venerdì 26 marzo 2021
Un incontro online per parlare di "Alcune ipotesi di vita al femminile"
La diretta sarà online sulla pagina di Nora Books & Coffee: non serve prenotare e non è necessario avere un link per accedere!
sabato 13 febbraio 2021
L'amore incondizionato tra madre e figlia: Margherita Giacobino, Il tuo sguardo su di me
riassumere, anche se basterebbe una parola sola per farlo: amore. E' un libro che trasuda amore da ogni parola, da ogni frase, amore per la madre dell'autrice, Maria Grazia, che già tanta parte ebbe nel bellissimo Ritratto di famiglia con bambina grassa
Prima di tutto, questo libro è un dialogo. C'è un io che parla, ricorda, racconta, chiede, tesse ragnatele di parole dolci e brillanti, costruisce luoghi, persone e situazioni con una naturalezza e una precisione tali che ci si dimentica che stiamo leggendo, si scivola tra pensieri e fatti con il piacere sereno di chi guarda dal finestrino di un treno un paesaggio che non stanca mai. E c'è un tu che non risponde mai se non attraverso l'evidenza del ricordo innamorato e instancabile.
Questo libro è anche uno specchio, come si intuisce fin dal titolo: è un libro dedicato da una figlia alla madre ma anche a se stessa, che ricostruendone la vita ricostruisce la propria. E si vuole bene attraverso gli occhi della madre.
I fatti non sono molti, la vita della madre è insolita ma non avventurosa: nata in California da genitori migranti, tornata in Italia ancora bambina da sola, in nave, cresce nel paese d'origine nel basso Canavese, non lontano da Torino, in una famiglia accogliente costituita da figure solide e importantissime, di quelle che lasciano il segno. Figure soprattutto femminili, le magne, le zie, in primis quella Ninin brontolona e icastica, sempre citata con le sue frasi di inarrivabile, caustica e sintetica precisione che definiscono il mondo anche per Margherita. Poi arriva Gilìn, l'uomo scombinato e fonte di guai continui, fino a trascinare la moglie alla bancarotta per i suoi debiti di gioco. E qui Maria Grazia si rivela per la forza che possiede e la sostiene nei frangenti più difficili: paga i debiti del marito e combatte la sua battaglia di donna sola con una figlia piccola nel difficile mondo del commercio, nel negozio di alimentari che coraggiosamente gestisce con grinta e gentilezza.
La lingua dell'amore è il dialetto, la prima lingua che Margherita impara e quella che sempre userà con Maria Grazia e le magne. Ma Maria Grazia ha una passione fatale che trasmetterà alla figlia come un'infezione dalla quale non si guarisce mai: leggere. I libri sono la sua scuola e la sua vita, così come sono la felicità e la vera scuola per Margherita. E intorno c'è il mondo che cambia e le dure lezioni che una ragazzina deve imparare sul suo ruolo femminile, la scuola di Torino, le magne che se ne vanno, la fatica di crescere, Gilìn il padre sfuggente che torna a casa, e poi il trasferimento a Torino, la vicinanza tra madre e figlia che non viene mai meno, e poi gli ultimi anni e l'amore che diventa "i miei occhi su di te", gli sguardi che vedono ancora la bellezza e la luce là dove non c'è più.
Intanto la vita di Margherita si dipana tra lavoro, amori e amicizie, come succede in tutte le vite giovani. L'accettazione l'una dell'altra è totale e pervasa di affetto. Condividono molto, ben più di quanto avviene di solito tra madre e figlia. Sono due esistenze intrecciate e parallele.
Non temo di fare spoiler raccontando i pochi fatti di questo straordinario libro. Non sono i fatti a contare, al di là di quanto spiegano. Conta io e conta tu, contano gli sguardi fissi l'uno nell'altro, le due vite che si rispecchiano. Conta il rispetto, la fiducia totale, l'ammirazione, insomma, senza timore di ripetermi, conta l'amore. Ogni azione di Maria Grazia lo suscita, ogni sguardo di Margherita e ogni sua parola lo esprime.
E conta moltissimo anche la scrittura di Margherita Giacobino, mai così duttile e sapiente, a suo agio nel continuo passaggio dalla riflessione alla narrazione, nell'intrecciare la concretezza dei fatti all'impalpabile (ma intensa) atmosfera dei sentimenti e dei ricordi. Un libro affabile e discorsivo ma anche prezioso come un tessuto cangiante, che ipnotizza il lettore senza bisogno di trucchetti. Un libro che va letto come si assapora un gelato a più gusti, o come si rimane incantati a guardare i colori cangianti di un tramonto.
venerdì 14 dicembre 2018
L’onnipotenza della vecchiaia: Margherita Giacobino, L'età ridicola
Eccoci qui a parlare dell'ennesimo meritatissimo successo di Margherita Giacobino, L'età ridicola.È un romanzo apparentemente semplice e con poca azione, in realtà complesso perché ha molte linee narrative, soprattutto ha molti livelli: realtà, sogno, riflessione, ricordo. Potente e coraggioso, perché tratta argomenti scomodi, pesanti, come vecchiaia e morte. I personaggi sicuramente sono il tratto saliente di questo libro, quello che rimane più vividamente nella memoria quando si arriva alla fine.
Il romanzo si articola intorno a un gatto e quattro donne, di cui tre presenti e una assente ma continuamente evocata. Ai margini c’è un fantasma maschile, fantasma dico perché compare e scompare, ha tutte le caratteristiche del fantasma, pur essendo in carne e ossa. La vicenda è lineare: c’è l’indiscussa protagonista, molto protagonista, che non ha nome, si chiama "la vecchia" e ha un’età tra gli ottanta e i novant’anni mai definita chiaramente ma insomma ragguardevole, ha gli acciacchi dell’età però è ancora del tutto autosufficiente e soprattutto ha una testa che funziona a mille. È combattiva, potente, capace di incazzarsi e provare rabbia per quello che vede e quello che intuisce. E' anche l'unico motore di tutta la storia, in grado di forzare gli eventi e prendere decisioni risolutive per sé e per gli altri. Lucida e disincantata, le sue riflessioni su morte e vecchiaia che costituiscono la vera sostanza del libro sono prive di qualsiasi compiacimento consolatorio o metafisico, ne riflettono lo stoicismo capace, quando vuole, di abbandoni sentimentali e affettivi, mentre l'intreccio continuo di ricordi, osservazione del mondo e riflessioni tengono il lettore incollato e affascinato da questo flusso di coscienza decisamente fuori dal comune. Solo alla fine scopriamo qual era la sua attività, e mai il suo nome. E nelle strepitose pagine conclusive, la vecchia riesce anche a fare una scelta giusta e inaspettata, regalando salvezza a persone che non conosce.
Le presta aiuto una giovane badante, Gabriela, che è un personaggi enigmatico, sfuggente. È di una nazionalità indefinita ma slava, balcanica quantomeno, si direbbe, è piccola, ha le dita molto piccole, è giovane, ha ventisei anni, e una vita molto incasinata. Poi c’è Malvina, l’amica della vita, che purtroppo è un personaggio che sparisce continuamente, sparisce in più modi. E poi c’è l’assente ma sempre evocata Nora, il grande amore della vecchia. La vicenda nel complesso è lineare e consiste soprattutto nell’interazione tra la vecchia e la giovane, e nei tentativi della prima di agire in qualche modo sulla vita della seconda, difenderla e aiutarla soprattutto, impresa non facile perché, sospetta la vecchia, Gabriela mente, o quanto meno un sacco di cose se le tiene per sé. La vicenda è raccontata al presente, dal punto di vista della vecchia a volte in prima persona a volte in terza, ma ci sono alcune parti in cui penetriamo nel pensiero di Gabriela. Non abbastanza, però, da capirla fino in fondo. Questa ambiguità voluta del personaggio forse rappresenta la distanza tra le età e le realtà delle due donne, e ci lascia con una domanda senza risposta: chi è veramente Gabriela? La parte che le è affidata è quella di rappresentare la gioventù, il controcanto della vecchia, ma stupisce in quanto non ha desideri, ha poche aspettative, è come ritirata dalla vita.
Malvina invece è l’amicizia, la solidità di questo sentimento, ma nello stesso tempo è la sparizione, l’inesorabile degrado del tempo. Di lei non sappiamo molto ma conosciamo la sua funzione nei confronti della vecchia e di Nora, e poi che era affascinante, le piaceva ballare, che era una straordinaria montatrice cinematografica, era innamorata della bella Germana. Rappresenta l'affetto, la presenza, il supporto, quella di cui la vecchia deve occuparsi e preoccuparsi (e protesta ma si capisce che ne è felice), e poi la sparizione.
I personaggi maschili sono meno sviluppati ma hanno la loro importanza. Naturalmente il più importante è Dorin, il fantasma di cui si diceva prima. Mezzo terrorista, stalker, violento, ottuso, un repertorio di tutte le peggiori caratteristiche maschili, rappresenta la minaccia oscura che rende impossibile la vita di Gabriela. Dorin non esiste quasi. Non ci sono motivazioni dietro alle sue azioni, non entriamo mai nella sua mente. È più una funzione che un personaggio, è il pretesto necessario per fare andare avanti la narrazione. Max è il vecchio amico ostaggio di una nipote despota, Ciro il fabbro è importante perché è lui a fornire la pistola (elemento che la caratterizza fin dalla copertina e che avrà un'importante funzione nello sviluppo narrativo) alla vecchia, il nipote di Malvina è il responsabile della sua sparizione, il fruttivendolo, il marocchino mendicante, il vecchio dirimpettaio fuori di testa sono figurette veloci ma indimenticabili.
L’ambientazione è chiarissima e ben riconoscibile per chi a Torino ci vive. I luoghi hanno una funzione centrale, e alla fine vediamo il cortile interno, le finestre dei dirimpettai, i tetti, l’ospizio in collina. Le descrizioni sono vivide, con figurette appena schizzate ma che colpiscono. Conta il presente ma conta anche moltissimo il passato, sognato e vagheggiato, la sostanza del romanzo non sono le azioni (a parte l'accelerazione finale, in cui Margherita Giacobino si esibisce in una prova da maestra) ma come ho già detto, i ricordi e soprattutto le riflessioni della protagonista sulla vecchiaia e la morte, in cui è fondamentale il tono spesso ironico che crea quel tanto di distacco che permette all'argomento difficile di risultare gradevolissimo e avvincente.

