Camilla Lackberg, Lo scalpellino
Partivo per le vacanze, Amazon mi fa continuamente delle offerte che non si possono rifiutare, quale momento migliore per leggere un giallo scandinavo con i miei propri occhi e rendermi conto dei motivi di tanto successo? Così ho acquistato Lo scalpellino, non ricordo a quanto ma spero a bassissimo prezzo, e poi ho cominciato a leggerlo sotto una tamerice di una spiaggia di Chios. E va be' che ogni tanto alzavo gli occhi e mi consolavo, ma che brutto libro!
Svezia, ai giorni nostri (ma per quel che riguarda un filo di apertura al mondo, potrebbe essere Papuasia o Paraguay). A Fjallbacka, paesino sul mare vicino a Goteborg, un pescatore di aragoste tira su le nasse e ci trova impigliato il cadavere di una bambina di sette anni. Patrick Hedstrom, il poliziotto incaricato del caso, la riconosce subito: è la figlia di un'amica di sua moglie. Di qui parte una vicenda che ha la sua remota origine e motivazione (naturalmente) in una serie di fatti del passato, mentre nel presente assistiamo all'agitarsi, non sempre comprensibile né spiegato, di numerosi personaggi. E qui posso cominciare a fare le mie lamentele: raramente, neppure nei libri per bambini, ho incontrato personaggi più rozzi, monocromi, caratterizzati da un'unica qualità, o difetto, di questi: nemmeno bozzetti ma tipi, figurine a una dimensione. C'è la madre buona e la madre depressa, il buono e la strega, il poliziotto sensibile e quello stronzo, la puttanella e il fanatico religioso, la donna maltrattata e il buon operaio tutto d'un pezzo... mah. Veramente scoraggiante.
La vicenda è una raccolta di tutti gli stereotipi che sembrano necessari per costruire oggi una qualsiasi narrazione, in particolare "gialla" (lo so che non di dice più, tutto è noir, o thriller, o al massimo poliziesco, ma per questo libro giallo basta e avanza). Le radici hanno origine in una trucida vicenda del passato, piattamente inserita tra un capitolo e l'altro, talmente inverosimile da rasentare il comico involontario, e del tutto superflua. Il poliziotto protagonista ha problemi personali: bambino in fasce, moglie depressa, sensi di colpa perché non dedica più tempo alla famiglia. A metà, assolutamente a pera, tanto per gradire e perché senza mancherebbe un ingrediente irrinunciabile, come l'aglio nelle ricette di Vissani, una botta di pedofilia. Verso la fine una scena talmente inqualificabile che mi vergogno a scriverne: domanda di matrimonio in ginocchio con estrazione della scatolina con l'anello, ecc ecc. Ma non si vergogna Camilla Lackberg? Evidentemente no, perché il suo orrido libro è stato tradotto in uno scatafascio di lingue, probabilmente ha venduto moltissimo.
E si capisce perché: è il grado zero della narrazione, semplice fino a diventare acqua fresca, zeppa di luoghi comuni, situazioni stranote, rassicurante come la telenovela delle due del pomeriggio. Anche le vittime si adeguano: muoiono i diversi, i difficili; gli antipatici sono colpevoli, di modo da non irritare nessun lettore. Un moralismo piccino piccino pervade sia la storia principale che quelle di contorno, tutto si svolge nell'ambito della famiglia, gli unici rapporti di cui si parla sono tra genitori e figli, rapporti tremendi, distruttivi e vischiosi. Non manca neppure il conflitto tra suocera e nuora. Le donne non parliamone, tutte vittime, serve dei maschi, o lamentose sul genere "tu non sai che cosa significa essere donna e madre". Ma le donne svedesi non erano molto più libere di noi mediterranee, e da molto prima? Comunque il quadro che ne viene fuori è desolante.
La scrittura poi è piattissima, banale, e la traduzione non l'aiuta: in una stessa pagina ho trovato insieme espressioni come "girarsi i pollici", "rispondere per le rime", "andare a rotoli", "prendersela calma", "avere una bella cera". A distanza di poche righe, troviamo due volte "togliere qualche peluzzo dal copriletto" per sottolineare che il personaggio è una fanatica della pulizia, e via così. Infine, perché questo titolo quando lo scalpellino è un personaggio minorissimo e presto fuori gioco? Come chiamare, si parva licet, Donna Prassede i Promessi sposi o Caronte la Divina Commedia.
Camilla Lackberg, nata nel1974, vive a Stoccolma e ha venduto sette milioni di copie con i suoi libri. Lo scalpellino, selezionato dall'Accademia svedese del poliziesco come miglior giallo dell'anno, è il terzo episodio della serie di Erica Falck e Patrik Hedstrom. Traduzione di Laura Cangemi.
Mi scuso se manca la dieresi su alcune vocali di nomi svedesi, ma nella versione ridotta di Pages per iPad non so dove stanno i caratteri esotici.
P.S. Con tutto ciò, io Lo scalpellino l'ho letto fino in fondo.
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lunedì 13 agosto 2012
giovedì 7 giugno 2012
Paul Torday, Pesca al salmone nello Yemen
Chi
è causa del suo mal pianga se stesso. Quest’aurea regola l’ho ripetuta fino
alla nausea ai miei allievi nella mia vita precedente, quando facevo l’insegnante,
ma evidentemente non l’ho interiorizzata a sufficienza. Ho letto una recensione
su una rivista (tanto per non fare nomi, su D di Repubblica, dove ho già preso
notevoli bidoni nello stesso campo e per mano dello stesso giornalista) che mi
ha incuriosita, e al Salone del Libro, tanto per non sentirmi in colpa che non
compro più cartaceo, ho acquistato il libro in questione allo stand di Elliott,
se ricordo bene, con un paio di euro di sconto: rimangono però pur sempre 14
euri buttati nel cesso. Si chiama Pesca
al salmone nello Yemen, lo ha scritto Paul Torday, lo ha pubblicato
Elliott, lo ha tradotto (benissimo) Annamaria Raffo, ha 253 pagine e costa €
16,50. Adesso che lo conoscete, evitatelo.
È un libro totalmente inutile, e noiosissimo. La sua unica funzione potrebbe essere quella di spaventare i bambini facendogli vedere i guai prodotti dalle nuove tecnologie. Infatti usa l’astutissimo, e nuovissimo (sto facendo dell’ironia per tenere compagnia all’autore) espediente di metterci al corrente della trama attraverso un fitto scambio di email tra i personaggi. Più brani di diario, di un’autobiografia non pubblicata, interviste e interrogatori. Nooo! direte voi. Com’è avanti Paul Torday! Va be’.
La storia è questa: uno sceicco yemenita straricco e idealista (?) vuole importare dei salmoni dall’Inghilterra in Yemen, per fare diventare la pesca uno sport locale. Henriette, una bella signorina che lavora per lui, contatta Alfred che fa l’ittiologo all’Ente Nazionale per la Tutela e lo Sviluppo del Patrimonio Ittico. Lui, che ha problemi matrimoniali (ma questo non c’entra), non vorrebbe, ma il suo capo riceve pressioni politiche e lo costringe. Henriette sta per sposarsi con un militare che viene spedito improvvisamente in Iraq. Il portavoce del Primo Ministro concepisce l’astuto piano di sfruttare il progetto per migliorare l’immagine della Gran Bretagna in Medio Oriente. Il Primo Ministro si fa sedurre dall’idea. L’ittiologo fa un progetto, lo sceicco paga, la stampa commenta, Henriette trema per il fidanzato che non dà notizie, la moglie dell’ittiologo si trasferisce in Svizzera, in Yemen si lavora duro per realizzare il progetto che presenta difficoltà sovrumane. Progetto realizzato. Tutti nello Yemen, Primo Ministro compreso, per l’inaugurazione. E qui mi fermo perché se per caso qualcuno vuol farsi del male, non voglio rovinargli la sorpresa.
Ma mi piacerebbe dire due paroline a Torday per il suo finale che mi ha fatto ancora salire il nervoso: si sente molto spiritoso per avere creato aspettative che si spengono come micce bagnate? Il tutto raccontato con la vivacità di un salmone affumicato e condito di luoghi comuni così comuni da diventare esclusivi di chi, come scrittore, dovrebbe avere almeno un po’ di pudore. Ho sbadigliato dalla prima pagina all’ultima e mi sono costretta a arrivare alla fine come punizione per la mia stupidità a aver dato retta a D. No, in realtà c’è una pagina che mi ha fatto ridere in questo libro: la quarta di copertina, che strilla: […] lo strepitoso romanzo d’esordio di Paul Torday, il miglior narratore inglese d’oggi. Non nomino l’autore della citazione, né il giornale da cui è tratta, perché tanto l’avete già capito. Ma mi faccia il piacere!
È un libro totalmente inutile, e noiosissimo. La sua unica funzione potrebbe essere quella di spaventare i bambini facendogli vedere i guai prodotti dalle nuove tecnologie. Infatti usa l’astutissimo, e nuovissimo (sto facendo dell’ironia per tenere compagnia all’autore) espediente di metterci al corrente della trama attraverso un fitto scambio di email tra i personaggi. Più brani di diario, di un’autobiografia non pubblicata, interviste e interrogatori. Nooo! direte voi. Com’è avanti Paul Torday! Va be’.
La storia è questa: uno sceicco yemenita straricco e idealista (?) vuole importare dei salmoni dall’Inghilterra in Yemen, per fare diventare la pesca uno sport locale. Henriette, una bella signorina che lavora per lui, contatta Alfred che fa l’ittiologo all’Ente Nazionale per la Tutela e lo Sviluppo del Patrimonio Ittico. Lui, che ha problemi matrimoniali (ma questo non c’entra), non vorrebbe, ma il suo capo riceve pressioni politiche e lo costringe. Henriette sta per sposarsi con un militare che viene spedito improvvisamente in Iraq. Il portavoce del Primo Ministro concepisce l’astuto piano di sfruttare il progetto per migliorare l’immagine della Gran Bretagna in Medio Oriente. Il Primo Ministro si fa sedurre dall’idea. L’ittiologo fa un progetto, lo sceicco paga, la stampa commenta, Henriette trema per il fidanzato che non dà notizie, la moglie dell’ittiologo si trasferisce in Svizzera, in Yemen si lavora duro per realizzare il progetto che presenta difficoltà sovrumane. Progetto realizzato. Tutti nello Yemen, Primo Ministro compreso, per l’inaugurazione. E qui mi fermo perché se per caso qualcuno vuol farsi del male, non voglio rovinargli la sorpresa.
Ma mi piacerebbe dire due paroline a Torday per il suo finale che mi ha fatto ancora salire il nervoso: si sente molto spiritoso per avere creato aspettative che si spengono come micce bagnate? Il tutto raccontato con la vivacità di un salmone affumicato e condito di luoghi comuni così comuni da diventare esclusivi di chi, come scrittore, dovrebbe avere almeno un po’ di pudore. Ho sbadigliato dalla prima pagina all’ultima e mi sono costretta a arrivare alla fine come punizione per la mia stupidità a aver dato retta a D. No, in realtà c’è una pagina che mi ha fatto ridere in questo libro: la quarta di copertina, che strilla: […] lo strepitoso romanzo d’esordio di Paul Torday, il miglior narratore inglese d’oggi. Non nomino l’autore della citazione, né il giornale da cui è tratta, perché tanto l’avete già capito. Ma mi faccia il piacere!
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mercoledì 25 agosto 2010
Esmahan Aykol, Hotel Bosforo
Trebisonda 21/7/2010
Mi dispiace davvero per Sellerio che è un mio mito insuperato, ma questo Hotel Bosforo è uno dei
libri più brutti che abbia mai letto. E soprattutto più inutili. Una trama insulsa e del tutto pretestuosa, un giallo di cui non frega niente a nessuno, men che meno all'autrice che per tre quarti del libro pensa a altro e poi alla fine telefona la soluzione giusto per scaricarsi la coscienza. E il motivo che non rivelo è quello più sfruttato nella maggior parte dei libri degli ultimi dieci-quindici anni. Il resto è una serie di cliché dei più banali, scritti nella prosa di una ragazzina di prima media poco dotata ma convinta di essere spiritosa. Si direbbe tradotto dal tedesco perché la prima edizione è di una casa editrice tedesca, ma non è chiaro leggendo, in certi punti si direbbe tradotto dal turco. Sembra un repertorio di luoghi comuni sui turchi a uso dei tedeschi, e viceversa. Tipo: i turchi fumano come turchi. Ma va'? E' come se Aykol volesse gratificare gli uni e gli altri presentandoli a volte con gli occhi di un popolo, ora dell'altro. Il risultato è che come terzi ci si sente un po' esclusi.
Si svolge in una Istanbul tutta localini furbi e gran bevute, naturalmente lontanissima dal turismo ma non per questo meno stereotipata e finta. L'insopportabile protagonista, tedesco-turco-ebrea libraia specializzata in gialli, il che per qualche ragione che non ho afferrato la qualificherebbe a risolvere delitti, incontra una vecchia amica tedesca che resta invischiata in un assassinio. Primo, non si capisce perché la tedesca ha cercato la libraia di cui aveva perso le tracce da secoli. Due, la libraia fa un paio di telefonate da scocciatrice e questo è tutto lo sviluppo della trama. In compenso tutti se la vogliono scopare, e lei non sembrerebbe maldisposta, non disdegna poliziotti né delinquenti ma alla fine la vita la premia. L'unica idea che ha in testa è andare dall'estetista, avere le unghie in ordine e mettersi elegante. Ah no, dimenticavo, anche schiaffare la madre in un ospizio alle Baleari. L'autrice è talmente cretina che crede di dare pennellate di realtà nominando un paio di volte la "crisi di febbraio" (?).
Insomma, mi chiedo perché questo libro è stato tradotto: sperando di cavalcare l'onda dei gialli esotici? Ma questo non è né giallo né esotico, solo un'emerita cazzata che fa venire i nervi per il tempo sprecato a leggerlo. E per Sellerio, che sa fare di molto meglio.
Traduzione, non si sa da che cosa, di Emanuela Cervini.
Mi dispiace davvero per Sellerio che è un mio mito insuperato, ma questo Hotel Bosforo è uno dei
libri più brutti che abbia mai letto. E soprattutto più inutili. Una trama insulsa e del tutto pretestuosa, un giallo di cui non frega niente a nessuno, men che meno all'autrice che per tre quarti del libro pensa a altro e poi alla fine telefona la soluzione giusto per scaricarsi la coscienza. E il motivo che non rivelo è quello più sfruttato nella maggior parte dei libri degli ultimi dieci-quindici anni. Il resto è una serie di cliché dei più banali, scritti nella prosa di una ragazzina di prima media poco dotata ma convinta di essere spiritosa. Si direbbe tradotto dal tedesco perché la prima edizione è di una casa editrice tedesca, ma non è chiaro leggendo, in certi punti si direbbe tradotto dal turco. Sembra un repertorio di luoghi comuni sui turchi a uso dei tedeschi, e viceversa. Tipo: i turchi fumano come turchi. Ma va'? E' come se Aykol volesse gratificare gli uni e gli altri presentandoli a volte con gli occhi di un popolo, ora dell'altro. Il risultato è che come terzi ci si sente un po' esclusi.
Si svolge in una Istanbul tutta localini furbi e gran bevute, naturalmente lontanissima dal turismo ma non per questo meno stereotipata e finta. L'insopportabile protagonista, tedesco-turco-ebrea libraia specializzata in gialli, il che per qualche ragione che non ho afferrato la qualificherebbe a risolvere delitti, incontra una vecchia amica tedesca che resta invischiata in un assassinio. Primo, non si capisce perché la tedesca ha cercato la libraia di cui aveva perso le tracce da secoli. Due, la libraia fa un paio di telefonate da scocciatrice e questo è tutto lo sviluppo della trama. In compenso tutti se la vogliono scopare, e lei non sembrerebbe maldisposta, non disdegna poliziotti né delinquenti ma alla fine la vita la premia. L'unica idea che ha in testa è andare dall'estetista, avere le unghie in ordine e mettersi elegante. Ah no, dimenticavo, anche schiaffare la madre in un ospizio alle Baleari. L'autrice è talmente cretina che crede di dare pennellate di realtà nominando un paio di volte la "crisi di febbraio" (?).
Insomma, mi chiedo perché questo libro è stato tradotto: sperando di cavalcare l'onda dei gialli esotici? Ma questo non è né giallo né esotico, solo un'emerita cazzata che fa venire i nervi per il tempo sprecato a leggerlo. E per Sellerio, che sa fare di molto meglio.
Traduzione, non si sa da che cosa, di Emanuela Cervini.
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