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mercoledì 11 maggio 2011

Jón Kalman Stefánsson, PARADISO E INFERNO


Ogni volta che penso che gli islandesi sono circa 320.000 (e alla fine dell’800 erano 80.000) provo una specie di vertigine. Chissà se qualcuno ha mai calcolato il numero di scrittori in percentuale e li ha confrontati con quelli di altre più popolose nazioni. Comunque non è il numero che mi stupisce, è l’eccellenza. Ancora sotto l’effetto provocato sulla mia santissima ignoranza dalla recente scoperta del Nobel Haldór Laxness con i due meravigliosi romanzi Gente indipendente e Il concerto dei pesci, divertita e interessata dalle storie di donne di Kristín Marja Baldursdóttir in Il sorriso dei gabbiani (tanto per parlare degli ultimi che ho letto), ecco che l’amica traduttrice Silvia Cosimini mi fa conoscere Jón Kalman Stefánsson e il suo Paradiso e inferno, e resto ancora una volta folgorata.
La trama è veloce: un ragazzo senza nome, segnato dall’infanzia da un destino di lutti e solitudine, lavora come pescatore in un insediamento nel nord-ovest dell’isola. Due baracche isolate e poco lontano un altro gruppo più grande, una trentina, in ognuna delle quali vivono sei marinai e una cambusiera, dormendo tutti insieme in un sottotetto, due per letto a annusare l’odore di piedi del compagno. E se il capo vuole un attimo di intimità con la moglie, è sui mucchi di pesce salato del magazzino che se lo deve conquistare. Si esce in mare su barche a remi, sperando che non arrivi una tempesta e il mare permetta il ritorno alla spiaggia bianca di neve. Si buttano le lenze e si attende che i merluzzi abbocchino, spiando il colore dell’orizzonte e perdendosi nei pensieri, tanto sotto la chiglia fragile, nei calmi abissi del mare, dove non penetrano le intemperie [e] gli unici uomini che si vedono sono gli annegati, e si possono dire tante cose sugli annegati, ma di certo non che pescano pesci, non pescano niente se non il chiaro di luna sulla superficie del mare. E se poi il mare è clemente, il vento e le onde non rovesciano la barca, il ghiaccio non copre tutto, basta amare troppo la poesia per dimenticare di prendere la cerata e morire di freddo. Nella seconda parte il ragazzo fugge al Villaggio: ottocento anime che vivono in case di pietra, confrontandosi con i loro segreti, i loro drammi e le loro complesse ossessioni. La morte, prima di tutto, e lo sforzo della vita che deve continuare malgrado i fantasmi e gli omini neri che abitano nel cuore del capitano ubriacone che non ama più la moglie dagli occhi di cavallo, e ne ha dimenticato il nome, e pensa a un’altra e per dimenticare i sensi di colpa beve. Tra i molti personaggi, sfaccettati e difficili da dimenticare, spiccano la misteriosa Geirþbrúður dagli occhi neri e le efelidi, che accoglie i diseredati senza far domande, e Snorri, il commerciante troppo fiducioso che fa credito a tutti e dimentica la rovina solo con la musica. Non è vero che è subito sera, è buio sempre ma tutti vogliono vivere.
In questo fascinosissimo romanzo si parla proprio di morte e di vita, di luce e di buio, cecità e occhi troppo grandi, della lotta instancabile e coraggiosa della vita che vuole continuare in una situazione estrema. Dove regnano il freddo, la neve, il mare nero, il confine tra vita e morte è labile, e bisogna lottare per non farsi risucchiare dai fantasmi che ti aspettano, ti spiano, ti guardano con occhi vuoti e con le loro labbra blu chiedono allora, quanto tempo dovrò aspettarti?
Eppure non è un libro cupo. I personaggi sono profondi e ricchi di umanità. La vita è potente e potenti sono le parole, la poesia può uccidere ma è anche salvezza e piacere nel grande buio dell’inverno. Jón Kalman Stefánsson, nato a Reykjavik nel 1963, è stato prima poeta che narratore, e si sente. La sua prosa intensa e rapsodica, benissimo resa dalla traduzione di Silvia Cosimini, si illumina continuamente di immagini che sorprendono il lettore e lo conquistano. Paradiso e inferno è il primo volume di una trilogia che la più che benemerita casa editrice Iperborea continuerà a pubblicare. E questo, come lettrice, mi rallegra e mi riempie di aspettativa.

sabato 12 febbraio 2011

K.M. BALDURSDOTTIR, IL SORRISO DEI GABBIANI


KRISTÍN MARJA BALDURSDÓTTIR, IL SORRISO DEI GABBIANI, ed. orig. 1995, trad. dall’islandese di Silvia Cosimini, Elliot 2010, pp. 285, € 17,50
Un romanzo di quelli che ti restano dentro, per il fascino davvero singolare e sottilmente esotico e perché ti dà da pensare, lascia una traccia di inquietudine e molte domande aperte. In una cittadina a pochi chilomentri da Reykjavik, nei primi anni Cinquanta, l’orfana Agga vive con i nonni, due giovani zie e una prozia. La vita nella casa affollata si complica con l’arrivo di una cugina di ritorno dagli Stati Uniti, dove è sparita sette anni prima, diciassettenne, dopo aver sposato un militare americano di stanza nell’isola. Ora, vedova, torna in patria con bauli pieni di vestiti e dolciumi ma nessun posto dove andare se non la casa degli zii. È molto alta, molto magra, molto bella, ha gli occhi troppo chiari e diffonde intorno a sé il gelo. Agga prova subito repulsione e sospetto per quella donna troppo bella e troppo strana, dai capelli così lunghi e folti che quando li lava deve appendere le ciocche bagnate al soffitto perché non ne sopporta il peso. Freyja è un formidabile personaggio, pieno di misteri, che vediamo solo attraverso gli occhi di Agga, testimone poco oggettiva delle intricate vicende sentimentali vissute dalle giovani donne che la circondano. Agga vive tutte le contraddizioni del momento particolarissimo che separa l’infanzia dall’adolescenza, l’insicurezza e la rabbia, lo stupore nell’assistere ai cambiamenti del proprio corpo, il rancore verso gli adulti, la curiosità e l’impossibilità di capirli. Mi ha fatto pensare per contrasto a due tredicenni letterarie che ho incontrato di recente nel romanzo di Silvia Avallone Acciaio, così inverosimili nella loro consapevolezza di sé. Agga è vera, viva, determinatissima a non perdere nemmeno una parola né un atto di quello che avviene nel mondo degli adulti, moralista e sicura del proprio giudizio come solo i bambini sanno essere. Mentre Freyja procede senza tentennamenti verso i suoi scopi spietati e generosi insieme, seduce e respinge, sempre pronta a aiutare le persone cui è legata e vendicarsi crudelmente su chi la intralcia, Agga spia, interviene, si abboffa, si insinua dappertutto, riesce a assistere a tutti i momenti più drammatici e segreti della vicenda, coltiva la sua amicizia con il poliziotto Magnús, e nelle ultime, geniali righe forse abbandona del tutto l’infanzia. E al lettore rimane il dubbio se quello che ha letto fino a quel momento non sia stato un volontario inganno, una trappola prospettica che lo costringe a ripensare tutta la vicenda. Intorno si muove tutta la società della cittadina, offrendoci un ritratto pieno di sorprese dell’Islanda di metà Novecento, poco dopo l’indipendenza dalla Danimarca. C’è il razionamento, il cibo scarseggia, il lavoro manca, conservatori e democratici si alternano al governo ma i problemi rimangono. L’ambiente è ristretto ma non bigotto né arretrato, l’associazionismo impera, c'è una rete di assistenza per chi è in difficoltà economiche, la vita sociale è vivacissima e malgrado le condizioni atmosferiche ostili e faticose, l’aria aperta piace a tutti, si pattina e si passeggia, si festeggia nelle strade, si esce di sera e di notte. I personaggi che si muovo intorno a Freyja e Agga sono delineati con grande vivacità ma sobriamente, questo è un romanzo in cui non c’è spazio per fronzoli descrittivi o psicologismi. La vita è dura ma tutti si danno un gran daffare, anche Agga, appena finite le medie, si trova un lavoro pomeridiano, pur continuando a frequentare le scuole superiori al mattino. Ma la beffarda conclusione sembra dirci che più che il clima rigido, la lotta per sbarcare il lunario e dare cibo ai figli, i contrasti sociali e politici, la vera guerra è quella tra i sessi, e per vincerla ogni mezzo è lecito. La traduzione brillante e sensibile è di Silvia Cosimini.