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mercoledì 14 maggio 2014

Una donna importante, un libro importante: qualche parola du Audre Lorde, Sorella Outsider

Ho un grosso debito di riconoscenza con Margherita Giacobino perché se non fosse per la sua appassionata dedizione, e la sua gentilezza nel coinvolgermi in una presentazione, molto probabilmente non mi sarei accostata a un'autrice importante come Audre Lorde (New York 1934 - St. Croix 1992). Di solito leggo prevalentemente narrativa, quasi mai opere teoriche o militanti, perché non so seguire le idee astratte. Inoltre non sono una lettrice abituale di poesia, perché neanche quella la capisco sempre. Quindi grazie a Margherita che mi ha fatto conoscere un'autrice che mi ha dato moltissimo facendomi affrontare difficoltà che mi hanno fatto pensare, aprendomi tematiche su cui non avevo mai riflettuto, ricordandomi atmosfere, speranze, lotte e modalità di condivisione che mi sembrano ormai lontane e che rimpiango. Sorella Outsider è stato ottimamente curato e tradotto da Margherita Giacobino e Marta Gianello Guido. L'ottimo, e davvero rara avis nell'editoria italiana, paratesto comprende le introduzioni delle due curatrici, una biografia dell'autrice e e una serie di note che soddisfano qualsiasi curiosità del lettore, malgrado l'abbondanza di riferimenti che richiedono chiarimenti.
La mia prima impressione accostandomi a questa raccolta che comprende tutti i testi in prosa di Audre Lorde (ad esclusione della sua mitobiografia Zami. A new spelling of my name) è che l'argomento principale è Audre Lorde. Quello che risalta con più evidenza è la sua personalità. AL dice sempre "io", ma questo io non è mai fine a se stesso, è sempre messo in relazione con le altre donne. Per prima cosa, in ogni testo, si autodefinisce: sono una poeta lesbica Nera femminista. E madre. E combattente. Ma parla di sé in prospettiva a tutte le donne Nere lesbiche: è il contrario dell'egocentrismo. Sa di essere un modello, come persona ancora prima che come poeta, anche se insegnò letteratura e dal suo essere insegnante trasse piacere e orgoglio. E per ogni cosa che impara, per ogni verità che scopre la sua cura è di condividerla con le altre donne, le sorelle, che sono il background su cui si muove la sua possente figura e insieme l'aria che le dà la vita. Poeta e scrittrice ma anche militante, conferenziera, insegnante, punto di riferimento e icona del femminismo lesbico Nero, AL fu soprattutto una guerriera nelle parole e nella testimonianza della sua vita. E una delle sue battaglie più dure è quella contro il cancro, di cui parla con coraggiosa sincerità nei due scritti Diari del cancro (1980) e Un'esplosione di luce (1988). Sono due saggi molto diversi. Nel primo, militante, arrabbiato, combattente, AL fa della malattia una guerra sia personale che comunitaria. La rende epica: E' stato molto importante, per me, dopo la mastectomia, sviluppare e incoraggiare il mio senso interiore di potere. Avevo bisogno di chiamare a raccolta le energie in modo da immaginare me stessa come una combattente che resiste anziché come una vittima passiva che soffre. Rifiuta, in particolare, la colpevolizzazione della malata come qualcuna che, in pratica, se l'è voluta perché non era felice: L'idea che la paziente con il cancro possa essere colpevolizzata per aver avuto il cancro, come se fosse tutta colpa sua perché non si è trovata in ogni momento nello stato d'animo giusto per prevenire il cancro, è una distorsione mostruosa dell'idea che noi possiamo usare la nostra forza psichica per aiutare la guarigione. Qui compare uno dei termini che AL ama di più, potere: non nel senso di quello che si esercita sugli altri, ma di ciò che determina il fatto che possiamo. Ho cominciato a riconoscere una forma di potere dentro di me: il sapere che, pur essendo molto desiderabile non avere paura, imparare a ridimensionare la paura mi dava grande forza. Nel secondo saggio, Un'esplosione di luce, la forza è intatta e la capacità di reagire anche, ma qua e là il linguaggio si fa più morbido e forse si intuisce, sotto le parole sempre piene di coraggio e determinazione, una vena di rassegnazione, forse persino di paura. Molto importante è il tema del rifiuto della ricostruzione dopo la mastectomia, che le viene prospettata come un dovere verso se stessa ma soprattutto verso gli altri. Lei la rifuta smascherandone la natura esclusivamente cosmetica: mi rifiuto di nascondere o banalizzare le mie cicatrici dietro un cuscinetto di lana o del gel al silicone. [...] Mi rifiuto di nascondere il mio copro solo per mettere a suo agio un mondo che soffre di fobia verso le donne. Bisogna amare il proprio corpo, si è belle con un seno solo. Chissà che cosa direbbe AL di fronte alla follia, non riesco a definirla altrimenti, che oggi spinge le donne a modificare il proprio corpo (e in particolare qualla parte del corpo che ci definisce, cioè il volto) come se non lo riconoscessero proprio, come se lo disprezzassero o lo odiassero. Come se non potessero accettarsi se non come copia, per lo più deformata e caricaturale, di un modello imposto. Proprio quello che AL si rifiuta di fare. Sempre presenti le amiche e le donne che l'anno aiutata, citate una a una per nome. Prima fra tutte la compagna Frances Clayton con cui divise quasi vent'anni anni di vita e allevò i due figli, Jonathan e Elizabeth, nati dal matrimonio con Edwin Rollins che durò dal 1962 al 1970.
Altri temi sono l'odio, la rabbia verso le divisioni interne del femminismo Nero, la difficoltà di rapporto con le altre Nere che derivano dall'immagine negativa di sé: nelle altre si vede se stessa, cioé quello che non piace di se stessa. Quindi anche questa difficoltà è un prodotto del razzismo. A questo proposito ricorda un episodio della sua infanzia, in cui sulla metropolitana di Harlem, sedendo accanto a una donna bianca, comprese per la prima volta con chiarezza la realtà della discriminazione razziale. Molti sono i temi toccati nei testi che compongono Sorella Outsider, tutti importanti, e richiederebbero uno spazio che qui manca. Molti gli accenni a episodi storici o di cronaca che la fatto parlare con appassionata indignazione di apartheid e di strage di Neri negli USA; l'apartheid in Sudafrica; il significato dell'esperienza di Martin Luther King (bellissimo il brano Imparare dagli anni '60, Intervento al Malcom X Weekend, Harward University, 1982); l'erotico come risorsa profondamente femminile e spirituale, il sessismo, le cure alternative e olistiche, le sue esperienze di madre, resoconti da Grenada, dalla Russia e dall'Usbekistan con bellissime descrizioni, e molti altri di vi invito a leggere nel testo. Il pezzo che ho trovato in assoluto più bello, coinvolgente, sincero e umano è quello sulla clinica steineriana in cui trascorse alcuni mesi (Un'esplosione di luce). Qui si vede in filigrana una AL meno cattedratica, meno sicura, meno predicatoria, più umana, che si concede il tempo di osservare le persone che la circondano.
Importantissima è la rete di amiche internazionale dei amicizie e rapporti con associazioni di donne, che la portò a viaggiare tantissimo in Germania, in Sudafrica, nei Caraibi, in Australia. Tra le sue moltissime realizzazioni anche quella di essere cofondatrice della prima casa editrice per donne di colore, la Kitchen Table: Women of Color Press. Negli ultimi anni della sua vita  si trasferì sull'isola di St. Croix, nell'arcipelago delle Isole Vergini, in compagnia della scrittrice Gloria Joseph.
Il linguaggio di AL è preciso, limpido, essenziale ma molto accogliente e la sua forza non deriva da trucchi retorici (che pure, in quanto poeta, doveva conoscere benissimo) ma dalla sincerità, dall'acutezza e dall'irruenza passionale sempre sostenuta da un'intelligenza tanto potente quanto sicura. le sue parole chiave sono Energia. Rabbia. Differene. Condivisione: Comunità. Rivoluzione. E' sempre rivolta alle altre: se capisce delle cose, se agisce, questo le dà il potere che può servire anche alle altre Nere. Non è mai sentimentale, morbida, anche se usa parole calde come come madre, sorella, amore, erotico, cura. E' spesso severa, granitica, scultorea, come è necessario per esprimere idee.   
Due citazioni che mi piacciono: Ora per me è molto più importante colmare la psiche di tutte le persone che amo e che mi amamno con un senso di scandalosa bellezza e forte determinazione. 
Lavoro, amo, riposo, vedo e imparo. E scrivo.
Sorella Outsider io, sfrenata lettrice di storie, storie e ancora storie, lo consiglio perché fa benissimo ogni tanto leggere qualcosa di molto intelligente e stimolante che non si dimentica facilmente anche se non è narrativa. Magari richiede un po' di fatica in più, ma ripaga ampiamente dello sforzo. (E scusate per i quattro -ente in due righe, ma sono troppo stanca per correggerli. Si accettano suggerimenti). 

mercoledì 1 settembre 2010

A proposito delle "hostess" di Gheddafi

In tutte le polemiche sulla visita di Gheddafi e la sua presunta istigazione all'islamizzazione dell'Europa (dico presunta solo perché non ho avuto la pazienza di leggere gli articoli fino in fondo, per cui non sono a conoscenza dell'esatto peso del suo discorso - ma non ho difficoltà a immaginarlo) la cosa che mi ha colpita e veramente infastidita è il giudizio sprezzante sulle hostess, come vengono definite con malizia, cioé sul pubblico femminile pagato che ha assistito alle sue esternazioni. Su Facebook ho letto discussioni in cui venivano definite prostitute, ho sentito Franceschini che strappava un facile applauso dicendo che la loro presenza, cioé in soldoni la loro esistenza, offendeva le donne italiane. Anche meno, direbbe la Littizzetto. Io non sono per niente offesa. Mi spiegate in che cosa la loro giornata lavorativa, retribuita con 70 € si suppone importanti per una ragazza che fa lavori precari, va contro l'etica e la morale e la decenza? In che cosa lede la mia dignità di donna? A parte il fatto che io penso che anche le prostitute possono veramente fare quello che vogliono con il loro corpo che fino a prova contraria è l'unica cosa che ci appartiene in toto, ma questo è un altro discorso, molto più lungo e complesso. Mi limito alle ragazze dignitosamente vestite e pagate per avere trascorso una giornata a ascoltare un vecchio dittatore colorito e mattacchione al quale hanno prestato ascolto, e attenzione, e dedicato tempo, nella speranza di una retribuzione molto più sostanziosa, molti personaggi in vista che conosciamo benissimo e che non sto qui a nominare per non perdere tempo. Prima cosa, evidentissima, non c'è neanche l'ombra di una ragione per non farlo. Secondo, se lavori in genere è perché hai bisogno di soldi per soddisfare delle necessità quindi fai anche cose magari noiose, magari mortificanti, senza tante storie. Terzo, se lavori per un'agenzia magari non è il caso di rifiutare un ingaggio come quello, rischi di essere cancellata dalle liste. Quarto, non era mica un incarico da sbeffiare. Io ho fatto un sacco di lavori quando ero studentessa, il novantanove virgola nove per cento dei quali mi annoiavano a morte in sé e per sé ma magari mi incuriosivano e ero contenta quando li accettavo, come fare la standista nei saloni dove ho venduto gelati, rulli magici e mobili del rinascimento canadese. All'epoca, mi avessero chiesto di fare la "hostess" chez Gheddafi ci sarei corsa, per i soldi e per la curiosità di partecipare a un evento diverso dalla solita routine di babysitteraggio e ripetizioni a zucconi (anzi, da zuccona a zuccone). Il fatto è che di questi tempi "si porta" il moralismo sulle donne. Dai difensori delle donne ormai professionali, come Gad Lerner che si è assunto questo compito come una missione e il trombone Adriano Sofri che tra un moralismo e una lacrima al ciglio ci rassicura quotidianamente sulla nostra superiorità, ai desolati per la mancanza di ideali delle ragazze che voglio tutte fare le veline, a quelli che il velo no però come la mettiamo con le nostre ragazze che se ne vanno a culo nudo ecc ecc. Magari smettetela, smettiamola, di preoccuparci e lasciate che ci pensino loro. Le ragazze non lo ve l'hanno, non ce l'hanno chiesto di mostrargli sempre la fiaccola della virtù per indicargli la via. E per una Noemi che fatica pateticamente a procedere sulla sua scorciatoria, ce ne sono tante altre che sognano cazzate finché sono ragazzine e poi a colpi di nasate e scivoloni imparano. Sono ben altri problemi delle donne, e non parlo solo di Iran e Afghanistan. Comunque, qui voglio solo dire: un po' di rispetto per queste ragazze che hanno fatto un giorno di lavoro facile, mal retribuito, ridicolo, certo inutile. Ma onesto lavoro.
Se proprio devo pensare a una cosa che mi riempie di indignazione, mi offende, mi rivolta le viscere, una cosetta nostrana, non una lapidazione né altro di importante, è l'agghiacciante trasmissione di Canale 5 su cui mi è caduto l'occhio una volta e mai più, perché non voglio rovinarmi la cena e la serata: Le Velone. Quella sì che è offensiva per le donne, e anche per gli uomini. L'idea che qualcuno la guardi per farsi due risate mi ripugna. All'inferno sarebbe una buona punizione per Gheddafi e per il nostro giovane premier, suo sodale in sessuomania.