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mercoledì 21 dicembre 2022

Un racconto di Natale, per chi non vede l'ora che arrivi il 26 dicembre

 Un reperto preistorico: è il secondo racconto che ho scritto, il 28/12/1982, e rappresenta abbastanza bene i miei sentimenti nei confronti della mitologia natalizia. Totalmente inedito, e mai letto da nessuno (e si capisce bene perché, mi direte).  

 


------------------------------------------------------------------D                                                    UN RACCONTO DI NATALE

Il salotto della vecchia casa sembrava veramente l'illustrazione di libro per bambini: le tende tirate, il camino acceso, le decorazioni natalizie tutte verde, rosso e oro, la tavola preparata e i mucchi di regali distribuiti in giro, ognuno con il nome del destinatario scritto su di un bigliettino; c'erano anche una nonna e dei nipotini, che aspettavano impazienti il momento di aprire i pacchi. La nonna veramente non aveva i capelli candidi, ma bruni e arricciati dalla permanente; i nipotini erano tutti belli, biondi e con le guance lustre.

"Nonna, raccontaci una storia" disse il più grande dei bambini, che aveva un mucchio di riccioli e si chiamava Luchino.

La nonna lo guardò perplessa: non aveva mai raccontato storie ai nipoti, e per quel che ricordava, nemmeno ai figli. Ma è difficile sottrarsi all'atmosfera natalizia, per cui rispose:

"Va bene, vi racconterò una storia, così almeno la smetterete di girare intorno ai regali; sapete benissimo che non si possono aprire finché non arrivano i vostri genitori. Che storia volete? Una che sapete già oppure una nuova?"

"Una che sappiamo già" gridarono i più piccoli.

"Una nuova" disse Luchino.

"Allora ve ne racconterò una nuova, fatta apposta per voi" disse la nonna. "Sarà molto più divertente.

C'era una volta un papà che lavorava in banca, e una mamma che lavorava in casa, faceva i dolci, le patatine fritte, i letti, e i bambini. E di bambini ne aveva fatti tre: due femmine e un maschio. Le femmine erano bionde, il maschio era bruno. Anche la mamma era bionda, e il papà era bruno. Una mattina, all'ora di andare a scuola, la bambina più grande, che si chiamava Mara, disse ai suoi fratellini:

"Io devo andare in cartoleria a comperare un quaderno; ci vediamo a scuola."

A scuola Mara non si vide per tutta la mattina, e all'ora di andare a casa i due bambini più piccoli se ne tornarono da soli. La mamma, quando vide che Mara era scomparsa, si preoccupò molto; fece un mucchio di telefonate, uscì a cercarla, andò persino alla polizia; ma i fratellini erano abbastanza contenti, perché Mara era una spiona, le sue pagelle erano sempre molto più belle delle loro, e non si sporcava mai.

Mara non ricomparve più. Qualche giorno dopo, tornando da scuola, i due fratelli incontrarono una bambina che le assomigliava moltissimo. Solo che Mara aveva la frangetta, i capelli lisci, gli occhiali e la macchinetta per i denti; questa bambina invece aveva i capelli tagliati alla punk, i buchi alle orecchie con due piccoli orecchini di brillanti, un giaccone imbottito rosa fragola tutto coperto di distintivi di gruppi rock.

"Sei Mara?" le chiesero i bambini.

"Ma va' là, scemi, io mi chiamo Myra, con la ipsilon," rispose lei, "non vedete come sono diversa da Mara, che portava sempre le gonne a pieghe e i mocassini? Io ho le scarpe da ginnastica verdi e rosa, e poi voi il sabato pomeriggio andate sempre con il vostro papà in centro a mangiare le paste in pasticceria, io invece vado al bowling, o in discoteca con il mio ragazzo che ha il motorino."

I due bambini rimasero con la bocca spalancata per dieci minuti, poi se ne tornarono a casa mogi; ma alla loro mamma non dissero niente.

Passarono degli altri giorni. Una mattina mentre tornavano da scuola, il bambino, che si chiamava Nicola, lasciò la mano della sua sorellina davanti a un semaforo verde e le disse:

"Tu comincia ad attraversare; io devo tornare indietro a cercare il berretto che mi è caduto."

La bambina attraversò, e si fermò dall'altra parte della strada ad aspettare il fratello. Passarono i minuti, passò mezz'ora e Nicola non si vedeva. La bambina incominciò a piangere. Un signore gentile si fermò e le chiese:

"Perché piangi, piccola? Come ti chiami?"

"Mi chiamo Cecilia," disse lei, "e piango perché mio fratello è andato a cercare il suo berretto, mi ha lasciata qui e non è più tornato. Io sono piccola, non so la strada per tornare a casa, ci sono tanti semafori e non mi ricordo mai se si passa col rosso o col verde."

Il signore gentile accompagnò Cecilia a casa; per la seconda volta la mamma si agitò moltissimo, fece un mucchio di telefonate e andò alla polizia, ma di Nicola non si seppe più nulla. Cecilia era contentissima. Nicola le faceva sempre i dispetti, la faceva piangere e qualche volta le tirava delle sberle; e siccome lei era piccola, adesso la mamma la accompagnava tutti giorni a scuola e la andava anche a prendere.

Una mattina, mentre, seduta su una panchina dei giardinetti davanti alla scuola, aspettava la sua mamma che era in ritardo, Cecilia vide un bambino che assomigliava moltissimo a Nicola. Era un piccolo zingaro e il suo collo era così sporco che sembrava portasse una sciarpetta nera.

"Ti chiami Nicola?" gli chiese Cecilia.

"No di certo," rispose lo zingarello, "mi chiamo Mirko, con la cappa, non so leggere né scrivere, non vado mai a scuola, rubo nei negozi e chiedo l'elemosina facendo finta di essere un bambino scappato di casa. E se la tua mamma non arriva presto a prenderti, ti rubo la cartella, ti strappo tutti i quaderni e poi vado a vendere i tuoi libri di scuola come carta straccia."

Cecilia scoppiò immediatamente in lacrime; ma quando arrivò la mamma, non volle dire perché piangeva.

E adesso, bambini" disse la nonna rivolgendosi ai nipotini che non avevano mai fiatato mentre lei parlava e alcuni dei quali avevano i lucciconi "come la facciamo continuare questa storia? Facciamo scomparire anche Cecilia?"

"No no" gridò una bambina, la più piccola e la più bionda, "io lo so un bel modo di fare finire la storia. Cecilia, il suo papà e la sua mamma vanno a fare una gita. Partono con la macchina e si portano i panini, e la coca-cola per Cecilia. Papà e mamma si siedono davanti e lei dietro con le sue bambole. Vanno sull'autostrada e a un certo punto c'è un tunnel. La macchina entra nel tunnel col papà, la mamma, Cecilia, la coca-cola, i panini e le bambole, e non esce mai più dall'altra parte. E così la storia è finita."

"Sì, mi piace" disse la nonna "è un bel finale, ma ce n'è ancora un pezzo.

Intanto, il loro appartamento era rimasto chiuso. Sui mobili lucidi si depositava la polvere, sui pavimenti tirati a cera si formavano quei riccioletti contro cui la mamma di Cecilia aveva sempre combattuto vittoriosamente. Nei lavandini l'acqua sgocciolava formando delle macchie marroni che ammuffivano; e da sotto l'acquaio in cucina uscivano lunghe file nere e silenziose di scarafaggi. Le tapparelle delle finestre rimanevano abbassate e dopo un po' un gruppo di zingari che giravano nella zona si accorse che quell'appartamento era disabitato, così decisero di svaligiarlo.

Forzarono la serratura con un piede di porco, entrarono in due o tre e portarono via tutto quello che si poteva trasportare: la televisione, il giradischi, il mangianastri dei bambini, le catenine della prima comunione, la pelliccia della mamma e persino il calcolatore e la radiosveglia di papà. Con gli zingari c'era anche un bambino - e non vi dico che collo sporco aveva! - che aprì un armadio nell'entrata, e prese una racchetta da tennis, un pallone e uno skate-board.

Nessuno vide i ladri andarsene, e quando il portinaio si accorse della serratura scassinata, chiuse la porta con un po' di scotch e non si preoccupò granché, tanto i padroni di casa non si erano più visti da molto tempo. Qualche giorno dopo, il ragazzino zingaro, facendo un giro con lo skate-board sul marciapiede attorno all'isolato, andò a sbattere contro una bambina con i capelli tagliati alla punk e gli orecchini di brillanti. La bambina riuscì a non cadere per miracolo e spalancò la bocca per piantare un urlo: ma quando vide in faccia il bambino, la richiuse velocemente per reprimere un sorriso. Poi, con una strizzatina d'occhio, corse a salutare un altro bambino che se ne stava seduto sul suo motorino fermo, poco lontano.

E questa volta la storia è finita per davvero."

Luchino, i cui occhi celesti erano gonfi per le lacrime trattenute, stringeva le labbra cercando di controllare il tremito del mento. Quando alla fine riuscì a parlare, protestò con grande energia:

"No, no e no! La storia non è finita per niente così! La macchina è entrata nel tunnel, e dentro era tutto buio ma si vedeva una luce in fondo. La macchina andava molto forte e così è uscita in fretta; la mamma si è girata per vedere se Cecilia stava bene, se non si era spaventata troppo per il buio. E ha visto che Cecilia aveva aperto la sua lattina di coca-cola, e stava bevendo; e vicino a lei c'erano seduti da una parte Mara, e dall'altra Nicola. L'autostrada era finita e c'era un prato bellissimo, hanno fatto merenda coi panini e poi sono tornati a casa; e non c'era nemmeno uno scarafaggio."

In quel momento arrivarono i genitori, e chiesero alla nonna:

"Sono stati buoni i bambini?"

"Degli angeli" rispose lei.

Finalmente si poterono aprire i pacchi e guardare i regali, poi tutti si sedettero a cena e i bambini fecero un gran casino e bevvero persino un po' di spumante.

Quando fu l'ora di andare a dormire, tutti i nipotini andarono a dare un bacio alla nonna e a ringraziarla per la buona cena, i bei regali e la bella serata; ma Luchino voltò la faccia dall'altra parte e non la volle baciare. E quando fu sulla porta di casa con il cappotto addosso, pronto per uscire, si girò veloce e le tirò fuori la lingua.

 

 


sabato 13 aprile 2019

Lucio Battisti a Bolzaretto Superiore: un racconto inedito, Una donna e una bambina



------------------------------------------------------------------D                                           UNA DONNA E UNA BAMBINA                    
      Camminavano una dietro l'altra lungo il fosso bordato di salici, sull'erba umida e in certi punti fangosa. Era quasi buio e i salici svanivano nella nebbia dopo pochi metri. La bambina aveva un piumino rosso e scarpe da ginnastica di pelle, la donna si stringeva freddolosamente un giaccone grigio intorno al collo. Si sentiva vicino il rumore delle macchine sulla strada, rassicurante contro il silenzio della nebbia.
     "Che idea fare questa scorciatoia, non si vede niente! Finiremo per scivolare nel fosso e moriremo annegate o mangiate dalle rane" disse la bambina con voce irritata.
     La donna rise.
     "Certo, è frequentissimo che le rane mangino gli imprudenti" disse allegramente, e le diede uno spintone per farla camminare più in fretta.
    "Claretta, se non cammini un po' svelta ti passerò davanti e ti perderai nella nebbia" riprese. "Sei tu che hai avuto la bella idea di andare a giocare da Adriana sapendo benissimo che non potevo venirti a prendere in macchina perché è dal meccanico fino a domattina."
     "Sì, ma avremmo potuto fare la strada invece della scorciatoia" replicò la bambina, "non eravamo mica obbligate a passare di qui con questo freddo e questo buio e quest'erba bagnata e la nebbia..."
     "Ancora una lamentela e ti mollo qui. A me piace molto di più camminare qui con questo buon odore di umido che rischiare di essere investita da una macchina e respirare gli scarichi e le puzze sullo stradone."
     Ormai il sentiero aveva abbandonato i campi e attraversava uno spiazzo erboso, con l'entrata del cimitero su un lato e dall'altro una fabbrica bassa circondata da un prato ben tenuto e una recinzione di rete metallica. Il piazzale dava sulla strada provinciale, dove il traffico si snodava sostenuto. La donna e la bambina vi si avviarono, tenendosi sulla breve striscia di erba che divideva la carreggiata dal fosso e aggirando i paracarri che impedivano di proseguire diritto. I fari illuminavano l'asfalto e le luci del paese erano ormai vicine. Oltre un grande ristorante davanti al quale si stendeva un parcheggio quasi vuoto, cominciavano le prime villette con i giardini bui e le lampade sulla porta d'entrata.
     La donna canticchiava una vecchia canzone e la bambina camminava decisa, le mani nelle tasche del piumino. "Guardo lui e penso a me, che mi credo chissà che, travestito da leone, ma ho paura di te..." Le parole erano coperte dal rumore delle automobili, ma la donna cantava per se stessa e nemmeno i claxon la disturbavano. "Tra le rose e l'insalata, presto mia sarai..." La sera era più allegra adesso che camminavano tra le case.
     "Vieni, andiamo a comprare qualcosa per cena. Che cosa ti farebbe piacere?" disse la donna che aveva finito la sua canzone.
     "Vorrei patate fritte e budino di cioccolato" rispose la bambina speranzosa, e si infilarono in un piccolo supermercato vivacemente illuminato.
     A casa, la donna disse alla bambina:
     "Fila a fare i compiti mentre preparo la cena, sono sicura che con Adriana non hai fatto niente altro che giocare."
     "Sì mamma" rispose Claretta, e andò in camera sua a leggere un giornalino a fumetti. Si era tolta il piumino entrando in casa, ma aveva ancora le scarpe da ginnastica fangose e le piazzò con soddisfazione sul copriletto rosa a righe verdi dov'era sdraiata.
     La donna, in cucina, smistò i pacchetti che riempivano la busta di plastica del supermercato: le verdure nel lavello per pulirle, la carne nel frigorifero, il domopak e il caffè nell'armadio. Aveva ricominciato a canticchiare, ma poi smise e andò in salotto a mettere un'aria d'opera in cui una cantante strillava che doveva vivere libera e folleggiare di gioia in gioia. Uno strazio.
      "Non riesco a studiare con la musica" gridò Claretta dalla sua stanza.
     La madre spense lo stereo, ma non riprese più la sua canzone. Accese la televisione in cucina, tenendo l'audio bassissimo.
    Poco dopo squillò il telefono, e lei rispose dall'apparecchio che era in cucina. La conversazione fu breve, ma sul viso della donna rimase un sorriso molto tempo dopo che era finita; mentre sbucciava e affettava le patate la canzone le rispuntò sulle labbra: "La gallina coccodè..." L'olio sfrigolava nella padella. "Tra le vigne e l'insalata, mi sfuggiva gaia... corri pure se vuoi, scappa e fuggi se puoi, maaaa... non servirà!" La donna era allegra, neppure le cipolle che affettava riuscirono a rattristarla.
     Claretta, nella sua stanza, si tolse le scarpe ancora umide e le posò accuratamente l'una accanto all'altra su una sedia ricoperta di stoffa a fiori. Siccome aveva finito il giornalino, si mise a scrivere il suo diario. "Oggi sono stata da Adriana, e abbiamo parlato di Stefano, che ci piace a tutte e due, anche se lui sta con Luisa e ieri quando gli ho chiesto di venire a studiare da me mi ha detto che lui studia solo con sua madre e so che è una bugia perché la settimana scorsa è andato da Luisa e non c'era nessuno in casa e mi piace perché ha gli stessi occhi di Tom Cruise..." Claretta scriveva e sua madre sorrideva.
     "Vuoi anche un uovo?" gridò la madre dalla cucina.
     "No grazie" rispose Claretta, continuando a scrivere.
     A cena erano in tre, Claretta, sua madre e suo padre.
     "Che cosa avete fatto oggi?" chiese il padre. "A Bolzaretto non c'è nebbia, ma a Torino non si vedeva a due metri dal naso."
     La donna e la bambina scossero il capo con aria comprensiva.
     "Strano" disse la madre "di solito c'è più nebbia qui che a Torino. Comunque non abbiamo fatto niente, solo due passi nei campi, e ci sembrava che ci fosse nebbia, ma forse ci siamo sbagliate."
     "C'erano solo rane" disse Claretta.
     "A questa stagione?" chiese il padre, ma poi si servì di patate fritte e dimenticò l'argomento.
     Alle nove e mezza la bambina andò a dormire, e i genitori guardarono la televisione per un'altra ora.
     "Che cazzate" commentò il padre, ma la madre sorrideva e disse che il programma le era sembrato interessante.
     Claretta spense la luce quando sentì che i suoi genitori spegnevano la televisione. Pensava che l'indomani, durante l'ora di educazione musicale, forse avrebbe potuto sedersi vicino a Stefano perché entrambi studiavano il flauto, mentre sia Luisa che Adriana avevano scelto la chitarra. Il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi fu un ringraziamento perché alle medie di Bolzaretto c'era un insegnante di musica così largo di idee da permettere a ogni allievo di scegliere lo strumento che voleva studiare. Sua madre, sdraiata nel letto accanto al marito, aveva in testa un motivo che non la lasciava dormire: "Corri e fuggi se puoi, maaaa... non servirà! Tra le vigne e i cavolfiori, presto mia sarai..."
     "Domani" disse la donna al marito "dopo la scuola Claretta andrà da tua madre, perché io andrò al mercato di Savigliano e non tornerò di sicuro in tempo per pranzo."
     "Certo cara" rispose il marito, e si voltò dall'altra parte.
      
    La sera dopo, erano di nuovo tutti e tre a tavola insieme, davanti a un piatto di spezzatino con i piselli, che a Claretta non piaceva.
     "La nonna mi ha fatto i gnocchi" annunciò con voce belligerante.
     "Alla bava?" chiese la madre.
     "No, al sugo" rispose la bambina, imbronciata.
     "E allora? Stasera mangi lo spezzatino, che ti fa bene."
     Claretta storse la bocca, ma i genitori fecero finta di niente.
     "E' stata di nuovo rapinata la filiale della banca sotto al mio ufficio" disse il padre. "E' la terza volta in tre mesi, e la nostra impiegata ha dichiarato che non ci vuole più andare a nessun costo."
     "Non posso darle torto" disse la moglie. "Ci sono stati feriti? Hanno portato via molto?"
     "Nessun ferito, ma non si sapeva ancora quanto c'era in cassa. Il direttore è stato costretto ad aprire la cassaforte e consegnare tutto quello che c'era. I guardioni, fuori, non sono riusciti nemmeno a bloccare i rapinatori all'uscita. Secondo me, erano d'accordo."
     A Claretta questi discorsi piacevano.
     "Avevano il mitra?" chiese.
     La madre era distratta, ma premurosa nel servire da mangiare e sorrideva molto.
    "Il mercato non era tanto bello" disse. "Alle otto pioveva e così molti banchi non c'erano nemmeno. Volevo comprare delle lenzuola da quello che vende le Bassetti sottocosto, ma non c'era. Com'è andata la scuola?"
     Claretta alzò le spalle.
   "Il professore di musica era assente, abbiamo fatto un'ora di matematica in più. La professoressa ha detto che ti vuole parlare."
     "Perché?" chiese il padre, severo.
     "Non avevo fatto i compiti" disse Claretta con aria di sfida, e approfittò della sgridata che ne seguì per lasciare lo spezzatino nel piatto e andare in salotto a guardare la televisione.
     "Sono preoccupato per quella bambina, è così impertinente" disse il padre, ma la madre disse solo:
     "Lasciala perdere, è l'età. Domani vado a parlare alla professoressa. E' una che fa sempre un sacco di storie per niente."
     Rigovernando in cucina, la moglie canticchiava, com'era era sua abitudine. "Come può lo scoglio arginare il mare, anche se non voglio torno già a volare..." A letto rimase sveglia a lungo dopo che il marito si era addormentato, perché aveva un sacco di cose a cui pensare. Le sarebbe piaciuto avere un diario come Claretta, di pelle rossa con una serratura d'ottone e una chiavetta per chiuderlo, e potersene stare in camicia da notte seduta alla scrivania a scrivere sciocchezze, per avere una testimonianza che quella giornata era stata proprio vera. Si chiese se anche suo marito avesse dei segreti da confidare a un diario, ma era quasi sicura di no.
     Claretta, che avrebbe potuto scrivere il suo diario, non ne aveva nessuna voglia. Era già quasi addormentata, ma dei pensieri spiacevoli attraversavano quel poco di coscienza che le restava. Stefano aveva passato tutta la mattina con Luisa, e nell'intervallo le aveva offerto metà della sua Coca Cola. Luisa rideva forte e si pavoneggiava, e Adriana e Claretta erano state tutto il tempo a parlottare tra di loro in un angolo, ma non si erano divertite affatto. La delusione per l'ora di musica mancata era cocente, ma quando si addormentò, sognò una bellissima avventura gialla a lieto fine, di cui la mattina dopo non ricordava più niente.
    
    L'allegria della donna non durò a lungo, né il suo desiderio di poter tenere un diario. Tornò da una spedizione al mercato di Saluzzo con gli occhi rossi e di un umore infernale, e la cena quella sera fu frugale e mal cotta. Claretta, che si era lamentata, si beccò uno schiaffo, mentre il marito non disse nulla ma lasciò la sua parte nel piatto. Più tardi, a letto, le chiese:
     "Qualcosa non va?"
     "No, assolutamente niente" rispose la moglie, e scoppiò a piangere.
     Quando riuscì a parlare, disse solo:
     "Ho mal di testa, un po' di depressione premestruale, non è niente" e chiuse gli occhi con determinazione.
     Claretta dormiva già, contenta della sua giornata. Andrea le aveva chiesto di andare al cinema con lui il sabato pomeriggio, e lei aveva deciso che era molto più bello di Stefano, e più simpatico. Non importava affatto che il sabato fosse impossibile andare al cinema a Bolzaretto - l'unica sala funzionante era quella parrocchiale, dove c'erano solo due proiezioni la domenica pomeriggio. Si poteva andare in autobus in qualche paese vicino, ma era impensabile che i suoi genitori le dessero il permesso. Che cosa importava? Un ragazzo l'aveva invitata al cinema, e Claretta dormiva con un sorriso sulle labbra.
     
      In una giornata di primavera, Claretta e sua madre ripercorrevano il sentiero lungo il fosso e sotto i salici, in fila indiana per non sporcarsi troppo con il fango che copriva la sponda.
     "Com'ero stupida quando pensavo che le rane potessero mordermi," disse Claretta "Andrea mi ha detto che lui le ha sempre catturate e portate in tasca per giorni, e non gli hanno mai fatto male. Ero proprio stupida, eh mamma?"
     "Eri stupida sì" rispose la madre "e finirai davvero nel fosso se non fai attenzione. Non ti mangeranno le rane ma io ti darò un sacco di sberle se ti sporchi di fango."
     Claretta rise, ma non era sicura che sua madre stesse scherzando. Era diventata tanto irritabile da un po' di tempo. Un paio di volte l'aveva sorpresa a piangere e il fatto le era sembrato così strano che non aveva osato chiederle il perché. Era una cosa imbarazzante e un po' indecente una mamma che piangeva. Ma oggi aveva l'aria allegra, e Claretta si aspettava da un momento all'altro che si mettesse a cantare.
     "Mi piace questa passeggiata" disse la madre. "Guarda che carine le foglie dei salici, con quel colore chiaro chiaro, e com'è pulita l'acqua nel fosso."
     Claretta fece un salto per evitare una pozzanghera, e sua madre ci finì dentro in pieno. Si schizzò di fango i pantaloni e la giacca, e disse un paio di parolacce che la bambina accolse con un virtuoso silenzio. Proseguirono zitte, poi la madre cominciò davvero a cantare. "Un dì per me verrà un cavalier d'amor, la mia vita più bella sarà..." Anche Claretta conosceva questa canzone, e così cantarono in coro per un po', finché si stancarono.
     Quando giunsero sul piazzale del cimitero, la bambina chiese:
     "Tra una settimana è il tuo compleanno. Che regalo vuoi, mamma?" 
     "Un diario, con la serratura e la chiavetta per chiuderlo" rispose la madre, e scoppiò a ridere.