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lunedì 24 gennaio 2022

Un libro per chi ha coraggio, immaginazione e capacità di scoprire nuove realtà: Massimo Citi, S.L.A.: DUE STORIE DA UN ALTRO TEMPO

Massimo Citi, S.L.A.: DUE STORIE DA UN ALTRO TEMPO

Una lettura imperdibile per chiunque ami lasciarsi stupire e trascinare in mondi e situazioni inquietanti, lontane dalla realtà in cui ci muoviamo ma nello stesso tempo talmente ancorate a questa medesima realtà da permetterci di credervi e riconoscerla. In questo caso specifico, S.L.A.: due storie da un altro tempo di Massimo Citi, aggiungeteci il fascino dell'ambientazione e della scrittura.

Nel primo racconto, Zero, una storia di Futura, si dipana la storia veloce e enigmatica di De Grada, che ha inizio a Futura, nata come città del lavoro, morta dopo una decina d'anni per opera di un Progresso che aveva preso vie molto diverse e trasformata in un luogo piuttosto pericoloso. De Grada vi si reca per affari e si trova a assistere a uno spettacolo davvero particolare, un'esibizione erotica di "lenci", cioè di bambole manovrate da un operatore. Non vado avanti per non spoilerare, ma il protagonista fa alcuni incontri inquietanti e si trova a dover individuare la natura di chi gli sta intorno. L'impresa non riesce facile perché, come ci dice l'autore, in mezzo a noi ci sono gli SLA: "In italiano li chiamano automi, in tedesco selbstleitende automaten o SLA. SLA hanno molti impieghi potenziali. La loro esistenza è un segreto, nessun esercito li impiega, nessuna azienda li acquista o li vende. Non si confondono ancora con gli esseri umani ma i loro gesti sono già fluidi, i loro sorrisi sono possibili. Non diversi dai sorrisi di circostanza di un vicino di casa che incontriamo in ascensore o di un vecchio signore che lascia il passo a una donna incinta. Sembrano mediocri, esattamente come noi, distratti, concentrati su qualcosa di molto importante. Sono i primi membri di una nuova, definitiva Festung Europa. Si prenderanno cura dei nostri figli: servi invadenti che diventeranno indispensabili. Camminano a passi regolari, seguono il tracciato segmentato delle luci notturne della città. I loro movimenti scandiscono il tempo, i loro percorsi sono una linea spezzata. Nel silenzio delle stanze notturne si può immaginarne il passaggio, vederli mentre percorrono – instancabili – le vie che sono state tracciate per loro. Non devono spaventare: bisogna essere affascinati, ammirati, stupiti che siano possibili e che siano già nati. Con le loro menti senza ombra, il dono di soffermarsi su un solo pensiero per volta. Bis-bis-nipoti degli automi settecenteschi sono nati e si sono sviluppati per obbedire a un sogno che cerca di esorcizzare se stesso."  


Il racconto si svolge in un mondo alternativo e ucronico, secondo le parole dell'autore, in cui gli avvenimenti non corrispondono a quelli che conosciamo, ma conviene tenersi sul pezzo perché Zero, una storia di Futura è parte integrante di un progetto narrativo più ampio al quale Massimo Citi sta lavorando da qualche tempo, e sarebbe un vero peccato perdersi le puntate successive.

Altrettanto enigmatico e basato su incontri inaspettati e interrogativi angosciosi sulla natura delle persone incontrate è Olimpia e il Turco, di ambientazione bellica e militare con personaggi dotati di un fascino sfuggente. Veloce e pieno di suspence, acchiappa il lettore, lo stupisce e in poche pagine lo restituisce alla realtà. 

Insomma un libro molto insolito che vale assolutamente la pena di scoprire, perché è importante uscire a volte dalla nostra comfort zone per affrontare nuovi mondi, esercitare l'immaginazione e il coraggio, soprattutto se a accompagnarci è uno scrittore del valore di Massimo Citi.    

  

 



 



domenica 16 marzo 2008

Visto che tutti ne parlano male (dei premi)

Allora dirò anch'io la mia, in controtendenza. E tanto per non fare dell'autobiografia, comincio dalla mia esperienza. Quando ho cominciato a scrivere ero completamente isolata nel senso che i miei amici della scrittura se ne infischiavano se non nella fase finale, quando è pubblicata e si fa leggere. Per parecchi anni ho scritto in totale solitudine, senza confessare il mio vizio neanche al moroso o all'amica del cuore. Secondo me è stato molto utile perché ho sperimentato i miei limiti, e sicuramente mi è servito a trovare una voce, se ce l'ho, e a eliminare, almeno spero, molti dei borborigmi che scappano quando si produce con l'ansia di mettere fuori subito tutto. Comunque. E' poi arrivato il momento in cui mi è venuta voglia di farmi leggere da qualcuno e verificare l'effetto di quello che scrivevo. Ancora adesso un mio grosso problema è che riesco a giudicare, a prodotto finito, se ho realizzato quello che mi ero proposta, ma sono del tutto incapace di capire se piacerà agli altri. Insomma, a chi rivolgermi? Internet non c'era ancora, e probabilmente adesso sarebbe tutto diverso. I concorsi per me sono stati fondamentali. Primo, mi permettevano di farmi leggere senza vedere in faccia il lettore – fondamentale per una che non era ancora riuscita a superare la vergogna per il peccato di presunzione commesso scrivendo e la paura di scoprirsi troppo. Secondo, se le mie opere facevano schifo nessuno me lo veniva a dire risparmiandomi umiliazioni e ali tarpate. Terzo, mi hanno dato un sacco di soddisfazioni. Ne ho vinti parecchi, e ancora rimpiango quel periodo, in cui ogni tanto una telefonata o una lettera mi portavano una bella notizia. Un gioco d'azzardo senza rischi. Quarto, di lì è cominciata la mia "carriera", letteralmente. Uno dei premi che ho vinto consisteva nella pubblicazione del mio testo (un volume di 125 pagine) presso la casa editrice che lo organizzava, e anche se non l'hanno poi molto commercializzato, in compenso me ne hanno regalato quasi duecento copie che mi sono servite tantissimo come biglietto da visita. Poi una bravissima scrittrice che avevo conosciuto alla premiazione, Emilia Bersabea Cirillo, mi ha presentata prima a Filema e poi a Avagliano. E se non avessi pubblicato non avrei conosciuto Massimo Citi e Silvia Treves con tutti gli inenarrabili vantaggi e piaceri che questo incontro ha comportato. E nei vari premi ho conosciuto molte persone con cui sono rimasta in contatto, ci sono stati scambi, ho fatto delle cose, e a poco a poco mi hanno dato la sensazione di fare parte, di non essere più così isolata. Certo io non ero impaziente e l'iter è stato lungo (ma non poi così tanto), e non è che poi sia decollata granché, ma questo è un altro discorso che dipende da tutt'altro, principalmente dai miei limiti caratteriali. E limitatamente ai premi per esordienti, non credo che siano tutti così biechi come vengono dipinti, cioè normalizzatori, incapaci di osare, retrivi. A parte quelli che conosco per essere parte di giuria, quelli che ho frequentato da premiata mi sono sembrati onesti, più o meno qualificati culturalmente, ma onesti. Credo che sia molto diverso il discorso dei premi per libri pubblicati, dove entrano in campo gli interessi delle case editrici. Comunque non è nel merito del discorso generale che volevo entrare, ma solo portare la mia esperienza per spiegare il motivo per cui spezzo una lancia in favore di un'istituzione così universalemente considerata ridicola e patetica come il premio letterario. A me ha dato molto. E io nella scrittura ci credo, eccome.