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domenica 7 febbraio 2021

Chissà se Orhan Pamuk è abbonato a Netflix: 50m2, serie tv turca

Una serie televisiva turca che sto seguendo in questo periodo su Netflix, 50m2 (che vuol dire cinquanta metri quadri, tanto per intendersi), mi ha fatto pensare intensamente al mio amatissimo Orhan Pamuk e in particolare a La stranezza che ho nella testa e il meraviglioso Il Museo dell'innocenza. Sono sicura che se per caso l'ha vista anche lui, avrà apprezzato la coincidenza di temi.

50m2 si svolge a Istanbul, in un quartiere non definito, un'oasi del tempo andato dove il bonario mukhtar (capo del quartiere) si prende cura del benessere degli abitanti, insieme al caritatevole imam, al coach della squadretta di pallone e altri bravi cittadini. La vita trascorre a passo lento tra le basse casette e le vecchie botteghe, il sarto, la panetteria - bar dove si gioca a tabla e si beve il tè nei bicchierini. Della grande città non si vedono né cupole né minareti o torri o bazar coperti, nessun luogo famoso o turistico, solo un'incombente e vagamente minacciosa muraglia di grattacieli sullo sfondo. 

Ed ecco il tema della serie: la speculazione edilizia, esattamente come in La stranezza che ho nella testa, per assecondare la quale bisogna cacciare gli abitanti del quartiere con qualunque mezzo. Qui gestita in maniera decisamente delinquenziale da crudelissimi mafiosi in doppiopetto nei loro lussuosi uffici con vista sul Bosforo, di cui non si capisce mai chi sia il mandante, da sicari e mezze calze in cerca di riscatto, sempre pronti a usare mani, coltello e pistola per liberarsi di chi si mette sulla loro strada. Ma c'è anche un altro tema, che secondo me si ricollega strettamente a quello principale: la ricerca delle proprie origini, del proprio passato, diciamo quasi del peccato originale che ci ha resi quello che siamo. Questo è rappresentato dal protagonista, preso in mezzo ai due mondi, pieno di misteri e contraddizioni come si addice a un protagonista di serie tv. Inoltre belloccio e glaucopide, il che non guasta mai.

Ne succedono parecchie, la violenza abbonda, si fa fatica a tenere il conto dei morti ammazzati, ma c'è anche anche il lato comico, il sentimento, l'amore, i personaggi femminili interessanti e non stereotipati. Insomma un prodotto di tutto rispetto. Ma quello che mi ha colpito di più è vedere che anche in un prodotto di intrattenimento, senza pretese artistiche particolari, emerge il riflesso di ciò che più mi ha affascinato in Orhan Pamuk - la pervasiva nostalgia per il passato, per un mondo ormai scomparso o in via di scomparire velocemente, la crudeltà dell'oggi che tutto stritola in nome del guadagno, la perdita dei valori umani, dei rapporti interpersonali, in una parola l'impoverimento della vita. 

Insomma, secondo me se il mio amato Orhan Pamuk segue Netlix, 50m2 potrebbe piacergli. Dirò di più, potrebbe riconoscervi la sua Istanbul, la città più bella che io abbia mai visto, anche senza Santa Sofia e Topkapi.     

 


 

domenica 3 maggio 2020

Letture in quarantena 5 - Vivere e basta: ma basta per vivere? Yusuf Atılgan, Lo sfaccendato

Dello scrittore turco Yusuf Atılgan ho amato senza riserve il bellissimo Hotel Madrepatria
pubblicato in patria nel 1973, di cui questo Lo sfaccendato del 1959 è un po', per certi versi, la prima stesura, nel senso che se la vicenda è molo diversa e i luoghi dell'azione anche, il protagonista C. ha molti punti di contatto con Zebercet, nella rinuncia a incidere sul mondo circostante e la scelta di osservarlo come dal di fuori.

Siamo a Istanbul, percorsa seguendone minuziosamente la topografia, con ogni mezzo a disposizione: taxi, tram, funicolare, e ovviamente a piedi. Sui passi del protagonista (che non ha nome, nei discorsi degli altri si chiama C.) entriamo negli studi dei pittori, nei ristorantini e nelle pasticcerie, nel suo appartamento, nei cinema dai palchi profondi dove si svolgono attività misteriose, nelle pensioni sulle spiagge del Bosforo, in mare, a letto. L'intero romanzo è uno svagato girovagare, una ricerca senza necessità di trovare, un perdersi per non ritrovarsi. C. è sfaccendato in quanto è ricco, non ha bisogno di lavorare, condizione di cui si vergogna ma che prende alla lettera. Gira per la città osservando con minuziosa attenzione le persone, il loro abbigliamento, le espressioni sul volto, l'interno dei ristoranti e i camerieri, si sposta, ma nessuna delle sue azioni ha un fine pratico. Perché in realtà C. è alla ricerca della donna, dell'amore. Seguiamo un paio di questi incontri, con Ayşe, che in realtà è un ritorno, e con Güler, che non è all'altezza delle aspettative di C., mentre sempre sfiorata e sempre perduta è B., forse l'unica che avrebbe potuto amare. Güler racconta la sua storia con C. nelle lettere all'amica B., Ayşe scrive un diario in cui registra pensieri e avvenimenti, e così veniamo a conoscenza dei loro sentimenti, delle paure, illusioni e delusioni. Di C. sappiamo tutto perché siamo dentro di lui dalla prima all'ultima pagina, ma in realtà non sappiamo niente fino alla fine, quando decide di raccontarsi con sincerità sorprendendo sia noi che la sua interlocutrice, e in fondo deludendo entrambi.

Un romanzo tutto narrato al passato prossimo, scandito secondo le stagioni, dove non succede molto al di là di questo ossessivo girovagare, ma profondamente ipnotico e avvolgente. Yusuf Atılgan ha una scrittura concreta fatta di piccoli particolari che si accumulano, talvolta carichi di un significato che scopriamo solo più tardi, altre volte testimoni solo di se stessi. Certo risente dell'atmosfera letteraria degli anni '50, forse c'è un po' di Freud, ma non è assolutamente "datato", anzi, la narrazione è senza tempo e affascina inchiodando alla lettura. C. è un personaggio che non chiede empatia al lettore, ma gli presta i suoi occhi per (ri)vedere una città meravigliosa e vitale come Istanbul, in un'epoca ormai lontana ma sorprendentemente contemporanea.

Le donne sono importanti per Lo sfaccendato, e oltre a comparire nei suoi occhi e nei suoi pensieri, parlano in prima persona. L'epoca in cui è stato scritto era ancora laica, il rinascimento islamico di Erdogan ben al di là da venire; e queste ragazze, che pur vivono in casa con i genitori e quindi sottostanno al loro controllo, sono notevolmente indipendenti, come sempre, pur essendo sorvegliate  e legate alla loro condizione, riescono in fondo a fare quello che vogliono finché non lo fanno troppo pubblicamente. Una è pittrice e l'altra è studentessa universitaria, entrambe sono parecchio libere nei movimenti, non si fanno problemi a sperimentare il sesso con C. e non sembrano avere grandi scrupoli morali o religiosi. Invece, subiscono il controllo sociale e ne pagano le conseguenze. L'abbigliamento era quello tradizionale, ora riadottato dalle nuove ortodosse, e tutte portavano il pardessus, come con termine francese viene indicato in Turchia il soprabito leggero (qui tradotto come impermeabile) indossato sulla gonna lunga o sui pantaloni. Di veli, naturalmente, non c'è neanche l'ombra.

Se conoscete Istanbul, se avete preso il Tünel, se sapete distinguere Tophane da Eminönü, sarà un piacere aggiunto aggirarvi di pagina in pagina nei luoghi percorsi da quell'anima in pena del protagonista. Se non ci siete mai stati, fatevi ispirare e quando sarà di nuovo possibile, andate a vedere di persona una delle città più belle del mondo. Se di Istanbul non vi importa niente, leggete Lo sfaccendato perché è un romanzo straordinario, assolutamente diverso dai romanzi turchi di maniera che tanto successo hanno da noi, fingete che il protagonista sia finlandese e funzionerà altrettanto bene. Lasciatevi prendere dalle spirali del suo contorto pensiero, e ne sarete ricompensati dalla bellezza della scrittura e dall'originalità del tema. 
Bella traduzione di Rosita D'Amora e Semsa Gezgin.   

martedì 5 febbraio 2019

Fuggire da ciò che si ama per non perderlo: Pinar Selek, La casa sul Bosforo

Pinar Selek prima che una scrittrice è un'attivista battagliera e appassionata, che ha pagato di persona il suo coraggio nel denunciare molti aspetti della vita politica turca, anche se La casa sul Bosforo non è la sua sola opera di narrativa. Si tratta di un romanzo corale che abbraccia una ventina d'anni, a partire dal colpo di stato del 1980 fino al 2001, alla vigilia della salita al governo di Recep Tayyip Erdoğan e si dipana tra Turchia, Francia, Armenia pur restando fortemente ancorato al quartiere istambuliota di Yedikule i cui abitanti sono protagonisti.

Si tratta di persone semplici, due giovani coppie, il farmacista, il falegname, il perditempo, la prostituta, tratteggiate velocemente, più dette che rappresentate, ma molto efficaci e di grande umanità. Sullo sfondo scorrono le grandi tragedie del passato, il genocidio armeno (su cui Pinar Selek ha scritto molto), il terribile pogrom del 1955 contro i greci, e del presente: la questione curda, la feroce repressione governativa, il terrorismo, il terremoto del 1999, ma in primo piano ci sono le vicende degli abitanti di Yedikule.

C'è l'affetto e c'è l'amore, ma anche i sogni delle due ragazze, Elif e Sema, mai disposte a restare in secondo piano o mettere le esigenze affettive prima della propria autorealizzazione. C'è un po' di autobiografia nella figura di Elif le cui vicende ricalcano in parte quelle di Pinar Selek. C'è soprattutto la solidarietà, la straordinaria capacità di sostenersi a vicenda del quartiere che è una vera e propria comunità di fronte al mostruoso sviluppo metropolitano di Istanbul. C'è un po' di nostalgia per i tempi passati e per un mondo sparito, c'è il fascino dei nomi evocativi di Istanbul (confesso che io sono molto sensibile a quest'aspetto), ma su tutto prevale l'attenzione e la consapevolezza del mondo tutt'intorno e dei suoi problemi. C'è la necessità di partire, talvolta di fuggire, dalla propria casa e dalla propria vita. Non sono certo dei provinciali legati al passato gli abitanti di Yedikule: ma aggiungo che le storie raccontate da Pinar Selek non ne sono affatto appesantite, vi si parla anche di musica, di danza, di teatro itinerante, delle mille maniere in cui la vita riesce a manifestarsi anche nelle circostanze più difficili.

Mi ha molto stupito, dal momento che l'autrice è così impegnata politicamente e socialmente, la sua straordinaria capacità di narrare vicende individuali e marginali con grande leggerezza, velocità e empatia, che rende gradevolissima la lettura di questo romanzo, vivamente consigliato sia per la sua validità narrativa che per l'interesse aggiunto della cornice storico-politica in cui si svolge. Piacerà sia a chi ama Istanbul e la Turchia che a chi non vi è mai stato. Traduzione a cura di Ada Tosatti e Camilla Diez.

martedì 23 ottobre 2018

L'occhio e il cuore di Istanbul: il fotografo Ara Güler e Orhan Pamuk, Istanbul


In occasione della morte del celeberrimo fotografo turco (di origine armena) Ara Güler, famoso come "l'occhio di Istanbul", pubblico una vecchissima recensione a un libro che ho più che amato a suo tempo (così come amo la città di cui parla), Istanbul di Orhan Pamuk (ed. orig. 2003, pubblicato da Einaudi nel 2006. 

A parte il ritratto (di cui non sono riuscita a trovare l'autore) tutte le foto sono di Ara Güler. A Istanbul è stato recentemente aperto un museo in suo nome, che penso valga davvero la pena di visitare. Se andate a Istanbul non perdetelo (insieme al Museo dell'Innocenza) e se amate questa città, non perdete Istanbul di Orhan Pamuk.

   








Staccarsi da questo libro è difficile come tornare da un viaggio di quelli che prendono i sensi, il cuore e il cervello. La città cui Pamuk dedica il suo corposo canto d’amore è un fantasma che può assumere le sembianze di qualsiasi città il lettore porti nell’angolo della sua memoria dedicato alla nostalgia. E’ costruita con la solidissima materia dei sogni e del rimpianto, ritratta in centinaia di fotografie e incisioni in bianco e nero, minuziosamente nominata nel repertorio di quartieri e di vie, percorsa a piedi, in macchina e in battello, auscultata e indagata nelle pieghe più fuorimano, eppure non è reale. Questa Istanbul bellissima e malinconica è Orhan Pamuk, che generosamente ci permette di condividere con lui il sentimento di una vita che si forma in un luogo universale.

Le parole chiave sono tristezza e felicità. Tristezza è sentirsi a metà del guado, testimoni del fallimento del grande impero ottomano di cui si perde la memoria come le sue rovine che si sgretolano per incuria, e incapaci di realizzare fino in fondo l’occidentalizzazione sognata da Atatürk. Pamuk, che in Neve rappresenta con agghiacciante efficacia le contraddizioni della Turchia contemporanea, in questo libro tiene l’occhio costantemente rivolto al passato, intrecciando i ricordi dell’infanzia (è nato a Istanbul nel 1952 e continua a viverci) e dell’adolescenza con i giudizi dei viaggiatori occidentali, come Nerval e Gauthier, le incisioni settecentesche del tedesco Melling, l’autorappresentazione degli scrittori cittadini “tristi e solitari”, le meravigliose fotografie di Ara Güler e quelle scattate dal padre. Da bambino assiste alle liti dei genitori e alla progressiva decadenza della famiglia. Da ragazzo percorre ossessivamente le solitarie stradine lastricate, “tristi e buie”, dei sobborghi, dove ancora sopravvivevano povere case di legno man mano sostituite dai palazzi di cemento. Corre a guardare gli incendi delle magnifiche ville signorili in legno, scoloriti e misteriosi relitti del passato imperiale, trascorre giornate a contare le navi sul Bosforo e ascoltarne i malinconici fischi nella notte. Legge sui giornali le notizie degli automobilisti che si inabissano nelle acque profonde dello stretto dopo avere lanciato un’ultima occhiata al cielo. Beve e scherza con gli amici per tacitare la tristezza. E la felicità? Quella sta nell’illusione, nel ricordo, nel sogno. Nella pittura fino al momento in cui il giovane Orhan riesce a dire alla madre (e sono le parole conclusive del libro): “Diventerò scrittore, io”. 

Non c’è colore locale, vagheggiamento, compiacimento, neppure indulgenza in questo ritratto della giovinezza di un autore e della decrepitezza di una città. Non è una guida, non si perde in notizie storiche e descrizioni di monumenti. C’è la forza trasfigurante di una scrittura limpida e precisa, capace di evocare una vita in una frase. C’è un elenco nel decimo capitolo, intitolato “Tristezza”, che riassume in modo meraviglioso un mondo, tutto quello che appartiene alla città e ne costituisce corpo e spirito. C’è la fiducia nella parola e nella memoria perché il passato non si perda e diventi il terreno fertile da cui può nascere un libro straordinario. 


lunedì 5 giugno 2017

Perihan Mağden, Stella non andare via

Un libro veramente sorprendente, Ali e Ramazan della scrittrice turca Perihan Mağden. Per molti motivi: è una struggente storia d'amore omosessuale tra giovanissimi, preadolescenti; parla di pedofilia, sfruttamento sessuale di bambini, corruzione nelle istituzioni, prostituzione maschile, dando colpi mortali all'immagine rocciosa del maschio turco; parla di violenza della polizia, vizi e perversioni nella gioventù ricca, alcol, senzatetto, solitudine e disperazione; eppure riesce a essere intriso di tenerezza, amore incondizionato e amicizia pur nel degrado. Inoltre è stato pubblicato in Turchia nel 2010, e ha avuto notevole successo.

La storia è quella di due bambini che si conoscono in orfantrofio a Istanbul, e da quel momento saranno inseparabili. Varie e profonde sono le ferite ricevute nella loro pur brevissima esistenza, il che ne cementa l'amicizia che si riconosce prestissimo in un amore esclusivo e appassionato. Le loro vicende costituiscono il tessuto del libro, che si dipana tutto per le strade, i parchi e le piazze di Istanbul, con una breve parentesi nella maggiore delle Isole dei Principi. Il punto di vista è quello di Ramazan, il bellissimo e estroverso "bambino di un film turco" abbandonato alla nascita nel cortile di una moschea, mentre Ali detto l'Arabo, che proviene dall'estremo est dell'Anatolia, ai confini con la Siria, ha alle spalle una tragica vicenda familiare.
La narrazione ha un andamento semplificato al massimo e ripetitivo, scandito in frasi brevi, piene di punti esclamativi, sicuramente per adattarsi alla semplicità dei due protagonisti (a questo proposito ho letto che già nel romanzo Due ragazze l’autrice aveva fatto un gran lavoro sul linguaggio per individuare il lessico usato dalle adolescenti) ma forse non del tutto convincente in traduzione. In ogni caso nulla toglie alla godibilità di Ali e Ramazan, che nessun amante della Turchia e della sua letteratura deve perdere. Traduzione di Barbara La Rosa Salim.    

domenica 20 dicembre 2015

Istanbul e il venditore ambulante che ama le strade di notte: Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa

Ha ragione a ridersela così Orhan Pamuk, è sicuramente uno scrittore di gran successo, ha avuto il Nobel, è tradotto in quaranta lingue, e ha suscitato in me un amore totale, di quelli che non temono il ridicolo, tanto che all'incontro cui ha partecipato qui a Torino, al Carignano, non mi sono vergognata di fare la coda per ottenere una firma su un vecchio notes - fianco a fianco a quello dell'altro mio amore letterario, Mo Yan. Sono o non sono una ragazza fortunata? J'ai deux amours, cantava quella tale, e io anche, e tutti e due hanno avuto il Nobel, e di entrambi posseggo un autografo da stringere al cuore nei momenti bui. E poi basta tergiversare, bisogna parlare di La stranezza che ho nella testa, appena uscito da Einaudi con la traduzione di Barbara La Rosa Salim.

Allora. Premesso che è Istanbul, solo lei, la protagonista senza rivali di tutto il libro, il personaggio attorno al quale ruotano le molte vicende narrate nel romanzo è Mevlut Karataș, nato nel 1957 nelle vicinanze di Beyșehir, nell'Anatolia centrale, e immigrato a Istanbul nel 1969. Tra questa data e il 2009, con una breve incursione nel 2012, seguiamo le storie intrecciate di molti personaggi (opportunamente elencati, con riferimento alle pagine, in un esemplare paratesto che comprende anche una cronologia ampia e dettagliata) tra cui i principali sono il padre di Mevlut Abdurrahman Effendi, venditore ambulante di yogurt, lo zio Hasan Aktaș e i cugini Korkut e Süleyman, le sorelle Vediha, Rahyia e Samiha, Ferhat l'alevita, tutti immigrati nella metropoli in cerca di fortuna; il losco imprenditore edile Hamit Vural il Pellegrino e i mafiosi che gli gravitano intorno; le figlie di Mevlut e i figli dei suoi cugini; e qui mi fermo perché il numero è veramente sterminato. Nel 1969 Istanbul conta circa tre milioni di abitanti, e la grande corsa all'inurbamento dall'Anatolia povera e agricola è appena cominciato. Gli immigrati si distribuiscono in base alla provenienza, e quelli di Beyșehir e dintorni si dividono due colline che si fronteggiano, Kultepe e Duttepe, ben presto diversificate per posizione politica negli anni che precedono il golpe militare del 1980: di sinistra Kultepe, dove vivono Mevlut e il padre, e di destra religiosa Duttepe, dove vivono gli Aktaș. Ma ciò che divide le due famiglie, e insieme le unisce in un vincolo di necessità per Mevlut, è che gli Aktaș fanno fortuna sulle orme di Vural il Pellegrino, mentre Mevlut non riesce a combinare niente, arriva a stento a sbarcare il lunario ostinandosi a fare il venditore ambulante di cibo per le strade diurne e di boza di notte. 

La storia di Mevlut comincia, e si avvoltola, intorno a un equivoco, o meglio a un inganno: innamoratosi perdutamente di una sorella della sposa con cui ha scambiato uno sguardo intenso al matrimonio di Korkut, per tre anni le indirizza lettere appassionate con il nome di Rahyia indicatogli da Süleyman. La ragazza non risponde mai ma si suppone gradisca, tanto che alla fine i due cugini organizzano un rapimento consenziente. Però, al momento in cui finalmente Mevlut vede il volto della ragazza, si rende conto che non è quella cui lui credeva di indirizzare le sue lettere d'amore: in qualche modo, di cui si dibatterà sovente nel corso del romanzo, è Rahyia, la sorella maggiore, brutta, della bellissima Samiha vista tre anni prima, che si trova a dover sposare, in un matrimonio molto felice nonostante tutto. I due hanno subito una figlia, poi un'altra, Mevlut ama il suo lavoro di venditore di strada, tutto andrebbe per il meglio ma lui non vuole rendersi conto che i tempi cambiano vertiginosamente e vivere come ambulante diventa sempre più difficile; soprattutto si ostina, e continuerà a ostinarsi fino alla fine, a vendere di notte la boza, bevanda fermentata quasi dimenticata che, ai tempi degli ottomani, permetteva di aggirare il divieto del consumo di alcolici.  
Le vicende private dei personaggi sono molte e complesse ma non mi sogno di raccontarvele, limitandomi a esprimere qualche considerazione generale, premettendo che se volete innamorarvi anche voi di Orhan Pamuk è meglio che scegliate un altro romanzo, ma se volete leggere un gran libro su Istanbul, denso di notizie e illuminante sulla Turchia e le sue contraddizioni, non lasciatevelo sfuggire.  

Mevlut forse rappresenta lo spirito di Istanbul, legato alle tradizioni ma anche aperto alla modernità, tenace e dispersivo, rispettoso della religione, tentato dal misticismo ma legato al concreto e alla realtà, ingenuo, sognatore. Mevlut è il vecchio, il passato, che inesorabilmente sparisce. E' sognante, debole, influenzabile, immaginoso, non pratico, attaccato a valori non scelti ma accettati senza riflessione. Prova ne è la sua romantica ostinazione a continuare a vendere la boza tutte le notti dopo il lavoro diurno, anche se ne smercia pochissima, nessuno gliela chiede più. 
Però a mio parere Mevlut è un personaggio non all'altezza del suo compito, che sarebbe farci appassionare a 584 pagine di vicende mediocri e ripetitive. Non ha particolari attrattive, e anche gli altri personaggi sono privi di quelle doti che spingono il lettore a seguirli con piacere, sono sfuggenti, evanescenti, persino quelli femminili, Vediha, Rahiya e Samiha, Fatma e Fevzyie, non hanno corpo né spessore psicologico, sono prive di una vera personalità ma piene dei tradizionali cliché di invidia, gelosia, al massimo astuzia.
La volontà di rappresentazione di tutte le trasformazioni politiche e sociali spinge l'autore a tirare per le lunghe delle vicende personali poco interessanti e parecchio deprimenti, meschinerie, malintesi nei rapporti tra sorelle, fra amici, e via dicendo    

C'è un'esplicita volontà enciclopedica, e questa è l'enciclopedia di Istanbul, ma priva del fascino struggente di Istanbul. Qui c'è una Istanbul frenetica, in continua evoluzione, pronta a cancellare se stessa e il proprio passato in nome della modernità ma soprattutto dei soldi, del guadagno, dell'avidità speculatrice. Affascinante è la minuziosa topografia dei quartieri e delle loro trasformazioni, che mi ha fatto passare ore sulla mappa della città per rintracciarli; però forse chi non ci è mai stato può perdere molte sfumature. In primo piano ci sono tutte le problematiche derivate dall'inurbamento e dalla conseguente, selvaggia speculazione edilizia, la complicata questione delle concessioni e dell'occupazione del suolo, la mafia e le criminalità locali che se ne impadroniscono immediatamente e i loro regolamenti di conti, e via via le vicende legate alla privatizzazione dell'elettricità, la nascita di un'azienda elettrica, gli allacciamenti abusivi, gli esattori che conoscono personalmente tutti gli abitanti dei vari quartieri, e ancora le ruberie, gli illeciti, i favoreggiamenti, la corruzione a tutti i livelli. 
E in effetti, essendo stata per la prima volta a Istanbul nel 1970, posso dire che allora le case di legno con giardini pieni di grandi alberi erano dappertutto, le rovine in centro erano abitate, nelle mura c'erano fabbriche e magazzini, nelle piazze venditori di acqua con otri di pelle di capra, sul Corno d'oro in barchette a remi si vendevano panini pieni di pesce con sale e cipolla serviti a mani nude, yogurt e ayran erano venduti sciolti in bicchieri di vetro. E anche adesso a Ankara si possono vedere colline coperte di casette e baracche a un piano circondate da alberi da frutta, mentre su altre desolate colline sorgono le sitesi della speculazione edilizia, agghiaccianti agglomerati di palazzoni di dodici piani intorno ai quali non c'è niente, né alberi né negozi né altro. 

Ma non c'è solo quello nel monumento alla vera capitale turca: ci sono i locali notturni, i branchi di cani randagi che si impadroniscono delle strade di notte. I cimiteri. I funerali. I matrimoni. I rapimenti, le fuitine, che permettono di evitare il pagamento ai padri per ottenerne le figlie in spose
Il raki che scotta e scende in gola come ancora di salvezza per stare meglio, per trovare il coraggio. Anche le donne bevono, in casa. I venditori ambulanti e le loro storie, il Fortunello, una scatola in cui si pesca un numero e un dono che Mevlut e Ferhat bambini vendono per le strade.
Ci sono anche elementi che rimandano a libri precedenti, un virtuosismo che Pamuk ama particolarmente: come il giornalista Celal Salik di Il libro nero, che compariva anche in Il museo dell'innocenza, o l'occhio che lo segue dovunque (ancora Il libro nero), o Kars, la meravigliosa città di Neve che qui si limita a essere il luogo in cui Mevlut svolge il servizio militare. C'è il sogno, c'è la mente e le strade, ci sono i personaggi particolari come Sua Eccellenza Ibn Zerhani (anche chiamato lo Sceicco o il Calligrafo) venerato e seguito dai fedeli che si radunano nel quartiere di Fatih, con cui Mevlut discetta sulle ragioni delle labbra e quelle del cuore. Gli aleviti e le persecuzioni. 

Più che un'enciclopedia, qui troviamo anche un bignamino della storia politico sociale della Turchia tra il 1969 e il 2012, vista da Istanbul e dal basso. C'è tutto: i ripetuti colpi di stato militari, i movimenti comunisti, i curdi, l'inurbamento, la cementificazione, le traformazioni urbane, la corruzione a tutti i livelli, le privatizzazioni, la nascita del movimento islamico (i "religiosi") poi AKP, il partito di Erdoğan (che non viene mai nominato, ma spesso i nativi di Rize, come Erdoğan, sono definiti delinquenti e mafiosi ), le usanze che spariscono. 
E' troppo evidente, scoperta l'intenzione di parlare di tutti gli aspetti (spingendo l'autore talvolta a usare 
goffi espedienti come quello di spiegare la legge sull'aborto tramite un colloquio tra Vediha e Rayiha). Ahimè ahimè ahimè La stranezza che ho nella testa non riesce a evitare il peggior difetto che un libro possa avere, la noia. Mentre in Il museo dell'innocenza la lentezza e la ripetitività di certe parti erano indispensabili e bellissime per entrare nell'ossessione amorosa di Kemal per Füsun, e proprio la mancanza di esistenza di Füsun era il suo ruolo nella storia, il suo personaggio era solo la superficie in cui si rifletteva Kemal, qui rivoltolarsi nei meschini intrecci dei personaggi in certi momenti pesa un po'

La stranezza che ho nella testa è artificioso, programmatico, ma rimane un gran lavoro, un gran romanzo. Manca la scrittura che affascinava in quasi tutti gli altri libri di Pamuk, li rendeva irresistibili, e che affiora solo ogni tanto, con la sognante nostalgia delle ombre nelle strade e nei vicoli di Istanbul.   
La descrizione della solitudine di Mevlut quando la notte gira per le strade vuote è il pezzo migliore (cap. 13, Mevlut è solo). La boza è la nostalgia, il grido del venditore nella notte risveglia i nostalgici che la comprano solo per quello. La boza e le strade di notte, le luci di Istanbul viste dall'alto di un palazzo, ci regalano gli unici sprazzi di quella prosa meravigliosa, poetica e onirica, nostalgica e triste, che mi ha incantato in altre opere. Qui non si tratta di quandoque bonus, è proprio la volontà di esaurire ogni argomento legato alla città e a quegli anni che rende la scrittura così rigida in molte parti.  
Bello è anche il pezzo in cui si parla della solitudine negli appartamenti di chi era abituato a avere una baracca con giardino, qualche pollo, i suoi alberi, a scambiare visite con i vicini, a vedere la vita intorno, mentre ora dalle finestre può scorgere solo altre case, e i più fortunati ai piani alti possono solo indovinare il Bosforo da un luccichio lontano.

Per un libro così importante si doveva fare uno sforzo in più nella versione italiana, non altrettanto sorvegliata quanto nei precedenti romanzi, che presenta parecchie goffaggini e sciatterie, e anche qualche errore (basti come esempio di questo diritto avevano giovato o andrai in escandescenze; le espressioni come andare al militare). O vorrei sapere perché İstiklâl Caddesi, che è una strada urbana anche piuttosto stretta, viene definita viale, che in italiano indica una via larga e affiancata da alberi, e tutti gli alberi, invece che con il loro nome come gelso o fico, si chiamano albero di more o albero di fichi. Suppongo che ci sia una ragione, che solo la mia ignoranza mi impedisce di vedere.