queste ragazze, così libere di andare, fare e stare quando sono fuori dell'Arabia Saudita mentre in patria non possono neppure uscire da sole, se ne tornino poi sempre a casa. A questo proposito è divertente, al di fuori delle intenzioni dell'autrice, la descrizione dei viaggi di ritorno in aereo, quando a uno a uno i viaggiatori, maschi e femmine, vanno alla toilette in abiti occidentali e ne riemergono in abiti sauditi, in bianco gli uomini, in nero e totalmente velate le donne.
Scritto in modo brillante, vivace, volutamente scanzonato, si presenta come un'accorata ma blanda critica alle tradizioni che impediscono ai giovani di scegliere liberamente il compagno o la compagna del proprio cuore, ma in realtà apre una finestra orrorifica sulla condizione delle donne in Arabia Saudita, siano pure le più ricche, istruite, padrone dei mezzi tecnologici più moderni, abituate a viaggiare e conoscere il mondo. Se ne esce con i brividi nella schiena, ma vale veramente la pena di leggerlo perché non è un romanzo scritto per la pubblicazione all'estero, per gratificare i pregiudizi degli occidentali raccontando quello che si aspettano di leggere come l'orrido Cacciatore di aquiloni. E' un romanzo scritto per il pubblico saudita, che si sforza molto di essere contemporaneo, il che lo rende straordinariamente significativo. Non mi risulta che ci sia un ebook e non so se è ancora in distribuzione, ma se per caso lo trovate, magari su una bancarella, acchiappatelo senza esitare.
E alla fine, ovvio, noi ragazze ci si congratula per la nostra fortuna di non essere nate in Arabia Saudita.
Le loro storie sono esemplari. Tutto inizia al matrimonio di Quamra, la meno carina e brillante che però ha avuto la fortuna di un ottimo partito. Peccato che si accorga subito di qualcosa di strano: lo sposo non si sogna di deflorarla, è necessario che sposa ci metta tutta la sua buona volontà per raggiungere lo scopo, con poca soddisfazione. I due vanno a vivere in America dove lui studia, e qui Quamra, dopo mesi di umiliazioni e solitudine a due, scopre che il marito ha un'amante da anni, che ama molto, ma ha sposato lei per la pressione familiare. La povera Quamra smette la pillola che il marito la costringeva a prendere, resta incinta e affronta l'amante: risultato, il marito divorzia da lei e chi s'è visto s'è visto. Condannata da quel momento in poi a fare la vita da divorziata con un figlio cui l'ex marito non provvede e neanche va mai a vedere.
Non va meglio a Lamis, anzi. Notata alle nozze di Quamra dalla madre di un ricco giovanotto, viene chiesta in moglie, si fidanza e poco dopo viene firmato il contratto di matrimonio dopo il quale è legalmente sposata, ma per andare a vivere con il marito deve attendere la cerimonia vera e propria. Siccome è una brava studentessa chiede che questa venga posposta agli esami finali, lui accetta ma si vede che è un po' deluso. Lei allora decide di concedergli qualcosa per compensarlo, lui accetta ben lieto (quanto conceda non si capisce perché il testo è molto castigato e reticente) poi se ne va un po' agitato, non si fa più vivo, stacca il telefonino, la suocera si nega al telefono. Dopo tre settimane Lamis riceve le carte per il divorzio. Umiliata e disperata, va a Londra (dove la sua famiglia possiede un appartamento a Kensington) da sola, per distrarsi. Qui fa anche uno stage in banca e conosce un connazionale più grande, brillante politico, con cui intrattiene un rapporto amoroso (platonico) strettissimo per quattro anni, finché lui le annuncia che sta per sposarsi con una ragazza scelta dalla famiglia (ha più di quarant'anni) perché non può sposare una divorziata. Più tardi, con la moglie incinta, la cerca di nuovo e le chiede se vuole diventare la sua seconda moglie.
Michelle, americana per parte di madre, conosce un ragazzo che ama molto ma non può sposarlo perché la madre di lui glielo proibisce in quanto lei non appartiene a nessuna tribù (credo situazione analoga a quella di un legame tra un nobile e un borghese nell'Ancien Régime). Va a fare l'università in America e stringe un rapporto con un cugino ma non se ne parla nemmeno perché lui è americano.
L'unica che se la cava secondo i canoni è Sadim.
Non si capisce perché queste ragazze, così libere di andare, fare e stare quando sono fuori dell'Arabia Saudita mentre in patria non possono neppure uscire da sole, se ne tornino poi sempre a casa. A questo proposito è divertente, al di fuori delle intenzioni dell'autrice, la descrizione dei viaggi di ritorno in aereo, quando a uno a uno i viaggiatori, maschi e femmine, vanno alla toilette in abiti occidentali e ne riemergono in abiti sauditi, in bianco gli uomini, in nero e totalmente velate le donne.
Scritto in modo brillante, vivace, volutamente scanzonato, si presenta come un'accorata ma blanda critica alle tradizioni che impediscono ai giovani di scegliere liberamente il compagno o la compagna del proprio cuore, ma in realtà apre una finestra orrorifica sulla condizione delle donne in Arabia Saudita, siano pure le più ricche, istruite, padrone dei mezzi tecnologici più moderni, abituate a viaggiare e conoscere il mondo. Se ne esce con i brividi nella schiena, ma vale veramente la pena di leggerlo perché non è un romanzo scritto per la pubblicazione all'estero, per gratificare i pregiudizi degli occidentali raccontando quello che si aspettano di leggere come l'orrido Cacciatore di aquiloni. E' un romanzo scritto per il pubblico saudita, che si sforza molto di essere contemporaneo, il che lo rende straordinariamente significativo. Non mi risulta che ci sia un ebook e non so se è ancora in distribuzione, ma se per caso lo trovate, magari su una bancarella, acchiappatelo senza esitare.
E alla fine, ovvio, noi ragazze ci si congratula per la nostra fortuna di non essere nate in Arabia Saudita.
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