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domenica 23 febbraio 2020

Un grande romanzo sempre attuale: Kader Abdolah, La casa della moschea

Scritto in olandese nel 2005 e pubblicato in Italia nel 2008 da Iperborea con la bella traduzione e l'illuminante postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo, La casa della moschea  di Kader Abdolah è uno di quei romanzi che danno moltissimo con semplicità e generosità. Ambientato a Senjan, cittadina iraniana non lontana dalla città santa di Qom, ruota intorno a un antico complesso formato una moschea, un cortile e una casa che appartengono da tempo immemorabile alla famiglia di Aga Jan, ricco mercante di tappeti e capo del bazar. Per tradizione della famiglia fanno parte sia l'imam che il muezzin, entrambi fratelli di Aga Jan al momento dell'inizio della vicenda, e i numerosi altri membri, con la servitù, vivono attorno al cortile.  

L'inizio ha un tono fiabesco, la casa è uno scrigno di tesori e sorprese:

"Era una grande casa, con trentacinque stanze. Lì, per secoli, famiglie dello stesso sangue avevano vissuto al servizio della moschea. Ogni stanza aveva una funzione e un nome corrispondente a quella funzione, come la stanza della cupola, la stanza dell’oppio, la stanza dei racconti, la stanza dei tappeti, la stanza dei malati, la stanza delle nonne, la biblioteca e la stanza del corvo. La casa sorgeva dietro la moschea, addossata al suo muro. In un angolo del cortile una scala di pietra portava al tetto piatto, dal quale si poteva raggiungere la moschea. E al centro del cortile c’era una howz, una vasca esagonale dove gli abitanti della casa si lavavano le mani e il viso prima della preghiera. Adesso la casa ospitava le famiglie di tre cugini: Aga Jan, il mercante a capo del bazar tradizionale della città, Alsaberi, l’imam della casa e guida della moschea, e Aga Shoja, il muezzin".


Questa casa dove Kader Abdolah ci accompagna ascoprire ogni angolo più riposto resterà a lungo nella mente e negli occhi del lettore. E si vive tanto sui tetti, attorno alla cupola o sui minareti dove ci si ritrova a scrutare il vicinato e commentare i fatti del giorno, quanto sottoterra, nelle stanze misteriose in cui grandi bauli ne conservano la memoria, le storie e i tesori. Lo spazio è chiaro e ordinato, e insieme sfumato come in una fiaba. I personaggi sono molti, ognuno con un ruolo e un carattere ben definito. Aga Jan è il centro, il perno fisso intorno al quale ruotano, si avvolgono, si separano e si allontanano i destini personali degli altri abitanti o frequentatori della casa. C'è chi ama stare nella bilioteca della moschea, chi fa vasi in un seminterrato, chi gioca intorno alla howz e chi ci cade dentro. I ragazzi di casa subiranno grandi trasformazioni negli anni e faranno scelte molto diverse e dolorose.
Ci sono anche molte donne, e sono molto importanti. Non solo come custodi dell'esistente, ma anche narratrici di storie del passato e capaci di abbracciare il nuovo fino all'aberrazione. Poi ci sono alcuni piccoli personaggi indimenticabili, come le nonne che coltivano un sogno segreto spazzando in silenzio le stanze e il cortile, il vasaio cieco, o Lucertola, il bambino diverso che si insinua dappertutto, anche nel cuore dei parenti.  

Le vicende all'inizio si snodano pigramente a partire dal 1969, anno in cui l'uomo sbarca sulla Luna e la televisione entra per la prima volta nella casa della moschea. C'è un'atmosfera serena anche se c'è chi soffre, ma ognuno sa chi è e chi sono i suoi compagni di vita. Intorno c'è l'Iran dello Scià, delle prime modernizzazioni, i primi cinema, ma la società è ancora coesa, con un forte senso dei vincoli di comunità, tanto che anche una donna squilibrata (bellissimo personaggio) che si aggira per la città da sola lasciandosi toccare e raccontando a tutti quello che vede entrando nelle case altrui, viene difesa e sostenuta da tutti gli abitanti. E' un mondo forse finito che l'autore ricostruisce con gli occhi nostalgici dell'esule, il mondo dell'Islam dal volto umano, tollerante, amoroso, con le braccia aperte, rigoroso nei suoi principi ma pronto a accogliere e comprendere, rappresentato perfettamente da Aga Jan. Certo a nessuno piace lo Scià Reza Palhavi, i suoi rapporti con gli americani, gli sprechi e gli armamenti, lo strapotere dell'esercito. Poi il tempo incomincia a accelerare, cominciano arresti e stragi, la storia irrompe con tutta la sua violenza e crudeltà anche nel cortile della moschea, nessuno spazio della casa è immune, il sangue scorre sulle pietre, nella vasca, sulle stanze, sulle scale che portano al tetto. C'è la rivoluzione khomeinista, la fuga dello Scià, il governo islamico, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein, uccisioni, attentati, massacri, esecuzioni senza processo, e il vecchio mondo conosciuto e amato si sgretola a poco a poco per crollare dolorosamente. Si giunge fino agli anni post Khomeini, e niente è più lo stesso, anche il bazar ha perso la sua centralità, i bei tappeti che Aga Jan faceva annodare alle donne dei villaggi delle montagne che appartenevano alla sua famiglia non interessano più a nessuno, la riccheza e l'importanza della famiglia scemano del tutto e anche la moschea non gli appartiene più. Rimane forse l'amicizia, forse qualche legame familiare, ma troppi sono i membri del clan che hanno fatto scelte diverse e sicuramente molto drastiche. Però alla fine "La storia della casa della moschea è lungi dall'essere conclusa, ma è come la vita: ognuno deve pur scendere da qualche parte. C'è una frase che ritorna sempre alla fine degli antichi racconti persiani: -La nostra storia è finita, ma il corvo è lungi dall'aver raggiunto il suo nido."

Nelle parole dell'autore: Ho scritto questo libro per l’Europa. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere... un Islam moderato, domestico, non quello radicale. Per concludere non posso che ripetere quello che ho detto all'inizio: un romanzo davvero importante e davvero appassionante, scritto in una lingua semplice e diretta, che non è la lingua materna dell'autore ma sicuramente lo è diventata, tanto che La casa della moschea nel 2007 è stato scelto dai lettori come il secondo miglior libro olandese di tutti i tempi.        


 

domenica 22 novembre 2015

L'Iran di ieri e di oggi nelle parole di una grande scrittrice: Goli Taraghi, La signora melograno

Insomma, quello con le edizioni Calabuig è stato veramente un incontro benedetto. Dopo lo struggente Hotel Madrepatria di Yusuf Atılgan ho acquistato La signora melograno di Goli Taraghi, e non potevo fare cosa migliore. Non conoscevo Goli Tarachi, non l'avevo mai sentita nominare anche se le Edizioni Lavoro hanno pubblicato il suo Tre donne con la traduzione di Anna Vanzan nel 2009. E' tradotta in inglese e francese, ma in italiano al momento l'unico titolo disponibile è questa bellissima raccolta di sette racconti, anch'essa tradotta da Anna Vanzan.


Goli Taraghi si è trasferita in Francia nel 1979, ma lei stessa dice (cito una sua intervista) Ho trascorso gli ultimi trentaquattro anni in un viaggio perpetuo tra Occidente e Oriente, spostandomi tra Parigi e Teheran. Scrive in persiano, e l'Iran, Teheran, sono sempre presenti nelle sue pagine con una vivezza, una precisione e una concretezza che mi hanno fatto capire più cose di anni di articoli giornalistici. Con una tecnica narrativa che consiste nello scrivere in prima persona ma tenersi, come narratrice e come personaggio, ai margini, più o meno nell'ombra, mettendo al centro le figure davvero indimenticabili di persone che incontra o ricorda, ci racconta storie autobiografiche di una donna che sa guardarsi attorno con curiosità, con gli occhi spalancati sul mondo, senza sentimentalismi nè psicologismi, attenta ai particolari concreti e capace di sintesi folgoranti.

La signora melograno è il commovente ritratto di una donna di campagna sperduta e ciarliera in viaggio per raggiungere i figli in Svezia, davvero incredibile per la tenerezza e la precisione dei particolari che costruiscono un personaggio che fa un po' stringere il cuore e tremare per la sua sorte, come succede alla narratrice; Gentile, ma ladro getta luce sulle condizioni della borghesia urbana dopo la rivoluzione komeinista, attraverso un grottesco tentativo di furto e una fantastica figura di ladro educatissimo e pronto al pentimento; Quell'altro disegna la figura di una strana madre e di due gemelli separati che dialogano a distanza con un flauto, mentre La gara non finita intesse ricordi d'infanzia con la meravigliosa descrizione di un viaggio con l'Iran Air tra Parigi e Teheran, l'imperatrice Soraia e il ping pong, la paura dei funzionari della dogana irrazionali e corrotti, finché tutto si acquieta nella pace del ritorno a casa. Se Madame Lupo parla delle difficoltà di inserimento a Parigi e sa riconoscere il dolore che talvolta si nasconde sotto l'ostilità, nel fascinoso I fiori di Shiraz si ritorna all'adolescenza felice e spensierata a Teheran, liberissima e divertente, tra lezioni di ballo e corse in bicicletta, la gelateria Vigo e il ponte di Tajrish dove la narratrice e i suoi amici si radunavano vivendo i primi amori, e si prende il tempo di tratteggiare le figure di un padre e una figlia uniti dalla tragedia in una strana e pacifica follia.

Infine, il lungo In un altro posto richiede un discorso a parte. Qui viene meno la freschezza, l'immediatezza dell'osservazione della realtà a favore di quella che si può immaginare come una grande, dettagliata metafora non facilissima da interpretare. La storia di Amir Ali che perde il controllo del proprio corpo e lo riacquista solo abbandonando la sua vita ricca e sostanzialmente falsa (come ci dice l'immagine delle persone con la faccia di cartone) per vagabondare in macchina nella natura, libero da tutto, dalle convenzioni sociali, dagli obblighi, dalle pressioni, dalle aspettative degli altri, tornato a uno stato di natura, a una quasi infanzia in cui tutto è ancora possibile, è incentrata sul punto di vista del protagonista e della moglie, anche se qua e là compare una figurina di quelle cui ci ha abituato l'autrice, per esempio lo zio colonnello. L'artificio della voce narrante in prima persona rimane sullo sfondo in maniera un po' pretestuosa e molto reticente. Viene da chiedersi se il riferimento sia alla situazione dell'Iran, alla sua tormentata vicenda politica, ma è solo un'ipotesi, perché l'intento, se c'è, è molto ben mimetizzato. A questo proposito piacerebbe che il già lodevole paratesto (Notizie su Goli Taraghi e un Glossario) desse qualche indicazione sui racconti presenti, la data di composizione o almeno di pubblicazione, per potere capire se la differenza è solo una scelta autoriale o rappresenza un'evoluzione nella scrittura di Goli Taraghi.

Quello che viene fuori da La signora melograno è un ritratto della vita in Iran davvero inedito per me, e vivissimo è il contrasto tra la libertà sognata nei ricordi di prima della rivoluzione e gli stratagemmi per sopravvivere conservando qualche piacere nel cupo clima del dopo, per aggirare le leggi repressive senza essere beccati dalla polizia religiosa, il vino fatto in casa di nascosto, l'oppio per dimenticare, le feste a porte e finestre chiuse e la corruzione onnipresente, sia spicciola che a alto livello. Goli Taraghi è una grande scrittrice che in storie dove la trama è quasi impalpabile riesce a costruire un mondo di una vivezza incredibile, creando davanti ai nostri occhi personaggi a tutto tondo, una città, una società, senza mai dare giudizi espliciti né mostrare nostalgia o rimpianti.