Autore sempre interessante anche quando mi riesce difficile capirlo come in Sotto il vulcano, e francamente entusiasmante in Gente indipendente e Il concerto dei pesci, Halldor Laxness riunisce sotto il titolo di Sette maghi (1942) otto brevi prose, non tutte a carattere strettamente narrativo.
La scoperta dell'India è una novellina esotica in cui si parla del Figlio del Cielo imperatore della Cina e dei suoi sogni che spingono un suo cortigiano a partire alla ricerca del lontano Occidente, e delle sue vicende in India. La tempra narrativa di Halldor Laxness si riconosce al suo meglio in Napoleone Bonaparte, felicissimo ritratto di un personaggio folle e patetico nella sua grandezza, e Pordur il vecchio zoppo introduce il tema politico nella vicenda che mi ha fatto scoprire che anche in Islanda i lavoratori hanno avuto il loro momento epico. Ma certo il più entusiasmante è La sconfitta dell'aviazione italiana a Reykjavik nel 1933, un sarcastico e divertentissimo ritratto di una spedizione propagandistica di fascisti volanti al comando di uno sbruffone dalla divisa sgargiante, il cui nome, Pittigrilli, è già di per sé tutto un programma. Di nuovo un ritratto sopra le righe di un imbroglione pieno di risorse e fantasia in La Voluspa in ebraico, mentre in Un'apparizione nell'abisso siamo in Italia, dove uno scrittore nordico che parla in prima persona intesse un amore di sguardi tra finestra e balcone con una giovane siciliana, all'ombra dell'Etna che forse gli rievoca paesaggi della sua patria. Il pifferaio racconta un'avventura paranormale vissuta dal narratore quando era "uno sguatterino di nove anni" che portava il caffè ai falciatori in una sera d'estate, e la fantasia infantile confondeva realtà e magia in maniera inestricabile. Temucin torna a casa è un'altra novella esotica, in cui Temucin, cioè Gengis Khan, si trova a dover affrontare un ritorno e forse una partenza cui non vuole neppure pensare, e esita tra i consigli di un grande saggio e la compagnia di un gruppo di meretrici.
Un libro veloce e ricchissimo di spunti e temi, che mi sento di consigliare senza riserve. L'impeccabile traduzione e l'interessante postfazione sono di Alessandro Storti.
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lunedì 28 marzo 2016
lunedì 23 aprile 2012
La giornata del libro e un'ecatombe di scrittori
Oggi è la giornata mondiale del libro (qualsiasi cosa voglia dire) e mi adeguo, parlando di libri. Non è una novità? Be', so fare poco altro per cui abbiate comprensione. Comunque, per combinazione oggi è anche il compleanno di uno scrittore che amo moltissimo, Halldor Laxness, pubblicato da Iperborea, di cui vi consiglio qualsiasi cosa sia stata tradotta ma soprattutto Gente indipendente. Nato il 23 aprile 1902 in Islanda, ha avuto il Nobel nel 1955 ed è morto nel 1998. E' uno scrittore potentissimo, coraggioso e pieno di immaginazione, parla di posti inimmaginabili e di vite che si stenta a credere possano esistere, crea personaggi che sprizzano vita e energia malgrado il freddo, il buio, la fame, le disgrazie. Quando si finisce di leggere un suo libro ci si sente più ricchi. E ho detto tutto.Altri compleanni non ne ho, ma in compenso un'ecatombe di scrittori morti in questa data.
Il più impressionante è il 1616: il 23 aprile in un colpo solo muoiono tre giganti, che dico, tre vette della letteratura, come se nello stesso giorno venissero giù l'Everest, il K2 e l'Annapurna. Cominciamo con Garcilaso de la Vega, nato nel 1539. Proseguiamo con Miguel de Cervantes, nato nel 1547, e terminiamo con William Shakespeare, nato nel 1564. Chissà che cosa si sono detti incontrandosi lungo la strada.
Nel 1850 muore in questa data William Wordsworth, nato nel 1770. E nel 1996 muore Pamela Lyndon Travers, nata nel 1899, la più cara al mio cuore in quanto creatrice di Mary Poppins e autrice di quattro immortali libri che hanno allietato la mia infanzia facendomi sognare un mondo di magie. E dimenticatevi assolutamente la melensaggine dell'omonimo film di Disney, che però ne ha oscurato la fama tanto che su Wikipedia non c'è nessuna voce a lei dedicata.
Non riesco a mettere le immagini non so perché, ho fatto tutto quello che dovevo ma alla fine non mi risultano dove le ho caricate. Misteri del web. Comunque, cercatevele, almeno quelle di P.L. Travers in costume di scena come Titania o con una peccaminosa sigaretta in mano. Altro che Julie Andrews e un poco di zucchero. Mary Poppins era fatta di tutt'altra pasta.
mercoledì 25 agosto 2010
Halldor Laxness, Gente indipendente
Trebisonda, 19/7/2010
Pubblicato in Islanda in due parti nel 1934-35, quando l'autore aveva trentadue anni e era ancora ben lontano dal Nobel attribuitogli nel 1955, questo romanzo, che definire straordinario è poco, racconta la vita testarda e la titanica sconfitta di Bjartur di Somarhus, allevatore di pecore che per la sua aspirazione all'indipendenza è disposto a qualsiasi sacrificio, anche e soprattutto a quello delle persone che gli vivono intorno. Dopo diciotto anni a servizio in una fattoria ricca, riesce a acquistare un podere per il quale si carica di debiti, si sposa e inizia la sua vita di contadino padrone della sua terra, di fatto schiavo di un lavoro disumano che non prevede sosta né gratificazioni, nel nord di un paese (siamo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento) che non può trovare nell'agricoltura la sua vocazione. Non faccio nessun riassunto delle vicende, leggetelo e non vi pentirete. Mi limito a fare qualche osservazione sul protagonista.
Bjartur è un personaggio "larger than life", magnificamente raccontato senza una parola di descrizione. E' quello che è e tanto basta. Un'unica idea lo domina, quella di essere indipendente, non dovere niente a nessuno. I debiti li affronta ma non sopporta di dovere dire grazie a chicchessia. Un regalo per lui è un affronto, come si capisce da alcuni episodi tra cui quello della "massaia" Dunya mi ha straziato il cuore, perché la delusione di chi si fa delle aspettative sul piacere che recherà un suo dono che poi viene rifiutato, è qualcosa che mi è insopportabile. Affronta qualsiasi rinuncia, privazione, sacrifici, perché per lui non sono tali, quello che conta è la strada che segue la via dell'indipendenza. Ciò che è perduto non lo rimpiange, e questo è ripetuto più volte nel corso del romanzo, e rappresenta la notazione più sconvolgente per il lettore. Sono parecchi i personaggi che via via spariscono, a volte in modo terribile, lasciando un vuoto che provoca un mare di interrogativi in chi legge e neanche un battito di ciglia in Bjartur. Almeno fino all'ultima sparizione, che apre una breccia nella sua corazza e lo salverà, in un certo senso, alla fine.
E l'altro aspetto sconvolgente per il lettore è la tremenda fatica, l'asprezza della vita, le condizioni spaventose di ignoranza, promiscuità, insalubrità, lavoro massacrante, in cui si svolge l'esistenza degli allevatori di pecore del nord dell'Islanda. Bambini e adulti che lavorano diciotto ore al giorno, mangiando pappa d'avena e scarti di merluzzo salato, bevendo caffè, dormendo in sette o otto nella stessa stanza in cui cucinano, con delle condizioni climatiche altrettanto estreme. E la conclusione è solo una: i poveri sono condannati, per loro non c'è riscatto da miseria e tisi, l'indipendenza è una chimera, politici e commercianti gli unici che riescono a guadagnare sempre nella vita. Pochi i sogni che possono andare a buon fine, forse solo la fuga, l'America là in fondo, terra favolosa in cui le pecore si trovano da sole l'erba da brucare.
L'amore non esiste, l'affetto chi lo sa, l'ambiguità del rapporto tra Biartur e Asta Solillja una delle cose più belle che ho letto. Ma non è un romanzo deprimente, è un epico inno alla capacità umana di seguire i propri ideali sbagliando e risbagliando senza accettare la sconfitta. La natura eccessiva e arcigna domina su tutto ma l'uomo non si lascia schiacciare, la usa e la contrasta sperando sempre di piegarla ai propri voleri. E sul fondo c'è il mondo che cambia, la prima guerra mondiale, le discussioni su Dio e sull'anima, le banche, le cooperative, le donne e il loro destino spietato. Un romanzo che mi fa venire in mente solo un termine: magnifico. Non se ne esce facilmente una volta finito, e Bjartur è indimenticabile.
Si capisce bene che il pubblico islandese sia stato sconvolto da Gente indipendente che metteva a nudo miserie e arretratezze del paese, come si spiega in modo interessante e esauriente nella postfazione di Silvia Cosimini, autrice anche della splendida traduzione. Leggete anche Il concerto dei pesci, ne vale davvero la pena.
Pubblicato in Islanda in due parti nel 1934-35, quando l'autore aveva trentadue anni e era ancora ben lontano dal Nobel attribuitogli nel 1955, questo romanzo, che definire straordinario è poco, racconta la vita testarda e la titanica sconfitta di Bjartur di Somarhus, allevatore di pecore che per la sua aspirazione all'indipendenza è disposto a qualsiasi sacrificio, anche e soprattutto a quello delle persone che gli vivono intorno. Dopo diciotto anni a servizio in una fattoria ricca, riesce a acquistare un podere per il quale si carica di debiti, si sposa e inizia la sua vita di contadino padrone della sua terra, di fatto schiavo di un lavoro disumano che non prevede sosta né gratificazioni, nel nord di un paese (siamo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento) che non può trovare nell'agricoltura la sua vocazione. Non faccio nessun riassunto delle vicende, leggetelo e non vi pentirete. Mi limito a fare qualche osservazione sul protagonista.
Bjartur è un personaggio "larger than life", magnificamente raccontato senza una parola di descrizione. E' quello che è e tanto basta. Un'unica idea lo domina, quella di essere indipendente, non dovere niente a nessuno. I debiti li affronta ma non sopporta di dovere dire grazie a chicchessia. Un regalo per lui è un affronto, come si capisce da alcuni episodi tra cui quello della "massaia" Dunya mi ha straziato il cuore, perché la delusione di chi si fa delle aspettative sul piacere che recherà un suo dono che poi viene rifiutato, è qualcosa che mi è insopportabile. Affronta qualsiasi rinuncia, privazione, sacrifici, perché per lui non sono tali, quello che conta è la strada che segue la via dell'indipendenza. Ciò che è perduto non lo rimpiange, e questo è ripetuto più volte nel corso del romanzo, e rappresenta la notazione più sconvolgente per il lettore. Sono parecchi i personaggi che via via spariscono, a volte in modo terribile, lasciando un vuoto che provoca un mare di interrogativi in chi legge e neanche un battito di ciglia in Bjartur. Almeno fino all'ultima sparizione, che apre una breccia nella sua corazza e lo salverà, in un certo senso, alla fine.
E l'altro aspetto sconvolgente per il lettore è la tremenda fatica, l'asprezza della vita, le condizioni spaventose di ignoranza, promiscuità, insalubrità, lavoro massacrante, in cui si svolge l'esistenza degli allevatori di pecore del nord dell'Islanda. Bambini e adulti che lavorano diciotto ore al giorno, mangiando pappa d'avena e scarti di merluzzo salato, bevendo caffè, dormendo in sette o otto nella stessa stanza in cui cucinano, con delle condizioni climatiche altrettanto estreme. E la conclusione è solo una: i poveri sono condannati, per loro non c'è riscatto da miseria e tisi, l'indipendenza è una chimera, politici e commercianti gli unici che riescono a guadagnare sempre nella vita. Pochi i sogni che possono andare a buon fine, forse solo la fuga, l'America là in fondo, terra favolosa in cui le pecore si trovano da sole l'erba da brucare.
L'amore non esiste, l'affetto chi lo sa, l'ambiguità del rapporto tra Biartur e Asta Solillja una delle cose più belle che ho letto. Ma non è un romanzo deprimente, è un epico inno alla capacità umana di seguire i propri ideali sbagliando e risbagliando senza accettare la sconfitta. La natura eccessiva e arcigna domina su tutto ma l'uomo non si lascia schiacciare, la usa e la contrasta sperando sempre di piegarla ai propri voleri. E sul fondo c'è il mondo che cambia, la prima guerra mondiale, le discussioni su Dio e sull'anima, le banche, le cooperative, le donne e il loro destino spietato. Un romanzo che mi fa venire in mente solo un termine: magnifico. Non se ne esce facilmente una volta finito, e Bjartur è indimenticabile.
Si capisce bene che il pubblico islandese sia stato sconvolto da Gente indipendente che metteva a nudo miserie e arretratezze del paese, come si spiega in modo interessante e esauriente nella postfazione di Silvia Cosimini, autrice anche della splendida traduzione. Leggete anche Il concerto dei pesci, ne vale davvero la pena.
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giovedì 19 giugno 2008
Consiglio di lettura: Halldor Laxness, Il concerto dei pesci
All'inizio del XX secolo, in Islanda, a Brekkukot, dove ora si estende la periferia di Reykjavik, esisteva un casale in cui chiunque avesse bisogno di un tetto gratuito poteva bussare con la certezza di essere accolto. Qui vive Bjorn, un vecchio pescatore stagionale che pratica una carità del tutto priva di sfumature pietistiche, naturale come il susseguirsi delle stagioni, e qui, da una madre che sta per emigrare e lo abbandona nelle braccia di Bjorn e della sua compagna, nasce Alfgrimur, il protagonista e io narrante. Con i nonni adottivi Alfgrimur trascorre una'infanzia felice, dividendo il sottotetto della casa con gli ospiti fissi, un'accolita di tipi strani che altrove sarebbero considerati relitti e a Brekkukot godono del rispetto e della dignità dovuti a ogni essere umano. A loro si aggiungono coloro che chiedono asilo per qualche tempo, come la donna che non vuole morire a casa sua per non disturbare e quella che crede di essere la reincarnazione di una principessa egiziana.Nell'Islanda ancora esitante sulla soglia della modernità, la fama dell'isola odorosa di merluzzo e lompo è affidata alla misteriosa, ambigua figura del celeberrimo cantante Gardar Holm, che nessuno in patria ha mai sentito cantare. Proprio i ripetuti incontri con il cantante decideranno il destino di Alfgrimur, che voleva diventare pescatore di lompi, è sul punto di farsi sedurre dalla musica ma infine partirà per la Danimarca a completare gli studi. Romanzo corale e assai mosso, Il concerto dei pesci rappresenta con molta efficacia un mondo lontano, scomparso ma non idealizzato, non ancora schiavo del denaro, ricco di personaggi pieni di vita tra cui si staglia la figura di Bjorn di Brekkukot, ruvido e generoso, pescatore povero e senza istruzione ma portatore di una cristallina visione del mondo e circondato dal rispetto di tutti.
Questo romanzo, la cui edizione originale è del 1957, è una lettura che mi sento di consigliare vivamente a tutti coloro che sono curiosi del mondo e degli uomini. Ha una scrittura veloce e molto moderna (magistralmente resa dalla traduzione di Silvia Cosimini) e scandita in brevi capitoli, che acchiappa e induce alla lettura. Non dà lezioni, allude e rivela con mano leggerissima. Un bellissimo romanzo che fa venire voglia di leggere altri libri dell'autore, di cui la sempre meritoria casa editrice Iperborea ha tradotto anche L'onore della casa e Gente indipendente. E scoprire nella quarta di copertina che Laxness (Reykjavik, 1902- 1998) ha avuto il Nobel per la letteratura nel 1955 mi ha stupita per la mia abissale ignoranza, non certo per la qualità dello scrittore.
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