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domenica 7 febbraio 2021

Chissà se Orhan Pamuk è abbonato a Netflix: 50m2, serie tv turca

Una serie televisiva turca che sto seguendo in questo periodo su Netflix, 50m2 (che vuol dire cinquanta metri quadri, tanto per intendersi), mi ha fatto pensare intensamente al mio amatissimo Orhan Pamuk e in particolare a La stranezza che ho nella testa e il meraviglioso Il Museo dell'innocenza. Sono sicura che se per caso l'ha vista anche lui, avrà apprezzato la coincidenza di temi.

50m2 si svolge a Istanbul, in un quartiere non definito, un'oasi del tempo andato dove il bonario mukhtar (capo del quartiere) si prende cura del benessere degli abitanti, insieme al caritatevole imam, al coach della squadretta di pallone e altri bravi cittadini. La vita trascorre a passo lento tra le basse casette e le vecchie botteghe, il sarto, la panetteria - bar dove si gioca a tabla e si beve il tè nei bicchierini. Della grande città non si vedono né cupole né minareti o torri o bazar coperti, nessun luogo famoso o turistico, solo un'incombente e vagamente minacciosa muraglia di grattacieli sullo sfondo. 

Ed ecco il tema della serie: la speculazione edilizia, esattamente come in La stranezza che ho nella testa, per assecondare la quale bisogna cacciare gli abitanti del quartiere con qualunque mezzo. Qui gestita in maniera decisamente delinquenziale da crudelissimi mafiosi in doppiopetto nei loro lussuosi uffici con vista sul Bosforo, di cui non si capisce mai chi sia il mandante, da sicari e mezze calze in cerca di riscatto, sempre pronti a usare mani, coltello e pistola per liberarsi di chi si mette sulla loro strada. Ma c'è anche un altro tema, che secondo me si ricollega strettamente a quello principale: la ricerca delle proprie origini, del proprio passato, diciamo quasi del peccato originale che ci ha resi quello che siamo. Questo è rappresentato dal protagonista, preso in mezzo ai due mondi, pieno di misteri e contraddizioni come si addice a un protagonista di serie tv. Inoltre belloccio e glaucopide, il che non guasta mai.

Ne succedono parecchie, la violenza abbonda, si fa fatica a tenere il conto dei morti ammazzati, ma c'è anche anche il lato comico, il sentimento, l'amore, i personaggi femminili interessanti e non stereotipati. Insomma un prodotto di tutto rispetto. Ma quello che mi ha colpito di più è vedere che anche in un prodotto di intrattenimento, senza pretese artistiche particolari, emerge il riflesso di ciò che più mi ha affascinato in Orhan Pamuk - la pervasiva nostalgia per il passato, per un mondo ormai scomparso o in via di scomparire velocemente, la crudeltà dell'oggi che tutto stritola in nome del guadagno, la perdita dei valori umani, dei rapporti interpersonali, in una parola l'impoverimento della vita. 

Insomma, secondo me se il mio amato Orhan Pamuk segue Netlix, 50m2 potrebbe piacergli. Dirò di più, potrebbe riconoscervi la sua Istanbul, la città più bella che io abbia mai visto, anche senza Santa Sofia e Topkapi.     

 


 

martedì 23 ottobre 2018

L'occhio e il cuore di Istanbul: il fotografo Ara Güler e Orhan Pamuk, Istanbul


In occasione della morte del celeberrimo fotografo turco (di origine armena) Ara Güler, famoso come "l'occhio di Istanbul", pubblico una vecchissima recensione a un libro che ho più che amato a suo tempo (così come amo la città di cui parla), Istanbul di Orhan Pamuk (ed. orig. 2003, pubblicato da Einaudi nel 2006. 

A parte il ritratto (di cui non sono riuscita a trovare l'autore) tutte le foto sono di Ara Güler. A Istanbul è stato recentemente aperto un museo in suo nome, che penso valga davvero la pena di visitare. Se andate a Istanbul non perdetelo (insieme al Museo dell'Innocenza) e se amate questa città, non perdete Istanbul di Orhan Pamuk.

   








Staccarsi da questo libro è difficile come tornare da un viaggio di quelli che prendono i sensi, il cuore e il cervello. La città cui Pamuk dedica il suo corposo canto d’amore è un fantasma che può assumere le sembianze di qualsiasi città il lettore porti nell’angolo della sua memoria dedicato alla nostalgia. E’ costruita con la solidissima materia dei sogni e del rimpianto, ritratta in centinaia di fotografie e incisioni in bianco e nero, minuziosamente nominata nel repertorio di quartieri e di vie, percorsa a piedi, in macchina e in battello, auscultata e indagata nelle pieghe più fuorimano, eppure non è reale. Questa Istanbul bellissima e malinconica è Orhan Pamuk, che generosamente ci permette di condividere con lui il sentimento di una vita che si forma in un luogo universale.

Le parole chiave sono tristezza e felicità. Tristezza è sentirsi a metà del guado, testimoni del fallimento del grande impero ottomano di cui si perde la memoria come le sue rovine che si sgretolano per incuria, e incapaci di realizzare fino in fondo l’occidentalizzazione sognata da Atatürk. Pamuk, che in Neve rappresenta con agghiacciante efficacia le contraddizioni della Turchia contemporanea, in questo libro tiene l’occhio costantemente rivolto al passato, intrecciando i ricordi dell’infanzia (è nato a Istanbul nel 1952 e continua a viverci) e dell’adolescenza con i giudizi dei viaggiatori occidentali, come Nerval e Gauthier, le incisioni settecentesche del tedesco Melling, l’autorappresentazione degli scrittori cittadini “tristi e solitari”, le meravigliose fotografie di Ara Güler e quelle scattate dal padre. Da bambino assiste alle liti dei genitori e alla progressiva decadenza della famiglia. Da ragazzo percorre ossessivamente le solitarie stradine lastricate, “tristi e buie”, dei sobborghi, dove ancora sopravvivevano povere case di legno man mano sostituite dai palazzi di cemento. Corre a guardare gli incendi delle magnifiche ville signorili in legno, scoloriti e misteriosi relitti del passato imperiale, trascorre giornate a contare le navi sul Bosforo e ascoltarne i malinconici fischi nella notte. Legge sui giornali le notizie degli automobilisti che si inabissano nelle acque profonde dello stretto dopo avere lanciato un’ultima occhiata al cielo. Beve e scherza con gli amici per tacitare la tristezza. E la felicità? Quella sta nell’illusione, nel ricordo, nel sogno. Nella pittura fino al momento in cui il giovane Orhan riesce a dire alla madre (e sono le parole conclusive del libro): “Diventerò scrittore, io”. 

Non c’è colore locale, vagheggiamento, compiacimento, neppure indulgenza in questo ritratto della giovinezza di un autore e della decrepitezza di una città. Non è una guida, non si perde in notizie storiche e descrizioni di monumenti. C’è la forza trasfigurante di una scrittura limpida e precisa, capace di evocare una vita in una frase. C’è un elenco nel decimo capitolo, intitolato “Tristezza”, che riassume in modo meraviglioso un mondo, tutto quello che appartiene alla città e ne costituisce corpo e spirito. C’è la fiducia nella parola e nella memoria perché il passato non si perda e diventi il terreno fertile da cui può nascere un libro straordinario. 


mercoledì 18 ottobre 2017

Il vero amore supera anche le delusioni: Orhan Pamuk, La donna dai capelli rossi

Confesso che mai avrei pensato di poter scrivere quello che sto scrivendo, ma La donna dai capelli rossi (traduzione di Barbara La Rosa Salim) del mio amatissimo Orhan Pamuk non mi è piaciuto per niente. E dirò di più, non mi è interessato per niente, ma questo può dipendere da un mio limite, il fatto che il tema centrale mi ha lasciata freddina. La storia è presto detta, evitando lo spoiler sul finale che comunque qualsiasi lettore appena sveglio (nel senso letterale di non addormentato durante la lettura) si può immaginare senza difficoltà: il protagonista Cem, adolescente borghese che parla in prima persona, abbandonato dal padre militante marxista, per potersi mantenere agli studi passa un'estate come aiutante di uno scavapozzi, Mahmut Usta, in una località di campagna, Öngarën.

Tra i due si stabilisce uno stretto rapporto, e si raccontano a vicenda storie ossessivamente legate al tema padre - figlio, dichiarato fin dalla prima pagina. Cem racconta l'Edipo di Sofocle, Mahmut Usta il Rostam e Sohrab di Firdusi stabilendo l'inizio di una contrapposizione che è il tema di tutto il libro. La sera i due hanno l'abitudine di recarsi al villaggio a prendere un tè. Qui Cem vede una donna per strada e zac! se ne innamora perdutamente. Avrebbe anche un nome, ma Pamuk decide di chiamarla per tutto il libro la Donna dai Capelli Rossi, il che non aiuta a rendere più credibile e coinvolgente la storia. Il destino fa i suoi giochi, e molti anni dopo Cem, diventato un imprenditore edile di successo, torna a Öngarën,


dove tutto è cambiato, Istanbul si è tanto allargata che la campagna è diventata periferia residenziale, ma comunque i nodi si sciolgono e nell'ultima parte è la Donna dai Capelli Rossi a parlare in prima persona, fornendo la sua chiave di interpretazione dei fatti. I temi di fondo, molto insistiti e ribaditi in dialoghi piuttosto innaturali, esprimono tutti un contrasto o un confronto: padre - figlio, ubbidienza - libertà, oriente - occidente, laicismo europeizzato - fede in dio, modernità - ubbidienza.

In realtà il romanzo è pieno dei temi tipici di Pamuk che riaffiorano qua e là: i lavori scomparsi, l'allargarsi irrefrenabile di Istanbul (La stranezza che ho nella mente), le antiche miniature persiane (Il mio nome è Rosso), la contrapposizione oriente-occidente (Il castello bianco), i movimenti politici e i colpi di stato (La casa del silenzio), la donna vagheggiata, elusiva, misteriosa e in fondo  inconsistente (Il museo dell'innocenza), con una variante perché qui la donna parla, il sottosuolo, fa una comparsa stile "cameo" per iniziati persino l'occhio in cielo che tutto segue (Il libro nero), non manca qualche cenno al cinema turco della Yeşilçam (Il museo dell'innocenza) ma per qualche ragione mancano di seduzione.

Ma mancano anche i motivi fondamentali per cui Orhan Pamuk è diventato uno degli autori che amo e ammiro di più: l'ineffabile e meravigliosa sensazione di nostalgia che pervadeva gli altri romanzi, anche quelli per me incomprensibili (l'inverno silenzioso di Kars (Neve), il capitolo decimo di Istanbul, le strade struggenti dell'Anatolia in La nuova vita, gli squarci meravigliosi come la descrizione del Bosforo prosciugato in Il libro nero), e soprattutto manca la bellissima scrittura, le frasi così necessarie e perfette da far venire voglia di accucciarvisi dentro. In parte dipende certo dalla traduzione piuttosto piatta (ovvio che non mi riferisco alla sicuramente ottima conoscenza del turco della traduttrice, ma all'italiano in cui si esprime), ma anche il testo iniziale non è eccezionale, pieno di ripetizioni come se l'autore avesse paura che il lettore non capisca bene, frettoloso in certe parti e sbrodolato in altre (per esempio tutta la prima parte a Öngarën è francamente noiosa).

Certo non rinnego il mio amore per Orhan Pamuk, né mai mi pentirò di tutto quello che ho fatto al suo inseguimento. Mi limito a dire che se il nostro incontro fosse cominciato con questo libro non ne avrei letti altri, ma so per certo che avrei fatto malissimo: come tutti i veri amori il nostro è fatto di alti e bassi, di momenti di incomprensione e riavvicinamenti, e adesso aspetto con fiducia e piacere anticipato il prossimo regalo di riappacificazione da parte del mio amato. A uno che ha scritto Neve Istanbul, Il museo dell'innocenza e Il mio nome è Rosso posso perdonare qualsiasi cosa. 

domenica 20 dicembre 2015

Istanbul e il venditore ambulante che ama le strade di notte: Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa

Ha ragione a ridersela così Orhan Pamuk, è sicuramente uno scrittore di gran successo, ha avuto il Nobel, è tradotto in quaranta lingue, e ha suscitato in me un amore totale, di quelli che non temono il ridicolo, tanto che all'incontro cui ha partecipato qui a Torino, al Carignano, non mi sono vergognata di fare la coda per ottenere una firma su un vecchio notes - fianco a fianco a quello dell'altro mio amore letterario, Mo Yan. Sono o non sono una ragazza fortunata? J'ai deux amours, cantava quella tale, e io anche, e tutti e due hanno avuto il Nobel, e di entrambi posseggo un autografo da stringere al cuore nei momenti bui. E poi basta tergiversare, bisogna parlare di La stranezza che ho nella testa, appena uscito da Einaudi con la traduzione di Barbara La Rosa Salim.

Allora. Premesso che è Istanbul, solo lei, la protagonista senza rivali di tutto il libro, il personaggio attorno al quale ruotano le molte vicende narrate nel romanzo è Mevlut Karataș, nato nel 1957 nelle vicinanze di Beyșehir, nell'Anatolia centrale, e immigrato a Istanbul nel 1969. Tra questa data e il 2009, con una breve incursione nel 2012, seguiamo le storie intrecciate di molti personaggi (opportunamente elencati, con riferimento alle pagine, in un esemplare paratesto che comprende anche una cronologia ampia e dettagliata) tra cui i principali sono il padre di Mevlut Abdurrahman Effendi, venditore ambulante di yogurt, lo zio Hasan Aktaș e i cugini Korkut e Süleyman, le sorelle Vediha, Rahyia e Samiha, Ferhat l'alevita, tutti immigrati nella metropoli in cerca di fortuna; il losco imprenditore edile Hamit Vural il Pellegrino e i mafiosi che gli gravitano intorno; le figlie di Mevlut e i figli dei suoi cugini; e qui mi fermo perché il numero è veramente sterminato. Nel 1969 Istanbul conta circa tre milioni di abitanti, e la grande corsa all'inurbamento dall'Anatolia povera e agricola è appena cominciato. Gli immigrati si distribuiscono in base alla provenienza, e quelli di Beyșehir e dintorni si dividono due colline che si fronteggiano, Kultepe e Duttepe, ben presto diversificate per posizione politica negli anni che precedono il golpe militare del 1980: di sinistra Kultepe, dove vivono Mevlut e il padre, e di destra religiosa Duttepe, dove vivono gli Aktaș. Ma ciò che divide le due famiglie, e insieme le unisce in un vincolo di necessità per Mevlut, è che gli Aktaș fanno fortuna sulle orme di Vural il Pellegrino, mentre Mevlut non riesce a combinare niente, arriva a stento a sbarcare il lunario ostinandosi a fare il venditore ambulante di cibo per le strade diurne e di boza di notte. 

La storia di Mevlut comincia, e si avvoltola, intorno a un equivoco, o meglio a un inganno: innamoratosi perdutamente di una sorella della sposa con cui ha scambiato uno sguardo intenso al matrimonio di Korkut, per tre anni le indirizza lettere appassionate con il nome di Rahyia indicatogli da Süleyman. La ragazza non risponde mai ma si suppone gradisca, tanto che alla fine i due cugini organizzano un rapimento consenziente. Però, al momento in cui finalmente Mevlut vede il volto della ragazza, si rende conto che non è quella cui lui credeva di indirizzare le sue lettere d'amore: in qualche modo, di cui si dibatterà sovente nel corso del romanzo, è Rahyia, la sorella maggiore, brutta, della bellissima Samiha vista tre anni prima, che si trova a dover sposare, in un matrimonio molto felice nonostante tutto. I due hanno subito una figlia, poi un'altra, Mevlut ama il suo lavoro di venditore di strada, tutto andrebbe per il meglio ma lui non vuole rendersi conto che i tempi cambiano vertiginosamente e vivere come ambulante diventa sempre più difficile; soprattutto si ostina, e continuerà a ostinarsi fino alla fine, a vendere di notte la boza, bevanda fermentata quasi dimenticata che, ai tempi degli ottomani, permetteva di aggirare il divieto del consumo di alcolici.  
Le vicende private dei personaggi sono molte e complesse ma non mi sogno di raccontarvele, limitandomi a esprimere qualche considerazione generale, premettendo che se volete innamorarvi anche voi di Orhan Pamuk è meglio che scegliate un altro romanzo, ma se volete leggere un gran libro su Istanbul, denso di notizie e illuminante sulla Turchia e le sue contraddizioni, non lasciatevelo sfuggire.  

Mevlut forse rappresenta lo spirito di Istanbul, legato alle tradizioni ma anche aperto alla modernità, tenace e dispersivo, rispettoso della religione, tentato dal misticismo ma legato al concreto e alla realtà, ingenuo, sognatore. Mevlut è il vecchio, il passato, che inesorabilmente sparisce. E' sognante, debole, influenzabile, immaginoso, non pratico, attaccato a valori non scelti ma accettati senza riflessione. Prova ne è la sua romantica ostinazione a continuare a vendere la boza tutte le notti dopo il lavoro diurno, anche se ne smercia pochissima, nessuno gliela chiede più. 
Però a mio parere Mevlut è un personaggio non all'altezza del suo compito, che sarebbe farci appassionare a 584 pagine di vicende mediocri e ripetitive. Non ha particolari attrattive, e anche gli altri personaggi sono privi di quelle doti che spingono il lettore a seguirli con piacere, sono sfuggenti, evanescenti, persino quelli femminili, Vediha, Rahiya e Samiha, Fatma e Fevzyie, non hanno corpo né spessore psicologico, sono prive di una vera personalità ma piene dei tradizionali cliché di invidia, gelosia, al massimo astuzia.
La volontà di rappresentazione di tutte le trasformazioni politiche e sociali spinge l'autore a tirare per le lunghe delle vicende personali poco interessanti e parecchio deprimenti, meschinerie, malintesi nei rapporti tra sorelle, fra amici, e via dicendo    

C'è un'esplicita volontà enciclopedica, e questa è l'enciclopedia di Istanbul, ma priva del fascino struggente di Istanbul. Qui c'è una Istanbul frenetica, in continua evoluzione, pronta a cancellare se stessa e il proprio passato in nome della modernità ma soprattutto dei soldi, del guadagno, dell'avidità speculatrice. Affascinante è la minuziosa topografia dei quartieri e delle loro trasformazioni, che mi ha fatto passare ore sulla mappa della città per rintracciarli; però forse chi non ci è mai stato può perdere molte sfumature. In primo piano ci sono tutte le problematiche derivate dall'inurbamento e dalla conseguente, selvaggia speculazione edilizia, la complicata questione delle concessioni e dell'occupazione del suolo, la mafia e le criminalità locali che se ne impadroniscono immediatamente e i loro regolamenti di conti, e via via le vicende legate alla privatizzazione dell'elettricità, la nascita di un'azienda elettrica, gli allacciamenti abusivi, gli esattori che conoscono personalmente tutti gli abitanti dei vari quartieri, e ancora le ruberie, gli illeciti, i favoreggiamenti, la corruzione a tutti i livelli. 
E in effetti, essendo stata per la prima volta a Istanbul nel 1970, posso dire che allora le case di legno con giardini pieni di grandi alberi erano dappertutto, le rovine in centro erano abitate, nelle mura c'erano fabbriche e magazzini, nelle piazze venditori di acqua con otri di pelle di capra, sul Corno d'oro in barchette a remi si vendevano panini pieni di pesce con sale e cipolla serviti a mani nude, yogurt e ayran erano venduti sciolti in bicchieri di vetro. E anche adesso a Ankara si possono vedere colline coperte di casette e baracche a un piano circondate da alberi da frutta, mentre su altre desolate colline sorgono le sitesi della speculazione edilizia, agghiaccianti agglomerati di palazzoni di dodici piani intorno ai quali non c'è niente, né alberi né negozi né altro. 

Ma non c'è solo quello nel monumento alla vera capitale turca: ci sono i locali notturni, i branchi di cani randagi che si impadroniscono delle strade di notte. I cimiteri. I funerali. I matrimoni. I rapimenti, le fuitine, che permettono di evitare il pagamento ai padri per ottenerne le figlie in spose
Il raki che scotta e scende in gola come ancora di salvezza per stare meglio, per trovare il coraggio. Anche le donne bevono, in casa. I venditori ambulanti e le loro storie, il Fortunello, una scatola in cui si pesca un numero e un dono che Mevlut e Ferhat bambini vendono per le strade.
Ci sono anche elementi che rimandano a libri precedenti, un virtuosismo che Pamuk ama particolarmente: come il giornalista Celal Salik di Il libro nero, che compariva anche in Il museo dell'innocenza, o l'occhio che lo segue dovunque (ancora Il libro nero), o Kars, la meravigliosa città di Neve che qui si limita a essere il luogo in cui Mevlut svolge il servizio militare. C'è il sogno, c'è la mente e le strade, ci sono i personaggi particolari come Sua Eccellenza Ibn Zerhani (anche chiamato lo Sceicco o il Calligrafo) venerato e seguito dai fedeli che si radunano nel quartiere di Fatih, con cui Mevlut discetta sulle ragioni delle labbra e quelle del cuore. Gli aleviti e le persecuzioni. 

Più che un'enciclopedia, qui troviamo anche un bignamino della storia politico sociale della Turchia tra il 1969 e il 2012, vista da Istanbul e dal basso. C'è tutto: i ripetuti colpi di stato militari, i movimenti comunisti, i curdi, l'inurbamento, la cementificazione, le traformazioni urbane, la corruzione a tutti i livelli, le privatizzazioni, la nascita del movimento islamico (i "religiosi") poi AKP, il partito di Erdoğan (che non viene mai nominato, ma spesso i nativi di Rize, come Erdoğan, sono definiti delinquenti e mafiosi ), le usanze che spariscono. 
E' troppo evidente, scoperta l'intenzione di parlare di tutti gli aspetti (spingendo l'autore talvolta a usare 
goffi espedienti come quello di spiegare la legge sull'aborto tramite un colloquio tra Vediha e Rayiha). Ahimè ahimè ahimè La stranezza che ho nella testa non riesce a evitare il peggior difetto che un libro possa avere, la noia. Mentre in Il museo dell'innocenza la lentezza e la ripetitività di certe parti erano indispensabili e bellissime per entrare nell'ossessione amorosa di Kemal per Füsun, e proprio la mancanza di esistenza di Füsun era il suo ruolo nella storia, il suo personaggio era solo la superficie in cui si rifletteva Kemal, qui rivoltolarsi nei meschini intrecci dei personaggi in certi momenti pesa un po'

La stranezza che ho nella testa è artificioso, programmatico, ma rimane un gran lavoro, un gran romanzo. Manca la scrittura che affascinava in quasi tutti gli altri libri di Pamuk, li rendeva irresistibili, e che affiora solo ogni tanto, con la sognante nostalgia delle ombre nelle strade e nei vicoli di Istanbul.   
La descrizione della solitudine di Mevlut quando la notte gira per le strade vuote è il pezzo migliore (cap. 13, Mevlut è solo). La boza è la nostalgia, il grido del venditore nella notte risveglia i nostalgici che la comprano solo per quello. La boza e le strade di notte, le luci di Istanbul viste dall'alto di un palazzo, ci regalano gli unici sprazzi di quella prosa meravigliosa, poetica e onirica, nostalgica e triste, che mi ha incantato in altre opere. Qui non si tratta di quandoque bonus, è proprio la volontà di esaurire ogni argomento legato alla città e a quegli anni che rende la scrittura così rigida in molte parti.  
Bello è anche il pezzo in cui si parla della solitudine negli appartamenti di chi era abituato a avere una baracca con giardino, qualche pollo, i suoi alberi, a scambiare visite con i vicini, a vedere la vita intorno, mentre ora dalle finestre può scorgere solo altre case, e i più fortunati ai piani alti possono solo indovinare il Bosforo da un luccichio lontano.

Per un libro così importante si doveva fare uno sforzo in più nella versione italiana, non altrettanto sorvegliata quanto nei precedenti romanzi, che presenta parecchie goffaggini e sciatterie, e anche qualche errore (basti come esempio di questo diritto avevano giovato o andrai in escandescenze; le espressioni come andare al militare). O vorrei sapere perché İstiklâl Caddesi, che è una strada urbana anche piuttosto stretta, viene definita viale, che in italiano indica una via larga e affiancata da alberi, e tutti gli alberi, invece che con il loro nome come gelso o fico, si chiamano albero di more o albero di fichi. Suppongo che ci sia una ragione, che solo la mia ignoranza mi impedisce di vedere.