Scritto in olandese nel 2005 e pubblicato in Italia nel 2008 da Iperborea con la bella traduzione e l'illuminante postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo, La casa della moschea di Kader Abdolah è uno di quei romanzi che danno moltissimo con semplicità e generosità. Ambientato a Senjan, cittadina iraniana non lontana dalla città santa di Qom, ruota intorno a un antico complesso formato una moschea, un cortile e una casa che appartengono da tempo immemorabile alla famiglia di Aga Jan, ricco mercante di tappeti e capo del bazar. Per tradizione della famiglia fanno parte sia l'imam che il muezzin, entrambi fratelli di Aga Jan al momento dell'inizio della vicenda, e i numerosi altri membri, con la servitù, vivono attorno al cortile.
L'inizio ha un tono fiabesco, la casa è uno scrigno di tesori e sorprese:
"Era una grande casa, con trentacinque stanze. Lì, per secoli, famiglie dello stesso sangue avevano vissuto al servizio della moschea. Ogni stanza aveva una funzione e un nome corrispondente a quella funzione, come la stanza della cupola, la stanza dell’oppio, la stanza dei racconti, la stanza dei tappeti, la stanza dei malati, la stanza delle nonne, la biblioteca e la stanza del corvo. La casa sorgeva dietro la moschea, addossata al suo muro. In un angolo del cortile una scala di pietra portava al tetto piatto, dal quale si poteva raggiungere la moschea. E al centro del cortile c’era una howz, una vasca esagonale dove gli abitanti della casa si lavavano le mani e il viso prima della preghiera. Adesso la casa ospitava le famiglie di tre cugini: Aga Jan, il mercante a capo del bazar tradizionale della città, Alsaberi, l’imam della casa e guida della moschea, e Aga Shoja, il muezzin".
Questa casa dove Kader Abdolah ci accompagna ascoprire ogni angolo più riposto resterà a lungo nella mente e negli occhi del lettore. E si vive tanto sui tetti, attorno alla cupola o sui minareti dove ci si ritrova a scrutare il vicinato e commentare i fatti del giorno, quanto sottoterra, nelle stanze misteriose in cui grandi bauli ne conservano la memoria, le storie e i tesori. Lo spazio è chiaro e ordinato, e insieme sfumato come in una fiaba. I personaggi sono molti, ognuno con un ruolo e un carattere ben definito. Aga Jan è il centro, il perno fisso intorno al quale ruotano, si avvolgono, si separano e si allontanano i destini personali degli altri abitanti o frequentatori della casa. C'è chi ama stare nella bilioteca della moschea, chi fa vasi in un seminterrato, chi gioca intorno alla howz e chi ci cade dentro. I ragazzi di casa subiranno grandi trasformazioni negli anni e faranno scelte molto diverse e dolorose.
Ci sono anche molte donne, e sono molto importanti. Non solo come custodi dell'esistente, ma anche narratrici di storie del passato e capaci di abbracciare il nuovo fino all'aberrazione. Poi ci sono alcuni piccoli personaggi indimenticabili, come le nonne che coltivano un sogno segreto spazzando in silenzio le stanze e il cortile, il vasaio cieco, o Lucertola, il bambino diverso che si insinua dappertutto, anche nel cuore dei parenti.
Le vicende all'inizio si snodano pigramente a partire dal 1969, anno in cui l'uomo sbarca sulla Luna e la televisione entra per la prima volta nella casa della moschea. C'è un'atmosfera serena anche se c'è chi soffre, ma ognuno sa chi è e chi sono i suoi compagni di vita. Intorno c'è l'Iran dello Scià, delle prime modernizzazioni, i primi cinema, ma la società è ancora coesa, con un forte senso dei vincoli di comunità, tanto che anche una donna squilibrata (bellissimo personaggio) che si aggira per la città da sola lasciandosi toccare e raccontando a tutti quello che vede entrando nelle case altrui, viene difesa e sostenuta da tutti gli abitanti. E' un mondo forse finito che l'autore ricostruisce con gli occhi nostalgici dell'esule, il mondo dell'Islam dal volto umano, tollerante, amoroso, con le braccia aperte, rigoroso nei suoi principi ma pronto a accogliere e comprendere, rappresentato perfettamente da Aga Jan. Certo a nessuno piace lo Scià Reza Palhavi, i suoi rapporti con gli americani, gli sprechi e gli armamenti, lo strapotere dell'esercito. Poi il tempo incomincia a accelerare, cominciano arresti e stragi, la storia irrompe con tutta la sua violenza e crudeltà anche nel cortile della moschea, nessuno spazio della casa è immune, il sangue scorre sulle pietre, nella vasca, sulle stanze, sulle scale che portano al tetto. C'è la rivoluzione khomeinista, la fuga dello Scià, il governo islamico, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein, uccisioni, attentati, massacri, esecuzioni senza processo, e il vecchio mondo conosciuto e amato si sgretola a poco a poco per crollare dolorosamente. Si giunge fino agli anni post Khomeini, e niente è più lo stesso, anche il bazar ha perso la sua centralità, i bei tappeti che Aga Jan faceva annodare alle donne dei villaggi delle montagne che appartenevano alla sua famiglia non interessano più a nessuno, la riccheza e l'importanza della famiglia scemano del tutto e anche la moschea non gli appartiene più. Rimane forse l'amicizia, forse qualche legame familiare, ma troppi sono i membri del clan che hanno fatto scelte diverse e sicuramente molto drastiche. Però alla fine "La storia della casa della moschea è lungi dall'essere conclusa, ma è
come la vita: ognuno deve pur scendere da qualche parte. C'è una frase
che ritorna sempre alla fine degli antichi racconti persiani: -La nostra
storia è finita, ma il corvo è lungi dall'aver raggiunto il suo nido."
Nelle parole dell'autore: Ho scritto questo libro per l’Europa. Ho
scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere... un Islam
moderato, domestico, non quello radicale. Per concludere non posso che ripetere quello che ho detto all'inizio: un romanzo davvero importante e davvero appassionante, scritto in una lingua semplice e diretta, che non è la lingua materna dell'autore ma sicuramente lo è diventata, tanto che La casa della moschea nel 2007 è stato scelto dai lettori come il secondo miglior libro olandese di tutti i tempi.
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domenica 23 febbraio 2020
mercoledì 1 giugno 2016
Jón Kalman Stefánsson al Circolo dei Lettori di Torino
Jón Kalman Stefánsson è in tournée in Italia per presentare Grande come l'universo, seguito della saga familiare I pesci non hanno gambe. Lunedì 6 giugno alle ore 18.30 sarà al Circolo dei Lettori di Torino, e dialogherà con lui lo scrittore Giuseppe Culicchia. In attesa di leggere la sua ultima fatica, in uscita il 3 giugno, ne approfitto per ripubblicare qui le recensioni delle sue opere precedenti, tra cui la meravigliosa trilogia Paradiso e inferno - La tristezza degli angeli - Il cuore dell'uomo
Luce d'estate, ed è subito notte
Paradiso e inferno
La tristezza degli angeli
Il cuore dell'uomo
I pesci non hanno gambe
Jón Kalman Stefánsson è un autore che chiunque ami la letteratura deve conoscere. E' avvincente e profondo, sorprende e scuote come il vento del nord. Lunedì sarò al Circolo dei Lettori per sentire come parla delle sue opere.
Luce d'estate, ed è subito notte
Paradiso e inferno
La tristezza degli angeli
Il cuore dell'uomo
I pesci non hanno gambe
Jón Kalman Stefánsson è un autore che chiunque ami la letteratura deve conoscere. E' avvincente e profondo, sorprende e scuote come il vento del nord. Lunedì sarò al Circolo dei Lettori per sentire come parla delle sue opere.
venerdì 23 maggio 2014
Il terzo volume della meravigliosa trilogia di Jón Kalman Stefánsson, Il cuore dell'uomo. Per fare un viaggio in un mondo affascinante e spaventoso.
La
terza parte della trilogia che comprende Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli
è uscita all’inizio del mese, in tempo per il Salone del Libro dove l’autore Jón
Kalman Stefánsson ha partecipato a un paio di incontri, e naturalmente mi sono
precipitata a comprarlo. Con piacere rinnovato ho riconosciuto gli elementi che
contribuivano al fascino dei primi due volumi, l’ambientazione favolosamente
indeterminata nel tempo e concretissima nello spazio di quel perfetto luogo
dell’immaginario che è l’Islanda, la prosa ritmata (che ricorda molto Josè Saramago),
poetica e ricca di sorprese, la felicissima traduzione di Silvia Cosimini, le
montagne, il mare, il buio e la luce, il dolore, la fatica, la voglia di vivere
nonostante tutto.
Ma se in Paradiso e inferno il centro di tutto era il mare, il luogo dove i pescatori rischiavano tutti i giorni la vita mentre sul fondo gli annegati facevano da coro alle vicende umane, e La tristezza degli angeli era incentrato sul viaggio, l’impresa quasi disumana di valicare le montagne che cadono a picco sulle acque nere e nascondono nelle sperdute case che le punteggiano piccoli brandelli di umanità non si sa se più folli o più eroici, Il cuore dell’uomo si svolge tutto nel Villaggio senza nome, ottocento anime davanti al grande fiordo dove arrivano velieri islandesi e stranieri, e i primi piroscafi a vapore, e tutti si danno da fare con il pesce che dà da vivere, in un modo nell'altro, a tutti. Gli uomini scaricano, le donne lo mettono a seccare. Qui il ragazzo senza nome, protagonista di tutti e tre i volumi, ritorna dopo le peripezie che hanno occupato la tarda primavera e l’estate di un imprecisato anno a fine ottocento, e ritrova i molti personaggi che lo abitano.
Tutte le vicende ruotano intorno ai rapporti tra i personaggi e alle loro ossessioni, di cui sappiamo qualcosa ma a sprazzi, a illuminazioni. Non si può dire in superficie perché Jón Kalman Stefánsson sa guardare nel cuore di tutti, ma quello che gli interessa non sono le motivazioni o i fatti del passato, a lui premono i moti del cuore, le angosce profonde, le paure, i sogni. Anche qui c’è un coro di morti, quelli che stanno in bilico, ancora aggrappati alla vita abbastanza da voler essere testimoni delle vicende dei vivi. E si parla di amore, di sesso, di sentimenti che non si vogliono riconoscere e tentazioni, di capelli rossi e occhi verdi e occhi più scuri della notte, di donne potenti e inquiete e donne che danno conforto senza aspettarsi niente. In qualche maniera quasi tutti trovano un cuore affine o almeno un compagno di letto, e il ragazzo compie il suo percorso di crescita e deve affrontare la difficile prova di diventare uomo.
I personaggi sono gli stessi che abbiamo già incontrato alla fine del primo volume, ma nel frattempo sono passati gli anni e non è facile ricordarne l’identità né riconoscerli. In questo non aiutano certo i nomi oggettivamente difficili, di cui non sempre si capisce il genere, e qualche omonimia. E qui, mi permetto un’osservazione: la bella casa editrice Iperborea, che ha tanta cura per i suoi bei libri, avrebbe potuto aggiungere all’interessante postfazione di Alessandro Zironi un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” per le persone smemorate come me.
Ma se in Paradiso e inferno il centro di tutto era il mare, il luogo dove i pescatori rischiavano tutti i giorni la vita mentre sul fondo gli annegati facevano da coro alle vicende umane, e La tristezza degli angeli era incentrato sul viaggio, l’impresa quasi disumana di valicare le montagne che cadono a picco sulle acque nere e nascondono nelle sperdute case che le punteggiano piccoli brandelli di umanità non si sa se più folli o più eroici, Il cuore dell’uomo si svolge tutto nel Villaggio senza nome, ottocento anime davanti al grande fiordo dove arrivano velieri islandesi e stranieri, e i primi piroscafi a vapore, e tutti si danno da fare con il pesce che dà da vivere, in un modo nell'altro, a tutti. Gli uomini scaricano, le donne lo mettono a seccare. Qui il ragazzo senza nome, protagonista di tutti e tre i volumi, ritorna dopo le peripezie che hanno occupato la tarda primavera e l’estate di un imprecisato anno a fine ottocento, e ritrova i molti personaggi che lo abitano.
Tutte le vicende ruotano intorno ai rapporti tra i personaggi e alle loro ossessioni, di cui sappiamo qualcosa ma a sprazzi, a illuminazioni. Non si può dire in superficie perché Jón Kalman Stefánsson sa guardare nel cuore di tutti, ma quello che gli interessa non sono le motivazioni o i fatti del passato, a lui premono i moti del cuore, le angosce profonde, le paure, i sogni. Anche qui c’è un coro di morti, quelli che stanno in bilico, ancora aggrappati alla vita abbastanza da voler essere testimoni delle vicende dei vivi. E si parla di amore, di sesso, di sentimenti che non si vogliono riconoscere e tentazioni, di capelli rossi e occhi verdi e occhi più scuri della notte, di donne potenti e inquiete e donne che danno conforto senza aspettarsi niente. In qualche maniera quasi tutti trovano un cuore affine o almeno un compagno di letto, e il ragazzo compie il suo percorso di crescita e deve affrontare la difficile prova di diventare uomo.
I personaggi sono gli stessi che abbiamo già incontrato alla fine del primo volume, ma nel frattempo sono passati gli anni e non è facile ricordarne l’identità né riconoscerli. In questo non aiutano certo i nomi oggettivamente difficili, di cui non sempre si capisce il genere, e qualche omonimia. E qui, mi permetto un’osservazione: la bella casa editrice Iperborea, che ha tanta cura per i suoi bei libri, avrebbe potuto aggiungere all’interessante postfazione di Alessandro Zironi un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” per le persone smemorate come me.
Una citazione, per finire in bellezza e spingervi a leggere questo bel romanzo: Credo che non importi molto di che cosa parlano il libri, dice Gísli, che sta per abbottonarsi il paltò ma lascia perdere,del resto fuori c’è il sole, ma come tutti i libri degni di questo nome, parla di cosa significa essere uomo e spiega che è terribilmente difficile.
venerdì 18 ottobre 2013
Amori e fantasmi in un villaggio islandese: Jón Kalman Stefánsson, Luce d’estate, ed è subito notte
Il
romanzo di Jón Kalman Stefánsson Luce d’estate, ed è subito notte, pubblicato
per la prima volta nel 2005, quindi precedente a Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, esattamente al contrario dei due titoli citati tratta
la concentrazione, la chiusura, la prossimità, l’intreccio delle relazioni
umane, in un villaggio islandese di quattrocento abitanti che voltano le spalle
alla natura, si guardano tra di loro, si osservano, si spiano e si scrutano,
nel tentativo di tenere lontano il buio sempiterno. A meno di guardare
solamente il mare, perché al contrario del buio è colorato e cambia
continuamente. Intorno c’è la campagna, le cui condizioni di vita possono
apparire insostenibili a chiunque sia abituato a stare in mezzo alla gente,
anche se la modernità sicuramente aiuta a tenere a bada la solitudine,
automobili, computer, televisione permettono di mantenere i rapporti con il
mondo.
E se in La tristezza degli angeli era il viaggio a dare un significato al libro in quanto sfida a una natura più grande dell’uomo, qui il viaggio è la felicità se si fa in camion, ben protetti all’interno della cabina, oppure qualche giorno a Londra per chiarirsi le idee. La vita nel paese è complessa anche se tutti ripetono che “non succede mai niente”. Le vicende di alcuni personaggi si intrecciano, o si sfiorano, dando vita a un ritratto corale della piccola comunità. Non c’è il cimitero né un pastore, ma c’è la banca, la sede della Cooperativa cui tutti fanno capo, contadini o no, il centro sociale dove si fanno feste, proiezioni cinematografiche e conferenze. Ovviamente tutti si conoscono, i fatti di tutti sono discussi e analizzati, anche senza gli eccessi di pettegolezzo che non si addicono alla natura nordica ci sono benpensanti, giudicanti e devianti.
Come il direttore del Maglificio un tempo fiorente e ora chiuso, che a un certo punto della sua vita abbandona tutto, lavoro, famiglia, agi, patrimonio, per acquistare libri antichi e diventare astronomo. O come il fattore costretto a abbandonare la sua fattoria per andare a fare il magazziniere alla Cooperativa, per scontare la vertigine della carne che l’ha travolto. O il giovane così diverso da quello che si aspettavano i suoi genitori, che sa dipingere cieli pieni di uccelli in volo. O quelli che hanno il buio dentro, e qualche volta soccombono, altre permettono alla vita di insinuarsi per fare luce ma il buio è anche fuori, e non perdona. O la ragazza che tutti desiderano ma che desidera uno solo che è lontano ma tornerà… Anche i fantasmi non fanno troppa paura in mezzo alla gente, e basta accettarli per svuotarli di senso.
Sono storie veloci e profonde, narrate con uno stile rapsodico che a tratti può sembrare un po’ monotono, ma ci ricorda che l’autore è stato prima poeta che narratore. Anche qui, come nei romanzi precedenti, la scrittura ha un andamento centripeto, sempre alla rincorsa di divagazioni e considerazioni generali che evitano alle vicende di generare claustrofobia. I personaggi vivi, interessanti, sono raccontati dall’esterno, nelle loro azioni. Certo non bisogna aspettarsi la forza e la potenza del confronto tra uomo e natura che affascinano il lettore in Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, ma Luce d’estate, ed è subito notte è un romanzo molto attraente, che coinvolge e interessa, e come bonus dà una massa di informazioni sull’Islanda di oggi, moderna ma ancor sempre estrema e piena di fascino. L’ottima traduzione e la postfazione sono, come negli altri romanzi, di Silvia Cosimini.
E se in La tristezza degli angeli era il viaggio a dare un significato al libro in quanto sfida a una natura più grande dell’uomo, qui il viaggio è la felicità se si fa in camion, ben protetti all’interno della cabina, oppure qualche giorno a Londra per chiarirsi le idee. La vita nel paese è complessa anche se tutti ripetono che “non succede mai niente”. Le vicende di alcuni personaggi si intrecciano, o si sfiorano, dando vita a un ritratto corale della piccola comunità. Non c’è il cimitero né un pastore, ma c’è la banca, la sede della Cooperativa cui tutti fanno capo, contadini o no, il centro sociale dove si fanno feste, proiezioni cinematografiche e conferenze. Ovviamente tutti si conoscono, i fatti di tutti sono discussi e analizzati, anche senza gli eccessi di pettegolezzo che non si addicono alla natura nordica ci sono benpensanti, giudicanti e devianti.
Come il direttore del Maglificio un tempo fiorente e ora chiuso, che a un certo punto della sua vita abbandona tutto, lavoro, famiglia, agi, patrimonio, per acquistare libri antichi e diventare astronomo. O come il fattore costretto a abbandonare la sua fattoria per andare a fare il magazziniere alla Cooperativa, per scontare la vertigine della carne che l’ha travolto. O il giovane così diverso da quello che si aspettavano i suoi genitori, che sa dipingere cieli pieni di uccelli in volo. O quelli che hanno il buio dentro, e qualche volta soccombono, altre permettono alla vita di insinuarsi per fare luce ma il buio è anche fuori, e non perdona. O la ragazza che tutti desiderano ma che desidera uno solo che è lontano ma tornerà… Anche i fantasmi non fanno troppa paura in mezzo alla gente, e basta accettarli per svuotarli di senso.
Sono storie veloci e profonde, narrate con uno stile rapsodico che a tratti può sembrare un po’ monotono, ma ci ricorda che l’autore è stato prima poeta che narratore. Anche qui, come nei romanzi precedenti, la scrittura ha un andamento centripeto, sempre alla rincorsa di divagazioni e considerazioni generali che evitano alle vicende di generare claustrofobia. I personaggi vivi, interessanti, sono raccontati dall’esterno, nelle loro azioni. Certo non bisogna aspettarsi la forza e la potenza del confronto tra uomo e natura che affascinano il lettore in Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, ma Luce d’estate, ed è subito notte è un romanzo molto attraente, che coinvolge e interessa, e come bonus dà una massa di informazioni sull’Islanda di oggi, moderna ma ancor sempre estrema e piena di fascino. L’ottima traduzione e la postfazione sono, come negli altri romanzi, di Silvia Cosimini.
lunedì 27 luglio 2009
Adriaan van Dis, Il vagabondo
Che bel libro questo Il vagabondo di Adriaan van Dis, olandese nato nel 1946, viaggiatore, scrittore, giornalista e personaggio televisivo, tradotto con eleganza da Fulvio Ferrari che firma anche la postfazione, per i tipi della sempre benemerita casa editrice Iperborea che mi ha fatto conoscere tanti bei libri di ottimi autori. In questo caso poi, durante la lettura, mi è sembrato che si verificasse un piccolo miracolo in quanto la scelta dei temi era quanto c'è di più lontano dai miei gusti: un cane (e io, anche se non ammazzo neanche un ragno né una formica, non sono una fanatica degli animali), barboni, sans papiers e disgraziati vari (non amo gli argomenti di moda o di attualità), un prete (personaggio che normalmente mi fa crollare l'interesse sotto zero), discussioni su dio o non dio (altro argomento che mi è totalmente estraneo e mi annoia). Invece. E' proprio vero che non è l'argomento che fa il libro bello ma il modo di affrontarlo: van Dis ha un tocco leggero, una grande economia di parole, dinamismo e energia sufficienti per non far mai languire il discorso né arenarsi nelle secche della pietà o della predica umanitaria. E' interessante, coinvolgente, laico e pieno di rispetto per tutti. Siamo ai giorni nostri, in anni recentissimi, a Parigi. Il ricco olandese Mulder vive di rendita da espatriato di lusso, coltivando i suoi piaceri un po' egoistici e molto solitari, e dedicando attenzioni al suo cuore un po' malato. Non si cura che della bellezza, e solo quella vede attorno a sé, finché un giorno, dopo un incendio che distrugge una casa occupata da irregolari e clandestini, un cane lo sceglie letteralmente come suo padrone temporaneo. E' un cane che ha fatto un atto eroico nell'incendio, e tutto il quartiere che fino al giorno prima ignorava Mulder comincia a trattarlo con rispetto e simpatia. Ma non è questa la conseguenza principale dell'adozione. In realtà il padrone è il cane, che trascina Mulder in luoghi e tra persone che lui non aveva mai notato prima. Un mondo di dolore, bruttezza, sporcizia, di emarginazione, che visto da vicino però appare del tutto diverso. Intorno Parigi è sconvolta dalla violenza di manifestanti e polizia, la questione dei sans papiers è al massimo della tensione. La crosta di solitudine in cui Mulder viveva si incrina lasciando entrare l'umanità che che fino a quel momento non gli interessava affatto. Conosce il padre Bruno, sacerdote bevitore di whisky, fumatore, poco amante della pulizia e capace di trasgredire le regole per amore dei suoi protetti; la bella e elusiva Sri, vedova buddista di una delle vittime dell'incendio; Fanta, bambina bruciata che torna lentamente alla vita, per la quale Mulder farà il sacrificio più doloroso; la mendicante con la gamba artificiale, il cinese senza nome, la barbona dalle mammelle marce, e molti altri. Entra in contatto con la mafia albanese, vede la propria casa elegante occupata da ospiti sporchi e invadenti, e in tutto questo il cane è la sua vera guida, insieme martire, esempio, amore assoluto e messaggero di vita. Mulder reagisce come sa, il denaro è il solo strumento che sa usare per entrare in contatto con la miseria, ma sono proprio le sue nuove conoscenze a insegnargli altri modi di rapportarsi. Poi c'è il confronto con padre Bruno, ostinatamente convinto che la ricerca inconsapevole di Mulder sia una ricerca di Dio, mentre in realtà è una ricerca di umanità, di comprensione. Come afferma durante la discussione: credo nell'uomo che esiste per sbaglio, e che cerca di ricavarne il meglio. Per questo, discostandomi dall'interessante postfazione, mi pare che questo romanzo non parli di una ricerca di religione quanto dell'inondazione di umanità che investe un uomo appena la sua corazza di autosufficienza si sgretola, e tutto per opera di un messaggero inconsapevole, un angelo peloso senza nome, che va per la sua strada e si ferma dove c'è bisogno di lui, ma non per sempre.
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giovedì 19 giugno 2008
Consiglio di lettura: Halldor Laxness, Il concerto dei pesci
All'inizio del XX secolo, in Islanda, a Brekkukot, dove ora si estende la periferia di Reykjavik, esisteva un casale in cui chiunque avesse bisogno di un tetto gratuito poteva bussare con la certezza di essere accolto. Qui vive Bjorn, un vecchio pescatore stagionale che pratica una carità del tutto priva di sfumature pietistiche, naturale come il susseguirsi delle stagioni, e qui, da una madre che sta per emigrare e lo abbandona nelle braccia di Bjorn e della sua compagna, nasce Alfgrimur, il protagonista e io narrante. Con i nonni adottivi Alfgrimur trascorre una'infanzia felice, dividendo il sottotetto della casa con gli ospiti fissi, un'accolita di tipi strani che altrove sarebbero considerati relitti e a Brekkukot godono del rispetto e della dignità dovuti a ogni essere umano. A loro si aggiungono coloro che chiedono asilo per qualche tempo, come la donna che non vuole morire a casa sua per non disturbare e quella che crede di essere la reincarnazione di una principessa egiziana.Nell'Islanda ancora esitante sulla soglia della modernità, la fama dell'isola odorosa di merluzzo e lompo è affidata alla misteriosa, ambigua figura del celeberrimo cantante Gardar Holm, che nessuno in patria ha mai sentito cantare. Proprio i ripetuti incontri con il cantante decideranno il destino di Alfgrimur, che voleva diventare pescatore di lompi, è sul punto di farsi sedurre dalla musica ma infine partirà per la Danimarca a completare gli studi. Romanzo corale e assai mosso, Il concerto dei pesci rappresenta con molta efficacia un mondo lontano, scomparso ma non idealizzato, non ancora schiavo del denaro, ricco di personaggi pieni di vita tra cui si staglia la figura di Bjorn di Brekkukot, ruvido e generoso, pescatore povero e senza istruzione ma portatore di una cristallina visione del mondo e circondato dal rispetto di tutti.
Questo romanzo, la cui edizione originale è del 1957, è una lettura che mi sento di consigliare vivamente a tutti coloro che sono curiosi del mondo e degli uomini. Ha una scrittura veloce e molto moderna (magistralmente resa dalla traduzione di Silvia Cosimini) e scandita in brevi capitoli, che acchiappa e induce alla lettura. Non dà lezioni, allude e rivela con mano leggerissima. Un bellissimo romanzo che fa venire voglia di leggere altri libri dell'autore, di cui la sempre meritoria casa editrice Iperborea ha tradotto anche L'onore della casa e Gente indipendente. E scoprire nella quarta di copertina che Laxness (Reykjavik, 1902- 1998) ha avuto il Nobel per la letteratura nel 1955 mi ha stupita per la mia abissale ignoranza, non certo per la qualità dello scrittore.
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