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venerdì 13 gennaio 2017

Un consiglio da amica: non perdetevi Sing Street, un film di John Carney

Sing Street è un film del 2016 scritto e diretto da John Carney e qui potete trovare le informazioni generali. Io voglio solo dire che consiglio a tutti, amanti del pop e no, adolescenti e no, di andare a vederlo. Forse non è quello che si definisce un gran film, è piccolo e non ha pretese di spiegare il mondo ma a mio parere in quello che racconta non ha difetti.

Siamo a Dublino negli anni '80, in un ambiente disastrato in cui gli adolescenti non hanno altri modelli che le band musicali cui ispirarsi per sognare. Conor (lo straordinario Ferdia Walsh-Peelo, fragile e commovente con le sue guance rosee da quindicenne) viene tolto dalla scuola che frequentava e mandato a Singe Street, un istituto gestito dai Fratelli Cristiani. La sua famiglia, genitori e tre figli, è in crisi totale, i genitori non fanno che bisticciare urlandosi insulti, il padre è disoccupato, dovranno vendere la casa in cui vivono, la madre ha una relazione con il suo capo, il fratello maggiore Brendan (l'ottimo Jack Reynor) che ha mollato il college perde tempo fumando spinelli e ascoltando rock, mentre la sorella Ann vuole fare l'architetto e pensa solo a studiare. La nuova scuola è pessima, infestata da bulli e insegnanti sadici, come "Brother  Baxter" - non a caso il film è dedicato a "tutti i fratelli", Connor viene immediatamente preso di mira, picchiato dai bulli perché troppo fighetto per la scuola e dall'insegnante perché osa tenergli testa. Brendan (che ha un manifesto di Freud in camera) è il suo disincantato mentore, mentre la bella e sfuggente Raphina (Lucy Boynton, impressionante nella camaleontica capacità di cambiare a seconda delle situazioni e degli stati d'animo), che abita di fronte all'istituto e passa ore sui gradini di casa aspettando un suo fantomatico ragazzo, è la sirena che lo fa partire per un viaggio prima metaforico poi reale.

Ma la vera protagonista, passione e strumento di riscossa e conquista, è la musica. E' l'epoca delle boy band e Connor, che suona la chitarra per non sentire le urla dei genitori, decide di mettere su un gruppo. Di qui la storia si può immaginare, si tratta di trovare i componenti e insieme convincere Raphina a girare un video con gli scalcagnati ragazzini, cosa che lei accetta ben volentieri. Il sogno ha una meta ben precisa: lasciare Dublino, il suo asfittico provincialismo e la mancanza di prospettive per la mitica Londra, in quella Gran Bretagna che nelle giornate limpide si può intravedere al di là del mare, oltre le trenta miglia che la separano dalla costa irlandese.

Non è la storia, che ricorda molto Billy Elliott  di Stephen Daldry, a essere il motivo principale d'interesse, ma la straordinaria mescolanza di profondità e leggerezza con cui è raccontata, la delicatezza con cui sono sfiorate le vite squinternate degli adulti, la precisione con cui si giostra tra i cliché - la ragazzina più grande e più matura che si fa prendere dall'energico entusiasmo del ragazzino, il sogno a occhi aperti, la fragilità nascosta sotto l'apparenza sfacciata e violenta degli adolescenti (a questo proposito, geniale l'arruolamento del bullo rapato e manesco, a sua volta vittima della prepotenza dei genitori), l'impossibilità di comunicare con gli adulti, ottusi e egoisti ma soprattutto infelici. Quello che si sente, secondo me, è che si tratta di un film necessario: non un'opera messa assieme per sfruttare un filone di tendenza o per arruffianarsi lo spettatore, ma qualcosa che al regista stava a cuore raccontare, rappresentare, e che gli interpreti hanno saputo esprimere al meglio. Un film anche molto divertente, veloce e (fatemi usare l'odiata parola per una volta!) carico di emozione.       

mercoledì 17 febbraio 2016

L'occhio della follia genera bellezza: Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene

Tra le molte immeritate fortune di cui ho beneficiato nella mia vita c'è anche quella di abitare a due passi dal cinema Massimo, il che mi permette di vedere bei film decidendolo all'ultimo momento e correndoci, per così dire, in pantofole. Ieri ho finalmente colmato una vergognosa lacuna: ho visto Il gabinetto del dottor Caligari (Robert Wiene, 1920) in una copia restaurata dal laboratorio italiano L'immagine ritrovata della Cineteca di Bologna. Non vi farò l'affronto di raccontare la storia che sicuramente conoscete, dirò solo che che c'è un villaggio tedesco, una fiera annuale, un ambiguo dottore che espone al pubblico un sonnambulo che risponde alle domande di chi lo interroga, un assassino in libertà, una fanciulla in pericolo, due studenti innamorati della suddetta fancuilla, eccetera eccetera.

Non sarò certo originale dicendo che ne sono rimasta stregata. Come già l'anno scorso con Metropolis, mi hanno affascinato soprattutto le scenografie e la recitazione. Scenografie geniali, fondali dipinti che sono il massimo dell'espressionismo, semplici come concezione (fondali appunto) ma capaci di ricreare un paesino con le stradine medievali, le prospettive distorte che rispecchiano l'incubo e la follia che le genera dando un senso di incertezza, di precarietà, di vertigine incontrollabili e di grandissima bellezza visiva. Anche gli interni sono meravigliosi, claustrofobici per distorsione e sempre aperti sull'esterno con grandi vetrate e spacchi di luce come lacerazioni.

La recitazione è anch'essa superespressionista, antinaturalistica, e irresistibile. Soprattutto il dottor Caligari, un Werner Kauss talmente diabolico da risultare sublime. E mi hanno preso il cuore le ragazze alla fiera, i gendarmi, gli impiegati del municipio, il tipo dell'organetto con la scimmia, i signori in cappello (cappello alto ma non proprio a cilindro cui non sono riuscita a dare un nome) pronti a intervenire per ristabilire l'ordine, e naturalmente gli incantevoli pazzi nel cortile del manicomio. Ma il rovesciamento di punto di vista narrativo alla fine, oltre a sorprendermi perché nella mia santissima ignoranza non me l'aspettavo, mi ha fatto pensare molto, ripensare al senso di tutto il film, al perché di quella straordinaria scenograzia, al potere del cinema... e mi ha anche fatto ripensare a film come Il sesto senso o The others, che evidentemente non sono così originali in fondo. Proprio vero che non c'è nulla di nuovo sotto il sole, e nemmeno nel buio della sala cinematografica.   

lunedì 11 gennaio 2016

Due bei film tra guerra e pace: Perfect Day di Fernando León de Aranoa e Little sister di Hirokazu Kore-Eda.

So di avere perso qualsiasi credibilità nel momento in cui ho detto che mi sono molto divertita a vedere Star Wars: Il risveglio della forza, cosa che non si porta affatto in questo momento, ma tant'è. Io mi sono divertita, e ciononostante adesso sono qui a consigliare due film che ho molto apprezzato: lo spagnolo (e magnifico) Perfect Day di Fernando León de Aranoa e il giapponese Little Sister di Hirokazu Kore-Eda.


Perfect Day è un film tosto, anzi una storia tosta: si svolge durante la guerra in Serbia nel 1995, a ridosso della pace, che ironicamente porterà anche problemi al gruppo di operatori umanitari che tra mille difficoltà cercano di aiutare la popolazione. Qui si tratta di tirare fuori un cadavere da un pozzo per bonificarlo, ma manca la corda e quindi bisogna partire alla ricerca destreggiandosi tra strade minate, burocrazia ONU, eserciti locali e incomprensibili faide, senza perdere di vista l'aspetto umano, le necessità dei bambini, i propri pasticci sentimentali, la morte incombente e la morte nascosta, e gli altri che vivono in un altro mondo, in pace. Quello che ho trovato miracoloso è l'equilibrio tra tensione narrativa, pathos, sorpresa e descrizione anche fulminea dei caratteri di contorno. Gli interpreti sono veramente ottimi e i personaggi molto ben delineati, anche quelli femminili che a tutta prima possono apparire stereotipati ma in realtà sono assai sottili  (ma la mia preferenza va senza esitazioni al B interpretato da Tim Robbins). E non perdetevi assolutamente il finale, che senza indulgere in nessun tipo di consolazione né attenuazione, riesce persino a far sorridere e, anche qui miracolosamente, lascia lo spettatore rasserenato.
Le spettacolari location sono tutte in Spagna, tra Granada, Cuenca e Malaga.  

E se siete in uno di quei giorni un po' così, che si vorrebbe solo una spalla amica cui appoggiarsi, allora Little Sister è quello che fa per voi. Siamo ai giorni nostri, a Kamakura, sonnolenta cittadina tra mare e montagne, dove ci si sposta con un trenino e si vive senza attriti tra modernità e tradizioni ancora molto sentite. Tre sorelle sui vent'anni, Sachi, Yoshino e Chika, al funerale del padre che le ha abbandonate da quindici anni conoscono la sorellastra Suzu e la invitano a vivere con loro nella grande casa antica dove sono rimaste sole dopo la morte della nonna e la partenza della madre per Sapporo. Ognuna delle quattro ragazze, ben delineate come personaggi, ha i suoi problemi (e ci mancherebbe, con una famiglia come quella): Sachi, infermiera, un amore difficile e un eccesso di impegno sia in casa che sul lavoro; Yoshino, impiegata, tende a scegliere uomini sbagliati e indulgere all'alcol; Chika, commessa, è giocherellona ma anche lei ancora incerta sul suo posto nel mondo. Tutte e tre sono affettuose con Suzu, gentili, e a poco a poco la piccola Suzu riesce a tirare fuori i dolori che ha dentro. Ma oltre alle dinamiche relazionali delle sorelle, appena accennate e descritte con mano leggerissima, c'è tutto un mondo di personaggi accattivanti, anche loro sofficemente accoglienti, la proprietaria del ristorante dove vanno spesso, la zia, i compagni di lavoro e di scuola. Tutt'intorno, la cittadina intera e la sua vita segnata di rituali narrati con naturalezza senza indulgere al colore locale, i funerali e le cerimonie di commemorazione, la fioritura dei ciliegi, la pesca dei bianchetti, i fuochi d'artificio sul mare, la raccolta delle prugne per farne un liquore. Persino il personaggio della madre, dal comportamento piuttosto discutibile secondo me, è trattato con discrezione, e c'è l'addio amoroso più understated della storia del cinema. Le ragazze sono incantevoli. Questo film delicato e rasserenante è basato su Umimachi Diary, una serie manga di Akimi Yoshida.

mercoledì 30 settembre 2015

L'amore tra due donne a Manhattan e on the road negli anni Cinquanta: Patricia Highsmith, Carol, ora film di Todd Haynes con Rooney Mara e Cate Blanchett

Sono andata a vedere il film Carol di Todd Haynes (Lontano dal paradiso, Mildred Pierce) che, lo dico subito, non mi è piaciuto in modo particolare. Indipendentemente dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith da cui è tratto, non mi ha affascinato e mi ha fatto ripensare con nostalgia al bellissimo libro facendo continui confronti, cosa sbagliata che non si dovrebbe mai fare, lo so benissimo. Ma tant'è. Bravissime le protagoniste, Rooney Mara (graziosissima mescolanza di Keyra Knightley con - dio mi perdoni - Audrey Hepburn, alla fine) e l'antipatica Cate Blanchett, con i pompelmi nelle guance e il labbro superiore gessificato, inverosimile come trentenne per cui l'eccessiva differenza di età ne fa più una seduttrice che una donna in bilico. Il fatto che Therese sia fotografa invece che scenografa non cambia molto, ma il personaggio è molto semplificato e mancano quasi del tutto gli amici di contorno, l'ambiente newyorchese dei giovani arrivati dalla provincia, precari, ambiziosi, disposti a fare qualsiasi lavoro li porti più vicini alla realizzazione dei loro sogni, e così un po' tutto ciò che nel libro è importante ma esula dalla storia d'amore sparisce, in favore di un certo morbido decorativismo, e il risultato è piuttosto patinato e estetizzante. Le scene di sesso esplicito mi sono parse superflue, ma con due attrici così capisco che si trattasse di una tentazione irresistibile. Comunque le critiche sono tutte positive, e dato il livello di quello che si vede in giro penso che valga la pena di andare a vederlo (ma ieri ho visto Star Wars: Il risveglio della Forza e mi è piaciuto infinitamente di più, mi sono divertita e basta).
E per la cronaca, il gesto finale manca.

Di seguito, la recensione del romanzo:
     
Uno dei molti motivi per cui sono una sostenitrice sfegatata e un'utilizzatrice esclusiva di ebook, è che in formato digitale si possono scovare tantissimi libri che in libreria sono introvabili. Si sa che dopo tre mesi un libro sparisce dalle librerie, e siccome non sono appassionata di best seller e mi capita molto spesso di avere curiosità che riesco a soddisfare con poca spesa cercando in rete, è ormai rarissimo che intraprenda la lettura di un cartaceo. Questo romanzo di Patricia Highsmith (1921-1995), scrittrice che amo moltissimo e non mi ha ancora mai delusa, scritto nel 1949, è uscito nel 1952 negli Stati Uniti sotto lo pseudonimo di Claire Morgan; Bompiani lo ha ripubblicato nel 2007 con la traduzione di Hilia Brinis.

Therese, diciannovenne aspirante scenografa, vive a New York e per pagare affitto e pasti lavora come commessa avventizia in un grande magazzino. Non ha famiglia, è cresciuta in orfanotrofio, ma ha un quasi boy friend, Richard, e qualche amico. Un giorno, al lavoro, vede una cliente bionda, elegante, bellissima, e in un attimo ne è perdutamente affascinata, ossessionata. Con un atto di cortesia riesce a contattarla, e ne nasce un'insolita amicizia basata su un fortissimo interesse reciproco che all'inizio non si esprime ma poi si definisce come amore. Per Therese è la scoperta di se stessa, per Carol, trentenne, sposata e con una figlia, il riconoscimento e l'accettazione di un destino che passa attraverso il divorzio e il doloroso distacco dalla figlia.

Non succede molto altro nel romanzo, ma l'uscita di Therese come da una crisalide e il tormentato abbandono di Carol sono molto più affascinanti e appassionanti che una storia piena di colpi di scena. Uno dei molti meriti di questo bellissimo libro è il tono, caldo ma insieme oggettivo e distaccato, con cui è narrata una vicenda che avrebbe potuo facilmente sfiorare il melodramma o il patetico. I due personaggi principali sono perfetti, e anche quelli di contorno funzionano sempre. Malgrado abbia superato ampiamente i sessant'anni lo rende molto moderno la reticenza, non tanto dei fatti quanto delle parole con cui sono raccontati. Non c'è un particolare superfluo, i cambiamenti di Therese e di Carol si vedono nelle loro azioni, nei loro avvicinamenti e nelle fughe. La società attorno, il marito e il fidanzato, la giustizia umana, tutto cerca di separarle e dimostrare che il loro non è amore ma follia, e non può nemmeno esistere. Ma non ci sono né punizione né lacrime amare per Carol e Therese, e anche questo, oltre a essere bello e giusto, è molto coraggioso per i tempi e a modo suo rivoluzionario. Questo romanzo è l'unico in cui Patricia Highsmith affrontò tematiche di questo tipo.

Come bonus, Carol ci fa vivere per qualche ora in una New York fascinosissima, quella che abbiamo visto in tanti film in bianco e nero, dove donne bellissime in visone bevono drink sofisticati (e quanti ne bevono! a tutte le ore, a tutte le età) negli alberghi più alla moda di Manhattan. Dove i ricchi che abitano nelle periferie residenziali accompagnano in auto gli amici squattrinati nelle loro abitazioni di Manhattan. E il lungo viaggio in macchina delle due donne verso ovest ci fa sognare autostrade diritte che si perdono nel nulla, motel accoglienti e città torreggianti nel deserto. So che ne è stato tratto un film, forse non ancora uscito in Italia, e spero che abbiano conservato il finale che sembra fatto apposta per il cinema: una mano che si alza in un saluto da lontano, e in quel saluto c'è la gioia inaspettata, la promessa, il riconoscimento, l'accoglienza, la sicurezza dell'amore che si specchia.
Mi resta solo un dubbio, non è che quella che viene più volta nominata come Washington (a Salt Lake, Therese continua a chiedere a Carol: ma sei sempre dell'idea di andare fino a Washington? mentre si spingono sempre più verso la costa ovest) non è la città ma lo stato di Washington, quello di Seattle per intendersi?    

mercoledì 1 aprile 2015

Doppio miracolo a Torino: meglio di un'apparizione mariana per ritrovare la fede! Metropolis di Fritz Lang e L'altra Heimat di Edgar Reitz

E menomale che sono riuscita a superare il blocco da compito a casa e ieri sono andata a vedere (per la prima volta, alla mia tenera età!) Metropolis di Fritz Lang, nella versione restaurata e completa, basata sulla bobina ritrovata presso un collezionista privato nel 2008 a Buenos Aires in cui era presente il 95% del materiale perduto durante la seconda guerra mondiale. Il film reintegrato, con durata 148 minuti e orchestrazione dal vivo, è stato presentato al 60° Festival internazionale del cinema di Berlino nel 2010.

Non spendo una parola sul film per non offendere i lettori che di certo sanno tutto, ma nel caso vi sfugga qualcosa lo trovate qui. La vicenda è sicuramente datata e ambigua, anche l'intuizione della città sotterranea degli operai non era nuovissima neanche allora (vedi La macchina del tempo e i Morlocchi di H.G.Wells, 1895), gli aspetti cristologici e biblici non sono proprio my cup of tea, l'amore puro e romantico di Maria e Freder contrapposto alla sfrenata libidine della falsa Maria ci fa immediatamente propendere per la seconda, ma niente di tutto ciò è importante. Quello che conta è lo straordinario, affascinante impatto visivo che non viene meno un istante per tutta la durata, mentre il ritmo incalzante aumenta e la vicenda si fa via via frenetica e febbrile, potentemente sottolineata dalla colonna sonora originale di Gottfried Huppertz. È la scenografia, stupefacente anche senza stare sempre lì a pensare che il film è del 1927: stupefacente e basta. Negli esterni che abbiamo visto e rivisto in moderne meraviglie come i vari Star wars, con strade pensili, biplani tra le guglie dei grattacieli, i palazzi-alveari degli operai ecc, ma anche negli interni che così sfrenatamente déco sono magnifici.


E poi quello che mi ha incantato è il fascino magnetico della recitazione antinaturalistica. Tutte le danze di Brigitte Helm nei panni (scarsi) della Maria robot, le sue espressioni lascive, le posture incredibili che assume muovendosi, i movimenti della testa e degli occhi quando è sul rogo... un piacere assolutamente irresistibile. Anche il padre Joh Frederer di Alfred Abel è meraviglioso nella sua arrogante indifferenza, e così l'esagerazione espressiva di Heinrich George, Grot, e la faccia immensamente equivoca di Fritz Rasp, lo Smilzo. E alcune scene assolutamente geniali, vedi le statue gotiche dei sette vizi capitali e della Morte che prendono vita in un balletto fantasma, o l'effetto della libidine scatenata da Maria robot tra gli elegantoni del bordello in cui si esibisce, o la magnifica scena finale in cui Joh Frederer e Grot provano a scambiarsi una stretta di mano ma non ci riescono proprio. Insomma, alla fine persino il pubblico scafatissimo del cinema Massimo di Torino era tanto commosso che è scoppiato in un applauso.

Il secondo miracolo è avvenuto oggi, sempre al cinema Massimo di Torino dove davano L'altra Heimat - cronaca di un desiderio di Edgar Reitz. Sono entrata sventatamente, la mia incoscienza mi aveva impedito di realizzare che 240 minuti corrispondono a 3 ore e cinquanta e quando me ne sono resa conto mi è venuto un po' di panico, ma è stata una fortuna anche questa volta perché ho visto uno dei film più straordinari in cui mi sia mai imbattuta. Ambientato nell'Hunsrück sulla Mosella negli anni 1841-1843, tra strascichi dell'avventura napoleonica, pesanti rigurgiti di feudalesimo e una miseria endemica peggiorata da anni di cattivi raccolti, è l'ultimo capitolo del progetto Heimat. Protagonista il giovane Jakob Simon, figlio di un fabbro e inadatto alla vita dei campi ma grande lettore, sognatore e acutissimo studioso sui pochi libri che riesce a collezionare. Intorno a lui la famiglia, la madre tisica ma aggrappata alla vita che ha sepolto sei figli, il padre ottuso e lavoratore, il fratello Gustav destinato a rubargli tutte le occasioni che la vita gli offre, la sorella Lena ripudiata perché ha sposato un cattolico.

E poi le ragazze e tutti gli altri gli abitanti del villaggio, un mondo cui ci si sente subito di appartenere perché è un'epitome dell'umano, un'enciclopedia della vita. Sono gli anni della grande emigrazione verso il Brasile: le teorie di carri carichi di masserizie e la processione di persone che li seguono, stagliati contro il cielo grigio senza confini, sono un'immagine di grande potenza, mentre i sette funeralini che si incrociano per le vie del villaggio durante l'epidemia di difterite danno la misura delle tragiche condizioni di vita del peiodo. Jacob sogna di emigrare, sogna il Brasile, sa tutto il possibile sugli indiani amazzonici, persino le sfumature che differenziano i vari dialetti (o lingue, come intuirà più tardi). Ma il suo sogno è destinato a non diventare mai realtà.

Le vicende si svolgono ipnotiche e armoniose come spirali di fumo, nel villaggio ricostruito con cura immensa nei minimi dettagli, e spingono a una partecipazione arresa ai dolori e alle poche gioie dei magnifici personaggi (e magnifici interpreti). C'è storia e umanità, ricostruzione filologica e profonda empatia, tanto che malgrado la lunghezza separarsene è difficile. Il bianco e nero delle meravigliose immagini è appena interrotto ogni tanto da qualche nota di colore, una parete azzurra, un'agata trasparente. Partecipazione straordinaria di Werner Herzog nei panni di Alexander von Humboldt. E se Metropolis è una gioia per gli occhi e per la mente, L'altra Heimat è anche, e soprattutto, una gioia del cuore. E non mi vergogno di ammettere che mi ha profondamente coinvolta. Anche qui, per dire che i torinesi sono capaci di lasciarsi andare, mentre uscivo una giovane signora che ho incrociato ancora nel buio dei titoli di coda, mi ha detto in un sussurro stupefatto: che bello!

Il tutto poi, nelle stesse sale in cui di ultimo ho visto orride americanate reazionarie come Whiplash o totalmente inutili come Birdman o storielline da oratorio come La famiglia Bélier, tanto per non fare nomi. Ma il bel cinema, antico o nuovo, grazie al cielo esiste ancora, pronto a farci evadere dalla miseria delle nostre vite e accompagnarci nel favoloso Brasile che tutti sogniamo.

venerdì 13 marzo 2015

Non è vero che leggere fa sempre bene, anzi bisogna andarci molto cauti!

Un film molto gradevole e raccomandabile, Gemma Bovery di Anne Fontaine con l'interpretazione di Fabrice Luchini, Gemma Aterton, Mel Raido e altri. Divertente, ben recitato, con belle facce (una quasi Laetitia Casta e un simil Daniel Day-Lewis tra gli altri), bei posti, personaggi molto azzeccati, anche quelli di contorno (l'insopportabile coppia anglo-francese, la madre nobile) e molti spunti di riflessione sui guai che può combinare la lettura, e non solo nelle casalinghe inquiete. Il protagonista Martin ha abbandonato la vita in città e un lavoro in una casa editrice per tornare in provincia, in Normandia, a fare il panettiere. E' ossessionato dalla letteratura, tanto da confondere i piani con la realtà: quando la casa di fronte alla sua viene comprata da una coppia inglese, i Bovery, lui Charlie lei Gemma, non può che identificare la bella Gemma con la sua quasi omonima Emma Bovary. Da qui un'ossessione che lo porta a spiarla, a osservarne le mosse che ricalcano quelle dell'eroina flaubertiana, a interferire pesantemente, mentre per parte sua Gemma suscita passione dovunque va. Ci sono malintesi continui causati dalla bellezza della donna e da ciò che gli uomini le proiettano addosso, con conseguenze anche pesanti, e altro non posso dire perché il plot conta in questa vicenda. Comunque, se ne può trarre una serie di considerazioni legate al continuo gioco di identificazione Gemma-Emma: leggere fa malissimo, anche ai panettieri di mezz'età; probabilmente leggere in provincia è molto più dannoso che in città; i giovani forse si salveranno perché non leggono romanzi se non per obbligo scolastico; insomma, meno si legge meglio si sta.   
Avvertenza per il lettore: in questo post si fa uso della figura retorica detta paradosso.

venerdì 30 gennaio 2015

Un film per capire che cosa è la bellezza: "Turner" di Mike Leigh

Non mi piacciono i biopic e non sono un'appassionata di William Turner (Londra 1775-Chelsea1851) ma il film di Mike Leigh intitolato, appunto, Turner, mi ha veramente stregato. Un'altra cosa che detesto sono i film troppo lunghi e questo dura 150 minuti ma sono 150 minuti meravigliosi. Vi si narrano gli ultimi venticinque anni di vita del famoso pittore di cui sopra, anni sostanzialmente privi di fatti notevoli, accumulando piccoli episodi, personaggi, incontri, momenti, e costruendo un personaggio di grande spessore e complessità con pochissime parole e nessun compiacimento o contorsione psicologica (benedetto sia lo sceneggiatore) ma parecchi magistrali grugniti di quel mostro di bravura che è Thimoty Spall, malgrado il protagonista non abbia niente di accattivante né nel fisico né nel carattere. Anche gli altri attori sono fantastici come solo gli attori inglesi sanno essere, per esempio Marion Bayley, ma tutti meriterebbero di essere citati per cui andate a vedere il cast di Turner. Ma soprattutto si susseguono scene, inquadrature, scorci, facce, quadri di una bellezza struggente che sorprende, riempie di nostalgia e desiderio, porta via. E' l'occhio dell'artista che vede la bellezza dappertutto e ci permette di condividerla. E man mano che il tempo passa e il protagonista invecchia anche le immagini perdono un po' di splendore e gli interni prevalgono sugli esterni splendenti. Ma bello Turner rimane dall'inizio alla fine e mi butto via, dico una cosa che non c'entra niente ma per me è il massimo complimento che riesco a fare: quando sono uscita ero così commossa che mi è venuto in mente Il museo dell'innocenza di Orhan Pamuk.

sabato 10 maggio 2014

Julianne Moore, non te la prendere: tu non sei squallida, è che ti disegnano così. Un film reazionario, The English Teacher di Craig Zisk.

Si può dire ancora la parola "reazionario"? anzi, esiste ancora questa parola? e siamo rimasti in molti a capirne il significato? Perché vedendo The English Teacher di Craig Zisk continuava a venirmi in mente che era un film profondamente, spudoratamente reazionario. Oltre che, a mio parere, prevedibile, banale, sciocchino. E molto superficiale. Vuole essere una commedia drammatica ma non sa bene dove andare a parare. Meno male che c'è la meravigliosa Julianne Moore e anche altri attori bravissimi come Nathan Lane, Jessica Hecht e un manipolo di ragazzi in gamba, ma la sceneggiatura non li sostiene certo. Inoltre una voce fuori campo fastidiosa e petulante monopolizza inizio e fine in maniera davvero tremenda. E reazionaria, ecco, perché la presentazione che fa del personaggio di Linda (Julianne Moore) vent'anni fa avrebbe fatto indignare ogni donna che la sentisse.

Allora, e vi avviso che per una volta questo post è anche uno spoiler, ma non è la suspense che caratterizza il film: Linda è un'insegnante quarantacinquenne, non sposata e non fidanzata, con nessun matrimonio in vista "quindi" fa una vita squallida, genere acquisti di porzioni singole al supermercato, serate in casa davanti alla televisione, solitudine e appuntamenti ciechi perché è "ovviamente" (conseguenza inevitabile) disposta a beccarsi un uomo qualsiasi. Il coté divertente è affidato al fatto che come vede un uomo nella sua testa si compone un giudizio come quelli che adopera per giudicare gli allievi, completo di voto finale. E sai quanto fa ridere. E naturalmente è anche isterica, perché quando un ragazzo con berretto calcato sugli occhi le si avvicina in un luogo deserto mentre lei sta facendo un bancomat, lo spruzza con uno spray al peperoncino. Vorrei vedere voi. Invece è Jason, un ex allievo, tipetto geniale che ha tentato la strada della scrittura teatrale che poi gli è andata male, e adesso è tornato nella città natale con la coda tra le gambe. Lei legge il testo, lo trova un capolavoro e decide di aiutarlo a metterlo in scena come spettacolo scolastico. Coinvolta dal drammone che interpreta come autobiografico, si commuove e finisce per scopare con Jason. Per fare accettare il testo ai direttori della scuola, con un inganno fa firmare un contratto all'autore in cui lui accetta di cambiare il finale tragico. Intanto, conosce il padre del ragazzo, medico belloccio che lei copre di disprezzo e contumelie considerandolo l'origine dei problemi del figlio.

Be', più avanti non vado perché tanto si capisce già dove va a parare la vicenda. Mi interessa sottolineare i due aspetti che mi hanno fatto venire, come si dice da queste parti, i gìu (traduzione: mi hanno fatto saltare la mosca al naso, ma i gìu sono i maggiolini, siamo in stagione). Allora, ricapitolando, abbiamo: 45 anni + insegnante + non sposata = sola + frustrata + disperata + ridicola + isterica + scervellata. Ora, lasciando perdere che non è obbligatorio sposarsi né desiderarlo, non sembra un po' strano che un'insegnante, decisamente benestante, colta e piena di interessi, non trovi mille modi per movimentarsi la vita? E amici non ne ha? Solo un uomo giustificherebbe la sua esistenza? Oltre tutto Julianne Moore è bellissima e piena di vita, non basta farle portare golfettini scuri e accollati per rendere credibile questo ritratto di donna, insisto, reazionario. Ma deve ancora espiare la colpa gravissima di avere scopato con l'ex allievo. Le menti reazionarie sono anche puritane per cui la povera Linda viene sottoposta a una serie di punizioni, umiliazioni, mortificazioni e incidenti che equivalgono a parecchi annetti di purgatorio. Alla fine, purificata del suo peccato, le viene anche concesso un premio (indovinate in che cosa consiste?). Insomma, tout est bien qui finit bien.

E qui ecco il secondo aspetto intollerabile: il drammone presentato come capolavoro ha in origine un finale tragico cui l'autore tiene moltissimo, e non avrebbe mai accettato di cambiarlo se non fosse stato ingannato. Invece è Linda stessa a riscriverlo in modo più soft, sul genere volemose bene. E ovviamente, ancora, è un successone strepitoso, e l'autore è contento come una pasqua. E Linda si mette a insegnare la letteratura in "modo moderno" (parole dell'insopportabile voce fuori campo) e invita gli allievi a trovare finali ottimisti per le opere famose che finiscono male (immaginiamo Anna Karenina che torna dal marito, la piccola Dorrit che diventa ballerina di lap-dance, il capitano Achab che mette su una linea di vaporetti nel golfo di Napoli, e così via). Perché l'autore non sa giudicare il mercato, le tragedie non vendono, ai giovani bisogna proporre esempi positivi e rassicuranti, le opere letterarie è meglio che le scrivano gli editor che ci sanno fare di più degli scrittori. Ora io spero di non avere scoraggiato nessuno dal vedere The English Teacher, che è un filmetto gradevole e non noioso. Anzi, andateci numerosi e poi ditemi se mi sono sbagliata. Ho letto recensioni molto positive.
P.S. Dell'opera teatrale di Jason si deve credere a occhi chiusi che sia un capolavoro, e questo è un titanico atto di fede perché quel pochissimo che si vede e si sente è, per usare un eufemismo, agghiacciante.           

domenica 29 dicembre 2013

Un film coraggioso e divertente: La mafia uccide solo d'estate, di Pif

Oggi niente libri ma un film che consiglio vivamente, "La mafia uccide solo d'estate" di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif. Un film secondo me sorprendente, perché è molto intelligente, piuttosto divertente e sicuramente benefico per il cervello e la memoria. In veste di romanzo di formazione, ci racconta del piccolo Arturo nato a Palermo nel '70, la cui vita è accompagnata fin dal concepimento da coincidenze e incontri con le vicende mafiose della sua città. Senza mai abbandonare il tono da commedia legato al suo amore pieno di speranza ma senza sbocco per la bella Flora, la storia ci mette sotto gli occhi la volontà di non sapere (il bel personaggio del padre di Arturo, piccolo impiegato di banca che non riesce neanche a capire con chi deve incazzarsi), l'omertà, il coraggio e l'umanità di chi la mafia la combatte, l'inganno della politica, la pochezza e la stupidità dei mafiosi, l'orrore della violenza, la speranza della riscossa... ma tutto con un tocco leggero e grande ironia. Ci sono trovate geniali (la passione di Arturo per Andreotti, scelto come guru e oracolo), la solitudine di Dalla Chiesa simbolizzata rappresentando il palazzo della prefettura come un deserto di corridoi e porte spalancate, il finale in crescendo dove si mescolano magistralmente la commozione e il discorso politico con un di più di paradosso perfettamente dosato (e ha scatenato applausi in sala). Il finale mi ha fatto pensare a quello de "I cento passi" di Marco Tullio Giordana, poi cercando notizie in rete ho letto che Pif è stato suo assisente proprio in quel film. Secondo me vale la pena di vedere questo film per molte ragioni. Prima di tutto, come ho già detto è gradevole, Pif, che ne è anche interprete come Arturo adulto, è persona intelligente, spontanea e cortese. Il suo programma "Il testimone" su MTV è molto interessante, io che detesto le interviste (mi mettono un sacco d'ansia e mi annoiano) lo vedo volentieri. Poi, e secondo me è il merito principale, sa sfruttare l'attuale necessità della risata per acchiappare un pubblico più vasto di quello che si muoverebbe da casa per andare a vedere un film sulla mafia, e lo fa con garbo e (lo so che mi ripeto, ma è la caratterstica che mi ha più colpito) intelligenza. Terzo, affronta un tema di quelli che fanno tremare le vene e i polsi tanto è pericoloso, rimosso, a rischio di sbadiglio e rimozione, diciamo pure noioso, e anche scivoloso, riuscendo a dare una rappresentazione della mafia che è prima di tutto antimitica (i mafiosi sono stupidi, ridicoli, rozzi, privi di qualsiai appeal) ma fortemente realistica: la violenza arriva sempre spaventosa, ingiusta, cattiva, ottusa. Anche io confesso che degli articoli sulla mafia, sul giornale, tendo a leggere solo i titoli, non è un argomento che mi attira: perché mi pare un problema insolubile e quest'idea mi angoscia, perché la sento lontana, perché sono superficiale, ho poca memoria, è una questione troppo complicata, ecc. "La mafia uccide solo d'estate" mi ha preso amichevolmente per mano e mi ha costretta a pensare a tutto l'orrore che c'è dietro quella parola ormai logora per abitudine. E per di più mi ha anche divertito. 
Non apro bocca sugli aspetti più strettamente cinematografici perché non me ne intendo e non saprei che cosa dirne. Tra gli intepreti, tutti bravi comunque, ricordo solo, oltre al già nominato Pif, Cristiana Capotondi e il piccolo Alex Bisconti. Molto efficaci gli inserimenti di filmati di repertorio.              

giovedì 25 febbraio 2010

Curiosità su Avatar

Ho visto, come altre valanghe di persone, Avatar di James Cameron e quando sono uscita mi è rimasta una curiosità. Premesso che mi ha incantata la qualità visiva di Pandora, il pianeta su cui si svolge la vicenda, e avrei potuto passare ore a passeggiare nelle sue foreste, tra le sue montagne volanti, sugli alberi, a osservare la fauna ecc, e che invece mi ha annoiata e stancata la lunghissima battaglia finale, mi sono chiesta: ma con tutto il dispiego di denaro e lavoro che c'è dietro a questo film che sicuramente lascerà un segno per la fantasia, la bellezza, l'incanto della scenografia, non potevano investire ancora qualche milione e inventarsi una sceneggiatura un po' più all'altezza? Personaggi più che scialbi da dimenticare immediatamente, una vicenda elementare e stravista, per non parlare del popolo di pandoriani che seguono tutte le più viete liturgie new-age, oltre a fare prove di iniziazione ovvie, pitturarsi il viso per combattere, fare smorfie ai nemici per spaventarli, urlare come gli indiani quando caricano il treno... Ma non c'era nessuno a dare una mano a Cameron? Ci fosse almeno un momento, una battuta da ricordare, un guizzo di immaginazione narrativa che lasci una traccia. Che peccato. Avrei già voglia di tornare a vederlo per perdermi in quella giungla magica, ma la noia della storia mi blocca. Forse la storia è volutamente sottotono rispetto all'impatto visivo per non disturbare le menti bambine che ormai la stragrande maggioranza dei registi americani attribuisce agli spettatori. Però, ripeto, che peccato.

sabato 9 maggio 2009

Gli amici del Bar Margherita

Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati è un film che ho trovato molto irrilevante e un po' irritante. E' anche un film bonario, di non grandi pretese, che non deve essere costato troppo. Che si può vedere, non fa danni, ma ha la stessa forza di uno starnuto nel fazzoletto. O del classico bicchiere d'acqua fresca.
Una giovinezza nel 1954 a Bologna (cui presta le sue viuzze e i suoi portici Cuneo) raccontata con un eccesso di voce fuori campo e un po' di incertezza tra comico e patetico. Anche qui tutto già visto: il bar solo per uomini, il pappagallismo e il vitellonismo, i tipi "originali", le puttane, la mamma, il nonno. La goliardia crudele, lo sfruttamento della bella prostituta per salvare l'amico gonzo dal matrimonio con la brutta disperata, lo scherzo all'amico che vuole partecipare al festival di Sanremo, il vecchio libidinoso... mancava solo un po' di sacrestia per togliere del tutto l'aria, che già sapeva di chiuso e claustrofobico. Chissà perché si coltiva in giro l'idea che gli anni '50 fossero così cretini e meschinetti. C'erano un sacco di idee in giro in quegli anni, speranze e paure, e il fatto che un gruppo di menti non eccelse si trovasse tutti i giorni al bar non mi sembra così interessante e soprattutto per fortuna non costituisce un modello. Non a caso, nel gruppo figurano un paio di menti deboli (tra cui il sempre simpatico Neri Marcorè) e un demente euforico (Luigi Lo Cascio, raramente in parte dal suo esordio ne I cento passi, neanche qui molto incisivo), più un illuso privo di senso della realtà (Fabio De Luigi, bravo e simpatico, qui con un padre che sembra più giovane di lui), un barista gnugnu e altri casi umani. Le donne, nella fattispecie la madre Katia Ricciarelli, le due puttane Laura Chiatti e Luisa Ranieri (come sempre bella, simpatica e spiritosa), e la fidanzata abbandonata sono meglio, almeno sembrano avere un cervello tra le molte curve. Malgrado la tipizzazione maschilista su cui non insisto, è voluta e inevitabile. C'è anche la più carina stronzissima, non poteva mancare.
Per finire degli anacronismi irritanti: l'uso di gridare grande!, il gesto di vittoria a due mani a pugno che abbassano, l'uso di baciarsi sulle guance per salutarsi, e soprattutto il vestito da sposa della fidanzata abbandonata con una scollatura tale che che se avesse provato a entrare in chiesa conciata così, sarebbe stata immediatamente cacciata a pedate (e presa a schiaffi se per caso avesse incontrato l'allora onorevole Oscar Luigi Scalfaro).

Questione di cuore

Quando ho iniziato a tenere questo blog ho scritto che avrei parlato anche di film, ma poi non l'ho mai fatto più che altro per pigrizia. Adesso non so perché mi è venuta voglia di parlare di qualche film che ho visto ultimamente. A cominciare da Questione di cuore di Francesca Archibugi. Un film non originale ma gradevole, con un bel tot di cliché che si fanno perdonare per il bel cast. E qui vorrei capire: perché tutti trovano così bravo Antonio Albanese e citano solo lui? Io non penso che sia così bravo come si dice, ha una faccia di gomma non tanto piacevole da guardare e un'espressione sempre uguale. In compenso ho trovato bravissimi, pieni di intelligenza e sensibilità, Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti, che passano sempre in seconda linea dopo il divo televisivo. Putroppo è così, le facce da TV colpiscono cento volte più di quelle cinematografiche ormai, e se poi si stabilisce il dogma - Albanese è un ottimo attore - tutti lo ripetono senza più interrogarsi se l'hanno pensato o se è vero. La storia, bella, è quella della strana amicizia nata in sala rianimazione tra due colpiti da infarto, un intellettuale e un meccanico di borgata, che non si sarebbero mai incontrati fuori di lì. L'intellettuale è Albanese: sceneggiatore sciupafemmine compulsivo, scialacquatore, sostanzialmente solo malgrado gli amici famosi, con fidanzata venticinquenne (la freddina Francesca Inardi) che forse sta con lui, brutto quarantacinquenne, per calcolo, e lo lascia nel momento del bisogno (ma poi si scopre che lo ama veramente e viene da chiedersi perché mai, visto che oltre tutto il resto lui da un bel po' non la frequenta più carnalmente). Tutto questo vi sa di cliché? Anche a me, ma gli intellettuali non sono tanto originali. Il meccanico, arricchito e con la febbre del mattone, è Kim Rossi Stuart, un po' meno bello del solito in quanto iperpeloso, ma insomma sempre più che attraente. Con moglie popolana verace, passionale, bella e incinta, Micaela Ramazzotti, due figli carini, una mamma protettiva, un'attività avviata in cui si sporca le mani e guadagna un fracco di soldi. Anche qui, niente di nuovo, anzi, ma anche i popolani sono evidentemente fatti con lo stampino. Quello che possiede una vita è il meccanico che apre casa e cuore all'altro che non ha più niente, e questa è la parte più bella, in cui le due vite si confondono anche se non come vorrebbe l'amico generoso. Le cose non vanno mai come previsto, anche se la fine è nota. Grande merito è che il film non diventa mai melenso e non dice mai troppo espressamente, non vuole dimostrare niente ma accenna e suggerisce, soprattutto l'eccelso Kim Rossi Stuart che riesce a esprimere molto socchiudendo gli occhi. Anche Albanese, figuriamoci, ma mooolto meno.