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mercoledì 8 aprile 2020

Letture in quarantena 3: Daniel Everett, Don't sleep, there are snakes

Va be', mi rendo conto che questo è un consiglio di lettura molto selettivo, che può apparire snob, ma in realtà si tratta di un libro assai godibile per chi si interessa di linguistica e di etnografia, e anche per
chi ama leggere di paesi insoliti e mondi poco conosciuti, senza essere né difficile né eccessivamente tecnico. L'unico vero problema è che io non sono riuscita a trovare una traduzione in italiano, e penso si trovi solo in digitale (ma ci sono in rete dei pdf gratuiti), o in qualche remainder's molto ben fornito. Parlo di Don't sleep, there are snakes (Non dormire, ci sono serpenti) di Daniel Everett, uscito con successo nel 2008.

La biografia dell'autore è anch'essa molto interessante, tanto quanto il libro. Convertitosi al cristianesimo a diciott'anni e sposatosi alla stessa età con una correligionaria, linguista e missionario, si trasferì in Brasile con la moglie e i tre figli per studiare la lingua della tribù amazzonica dei Pirahã per incarico del SIL. Dopo anni passati in mezzo a questa popolazione, felice e serena ma refrattaria a qualsiasi tentativo di evangelizzazione, si allontanò dalla fede e abbandonò il missionarismo, tagliando i ponti con la famiglia.

Quella dei Pirahã è una popolazione molto piccola (le cifre che trovato variano ma stanno tra i 240 e i 380 individui), divisa in varie comunità lungo il fiume Maici, tributario del Rio delle Amazzoni, interessantissima sia nelle sue abitudini di vita e sussistenza, sia per la lingua, unica del suo ceppo. Daniel Everett descrive con brio ma anche con estrema precisione le sue avventure. Ci butta immediatamente nel mezzo della foresta e sul fiume raccontando le vicissitudini di un viaggio intrapreso quando sua moglie e la sua figlia maggiore prendono la malaria (lui pensa che sia tutt'altro, ma i Pirahã che se ne intendono lo capiscono subito), e parla della vita del villaggio con grande rispetto, empatia e chiarezza. Si è fatto degli amici che lo aiutano nelle sue ricerche linguistiche, importantissimi tramiti con la popolazione disseminata nella foresta, ma sempre lungo il fiume.

Una parte notevole del libro è dedicata a questioni linguistiche, a volte un po' troppo astruse per le mia scarse conoscenze ma in genere curiose e interessanti. Per esempio, i Pirahã usano solo due numeri, uno e due, non distinguono singolare e plurale, non hanno termini per definire i colori. E hanno abitudini insolite per la nostra mentalità, non sono interessati alla proprietà privata, non dormono mai più di due ore di fila perché è pericoloso (appunto, ci sono i serpenti), per cui parlano, gridano e fan casino per tutta la notte. Ma non voglio riassumere riducendo a banali curiosità i contenuti interessantissimi di Don't sleep, there are snakes. Un libro che - ribadisco che vi deve interessare l'argomento - dà moltissimo, anche se l'ultima parte, in cui polemizza in particolare con Noam Chomsky e le sue teorie, in qualche punto si fa pesante. Ma rimane la simpatia per l'autore, l'ammirazione per la sua sincerità, e una grande riconoscenza per averci aperto un mondo assolutamente sconosciuto e affascinante.        

giovedì 11 luglio 2019

Due non recensioni da prendere così: Rachel Cusk, Resoconto, e Dambudzo Marechera, La casa della Fame

 Questa non è una recensione, figurarsi, sono solo alcune osservazioni veloci dopo una lettura che non mi ha entusiasmato. Generalmente se un libro non mi piace passo oltre e non ne parlo, ma in questo caso faccio un’eccezione perché voglio capire io per prima i motivi della mia delusione. Rachel Cusk si porta molto in questo periodo, ha ammiratori a palate, estimatori innamorati, ha le physique du rôle e scrive benissimo. Come non amarla? So che mi farò molti nemici con questo post, ma io non ho affatto amato Resoconto, da cui mi aspettavo molto per le ragioni di cui sopra.
In realtà, a parte l’aspetto interessante, cioè la struttura “sbieca”, in cui un io narrante piuttosto reticente descrive con grande scialo di particolari le persone che incontra in aereo e a Atene durante un viaggio nella capitale greca per tenere un corso di scrittura creativa, ci ho visto più che altro un insopportabile snobismo e una totale mancanza di spontaneità: un compitino da prova finale di scuola di scrittura troppo costruito, dosato con il bilancino, dove non si riesce a credere neanche a una parola. Insomma, ho trovato odiosa lei e i suoi personaggi di cui non sono riuscita a incuriosirmi (naturalmente non poteva mancare quello che picchia le donne e quella che nega l’evidenza). Di Rachel Cusk ho letto solo questo libro ma non ne leggerò altri nemmeno per ricredermi, perché non mi interessa per niente, mi è bastato per capire che non è, come si dice, my cup of tea: in sintesi belle struttura e scrittura, insopportabili contenuto e personaggi. Bella traduzione di Anna Nadotti.

La casa della fame di Dambudzo Marechera è l’opposto. Difficile, molto difficile per il primo terzo, ho fatto una gran fatica a seguirne il senso finché
la scrittura insieme pirotecnica e come costretta, fantasiosa, supercreativa, ricca e complessa, dopo un po’ ha cominciato a chiarirsi e avvolgermi, anzi a abbarbicarmisi addosso e non mi ha più lasciata andare. Dambudzo Marechera racconta le cose più turpi, le peggiori violenze, con lo stesso tono privo di enfasi, ma carico al punto di risultare ipnotico. Fitto di fatti e personaggi, l’ho letto quasi tutto in mare, su un traghetto, e non riuscivo quasi a alzare gli occhi per cercare l’orizzonte. Tragico e nello stesso tempo lieve, il romanzo narra le esperienze di vita di uno studente universitario di famiglia disastrata e povera nella Rhodesia dei tempi di Ian Smith, divisa tra neri e “bianchi di merda”, ingiustizie e violenze, droga e alcol, sesso mai allegro, nessun sentimento, eppure non dà nessuna sensazione di oppressione, perché la vita è così e si può solo rappresentarla. Non è un libro che mi sento di raccomandare a tutti perché bisogna essere disposti al nuovo di un linguaggio supercarico e superimmaginativo, ma chi riesce a lasciarsi andare e affidarsi a Dambudzo Marechera ne uscirà arricchito, e non poco. Tutta la mia ammirazione alla traduttrice Eva Allione.

martedì 25 giugno 2019

Anne Tyler, La danza dell'orologio

Così sorridente e amichevole, lo sguardo che ti mette subito a tuo agio, semplice ma perfetta, questa fotografia di Anne Tyler rispecchia benissimo il suo modo di scrivere. Anne Tyler è una di quelle scrittrici che ti fanno subito sentire a casa tua quando entri in un nuovo romanzo, tra amici o almeno cari conoscenti, anche in storie e ambienti con cui non hai niente da spartire. E forse La danza dell'orologio non è il suo romanzo che mi è piaciuto di più, forse la storia mi ha lasciata un po' indifferente, ma l'ho letto con molto piacere, in fretta, e senza cali di interesse. Merito di Anne Tyler e non della protagonista Willa Drake, donna simpatica ma, secondo me, portata a ripetere i suoi errori.

Donna esemplare, con un marito molto amato che ha il cattivo guusto di morire giovane, due figli lontani e pochissimo affettuosi, risposata con Peter, un ricco sicuro di sé e poco interessato agli altri, risponde con immediata disponibilità a una richiesta d'aiuto che le arriva da un luogo lontano, da parte di una sconosciuta, perché si prenda cura di una bambina che non ha mai visto, figlia di una ex fidanzata del figlio che non gliel'ha mai presentata... Una richiesta assurda a ben vedere, ma Willa risponde alla chiamata e accorre assieme a Peter piuttosto riluttante. Si trova a centinaia di chilomentri da casa sua, nel bel mezzo di un mondo che le è sconosciuto, con persone diversissime da quelle che è abituata a frequentare, in un quartiere strano per i suoi parametri. E di qui in poi non è che succeda molto, ma Anne Tyler è così brava a raccontarcelo che ci accomodiamo al suo fianco e la guardiamo in faccia mentre lei dice "lui ha detto, lei ha risposto" e noi vediamo tutto e ci piace, ci piace stare in mezzo ai personaggi, seguire le loro storie minime e prevedibili, e ci viene da dare delle pacche di incoraggiamento a Willa per farle capire che ha tutta la nostra approvazione qualunque scelta faccia.

Non è un romanzo "mozzafiato" (qualunque cosa voglia dire quest'espressione che aborrisco), ma ci porta dove vuole con il suo tono vivace ma tranquillo, rassicurante, e mi sento di consigliarlo a chiunque per questi caldi fuori norma in cui ci dibattiamo. Non è neanche un "romance", non abbiate paura. Non c'è neanche un morto ammazzato né un serial killer. E' solo un romanzo ben scritto da un'autrice che sa il suo mestiere, che parla di vite minime ma non irrilevanti, come la nostra o quella dei nostri vicini di casa. Ben venga Anne Tyler e la storia di Willa Drake.     

martedì 4 giugno 2019

Charlotte Perkins Gilman, The yellow wallpaper

Di Charlotte Perkins Gilman ho letto molti anni fa Terradilei, regalatomi da un moroso gentile e attento ai miei interessi. Però, confesso, ne avevo completamente dimenticato il nome e quando un altro amico, artista raffinato e di gusti assai difficili, me la citò come sua scrittrice "gotica" preferita, proprio a proposito di The yellow wallpaper (La carta da parati gialla), non la riconobbi: ma corsi a procurarmi l'e-book, che ho trovato in inglese e unito a altri quattro racconti a modico prezzo su Amazon. C'è anche una versione in italiano, ma dagli scarsissimi commenti dei lettori direi che non vale la pena (tra l'altro è presentato come esempio di letteratura femminile inglese!).

Vita interessante quella di Charlotte Perkins Gilman, con risvolti insoliti. Forse meno interessante la sua prosa, ma davvero notevoli le idee e gli stimoli che si possono trarre dalla sua lettura. In questo The yellow wallpaper and other stories ci sono anche Three Thanksgiving, The cottagette, Turned, If I were a man. Il primo, e più famoso, viene presentato come descrizione di una depressione post partum di cui l'autrice soffrì dopo la nascita la prima figlia, e che venne curata secondo la teoria che le donne, di cui si ipotizzava una tendenza all'isteria, fossero intellettualmente inferiori agli uomini e che la causa dell'isteria risiedesse nell'utilizzo eccessivo della mente. Perciò la cura consisteva in una totale dipendenza dalla volontà e dall'autorità del medico, che comportava l'isolamento e il divieto di svagarsi in compagnia. Io però l'ho trovato molto interessante anche senza bisogno di limitarne il valore metaforico alla depressione. E' chiarissima, e impressionante, la descrizione di come una donna eccessivamente controllata dal marito - proprio in base al suo essere donna - finisca per perdere ogni nozione di se stessa come individuo, fino a recepirsi come una figura sul muro, prigioniera della spaventosa carta da parati gialla che tanto le fa orrore.

Molto più semplici, ma anche davvero soddisfacenti per come sono condotti e per le conclusioni, gli altri quattro, in cui alcuni luoghi comuni e cliché sulla femminilità sono rovesciati con pochi semplici tratti. In Three Thanksgiving una donna che invecchia viene assediata dai figli e un vecchio corteggiatore che "per il suo bene" la spingono a vendere la casa avita ormai spoporzionata per le sue esigenze, ma la protagonista trasforma proprio l'ingombrante proprietà in uno strumento per poter continuare a vivere come piace a lei, e lontana da legami oppressivi e limitanti; The cottagette è un rifugio incantevole in cui trascorrere le vacanze e trovare l'amore finché non si cerca di farne un luogo di cure domestiche e famigliarità quotidiana; Turned è l'utopia dell'alleanza femminile per superare le meschine contraddizioni dell'uomo padrone, e If I were a man è la rappresentazione di ciò che si vede attraverso gli occhi di un uomo, dei suoi pensieri sulle donne, insomma della visione maschile del mondo.

La via della salvezza per i personaggi femminili passa sempre attraverso il lavoro, che permette di emanciparsi senza più avere bisogno del maschio cui appoggiarsi. La donna prende in mano la propria vita e le proprie responsabilità, cosciente che andandosene, lavorando e rifacendosi una vita in autonomia e senza recriminazioni c'è la libertà. Insomma, per Charlotte Perkins Gilman le donne possono, e perciò non c'è lotta tra maschi e femmine, non c'è troppa sofferenza né l'ombra del vittimismo. E' una lettura forse semplice dal punto di vista letterario ma che ho apprezzato molto, di grande e serena soddisfazione, consolante e esaltante in tempi di metoo e femminicidi.   

     

domenica 28 aprile 2019

Come una chiacchierata con un amico: Paul Sedaris, Ragazzi, che giornata! Diari 1977 - 2002

Ragazzi, che giornata!, un estratto dei diari di David Sedaris dal 1977 al 2002 con entrate brevissime 

che diventano più lunghe proseguendo negli anni , non è adatto ai lettori che cercano trame complesse e colpi di scena, analisi psicologiche, quelli che vogliono emozionarsi o commuoversi. È un libro attraente e riposante, tutto di sbieco. Viene voglia di andare avanti, di tornare a casa per leggerlo, anche se non c’è trama né un vero crescendo legato alla vita di Sedaris. 

Gli anni giovanili sono contraddistinti da una vita fatta di case precarie, amori e amici precari, lavori precari (anche se sullo sfondo c’è sempre la famiglia con la mamma pronta a dare una mano e un aiuto pecuniario), nuotando in una vivace corrente di alcol e droga, nella natia Raleigh. Poi il trasferimento a Chicago, le scuole di scrittura, la morte della madre, i viaggi, i luoghi, e infine il successo, il solido rapporto amoroso con Hugh, la Francia, l’Inghilterra. Naturalmente l’11 settembre, tutto sommato un avvenimento tra gli altri anche se pesantissimo (ma la retorica patriottica non fa per lui, che malgrado l’origine greca non ha mantenuto radici, non parla greco e si sente totalmente americano). I rapporti insieme stretti e complessi con il padre e i fratelli tra cui spicca Amy, con cui condivide l’attività teatrale, la problematica Tiffany e il giovane Paul. Ma soprattutto il successo, solidissimo e molto impegnativo, con il contorno di viaggi continui (corre su e giù tra Stati Uniti e Europa come un rappresentante di commercio a parlare dei suoi libri e tenere incontri), rapporti con sconosciuti, case nuove, finalmente agiatezza e possibilità d’ogni genere.

Ma tutto questo avviene come per uno sviluppo naturale, ovvio. Sedaris non ci racconta gli snodi cruciali, ci mette a nostro agio con situazioni e persone senza mai calcare la mano. Soprattutto riesce nel miracolo di parlare di sé senza raccontarsi mai. Passano gli anni, cambiano le situazioni, ma noi veniamo a saperlo di traverso, attraverso la descrizione di tipi strani, incontri, conversazioni curiose o significative, ma sempre trasversali, tangenti. Sempre gradevole, mai narciso, con un occhio attento agli altri. L’ironia c’è, se no non sarebbe David Sedaris, ma serve da paravento dietro cui si nascondono l’empatia e la generosità. Certo non è spiritoso come in Me parlare bello un giorno o altre opere, perché qui non servirebbe, ma divertente sì, e molto.

Astenersi chi ama i gialli, noir, thriller, rosa, fantasy, fantascienza ecc ecc. Qui c’è solo vita, osservazione acuta, assenza di giudizio, una curiosità mai sopita per il mondo e i suoi abitanti. Sedaris inoltre scrive con una naturalezza, un’apparente semplicità che invogliano alla lettura e non stancano mai. L’impeccabile traduzione è di Matteo Colombo.

martedì 27 novembre 2018

Lucia Berlin ci fa passare davvero una "Sera in paradiso"

Di Lucia Berlin ho amato senza condizioni La donna che scriveva racconti (e la bruttezza del titolo ancora mi stupisce) per cui mi sono precipitata a leggere Sera in paradiso con un po' di timore che si trattasse di un'operazione editoriale di ricupero di pagine scartate all'unico scopo di sfruttare il più che meritato successo della prima raccolta. Non è così, per fortuna. Certo, non tutti i ventidue titoli sono allo stesso livello, ci sono fulminanti ritrattini lunghi meno di una pagina e storie complesse, ma nell'insieme ce ne fossero di libri belli e appassionanti come Sera in paradiso!

Quello che c'è e di nuovo mi ha colpita con forza è la meravigliosa naturalezza della scrittura, la capacità di avvincere con niente, gesti e particolari minimi, o di dire cose tremende con la disinvoltura con cui si butta giù la lista della spesa. Di nuovo ho pensato che non ce n'è mai abbastanza di Lucia Berlin, che giunta in fondo al volume sarei andata volentieri avanti per altrettante pagine. Niente da fare, se una sa manovrare bene le parole si fa seguire ovunque, può raccontare frenetiche truffe infantili a El Paso o cavalcate e seduzioni nell'alta società del Cile, da Santiago a Lima a Panama a Miami a Albuquerque saltando da un aereo all'altro, e via andando in una specie di ricostruzione della sua vita a tappe, tra uomini bambini amiche droghe alcol e piccole azioni che si incidono come ferite negli occhi. Rimestando nell'autobiografia per creare storie fuori di lei, con personaggi ricorrenti ma visti ogni volta da una diversa angolazione.

La donna che scriveva racconti rimane il mio preferito, ma Sera in paradiso è disseminato di pagine brillanti come pietre preziose. Ci sono racconti rutilanti e stupefacenti come quello eponimo, che ci fa incontrare Ava Gardner, Richard Burton e Liz Taylor, e altri perfetti che funzionano lisci come ingranaggi. Sono storie che forse non restano tanto nella memoria, non ci sono plot complessi, gli sviluppi inaspettati sono lasciati cadere in mezzo al flusso di piccoli gesti come pezzi d'ambra in un fiume. Rimane piuttosto un'impressione di bellezza scintillante, come la coda di una cometa o una pioggia di stelle cadenti, una notte in spiaggia il 10 agosto. Per restare a Sombra, il mio preferito in assoluto, una tragedia si inserisce senza cambiamento di tono né enfasi in mezzo alla sontuosa descrizione di una corrida messicana, o a La mia vita è un libro aperto, in poche pagine è rappresentata una vita squinternata e talmente piena che avrebbe potuto dare origine a un romanzo fluviale. Ma Lucia Berlin evita gli approfondimenti psicologici, le spiegazioni, le interpretazioni, e racconta i fatti con voci plurime ma sempre profondamente implicate nei fatti. E incanta, non c'è altro da dire. 

Una breve citazione che mi pare meravigliosa: Morire è come spargere mercurio. In un attimo torna tutto di nuovo insieme nel tremulo ammasso della vita (da Perdersi al Louvre). Io non amo gli aforismi ma questo mi pare perfetto, e lo farò mio.  
Traduzione di Manuela Faimali, con una nota di Stephen Emerson e una postfazione del figlio Mark Berlin. Parecchi refusi nel testo.     


domenica 27 novembre 2016

A qualcuno la vendetta piace caldissima: Bret Anthony Johnston, Ricordami così

Per cominciare con una citazione che più scontata non si può ma nello stesso tempo esprime appieno la situazione, ricorro all'incolpevole René Magritte e dichiaro subito che questa non è una recensione. Se vi interessa leggerne una vera la trovate facilmente, il web ne è pieno perché Ricordami così di Bret Anthony Johnston è l'ennesimo caso letterario dell'anno (2015). L'autore, texano, fa di mestiere l'insegnante di scrittura creativa e si vede. Libro costruito e ipercompiaciuto, la pianificazione a tavolino già si intuisce dalla scelta di raccontare il dopo, senza mai sollevare il velo sul cosa, in una storia di sofferenza da cui è escluso il protagonista. Ma il romanzo è molto leggibile, friendly per il lettore, mai ho avuto la tentazione di lasciarlo né mi è pesato andare avanti, anzi, non mi spiaceva trovarlo la sera prima di dormire, anche se è tutto incentrato su due temi che aborrisco: famiglia e emozioni.

La vicenda si svolge a Southport, immaginaria cittadina del Texas del sud, vicina a Corpus Christi, location in effetti molto fascinosa che fa da sfondo perfetto ai continui andirivieni dei personaggi. In una famiglia normale, padre insegnante, madre commessa part-time in una tintoria, due figli adolescenti, un nonno che gestisce un banco dei pegni, un evento inatteso e disastroso sconvolge la vita di tutti: Justin, il figlio maggiore, sparisce. Le ricerche vengono condotte senza sosta, la comunità è coinvolta, ma ormai tutti hanno la certezza che Justin sia morto. E invece, quattro anni dopo la sua sparizione, Justin ricompare. Da questo punto in poi degli anni in cui Justin è sparito, di quello che ha vissuto, di quello che sente e pensa, non si parla più. Il romanzo si incentra sulle emozioni dei familiari, genitori, fratello e nonno, su come vivono la ricomparsa di Justin: mai un barlume di pensiero razionale, solo impulsi e pancia.
Nessun personaggio esterno ha spazio né importanza, a parte qualche comparsata necessaria per la vicenda. Il rapitore è subito individuato e arrestato, e proprio su di lui e le sue vicende giudiziarie si avvitano i sentimenti, le fantasie e i desideri della famiglia in un contesto claustrofobico, in cui i personaggi vivono moltissimo di notte. Questa famiglia tutta di maschi, a parte una madre che vive esclusivamente di emozioni e sensazioni, brividi e incubi, mi ha fatto pensare che l'autore abbia letto e riletto Virginia Woolf e Katherine Mansfield.

L'aspetto più interessante è lo spaccato di vita americana che ne viene fuori. La madre per occupare il tempo con un po' di volontariato fa turni di monitoraggio a una delfina, che è stata danneggiata e necessita di un periodo di convalescenza prima di essere rimessa in acqua. I turni coprono le ventiquattrore, i volontari annotano ogni mossa di Alice, che nuota sola in un capannone appositamente riscaldato e illuminato. Non faccio commenti per non inimicarmi gli animalisti dopo gli amanti della famiglia. Il figlio Griffin è uno skater esperto (Bret Anthony Johnston era skater professionista prima di darsi alla letteratura), e passa la maggior parte del suo tempo a allenarsi nella piscina di un motel abbandonato. L'attività del tremendo nonno, il banco dei pegni privato, è molto importante perché tra gli oggetti che i clienti vi lasciano ci sono armi di ogni tipo. Per celebrare il ritorno di Justin gli viene dedicato lo Shrimporee, l'annuale fiera dei gamberi cui tutta la comunità locale collabora e partecipa. 
I personaggi femminili non hanno ruolo al di fuori di quelli in rapporto ai maschi. C'è una moglie, il personaggio a mio personalissimo parere più repellente; un'amante, funzionale a chiarire i turbamenti e pentimenti del padre ma viva quanto una pianta in vaso; la ragazza del figlio minore, apparentemente molto alternativa e assertiva ma in realtà protettiva e attaccatissima al suo maschietto, ha in nuce qualità femminili di cura, di forza, di amore, proprio come dev'essere una futura moglie-madre. La madre, che per sbaglio si registra al centro di protezione della delfina con il cognome da nubile, ne fa un dramma: ma negli USA le donne non usano mai il proprio cognome?
Comunque tutti i personaggi, che per esprimersi hanno solo le proprie emozioni, sono fissi e schematizzati. Il meglio riuscito è Griffin detto Griff, adolescente diviso tra l'affetto per il fratello ritrovato e l'inevitabile sensazione di essere trascurato da tutti. A parte Fiona, la sua ragazza, non ha un amico né un'amica, passa il suo tempo tutto solo con il suo skateboard. Justin, che per sacrosanta scelta dell'autore è visto solo dall'esterno e di sguincio, in realtà risulta un po' inverosimile, più un vecchio saggio autosufficiente che un ragazzino rimasto quattro anni in balia di un pedofilo. E neanche i genitori hanno un amico o un'amica (l'amante del padre è un personaggio del tutto accessorio, che farebbe una gran pena se nel finale l'autore magnanimo non ci facesse capire che anche lei ha una famiglia). Intorno a loro la comunità di Southport che ha partecipato attivamente alla ricerca di Justin e ora partecipa al sollievo, ma in forme del tutto impersonali come l'invio di piante ornamentali, che la madre in un momento di sconforto getta via.

Ma la grande emozione, l'impulso che lega genitori e nonno è la vendetta, il desiderio di vendetta, la sicurezza della necessità della vendetta. La voglia di pena di morte, di uccidere, attraversa il romanzo dalla prima pagina all'ultima come se fosse giusto e naturale, come se così dovesse essere e basta. E' un pensiero insensato e agghiacciante, ma per l'autore non c'è nessun dubbio che sia sbagliato. Se c'è un deterrente, non è mai legato al fatto che uccidere il rapitore sia altrettanto sbagliato di quello che ha fatto lui, ma solo alle conseguenze che può portare all'assassino. A muovere i personaggi sono solo motivi egoistici. Lo faccio per i ragazzi, pensa il padre ad esempio, e sottotraccia corre una vena di violenza difficilmente sopportabile.
L'autore si sforza in tutti i modi di creare suspence, anche con la struttura notevolmente sofisticata (l'inizio, la fine circolare) ma in realtà la suspence non può esistere in una storia in cui non c'è spazio per una sorpresa, il giudizio è talmente netto che non lascia spazio a niente.
L'apoteosi finale è fatta apposta per una trasposizione cinematografica, completa della salita sul palco e del punto di vista dall'alto sul pubblico, ma dietro si intravede un'America spaventosa. Eviterò il troppo facile accostamento a Trump, ma certo che viene spontaneo.

In conclusione aggiungerò che è un romanzo molto ben scritto ma in certe parti lento, ripetitivo, soprattutto compiaciuto, sempre freddo, e malgrado sia formalmente (quasi) perfetto, non si riesce a crederci neanche per un momento. Ma soprattutto, e perciò ribadisco che questa non è una recensione, in sostanza l'argomento e il pensiero che ci sta dietro sono tremendi, e molte parti leggendole mi hanno fatto rivoltare le budella. 

Nella versione italiana la traduzione è di Federica Aceto.






giovedì 28 gennaio 2016

Se lo stalker si confessa: Scott Spencer, Un amore senza fine

Che strano romanzo questo di Scott Spencer, Un amore senza fine. Uscito negli USA nel 1979, in Italia ho trovato tracce di un'edizione del 1981 (ma non sono riuscita a scoprire né l'editore né il traduttore) e di un'altra del 1986 per la De Agostini, sempre senza nome del traduttore. Sellerio l'ha ripubblicato nel 2015, con la traduzione di Francesco Franconero. Ha avuto un gran successo e ne sono stati tratti due film, pare orridi, soprattutto il primo, del 1981, di Franco Zeffirelli, mentre il secondo è di Shana Feste, del 2014. Considerato dai critici ormai un classico della letteratura nordamericana del '900 (ma questo si legge più o meno di tutti i répechage editoriali), amato da pubblico e scrittori illustri, mi ha fatto pensare parecchio.

La vicenda inizia nell'estate del 1967 e si dipana nell'arco di una decina d'anni, con lunghi momenti di pausa e altri di accelerazione. Il protagonista David Axelroad, diciassettenne di Chicago di famiglia ebrea ex comunista, dà fuoco alla casa della morosa coetanea, Jade Butterfield, di famiglia molto alternativa, padre medico new age e madre aspirante scrittrice. Ne è stato allontato dal padre di Jade e da Jade stessa perché il rapporto tra i due era diventato troppo ossessivo, tanto che praticamente viveva con loro, e vorrebbe farsi dei meriti spegnendo lui stesso i giornali che ha acceso nella veranda e apparendo così il loro salvatore, ma ha sottovalutato la potenza del fuoco e in pochi minuti tutta la casa è in fiamme. La famiglia Butterfield, genitori e tre figli adolescenti, rischia di morire perché in pieno trip da LSD, che stanno sperimentando insieme.
Non succede una tragedia, ma David finisce in una clinica psichiatrica con l'interdizione totale di contattare i membri della famiglia Butterfield, mentre i due nuclei familiari si disintegrano. Però questa è la storia di un'ossessione: difficile definire amore questa fissazione che fa fare a David ogni sorta di follia, gli fa infrangere le regole e ottenere delle vittorie che non sono tali alla fin fine, forse perché ci si mette di mezzo il destino e forse perché l'esaltazione amorosa adolescenziale non può durare in eterno.
Martin Hewitt e Brooke Shields protagonisti di Amore senza fine di Franco Zefirelli (1981)

Tutto il romanzo, ben 592 pagine (ma in dimensione Sellerio), in cui David è l'io narrante, è l'analisi di un sentimento, l'approfondimento continuo di questo sentimento, la narrazione degli sforzi tenaci, ciechi, instancabili, di David per poter rivivere pienamente questo sentimento e ricuperare tutto quello che lo ha reso felice nel passato, cioè Jade e la sua famiglia. Gli eventi esterni sono pochi, riuniti in alcuni snodi narrativi che accelerano la vicenda, mentre il viaggio nella mente amorosa di David pervade tutto il libro. Impossibile non provare empatia per il personaggio, pur rendendosi conto della follia del suo agire, autolesionistico e talvolta spaventoso. I personaggi di contorno sono altrettanto singolari, da Jade oggetto di passione e soggetto appassionato ma capace di razionalità (anche se come sempre nelle storie d'amore ossessivo l'oggetto d'amore non esiste, non ha volto né voce, e infatti di lei sappiamo solo quello che fa o dice quando ricompare sulla scena, ma il suo pensiero è sempre interpretato da David), ai genitori di entrambi i ragazzi (tra cui Ann Butterfield è la più sfaccettata), i fratelli, le pochissime persone con cui David interagisce, tutti filtrati dalla visione ossessiva dell'obiettivo finale, la riconquista dell'amore.

Gabrielle Wilde e Alex Pettyfer protagonisti di Un amore senza fine di Shane Feste (2014)
Non è un romanzo adatto a tutti, bisogna essere capaci di sospendere il giudizio e lasciarsi andare insieme a David alla sua pazzia amorosa, per seguire quella che è in sostanza la torrenziale autoconfessione di uno stalker. Ma a chi ha il coraggio di affondare con lui darà molto, avvolgendolo nelle spire di parole e di immagini che si agitano nella mente di David con la grazia delle volute di fumo e la precisione iperrealistica degli incubi. E anche molto interessante l'air du temps che ne esala, tra l'impegno politico degli Axelroad e i loro amici e l'hippismo svagato dei Butterfield. Quella però che disturba parecchio è la traduzione, costellata di errori marchiani e goffaggini che in certi punti danno davvero fastidio.      

venerdì 17 aprile 2015

Maschi, giovani e americani: Breece D'J Pancake, Trilobiti e David Leavitt, Un posto dove non sono mai stato

Li metto insieme perché sono due libri di racconti, usciti molti anni fa, di maschi giovani (al momento della pubblicazione) e americani, ma per il resto non potrebbero essere più diversi. Entrambi però condividono un'altra caratteristica: scrivono straordinariamente bene, e i loro racconti sono una dimostrazione perfetta del perché io amo tanto questa forma di narrativa. 

Breece Pancake, nato in West Virginia, a South Charleston, nel 1952 e morto a Charlottesville, probabilmente suicida, nel 1979, ho cominciato a leggerlo, del tutto casualmente, proprio il giorno anniversario della sua morte, l'8 aprile. Chi lo conobbe ne parla come di un giovane timido e strano; verso i vent'anni si convertì con fervore al cattolicesimo. Nella sua breve vita pubblicò sei racconti, il primo dei quali, Trilobiti, uscì nel 1977 su The Atlantic Monthly. Nel 1983 questi racconti più altri sei inediti uscirono nella raccolta postuma The Stories of Breece D'J Pancake. La biografia dell'autore contribuì sicuramente a farlo diventare da subito una specie di figura mitica, ma si tratta comunque di racconti abbastanza straordinari anche a prescindere dalla sua giovane età.

Il fatto è che Breece D'J Pancake è uno scrittore eccellente: ipermacho, pieno di testosterone, ruvido, nervoso, racconta di  miniere, minatori, camionisti, pugili, marinai sulle chiatte, intorno ai quali le donne sono fantasmi piagnucolanti o traditrici, puttane minorenni o vecchie madri. La scrittura è ellittica, richiede attenzione e immaginazione per colmare i vuoti, le storie non importano quanto l'ambiente, lo sfondo, i personaggi di contorno, le azioni. I personaggi non pensano, agiscono; non si parla mai d'amore. In compenso gli animali sono onnipresenti: il toro da marchiare, il combattimento di galli, la tartaruga uccisa e mangiata, le api bruciate, i maiali nell'agghiacciante Ora e ancora, i cani, i cerbiatti, gli scoiattoli, le volpi, gli opossum. Sono animali amati e uccisi, la caccia e le armi onnipresenti. Viene da interrogarsi come si sarebbe evoluta la sua scrittura se fosse vissuto leggendo Che ne sarà del legno secco, un racconto diverso, melodrammatico, gonfio.

Breece D'J Pancake è giovane e parla di giovani, è forzuto e veloce ma ha una voce da vecchio, non saggia ma priva di illusioni, slanci, forse persino di desideri. Prima o poi lo rileggerò in inglese perché la traduzione di Ivan Tassi è approssimativa, imprecisa e goffa. Introduzione di Giacomo Papi, postfazione di Percival Everett. Alla fine non sono le singole vicende che rimangono in mente, ma un mondo di uomini vivido, preciso, formicolante di vita e di morte. Una citazione: La terra era fragile, vasta, e morta.

La storia di David Leavitt, nato a Pittsburgh nel 1961, è molto diversa: si è affermato nel 1984 con i nove racconti di Ballo di famiglia (Family Dancing) e immediatamente etichettato al suo esordio come minimalista, anche se lui non si è mai riconosciuto come tale; la sua fama così precoce, dovuta anche al suo modo di parlare dell'omosessualità non come dramma ma come uno degli aspetti della vita, è stata confermata da La lingua perduta delle gru del 1986, cui hanno fatto seguito molti altri testi (in particolare Il matematico indiano del 2007) con alterna fortuna, tra cui una causa per plagio intentatagli da Stephen Spender (che la vinse) per Mentre l'Inghilterra dorme. E' anche vissuto a lungo in Maremma e ne ha scritto.

Questa raccolta, Un posto dove non sono mai stato del 1990, all'inizio può risultare irritante (la solita New York cool e fighetta, i locali, i tic da centro del mondo) ma diventa ben presto molto interessante con le sue vicende che danno un'impressione di futilità malgrado gli argomenti importanti che affronta (l'omosessualità, la morte, la malattia soprattutto). I personaggi, tratteggiati velocemente ma con grande acume, riflettono, si analizzano, le numerose figure femminili sono raccontate con sensibilità e precisione.

Sono storie magistrali di persone continuamente in bilico tra due scelte: eterosessualità o omosessualità, amare un uomo o una donna (e questa non è una ripetizione ma una semplice alternativa), gli USA o l'Italia, restare o partire, lavorare o non lavorare, il lutto o il sesso (La serata del coniuge). Curioso e virato decisamente al grottesco Le strade che portano a Roma, forse il meno riuscito o il più estraneo all'autore, in cui è descritta una famiglia italiana decisamente sopra le righe che vive nei pressi di Saturnia. Traduzione di Anna Maria Cossiga e interessantissima postfazione di Antonio D'Orrico. Anche qui, più che le singole vicende conta il fatto che con strabiliante capacità di scrittura David Leavitt descrive un mondo evanescente impegnato, nell'insieme, a traccheggiare con la vita. 

sabato 1 novembre 2014

Quando un autore ti acchiappa, ti diverte e ti lascia più contento: David Sedaris, Esploriamo il diabete con i gufi, Me parlare bello un giorno

Se c'è uno che riesce a divertirmi a prescindere, quello è David Sedaris. Mi diverte, mi è simpatico, lo ammiro come uno dei migliori affabulatori–narratori di oggi, è uno dei pochissimi (con George Saunders e Julie Otsuka per esempio) scrittori statunitensi che mi piacciono. Lo trovo interessante e molto, molto spiritoso. In un cupo pomeriggio autunnale come questo mi sento di consigliarlo come antidoto infallibile contro la depressione. Esploriamo il diabete con i gufi è una raccolta un po' eterogenea di brevi saggi, divagazioni, riflessioni, alcuni dei quali mi sono sembrati meno brillanti del solito, ma probabilmente non volevano esserlo data la loro natura di articoli giornalistici. Sono sempre intelligenti e sanno sorprendere  con osservazioni acute e spiazzanti. Come sempre Sedaris parla del mondo partendo da sé, dalla sua famiglia che ormai conosco come parenti stretti, dal compagno Hugh, dilatandone tic e bizzarrie, esagerando disgrazie, rendendo epiche piccole vicende quotidiane senza mai cadere nel narcisismo né nel banale. E siccome è sempre in giro per il mondo e in particolare ha vissuto a lungo in Francia e poi a Londra, le sue stralunate cronache europee, giapponesi o cinesi sono esilaranti. Sia che parli della cucina cinese (che aborrisce) che della presunzione francese a proposito del razzismo degli americani al momento dell'elezione di Obama, o dell'educazione dei bambini, o della spazzatura nella campagna inglese, il suo sguardo lucido e capace di cogliere sempre il dettaglio assurdo e restituirlo con parole precise e concise mi dà un piacere continuo.
David Sedaris è gay e liberal, quello che pensa mi piace sempre, e mi è piaciuta tantissimo questa sua risposta a un intervistatore che gli chiedeva che cosa ne pensasse del matrimonio tra gay:  
Che il matrimonio omosessuale debba essere consentito, ma che nessun omosessuale debba sposarsi. Ma veramente vogliamo un’istituzione come il matrimonio? È una battaglia su una questione ideale, ma in realtà nessuno lo vuole, come nessuno vuole andare a un matrimonio. Anche il più accanito degli omofobi deve riconoscere che i gay non costringono gli amici a intervenire ai loro matrimoni con uguale ostinazione. E siccome detesto i matrimoni, mi trovo d'accordo con lui al duecento per cento.
Se non avete mai letto niente di suo cercate Me parlare bello un giorno o Diario di un fumatore o Mi raccomando, tutti vestiti bene o Quando siete investiti dalle fiamme. Vi innamorete delle sue incredibili sorelle e riderete senza limiti alle sue avventure in un campo di nudisti, non importa, non ve ne pentirete e continuerete a leggerlo. Consiglio Davis Sedaris a tutti, caldamente, a meno che proprio non siate privi dei senso dell'umorismo e non vi importi niente del mondo che vi circonda. 

David Sedaris, Me parlare bello un giorno

Che cosa può fare un bambino di quinta elementare affetto da problemi di pronuncia se una logopedista non tanto sveglia lo sequestra una volta la settimana per guarirlo dalla lisca? Se da lui ci si aspetta che si appassioni allo sport, quando il suo vero piacere consiste nel cuocere biscotti e guardare soap opera? Resistere, ovviamente, cercando di non dare all’aguzzina la soddisfazione di coglierlo in fallo. Comincia così questa divertentissima raccolta di racconti, quasi un’autobiografia in pillole, di David Sedaris, nato nel 1956 a Johnson City (New York) da una famiglia di origine greca. Nella prima parte, nettamente più efficace, David Sedaris parla dell’infanzia, della famiglia, delle sorelle, della madre e soprattutto del padre, della sua gioventù schizzata di consumatore di speed, dei tentativi in campo artistico e come insegnante di scrittura creativa, dei mille mestieri praticati per smazzarsi la vita. La seconda parte corrisponde a una fase più tranquilla, in cui l’autore e il suo fidanzato Hugh si trasferiscono in Francia dove vivono gli inconvenienti degli americani all’estero, prima fra tutti la necessità di appropriarsi della lingua, cui si riferisce il geniale titolo. David Sedaris è un narratore esperto, abilissimo a divertire il lettore con una scrittura ironica e autoironica,  spiazzante e molto intelligente. Non fa ridere alle spalle dei più deboli, non fa vergognare del piacere, davvero genuino, che si prova leggendolo. Il suo non è il libro di un comico ma di uno scrittore che presta il proprio occhio acuto e spietato al lettore per fargli scoprire prospettive insolite, esilaranti, di interpretazione del mondo.