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venerdì 26 agosto 2022

Franco Foschi, Black Comedy: un bel libro e un bel viaggio: che cosa c'è di meglio nella vita? Franco Foschi, Black Comedy

 È stato un gran brutto periodo per tutti e anch'io l'ho patito parecchio. Uno degli effetti più sgradevoli, dovuto sicuramente a ansia e depressione combinate, è che non riesco più a leggere da un bel po' e il mio amato blog è impolverato e trascurato come una vecchia soffitta. Ora, grazie al potere taumaturgico del viaggio e ai posti meravigliosi in cui mi trovo, le cose vanno un po' meglio. 

Naturalmente una gran parte del merito va ai libri che mi hanno risvegliata dal sonno analfabetico. Perciò sono molto riconoscente al mio amico Franco Foschi, autore del giallo sui generis "Black Comedy", che mi ha acchiappata, divertita e (per quel pochissimo di cui sono in grado) fatta pensare. Ho detto che si tratta di un giallo particolare perché non è un whodunnit, anzi, il presunto colpevole si autoaccusa dell'assassinio della moglie e il protagonista, l'avvocato Qualbuonvento, assistito dalla segretaria Clarissa detta Trudi e dal giornalista Bandoliera ha il suo bel da fare a cercare di discolparlo. Ovviamente non aggiungo altro ma la vicenda a modo suo è complessa, si sviluppa in dieci anni e tocca corde insolite, dando più spazio all'analisi profonda dei personaggi principali e agli aspetti morali che ai colpi di scena. Ma il fortunato lettore di questo bel romanzo, veloce e assolutamente privo di momenti di stanca, potrà godere di un bonus che, da solo, ne fa una fonte di piacere continuo: l'ironia, il ribaltamento di ogni affermazione troppo seria nel suo contrario, l'alleggerimento del dramma della morte nell'ineffabile ridicolaggine della vita. Insomma un libro che fa bene leggere. A me di certo ha fatto benissimo. 

Tra poco abbandonerò questi luoghi meravigliosi, riprenderò la strada di casa e tornerò in mezzo ai problemi e ai pensieri neri. Come sempre viaggiare mi ha fatto benissimo, e spero che almeno il piacere e la capacità di leggere non siano limitati alla vacanza. 


 

martedì 1 dicembre 2020

Un mistero sul lago e molte donne: Filippa D'Agata, Senza i tuoi occhi

 Un giallo struggente e accattivante, che accompagna il lettore dalla prima pagina all'ultima con grande capacità sia di scrittura che di costruzione. Quattro cadaveri di donna ripescati nel Lago Maggiore, una protagonista piena di sfaccettature, Olivia Castorina, chiamata dall'autrice alternativamente "il maresciallo" o "la ragazza", che ha tutte le caratteristiche adatte a dare vita a una serie, una gustosa ambientazione di paese, cupi misteri che risorgono dal passato e il tema molto attuale ne fanno una lettura che non si dimentica. 

L'indagine si dipana attraverso la collaborazione in cui sono molto importanti l'amicizia femminile e il confronto, e la tematica che sta alla base, i maltrattamenti verso i bambini, è abilmente evocata da brevi capitoli in prima persona che si alternano a quelli narrativi suscitando nel lettore ansia e profondo coinvolgimento. 

Inoltre Filippa D'Agata ha una voce personale e sicura che in certi punti sembra essere un po' insofferente del genere giallo (lo chiamo giallo e non thriller per scelta), o meglio, leggendo se ne riconoscono la complessità e le potenzialità adatte a qualsiasi tipo di narrazione. Io non sono un'appassionata di gialli ma Senza i tuoi occhi l'ho letto con molto piacere, curiosità, desiderio di andare avanti, dispiacere quando dovevo smettere e voglia di tornare alla lettura, il che per me è il massimo, cioè significa che un libro funziona e serve al suo scopo, farsi leggere.


giovedì 17 settembre 2020

Lettura consigliata: Raffaele Malavasi, Due omicidi diabolici

 


 Posso ripetere di questo secondo giallo di Raffaele Malavasi quello che ho detto del primo che ho letto, Tre cadaveri. Anche in Due omicidi diabolici l'ambientazione e i personaggi sono superaccattivanti, la storia è piuttosto inverosimile e la soluzione un po' tirata per i capelli, ma chi se ne frega? Anche io, che confesso non ricordavo molto del primo, sono rimasta volentierissimo in mezzo a personaggi che non sapevo chi fossero. Forse un po' meno accenni a vicende passate sarebbero stati opportuni, in certi punti ci si sente come quando si va a cena con un gruppo di persone affiatate tra di loro che nominano amici e vicende che ci fanno sentire un po' esclusi. Ma è un peccato veniale, e ci si lascia volentieri andare al piacere di rincorrere indizi, ipotizzare colpevoli, simpatizzare con uno o l'altro dei protagonisti. 

L'ambientazione è sempre Genova, con un insolito background legato a preti e chiese, citazioni bibliche e punizioni cruente, seminaristi timidi, un po' di sensitivi e percezioni extrasensoriali, ma l'ex poliziotto Red/Goffredo Spada, l’ispettore Manzi e la giornalista Orietta sono pronti a risolvere il mistero lasciando lo spiraglio necessario per far prevedere una terza puntata, il che è un pensiero gradevole. La vicenda è raccontata in capitoli brevi in cui si alterna il punto di vista dei protagonisti, rendendo la lettura veloce e sempre intrigante. C'è anche il piccolo mistero che mi aveva colpita in Tre cadaveri, lieve e divertente come la prima volta. 

Letto in vacanza, in un ambiente non molto propizio alla lettura, si è rivelato adattissimo alla situazione e mi ha rallegrato per qualche giorno, lasciandomi la voglia di leggere altro dell'autore. Consigliatissimo.

mercoledì 28 agosto 2019

Genova per lui: Tre cadaveri, di Raffaele Malavasi

Sinceramente non so come sia finito nel mio kindle il noir Tre cadaveri di Raffaele Malavasi. Un'offerta imperdibile probabilmente, perché non ho particolare interesse per gialli e noir e è molto strano che ne abbia comprato uno di un autore che non avevo mai sentito nominare. Comunque. Ero in viaggio, mi è tornato a fagiolo come lettura poco impegnativa tra un traghetto e un cambio di albergo. Be', una volta ogni tanto ci sta.


La storia è ambientata a Genova, e seguiamo i passi dell’ispettore capo Manzi, di Goffredo Spada, ex poliziotto dal passato doloroso e dal presente complesso, e della giornalista del Secolo XIX Orietta Costa su e giù per carrugi e strade collinari, in una topografia precisa come si usa appunto nei thriller. I delitti su cui i tre indagano sono raccapriccianti e soprattutto circondati da una messinscena complicatissima che li mette immediatamente al centro dell'attenzione cittadina e fa ipotizzare fin dal primo che l'autore sia un serial killer (io non me ne intendo, ma pare che sia la regola).

I morti come dice già il titolo sono tre, la storia è debitamente intricata e ha radici in un passato lontano e sorprendente, i personaggi sono simpatici e ben delineati. Di Spada, il più intrigante, si può immaginare che abbia un futuro nei prossimi libri di Malavasi. Ci sono dei buchi narrativi, di cui uno delle dimensioni della Fossa delle Marianne (non abbiate paura, non faccio spoiler, ma dico una sola parola: serpenti), di un personaggio importante si intuisce l'evoluzione circa a un terzo della vicenda, la verosimiglianza non passa da queste parti neppure per caso, ecc. Però io me lo sono sciroppato con gran piacere, senza mai irritarmi per le insensatezze, contenta di seguire i risvolti privati dei personaggi, i rapporti tra di loro e con i colleghi, le indagini sulle vittime, interessata e divertita. Per cui ne consiglio vivamente la lettura a chi ama il genere, tenendo presente che se ha un carattere preciso e l'abitudine a usare la logica anche quando legge, non potrà non notare le incongruenze, come ho detto.

Ma Tre cadaveri mi ha fatto capire perché così tanti lettori adorano i gialli, e leggono solo quello. Non un pensiero ha sfiorato il mio cervello in vacanza leggendolo. Mi sono svagata, mi sono riposata, ho passato del tempo con facilità, e questo è merito della scrittura agile, veloce, serena di Raffaele Malavasi, che anche descrivendo trucidissime scene del crimine riesce a non far rabbrividire, sa alternare commedia e tragedia, privato e pubblico, sentimenti e orrori. Insomma sa scrivere con leggerezza: e mi conferma nella mia profonda convinzione che l'argomento non conta se non per la scelta personale di chi legge, ma quello che contraddistingue un libro mediocre da uno che funziona è la scrittura. La scrittura è tutto. E c’è un vezzo stilistico grazioso che si ripete, e le prime volte può apparire una sciatteria, poi invece, una volta individuato, piace e diverte. Ma non vi dico che cos’è, così aggiungo un enigma lieve agli enigmi truculenti.

Purtroppo in rete ho trovato pochissime notizie su Raffaele Malavasi (Tre cadaveri è il suo esordio), ma tenetelo d'occhio e leggetelo. Io non garantisco che lo farò, ma mi sento di garantire che non vi pentirete.  

martedì 30 luglio 2019

Se patite troppo il caldo, provate con un giallo da brividi: Lesley Thomson, The playground murders

Lesley Thomson ė l’unica giallista che mi piace e non mi capacito che nessun editore italiano abbia ancora pensato a tradurla. Ora ho appena finito il suo ennesimo romanzo con Stella Darnell e Jack Harmon come protagonisti, The playground murders, 
giallo sufficientemente trucido, con l’immancabile intreccio tra passato e presente, un’ambientazione insolita, e soprattutto un velo di morbosità legato alla giovanissima età di alcuni personaggi. Ma, c’è un ma grosso come una casa. A parte la mancanza di credibilità appunto nei personaggi che vediamo prima bambini poi adulti, sono proprio i due protagonisti a non funzionare più. Perché i due (immancabili, inevitabili ) investigatori maschio e femmina devono per forza diventare una coppia a un certo punto? Quello che funzionava benissimo tra di loro come figure singole che procedevano affiancate, complementari nelle reciproche originalità, diventa quasi ridicolo e francamente stridente quando devono fare la coppietta calda e corredata di tutti gli accessori di rito, gelosia insicurezza ex ingombranti malintesi ecc. Per cui alla fine The playground murders mi è piaciuto molto meno degli altri romanzi di Lesley Tomson.

La vicenda si svolge tra Hammersmith, quartiere di Londra presente in tutti i romanzi che vedono come protagonisti Stella Darnell, figlia di un poliziotto e titolare di un’impresa di pulizie, e Jack Harmon, guidatore di metropolitana dotato di strane capacità di capire la psicologia dei colpevoli, e un ridente paesino dei Cotswolds. Il delitto su cui indagano è collegato a terribili episodi del passato (da cui il titolo) in cui la morte ha fatto capolino tra i bambini di un parco giochi. Lesley Thomson scrive benissimo e leggerla è sempre un piacere, è accattivante e lieve, non è che voglio diminuire e suoi meriti. Ma questa puntata della saga non mi ha proprio convinta. Leggetelo, ma tenete presente che i precedenti sono molto meglio.
(Anche per questo post vale l’avvertenza che è stato scritto in situazioni disagiate - lo migliorerò al mio ritorno a Torino e aggiungerò i link alle recensioni degli altri volumi della serie The detective’s daughter).

lunedì 11 giugno 2018

Un romanzo di corsa: Alessandro Dutto, sangue sul Tour

Una brevissima segnalazione di sangue sul Tour (la minuscola è voluta) di Alessandro Dutto (anche qui, a seguire la grafica del libro, ci vorrebbero le minuscole, ma va be'), veloce come il romanzo medesimo, un noir insolito e un po' sperimentale. L'autore è prima di tutto editore, insieme al fratello Fabrizio, della magnifica Araba Fenice di Boves, di cui molto ho letto e spesso ho parlato, e poi anche scrittore in proprio di testi legati alla tradizione piemontese e agli autori piemontesi, tutti reperibili sul sito dell'Araba Fenice.
La storia non è complicata ma sicuramente originale. Durante il Tour di France, nella salita sul Tourmalet dei Pirenei, un camper esplode provocando venticinque morti. Il Tour viene interrotto, la polizia annaspa tra le ipotesi più disparate, terrorismi vari, false piste e belle donne equivoche, il brigadiere Dupont combatte con l'ottusità dell'ispettore Gobain, i media impazzano, ma alla fine, come è giusto, tutto si chiarisce con soddisfazione anche del lettore (come me) del tutto ignaro di ciclismo, Tour e campioni relativi.
La sperimentazione consiste nel fatto che l'autore ha eliminato tutte le parti narrative, di raccordo, raccontando la vicenda solo attraverso dialoghi composti di brevi battute e monologhi, e in parte anche la punteggiatura e le maiuscole. Questo non rende le cose troppo difficili per il lettore e la vicenda è godibile fino alla fine.     
   

lunedì 11 dicembre 2017

Lo sapevate che anche gli islandesi picchiano le donne? Arnaldur Indriðason, La signora in verde

Mi perdonerà di sicuro Arnaldur Indriðason, scrittore islandese di successo, se uso il suo romanzo La signora in verde (anche questo un libro antico, del 2001, publicato in Italia nel 2006 da Guanda e da me acchiappato in qualche offerta speciale Kindle) per fare un paio di riflessioni antipatiche. Premetto che il romanzo non mi è dispiaciuto e mi astengo da giudizi perché non sono un'appassionata di gialli (li chiamo così anche se so che ormai o sono noir o sono thriller, la versione italofona non ha più corso) per cui non ho l'autorevolezza per farlo. 

Ciò che mi è venuto in mente è: ma è possibile che a nessuno siano venuti a noia i cliché senza i quali pare che nessun giallo possa esistere? Questa riflessione mi ha colpito particolarmente perché un classico che negli altri è spesso metaforico (lo scheletro sepolto) in questo romanzo invece è reale e dà, onestamente e senza pretestuosità, inizio alla vicenda. Ma la storia del passato sepolto che torna alla luce e determina il presente è talmente scontata e prevedibile che dovrebbe essere vietata per legge. Inoltre il più delle volte rende molto facile indovinare (o capire) la conclusione della vicenda (vedi Resa dei conti di Petros Markaris). L'altro aspetto che trovo veramente stucchevole al limite della nausea è la preponderanza dei fatti privati del detective, in questo caso Erlendur Sveinsson della polizia di Reykjavík, sfigato e pasticcione e infelice e pieno di casini famigliari a livelli preoccupanti. Perché un tizio che nella sua vita è riuscito solo a combinare pasticci dovrebbe essere capace di risolvere quelli altrui? E diciamocelo una volta buona, i Wallander e compagnia bella hanno veramente stufato. Molto meglio i razionali alla Montalbano, ma anche lì delle storie di Livia, Mimì e le sue donne, non se ne può più. 

Sfogata così la mia personale stufaggine, posso dire che questo La signora in verde è meglio di Sotto la città o almeno mi ha annoiato di meno. La vicenda si svolge su due piani temporali, uno nel passato di cui è protagonista una donna malmenata da un marito violento e uno nel presente, che segue le indagini di Erlendur. Leggetelo se vi piace l'argomento "violenza domestica" così alla moda (qui bisogna dire che l'autore è stato un precursore, ma direi che l'argomento è una sua fissa), se vi piace un'indagine tutta fatta di visite a vari testimoni non sempre facili da distinguere, e se riuscite a non indovinare l'assassino dalla prima volta che viene nominato. Io ho trovato molto meglio la parte ambientata nel presente, e un po' noiosa quella che segue nel passato le vicende della donna picchiata dal marito. E mi resta una domanda: ma non ci hanno sempre raccontato che sti nordici sono tanto civili? Allora non era proprio sempre vero?  
La bella traduzione è di Silvia Cosimini.

mercoledì 4 febbraio 2015

Come scrivere un grande romanzo, guadagnare un milione di dollari e farsi venire gli occhi azzurri: La verità sul caso Harry Quebert, di Joël Dicker

Questo bel giovanotto dagli occhi cerulei e il petto villoso si chiama Joël Dicker, è nato a Ginevra nel 1985 e ha scritto un romanzo di gran successo, La verità sul caso Harry Quebert, uscito in Svizzera nel 2012 e nel 2013 in Italia per Bompiani. Il romanzo, bestseller in Europa dove ha raggiunto i vertici delle classifiche (in Italia nei top 10 per diverse settimane), è stato tradotto in trentatre lingue e ha  fruttato all'autore i premi Goncourt des lycéens e Grand Prix du Roman de l'Académie française. Tutto questo per sottolineare che sono ben cosciente che sto parlando di un libro che è piaciuto moltissimo a critica (fatico a crederlo) e pubblico (e qui, ahimè, mi tappo la bocca per non dare giudizi). E' stato interpretato come un omaggio a La macchia umana di Philip Roth per l'amicizia tra due scrittori, la riabilitazione del proprio mentore e l'ambientazione in una provincia americana; ricorda inoltre la serie TV Twin Peaks di David Lynch per la scomparsa di una ragazzina e Lolita di Vladimir Nabokov per l'amore proibito con una minorenne. Io che non ho letto né La macchia umana Lolita e mi sono persa Twin Peaks, ci ho visto una serie senza fine (è di lunghezza sterminata) di cazzate spaziali condite da perle di saggezza come I libri sono come la vita, non finiscono mai del tutto, che mi pare notevolissima nel suo genere. Però, ho letto che anche se il primo libro di Joël Dicker, Les derniers jours de nos pères, ha venduto solo 3.500 copie, gliene hanno subito chiesto un altro, e quando ha  tirato fuori dal cassetto La verità sul caso Harry Quebert che gli sembrava troppo lungo, glielo hanno strappato di mano impedendogli di togliere un po' di pagine e pubblicato correggendo solo l’ortografia. Niente editing per un capolavoro (ma un autore che sbaglia l'ortografia già mi sembra un po' strano). D'altra parte il racconto racchiude al suo interno una piccola guida per aspiranti scrittori in trentun consigli inseriti all'inizio di ogni capitolo.

La storia è ambientata in piani temporali differenti che si alternano per fortuna in modo chiaro, con tanto di data all'inizio, e si svolge a Aurora nel New Hampshire, con qualche puntata a Concord, dintorni e New York. Nel 2008, il giovane scrittore di successo Marcus Goldman si reca a Aurora per scoprire chi ha ucciso Nola Kellergan, ragazza di quindici anni scomparsa nel 1975, il cui cadavere è stato scoperto nel giardino della villa di Harry Quebert, anziano scrittore di successo che è stato insegnante, pigmalione letterario e amico di Marcus, che viene accusato dell'assassinio. Gli altri personaggi sono abitanti della cittadina, padre e amici di Nola, poliziotti, tipi loschi e ragazze ingenue. Marcus viene a sapere che nel 1975 Harry, trentaquattrenne, ha avuto una relazione con Nola, un amore impossibile e totale. Con una serie di contorcimenti che si fanno frenetici verso la fine, la vicenda cambia continuamente prospettiva e ogni fatto si ribalta, con l'intenzione di spiazzare il lettore e costringerlo a rimanere incollato al romanzo fino all'ultima delle 784 pagine nell'edizione cartacea. In un'intervista l'autore ha affermato che con questo libro mirava a ottenere sui suoi lettori lo stesso effetto che ha avuto su di lui la serie TV "Homeland": Vedi una puntata, poi un’altra, poi cominci a fare delle stupidaggini tipo vederne quattro di fila di notte così il giorno dopo non riesci a lavorare... La mia ambizione era ottenere lo stesso risultato con un libro. Io confesso che verso la fine ero talmente stremata che chiunque avesse ucciso la povera Nola mi pareva un benefattore, e al momento dovessi dire il nome dell'assassino farei fatica a ricordarlo. Non dico una parola di più sulla trama, e passo alle osservazioni generali.

La prima è che in questo libro è impossibile mettere in atto la famosa "sospensione di incredulità" in quanto è impossibile credere anche a una sola parola che vi è scritta, sostanzialmente per due motivi: si vede che è costruito a tavolino dosando gli ingredienti dalla prima pagina all'ultima, e storia e personaggi sono talmente inverosimili che anche il più bendisposto dei lettori si scoraggia. Per il primo punto, ce la sbrighiamo in fretta notando che è ambientato negli Stati Uniti (gran mercato per i thriller!), ha al centro una delle fissazioni più pervasive della fiction americana cioè la pedofilia, è disseminato di tic e ingenui snobismi tipicamente USA: p.e. i protagonisti - compresa la quindicenne innamorata - si dilettano di opera lirica, abbondano la metaletteratura e consigli di scrittura che piacciono sempre, i personaggi vomitano quando devono dimostrare di essere scioccati, insomma sembra di essere in un serial statunitense. Per il secondo, non ho neanche voglia di stare a analizzare i personaggi. Basti dire che per dimostrare che quello tra Nola e Harry è un grande amore, i due si ripetono a vicenda in continuazione ti amo da morire, e la quindicenne ribadisce: non ho mai amato così tanto, e qui possiamo crederle senz'altro. Nola, poverina, è un personaggio talmente insensato che fa persino pena pensare al numero di capriole cui lo costringe l'autore, e ciononostante rimane assolutamente sfocato. Cura il suo amato come una mamma ansiosa, gli fa da mangiare, lo accudisce e rilegge quello che lui scrive ripetendo è bello! è meraviglioso! (e a giudicare dai brani riportati rimane qualche dubbio sulla sua capacità critica) mentre lui ha l'ispirazione (giuro).
 
Mi ha colpito (ma questa non vuol essere una critica, è solo un'osservazione) il modo in cui sono rappresentate le madri: la parodistica, grottesca madre ebrea di Marcus; l'intrigante, isterica, interferente, arrampicatrice, stupida, avida (con doppia capriola finale) madre di Jenny, e, in absentia, la perfidissima madre di Nola (con triplo salto mortale anche lei). Parodistica risulta anche la figura dell'editore di Marcus, Barnaski, con la sua mania dei ghost writers, i suoi anticipi milionari e le sue piratesche strategie di marketing, e qui salta fuori il discorso più irritante, o divertente, a seconda dei punti di vista. Divertente per involontario umorismo: perché il modo come è presentato lo scrittore, anzi gli scrittori, è a dir poco caricaturale. Sia Harry che Marcus a un certo punto della loro vita decidono di scrivere un grande romanzo. Proprio così. Vanno a passare qualche mese in New Hampshire con questo intento, e entrambi naturalmente ci riescono, almeno in apparenza. 

L'unico valore riconoscibile è quello economico: il numero di copie vendute, l'anticipo, il guadagno, e non parliamo di bruscolini ma di milioni di dollari (l'anticipo di Barnaski a Marcus). E il successo: ma davvero a New York fermano gli scrittori di un unico libro al Central Park per fargli i complimenti, o si siedono al loro tavolo da McDonald's per chiedergli notizie del prossimo libro, annunciato ma non ancora uscito? e i benzinai li riconoscono da una quarta di copertina? E gli abitanti di Aurora sono così scemi che, saputo che un'abitazione locale è stata affittata da uno scrittore, danno per scontato che sia un grande scrittore famosissimo e ne fanno una delle glorie locali? Insomma, siccome l'ironia non alberga in queste pagine, alla fine tutto pare un'enorme parodia.        
Per non parlare delle incongruenze, o ingenuità, se vogliamo essere buoni. Qualche piccolo esempio. Massima cura di Harry e Nola è non far scoprire la loro relazione che sarebbe uno scandalo per la minore età di lei, ma passano una settimana in albergo a Martha Vineyard: lì nessuno gli chiede i documenti né si insospettisce? E quando Nola è in clinica, Harry può entrare indisturbato a spiarla e lasciarle bigliettini sul cuscino. O l'amicizia ferrea e il debito di riconoscenza che lega Marcus a Harry, così forte che quando finalmente agguanta il successo con il primo libro (di cui non ci è dato sapere neppure di che cosa parla) si dimentica di chiamare il suo mentore per più di un anno. O la collanina perduta che salta fuori all'ultimo momento in puro stile CSI, l'indiziato di rapimento e stupro che scopriamo essere gay proprio al minuto dell'incriminazione... ma non voglio infierire, perché l'autore implicito che ne viene fuori, cioè Joël Dicker medesimo, alla fine risulta simpatico, uno che si impegna allo stremo per scrivere il best seller seguendo tutti i trucchi e i tic che ha studiato diligentemente (e ci è riuscito infatti!), ma non ha pelo sullo stomaco, è trasparente. 

Poi, e non ditemi che sono fissata: nemmeno una parola sul sesso, che pure si può immaginare sia un notevole incentivo per Harry, e un terreno da esplorare per Nola; insomma un elemento, molto importante in qualsiasi storia, a maggior ragione fondamentale in questa vicenda in cui un trentaquattrenne si innamora ricambiato di una quindicenne, in modo esaltato e totale. A parte un episodio del tutto ridicolo in cui alla povera Nola si attribuisce una grottesca machiavellica seduttiva da Mata Hari (ma forse anche questa è la voluta soddisfazione di un american dream) e che non coinvolge Harry, la nostra coppietta del ti amo da morire è pura siccome un angelo. Perché, poi? Forse negli USA il sesso non vende bene? Non direi, per quel che ne so. Oppure a Ginevra si usa così... paese che vai, usanze che trovi. Io comunque ho aspettato fino a pagina 784 una rivelazione, un colpo di scena che mi spiegasse l'omissione, ma La verità sul caso Harry Quebert si conclude senza nemmeno una copula, mannaggia. 

La bella traduzione è di Vincenzo Vega.

Avrei ancora da dire moltissime cose (ho preso una marea di appunti mentre leggevo) ma mi accorgo che ho scritto veramente troppo su questo libro. In una cosa sono d'accordo però con l'autore: si può sempre scoprire qualcosa di nuovo ripensando al passato. Scoprire verità dopo trenta, cinquant'anni, che rivoluzionano il punto di vista, cambiano tutto, la storia come le storie. E quasi mai in senso positivo.            
 

domenica 11 maggio 2014

Torinoir, un esperimento innovativo da tenere d'occhio

Gli scrittori sono individualisti, scrivere è un'attività terribilmente solitaria. Sartre e de Beauvoir scrivevano ai tavolini del Deux Magots, ma non tutti hanno sottomano un bistrot parigino e la maggior parte degli autori se ne sta a casa davanti allo schermo del suo computer senza scambiare granché con i colleghi. Invece, a Torino che è sempre all'avanguardia, il 17 aprile 2014 nasce Torinoir, un gruppo di scrittori torinesi che si unisce per tentare un inedito esperimento culturale e narrativo: raccontare i cambiamenti della propria città attraverso il romanzo giallo-noir (dalla presentazione del Manifesto di Torinoir). Sono Rocco Ballacchino, Giorgio Ballario, Fabio Beccaccini, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Patrizia Durante, Claudio Giacchino, Fabio Girelli, Andrea Monticone, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Massimo Tallone. Ecco il loro Manifesto:
I - Non scriviamo solo storie di intrighi o delitti, ma di uomini e donne, di vivi e di morti, di società passata, presente e futura.
II - Siamo per la contaminazione tra le differenti forme espressive, senza alcuna preclusione né snobismo.
III - Viviamo nel mondo e nella rete, non demonizziamo la contemporaneità digitale né la idolatriamo: la usiamo.
IV - Ci uniamo per incontrarci, confrontarci e scontrarci con chiunque. Meglio ancora condividendo un buon bicchiere di vino o di birra. Ci uniamo perché insieme siamo unici.
V - In tutti i modi, leciti e non, vogliamo far crescere il PIL: Principio di Interesse Librario.
VI - Invaderemo con le nostre parole librerie, biblioteche, centri culturali, computer, osterie e sagre di paese.
VII - Il lavoro creativo non deve sfuggire al principio “dell’idraulico”: prestazione = compenso. Quindi MORTE ALL’EDITORIA A PAGAMENTO (AUTOFINANZIATA).
VIII - Scriviamo da torinesi, di Torino e dei torinesi, soprattutto della Torino di oggi, lontana dai soliti consumati stereotipi letterari. A volte ci piace andare oltre confine.
IX - Il mondo è cambiato, la nostra città pure. Se non ve ne siete accorti, Fruttero & Lucentini sono morti.
Sul loro sito ci sono racconti inediti, informazioni, classifiche e ci si può iscrivere alla mailing list. Naturalmente, sono anche su Facebook e Twitter.
L'iniziativa è stata presentata stamattina al Salone del Libro di Torino.

sabato 3 agosto 2013

Un antidoto infallibile al caldo e alla noia: Massimo Tallone, Il diavolo ai giardini Cavour



Per rinfrescarsi l’anima e il cervello, niente di meglio di un bel giallo–noir–thriller–mistery di Massimo Tallone, penna esperta che non disdegna il meritorio compito di far ridere il lettore. Di solito questo incarico è affidato a un personaggio in particolare – ovviamente al maleodorante, malparlante, alcolico e pigerrimo Cardo nei romanzi che lo vedono protagonista, o alla voce di Annetta, io narrante sui generis di Il fantasma di piazza Statuto. In questo Il diavolo ai giardini Cavour non c’è un personaggio che sia di per sé comico, per cui le risate nascono dalle scene più smaccatamente paradossali, che si tratti di sesso come di messe nere o omicidi. Non mi provo a dar conto della vicenda, prima di tutto perché non voglio guastare il piacere ai lettori, poi perché è talmente complessa che ci vorrebbero due pagine solo per riassumerla. 

L’azione è tanta, frenetica, appassionante eppure curiosamente dilatata da una scrittura molto più analitica, attenta a descrivere i gesti e la mimica dei personaggi, pronta a svicolare e perdersi in riflessioni e confessioni di quanto ci avesse abituato Massimo Tallone, ma sapientemente calibrata sull’io narrante, Vienna. Tanto pulito e ammodo quanto il Cardo è lercio e sfrontato, ricco, colto e nullafacente, Vienna soffre di una malattia invalidante: ha le ossa di vetro, basta il minimo urto a sbriciolargliele, per cui è costretto a mantenere distanze di sicurezza da oggetti e esseri umani. Lo incontriamo nell’agenzia immobiliare del Gufo, che è il suo esatto contrario: interessato solo al guadagno, gran seduttore, cinico e figlio di mammà. Vienna dà una mano a titolo gratuito, tanto per passare il tempo e stare in compagnia di Anna, impiegata dalle dita bellissime e di gran carattere. Nello sviluppo della vicenda Anna e Vienna verranno a costituire una coppia che è il paradossale opposto di quello che ci si aspetterebbe – lei cerca di sedurlo e lui sfugge, lui sviene e lei lo aiuta, lui è ingenuo e pudibondo, lei scafata e attiva. Siamo a Torino, in piazza Cavour, cioè giardini che più sabaudi e amichevoli non si può, dove cani e bambini sono padroni, i magnifici ginkgo, i platani smisurati, il faggio regale danno serenità, chi mai potrebbe immaginare che il diavolo è tra noi? Ma appunto, siamo a Torino, città magica e satanica. 

Arriva un nuovo cliente con una richiesta molto particolare: un appartamento, o casa, o quel che sia purché ci sia avvenuto un fatto di sangue, preferibilmente multiplo. Il Gufo, che ha annusato il profumo di molti soldi, si dà subito da fare e scova una tipografia all’interno dell’ex manicomio di Collegno dove un regolamento tra bande ha fatto addirittura sei vittime… e di qui, come una valanga, i fatti strani e delittuosi si susseguono, toccando tutti i luoghi canonici di Torino e dintorni: le ville sulle colline circostanti, i sotterranei sotto al Castello del Valentino, i loft negli edifici industriali dismessi, le boutique del centro e le fabbriche ancora in attività. Insomma un repertorio di torinesità da scrittore innamorato della sua città, tanto da farne uno dei personaggi principali e forse il più fascinoso. Le piste sono più di una, e se da una parte Massimo Tallone ci fa penetrare nel più spesso di satanismo, complotti, oscure società segrete, misteri che si perdono nel passato, dall’altra ci porta nei grovigli della mente umana, dei sentimenti marciti che generano mostri, delle vendette mai abbastanza fredde. E si permette pure di fare uno sberleffo alla giustizia degli uomini, e lasciarci con un beffardo dubbio sulla soglia di casa del Diavolo.                   

mercoledì 13 febbraio 2013

Quant'è bello dormire su un pallet a Stupinigi: Massimo Tallone, Il Cardo e la cura del sole



Dice MassimoTallone: Il giallo può anche fare il lavoro sporco, la cosiddetta sperimentazione, la pericolosa esplorazione stilistica. In certi casi fa avanguardia, avremmo detto in passato, e lo fa senza tirarsela, senza spocchia, parlando d’altro e assumendo, secondo i casi e secondo le intenzioni dell’autore, un carattere ora sociologico, ora psicologico o umoristico, ora comico, tecnico, politico. E in effetti i suoi gialli sono davvero fuori dalle regole, a cominciare dall’eroe eponimo, pur avendone la struttura e la capacità di dare soddisfazione al lettore raccontando una vicenda intricata e compiendo quello che ho sempre considerato il primo, se non l’unico, dovere di un giallo che si rispetti: riportare l’ordine nel caos. Come avviene puntualmente in Il Cardo e la cura del sole - La mummia della baia, Fratelli Frilli 2012.  

La più recente avventura del Cardo, la creatura (chiamarlo detective sembra proprio difficile) inventata da Massimo Tallone con l’amore e la cura di un miniaturista, aggiungendo particolari disgustosi e schifezze madornali fino a farne un titanico eroe della più bieca cialtronaggine, parte leggera, conducendoci sulle spiagge della Liguria. Il Cardo si è beccato una malattia che lo rende repellente per la sua puttana di riferimento, Angela, e questo non è davvero sopportabile: gli amici della bocciofila di Stupinigi, dove vive dormendo su un pallet in una cascina abbandonata, con una generosa colletta tirano su i soldi necessari per mandarlo al mare, a fare appunto la cura del sole. Ma tremila euro in tasca sono una grande tentazione, e il Cardo pensa a quanti pintoni di barbera potrebbe comprare risparmiando sull’albergo... il che lo porta a un’azione avventata e all’incontro con una mummia da cui prende le mosse il plot. Sul quale non sgancio neanche una parola in più, se non per dire che a poco a poco assume le tinte di una tragedia greca, che però avendo come protagonista il Cardo fa ridere senza riserve. C’è molto mare in questa avventura, e il Cardo si trova più di una volta in angolini elevati con o senza vista, volente o costretto. C’è sempre Ribò che arriva a salvarlo nei momenti più difficili, come la cavalleria nei western, o Superman con Lois Lane. Chi risolve il mistero ovviamente è il Cardo, e alla fine scopriamo che sotto il suo aspetto di cassonetto dell’immondizia troppo pieno batte un cuore capace di empatia e di compassione. 

Molto spazio è dedicato alla descrizione dell’ambiente in cui vive il Cardo, gli avventori della bocciofila, le puttane, i papponi, i tipi che ci girano intorno, perché de Cardo fabula narratur, e la costruzione del personaggio e del suo entourage ha forse più importanza del plot stesso. Il Cardo, giunto qui alla sua sesta avventura, è in effetti un’invenzione geniale. Sornione, inverosimile, parla come un libro stampato, esprime sentimenti sfumati e complessi continuando a ripetere che lui non sa, non conosce niente, dice solo quello che ha sentito da Ribò. È una strizzata d’occhio continua tra autore, protagonista e lettore, tutti impegnati a far finta di crederci, e in questo sta il fascino del personaggio, come un Clark Kent che sotto il doppiopetto grigio lascia continuamente trasparire il costume da Superman, senza mai smettere di accumulare paradossali ed esilaranti manifesti della schifezza: L’ho sempre detto che bisogna andarci piano con l’igiene. Cominci per scherzo, lavandoti la faccia, poi magari arrivi addirittura a farti il bagno, e in un attimo arrivi a fare una carneficina.     


venerdì 27 agosto 2010

Mehmet Murat Somer, Scandaloso omicidio a Istanbul

Ho visto oggi sul Venerdì di Repubblica che è uscito da Bompiani un altro libro di questo autore di cui per caso ho finito di leggere Scandaloso omicidio a Istanbul (Sellerio 2009) proprio ieri. Non pensavo di parlarne ma l'occasione me ne ha fatto venire voglia. Premetto che avendo fatto un lungo viaggio in Turchia ho letto parecchi libri di autori turchi, tra cui - ahimé - uno del mio amatissimo Pamuk, Il libro nero, che mi ha stravolta di noia malgrado ci siano cose bellissime (se trovo il coraggio ne parlo) e bloccata per un bel po' perché andavo avanti a mezza pagina per volta; e La figlia di Istanbul di Halide Edip Hadivar, un superclassico del 1935 appena tradotto da Elliott che mi ha riconciliata con il mondo, e poi il giallo di Somer come coda al ritorno. A differenza dell'inqualificabile Hotel Bosforo, si tratta di un giallo divertente e notevolmente sofisticato in cui Istanbul è una presenza reale, fuori dai cliché turistico-folkloristici ma convincente. Il/la protagonista, personaggio che potrebbe essere molto rischioso, risulta invece simpatico e plausibile: non ha nome, parla di sé al femminile ma di giorno lavora come informatico abilissimo e un po' hacker (caratteristica ormai inevitabile per ogni personaggio poliziesco, Sherlock Holmes ai giorni nostri invece che chimico eccellente sarebbe hacker) in panni maschili, la sera si veste da donna, preferibilmente seguendo il modello Audrey Hepburn, e si reca al night-club di cui è comproprietaria, dove non disdegna di fare la sua parte di marchette. Spasima per ogni maschio ben messo e attraente, il suo idolo è John Pruitt: ho controllato, un modello palestrato e lucido. Si offende se la chiamano finocchio ma pretende rispetto e attenzioni come donna, e nel caso è in grado di mettere ko i più muscolosi usando arti marziali e semplici botte. E' coraggiosa, vagamente ironica, paziente con le altre "ragazze" che le contano i loro guai e la tirano in mezzo, forse un filino "diversa" ma senza snobberie, e coinvolta fino in fondo. Quando una delle ragazze, che le ha chiesto aiuto, viene uccisa, parte in quarta alla ricerca della verità in modo forse imprudente e avventato ma certo non timido. La soluzione del delitto, in cui compaiono mafia dei ricatti e un politico iperconservatore, è complessa e io forse non ho capito proprio fino in fondo ma in realtà è così che deve andare. La realtà è complessa, il mondo pieno di doppi fondi e inganni, non si può pretendere che giustizia sia sempre fatta. Tutta la vicenda si svolge poi tra interni piccolo borghesi (descritti in modo molto divertente e acuto), night club, molti taxi, la città notturna e il confortevole appartamento della protagonista, in modo del tutto naturale. E i personaggi di contorno sono tratteggiati alla svelta ma a fondo, il mondo dei travestiti è nitido e privo di qualsiasi sfumatura di giudizio, e privi di pregiudizi appaiono anche gli abitanti di Istanbul, la cui parte maschile gradisce molto schiettamente la compagnia delle "ragazze". Insomma sono contenta che sia stata tradotta un'altra avventura della serie, e la leggerò.

mercoledì 25 agosto 2010

Esmahan Aykol, Hotel Bosforo

Trebisonda 21/7/2010
Mi dispiace davvero per Sellerio che è un mio mito insuperato, ma questo Hotel Bosforo è uno dei
libri più brutti che abbia mai letto. E soprattutto più inutili. Una trama insulsa e del tutto pretestuosa, un giallo di cui non frega niente a nessuno, men che meno all'autrice che per tre quarti del libro pensa a altro e poi alla fine telefona la soluzione giusto per scaricarsi la coscienza. E il motivo che non rivelo è quello più sfruttato nella maggior parte dei libri degli ultimi dieci-quindici anni. Il resto è una serie di cliché dei più banali, scritti nella prosa di una ragazzina di prima media poco dotata ma convinta di essere spiritosa. Si direbbe tradotto dal tedesco perché la prima edizione è di una casa editrice tedesca, ma non è chiaro leggendo, in certi punti si direbbe tradotto dal turco. Sembra un repertorio di luoghi comuni sui turchi a uso dei tedeschi, e viceversa. Tipo: i turchi fumano come turchi. Ma va'? E' come se Aykol volesse gratificare gli uni e gli altri presentandoli a volte con gli occhi di un popolo, ora dell'altro. Il risultato è che come terzi ci si sente un po' esclusi.

Si svolge in una Istanbul tutta localini furbi e gran bevute, naturalmente lontanissima dal turismo ma non per questo meno stereotipata e finta. L'insopportabile protagonista, tedesco-turco-ebrea libraia specializzata in gialli, il che per qualche ragione che non ho afferrato la qualificherebbe a risolvere delitti, incontra una vecchia amica tedesca che resta invischiata in un assassinio. Primo, non si capisce perché la tedesca ha cercato la libraia di cui aveva perso le tracce da secoli. Due, la libraia fa un paio di telefonate da scocciatrice e questo è tutto lo sviluppo della trama. In compenso tutti se la vogliono scopare, e lei non sembrerebbe maldisposta, non disdegna poliziotti né delinquenti ma alla fine la vita la premia. L'unica idea che ha in testa è andare dall'estetista, avere le unghie in ordine e mettersi elegante. Ah no, dimenticavo, anche schiaffare la madre in un ospizio alle Baleari. L'autrice è talmente cretina che crede di dare pennellate di realtà nominando un paio di volte la "crisi di febbraio" (?).

Insomma, mi chiedo perché questo libro è stato tradotto: sperando di cavalcare l'onda dei gialli esotici? Ma questo non è né giallo né esotico, solo un'emerita cazzata che fa venire i nervi per il tempo sprecato a leggerlo. E per Sellerio, che sa fare di molto meglio.
Traduzione, non si sa da che cosa, di Emanuela Cervini.

martedì 4 novembre 2008

Sarah Sajetti, Volevo solo un biglietto del tram

Giovedì 6 novembre alle ore 21,30, all'Extreme di via San Massimo 31, presentazione del giallo Volevo solo un biglietto del tram di Sarah Sajetti, edizioni Robin, ambientato, nell'ambito della collana I luoghi del delitto, nella Milano lesbica, che si è piazzato al 2° posto del I Premio Belgioioso Giallo. Sarà presente l'autrice che converserà con la sottoscritta. Sarah Sajetti, milanese, è stata direttrice del mensile di cultura gay e lesbica Babilonia, attualmente è caporedattrice del periodico Reallife e collabora con diverse testate. Il romanzo è un giallo frizzante e vivamente raccomandabile, reso particolarmente interessante dall'ambientazione e dalla competenza con cui Sarah Sajetti padroneggia la trama, un classico whodunnit con dei risvolti sorprendenti e rovesciamenti dei cliché di genere. Il linguaggio è vivace e inventivo, spesso divertente.
La trama: Chiara, giovane lesbica che si inventa la vita tutti i giorni ma ha anche specifiche professionalità creative, decide con l'amica Simona di girare un film sulla propria vita e le proprie catastrofi sentimentali. Proprio alla vigilia del primo ciak la protagonista, Silvia, viene trovata cadavere. A indagare sulla vicenda arriva l'affascinante commissaria Alessandra Pastore, che con l'aiuto di Chiara inizia a esplorare gli ambienti in cui si muovevano la vittima e le altre donne implicate. Il risultato è un appassionante viaggio nei sentimenti, i riti, gli svaghi, gli intrecci e le tensioni che covano nella vita lesbica milanese.
Un assaggio: Averne di idee! Ho il cervello impacchettato, non riesco a pensare assolutamente a niente e nella mia testa ci sono solo dei nomi che rimbalzano da una parte all'altra immersi nella più completa oscurità, come quando butti giù l'ultimo mattoncino dell'ultima schermata di The wall.