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lunedì 23 novembre 2020

Per chi, come me, non si stanca mai dei suoi racconti: Lucia Berlin, Welcome Home

Se come me avete amato moltissimo La donna che scriveva racconti e Sera in paradiso di Lucia Berlin, questo Welcome Home può essere contemporaneamente un gran piacere e una parziale delusione. Io l'ho tenuto lì un paio d'anni prima di decidermi a leggerlo, proprio perché avevo un po' paura di quello che ci avrei trovato. In realtà, c'è molto ma non abbastanza. A cura del figlio Jeff Berlin, è composto di una prima parte in cui l'autrice ricostruisce la propria vita attraverso le moltissime case in cui ha abitato nei primi ventinove anni della sua esistenza inquieta e avventurosa, e una seconda dove sono raccolte alcune tra le migliaia di lettere che scrisse ad amici e familiari nel medesimo periodo. Infine una nota biografica a cura di Stephen Emerson. 

Il racconto delle case, sia pur molto spezzettato e non facilissimo da seguire non conoscendo bene le vicende di Lucia Berlin, è molto godibile, vivace, pienamente dotato di quella magica leggerezza e della semplicità che mi hanno incantato nei suoi racconti. Ci si svolge davanti agli occhi un'America caleidoscopica che va dalle miniere dell'Alaska alle spiagge messicane, passando per decine di altri luoghi tratteggiati velocemente ma pieni di vita. Un po' meno appassionanti le lettere, che pure sono piene di personaggi straordinari e vicende interessanti, forse perché lasciano un sacco di domande senza risposta. E non so se sia un'esigenza solo mia, ma dalla nota biografica avrei voluto molto di più. 

Ma quelle che rendono questo libro prezioso, secondo me, sono le moltissime fotografie che ritraggono la bella autrice, i suoi familiari, i suoi figli, gli sfondi di natura e le vie cittadine in cui si è aggirata. Sono foto belle, interessanti, commoventi, e preziose per conoscere meglio una scrittrice davvero straordinaria di cui mi piacerebbe poter continuare a leggere altre pagine incantevoli. Forse Welcome Home può essere apprezzato in pieno solo dai lettori di La donna che scriveva racconti e Sera in paradiso, perciò il mio consiglio è di leggerli prima, ma comunque di correre a leggerli perché sono una fonte di piacere straordinaria.



 

martedì 27 novembre 2018

Lucia Berlin ci fa passare davvero una "Sera in paradiso"

Di Lucia Berlin ho amato senza condizioni La donna che scriveva racconti (e la bruttezza del titolo ancora mi stupisce) per cui mi sono precipitata a leggere Sera in paradiso con un po' di timore che si trattasse di un'operazione editoriale di ricupero di pagine scartate all'unico scopo di sfruttare il più che meritato successo della prima raccolta. Non è così, per fortuna. Certo, non tutti i ventidue titoli sono allo stesso livello, ci sono fulminanti ritrattini lunghi meno di una pagina e storie complesse, ma nell'insieme ce ne fossero di libri belli e appassionanti come Sera in paradiso!

Quello che c'è e di nuovo mi ha colpita con forza è la meravigliosa naturalezza della scrittura, la capacità di avvincere con niente, gesti e particolari minimi, o di dire cose tremende con la disinvoltura con cui si butta giù la lista della spesa. Di nuovo ho pensato che non ce n'è mai abbastanza di Lucia Berlin, che giunta in fondo al volume sarei andata volentieri avanti per altrettante pagine. Niente da fare, se una sa manovrare bene le parole si fa seguire ovunque, può raccontare frenetiche truffe infantili a El Paso o cavalcate e seduzioni nell'alta società del Cile, da Santiago a Lima a Panama a Miami a Albuquerque saltando da un aereo all'altro, e via andando in una specie di ricostruzione della sua vita a tappe, tra uomini bambini amiche droghe alcol e piccole azioni che si incidono come ferite negli occhi. Rimestando nell'autobiografia per creare storie fuori di lei, con personaggi ricorrenti ma visti ogni volta da una diversa angolazione.

La donna che scriveva racconti rimane il mio preferito, ma Sera in paradiso è disseminato di pagine brillanti come pietre preziose. Ci sono racconti rutilanti e stupefacenti come quello eponimo, che ci fa incontrare Ava Gardner, Richard Burton e Liz Taylor, e altri perfetti che funzionano lisci come ingranaggi. Sono storie che forse non restano tanto nella memoria, non ci sono plot complessi, gli sviluppi inaspettati sono lasciati cadere in mezzo al flusso di piccoli gesti come pezzi d'ambra in un fiume. Rimane piuttosto un'impressione di bellezza scintillante, come la coda di una cometa o una pioggia di stelle cadenti, una notte in spiaggia il 10 agosto. Per restare a Sombra, il mio preferito in assoluto, una tragedia si inserisce senza cambiamento di tono né enfasi in mezzo alla sontuosa descrizione di una corrida messicana, o a La mia vita è un libro aperto, in poche pagine è rappresentata una vita squinternata e talmente piena che avrebbe potuto dare origine a un romanzo fluviale. Ma Lucia Berlin evita gli approfondimenti psicologici, le spiegazioni, le interpretazioni, e racconta i fatti con voci plurime ma sempre profondamente implicate nei fatti. E incanta, non c'è altro da dire. 

Una breve citazione che mi pare meravigliosa: Morire è come spargere mercurio. In un attimo torna tutto di nuovo insieme nel tremulo ammasso della vita (da Perdersi al Louvre). Io non amo gli aforismi ma questo mi pare perfetto, e lo farò mio.  
Traduzione di Manuela Faimali, con una nota di Stephen Emerson e una postfazione del figlio Mark Berlin. Parecchi refusi nel testo.     


mercoledì 20 luglio 2016

Una scoperta folgorante: Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti

Bella come un'attrice di Hollywood, maledetta come la protagonista di un romanzo beat, con un occhio acuto e attento a tutto, e soprattutto mostruosamente brava a scrivere racconti: Lucia Berlin mi ha veramente folgorata. Non fatevi scoraggiare dal brutto titolo (molto, molto meglio quello originale: A Manual for Cleaning Women: Selected Stories) e affidatevi alla voce che accumula storie su storie anche se non amate i racconti. Lucia Berlin trae il materiale con cui costruisce personaggi, luoghi e vicende dalla sua vita, manipolandola e riutilizzandola, spezzettandola o condensandola, ma sempre trasformandola in qualcosa di irresistibile che costringe a leggere ogni pagina con la speranza che dopo ce ne siano ancora molte altre. In realtà alla fine si tratta quasi di un romanzo, i personaggi ritornano da una storia all'altra, i luoghi pure, e poi c'è sempre lei, l'alcolizzata, la donna delle pulizie, la madre di quattro figli, la donna sola che ha avuto tre mariti, l'insegnante, la bambina con la scoliosi, la malata che vive attaccata alla bombola dell'ossigeno, e mille altre incarnazioni. Figlia di un ingegnere minerario e di una madre tremendissima, con una sorella minore riscoperta solo quando sta per morire di cancro, nasce in Alaska e vive in Cile, in Texas, in California, nel Colorado e dio solo sa in quanti altri posti.

A Manual for Cleaning Women: Selected Stories è uscito negli USA nel 2015, undici anni dopo la morte di Lucia Berlin, ma le ha dato finalmente quella fama che non ha mai raggiunto in vita: chissà che storia caustica e spietata ne avrebbe tratto l'autrice. Il suo nome viene accostato a quello di Raymond Carver, Alice Munro, Don Delillo, William Carlos Williams, Grace Paley. Nulla so di Williams né di Paley, invece Carver, Munro e Delillo non mi piacciono, e non riesco a ricordare che cosa mi abbia spinto a comprare questo libro. Qualche osservazione letta qua o là, e il titolo originale di sicuro. Be', per una volta ho scelto benissimo.

La raccolta è molto corposa (quarantatré racconti) e naturalmente ce ne sono di quelli che ho amato di più altri meno, ma tutti sono veloci, efficaci, divertenti anche se parlano di argomenti pesanti o tragici. Ritrattini fulminanti come il piastrellista di Io e B.F. o l'indiano di La lavanderia a gettoni di Angel, il tremendo nonno di Il dottor H.A. Moynihan (di cui si riparla anche in altri racconti), Ruth la bugiarda compulsiva di Una relazione, l'ex marito chiacchierone di Ci vediamo, gli allegri ubriaconi di Wong, ma anche le storie struggenti come Mijito, la solitudine infantile di Silenzio, la scuola di scrittura in carcere (in cui l'autrice compare in un cameo davvero eccezionale) di Qui è sabato, e ovviamente l'esilarante Manuale per donne delle pulizie. Insomma non li posso ricordare tutti e quarantré, ma ognuno meriterebbe una citazione speciale.

Ma su tutto prevale la voce di Lucia Berlin, affabile, priva di artifizi e pathos eccessivi, senza pudore ma sempre interessata al dato umano, mai alla ricerca di stupire o di sferrare colpi bassi al lettore. Un po' come quando in treno ci si siede vicino una di quelle donne che hanno voglia di raccontarci la loro vita, e vanno avanti chilometro dopo chilometro a macinare parole, segreti e storie stupefacenti. Con la differenza che queste vicine di scomparimento sono in genere noiosissime, mentre invece di Lucia Berlin non ci si stanca mai, si vorrebbe che continuasse con le sue storie di alcolizzati e sballoni ancora e ancora, fino alla stazione d'arrivo.    
La bella traduzione è di Federica Aceto.