venerdì 25 novembre 2022

Per non dimenticare Elisabetta Chicco Vitzizzai, la donna e la scrittrice

Oggi è il 25 novembre, quindi sono in ritardo di una settimana (non per distrazione né per dimenticanza, ma per una serie di circostanze esterne), nel ricordare la scomparsa di Elisabetta Chicco Vitzizzai avvenuta il 19/11/17. E cinque anni sono tanti, ma certo non sono bastati per scordarla. Ogni volta che passo sotto casa sua, in via Cavour, alzo gli occhi ai suoi balconi e penso che non bisogna dimenticarla Elisabetta, e soprattutto bisogna continuare a leggere i suoi libri. Ripubblico il post che ho scritto in occasione della sua dipartita e invito a leggere anche gli altri che le ho dedicato (i link sono in fondo). E' una scrittrice da leggere e rileggere, soprattutto se si ama Torino e e si cerca una rappresentazione acuta, spiritosa ma anche critica e profonda di una città che non esiste più.


     

Questo è un post che non avrei mai voluto dover pubblicare. E mi viene in mente un solo modo per ricordare un'amica, una donna bellissima, una scrittrice tanto raffinata quanto ironica: parlare, e continuare a parlare, delle sue opere, cominciando dalla mia preferita.  

Il più bel vizio è la vita
Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. 

È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

Vedi anche L'amore come sai, Trasgressioni, Gli ossibuchi di Nietszche, Eros in bicicletta, Dio ride 

venerdì 26 agosto 2022

Un bel libro e un bel viaggio: che cosa c'è di meglio nella vita? Franco Foschi, Black Comedy

 E' stato un gran brutto periodo per tutti e anch'io l'ho patito parecchio. Uno degli effetti più sgradevoli, dovuto sicuramente a ansia e depressione combinate, è che non riesco più a leggere da un bel po' e il mio amato blog è impolverato e trascurato come una vecchia soffitta. Ora, grazie al potere taumaturgico del viaggio e ai posti meravigliosi in cui mi trovo, le cose vanno un po' meglio. 

Naturalmente una gran parte del merito va ai libri che mi hanno risvegliata dal sonno analfabetico. Perciò sono molto riconoscente al mio amico Franco Foschi, autore del giallo sui generis "Black Comedy", che mi ha acchiappata, divertita e (per quel pochissimo di cui sono in grado) fatta pensare. Ho detto che si tratta di un giallo particolare perché non è un whodunnit, anzi, il presunto colpevole si autoaccusa dell'assassinio della moglie e il protagonista, l'avvocato Qualbuonvento, assistito dalla segretaria Clarissa detta Trudi e dal giornalista Bandoliera ha il suo bel da fare a cercare di discolparlo. Ovviamente non aggiungo altro ma la vicenda a modo suo è complessa, si sviluppa in dieci anni e tocca corde insolite, dando più spazio all'analisi profonda dei personaggi principali e agli aspetti morali che ai colpi di scena. Ma il fortunato lettore di questo bel romanzo, veloce e assolutamente privo di momenti di stanca, potrà godere di un bonus che, da solo, ne fa una fonte di piacere continuo: l'ironia, il ribaltamento di  ogni affermazione troppo seria nel suo contrario, l'alleggerimento del dramma della morte nell'ineffabile ridicolaggine della vita. Insomma un libro che fa bene leggere. A me di certo ha fatto benissimo. 

Tra poco abbandonerò questi luoghi meravigliosi, riprenderò la strada di casa e tornerò in mezzo ai problemi e ai pensieri neri. Come sempre viaggiare mi ha fatto benissimo, e spero che almeno il piacere e la capacità di leggere non siano limitati alla vacanza. 


 

giovedì 7 luglio 2022

Lista dieci titoli straordinari


Ho pensato molto, prima di stilare questa lista, al significato da attribuire al termine "straordinario". E non sono riuscita a interpretarlo se non in base all'effetto che la lettura di questi libri ha avuto su di me (sul loro effetto generale ovviamente non sono in grado di dare un giudizio) che è stato davvero dirompente e duraturo. Per alcuni la straordinarietà coincide con il piacere che mi ha dato la lettura, ma non sempre. Ci sono i due libri che in assoluto vorrei avere scritto io (n. 1 e 2), ma altri li ricordo più per la sorpresa, gli orizzonti che mi hanno spalancato davanti che per un giudizio estetico. A questo proposito aggiungo due parole per ognuno.
1) Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie - perché rappresenta la strenua lotta della ragione che cerca di dare un senso all'imprevisto e all'insensatezza, cioè, in una parola, la vita umana
2) Panait Istrati, Kyra Kyralina - perché rappresenta la strenua ricerca di qualcosa che si è perduto per sempre, e lo strazio che ne deriva, in una parola la vita umana. E per la struttura a scatole cinesi che mi è molto congeniale come scrittrice 
3) Emilio Salgari, I misteri della giungla nera - perché mi ha aperto gli occhi sulle meraviglie che stanno nel mondo se alziamo gli occhi dal nostro ombelico comunicandomi il desiderio instancabile del viaggio per scoprire. Salgari è lo scrittore che ha avuto maggiore influenza sulla mia vita.
4) Maxim Gorkij, Racconti del Caucaso - perché racconta storie di vagabondi e di mari che non sono mari, riuscendo a stupirmi ad ogni pagina
5) Orhan Pamuk, Istanbul - perché racconta una città facendone un mondo intero, con una lingua così affascinante che sembra fatta di luce. Il cap. 10 andrebbe recitato a memoria ogni mattina da chiunque voglia scrivere.
6) José Saramago, Il memoriale del convento - per la scrittura cui bisogna solo arrendersi
7) Elias Canetti, La lingua salvata - un incontro che mi ha folgorata, e basta
8) Mo Yan, Sorgo rosso - perché mi ha fulminata con una scrittura che sa contorcersi, dilatarsi, stare in equilibrio sul filo e cadere sempre in piedi come un acrobata
9) Gunther Grass - Il tamburo di latta - perché Oskar Matzerath è un incontro straordinario
10) Gabriel Garcia Marquez - Cent'anni di solitudine - perché era il primo del realismo magico
Dei numeri 1, 2, 3, 4, 5, 7 ho parlato anche sul mio blog Anaconda Anoressica.      

lunedì 30 maggio 2022

Quando una serie Netflix turca ti toglie la parola di bocca! La famiglia Uysal


 Quattro mesi che non pubblico una riga, davvero una vergogna. La vita si riprende dappertutto, ma io faccio ancora fatica a rimettermi in sesto. E una delle attività che non ho ripreso come prima è leggere: leggo poco, con pochissima concentrazione, arranco, e anche per questo esito a fare recensioni o anche semplici segnalazioni, ho paura di dire sciocchezze. I libri sono stati sostituiti, udite udite, dalle serie Netflix. Qui si potrebbe dare inizio a un discorso serio e articolato, perché sull'argomento ho delle idee che farebbero rizzare i capelli in testa a molti, e probabilmente ci guadagnerebbero molto da un confronto con qualche testa più fina della mia, ma non è né il momento né l'occasione giusta. Quella su cui vorrei riflettere un attimo è una cosa che mi ha molto, e molto piacevolmente, colpita. 

Ho visto una serie turca (ammetto che sono le mie preferite) che si chiama "La famiglia Uysal". Molto originale devo dire, totalmente fuori dagli stereotipi sia come storia che come personaggi. La famiglia Uysal è composta da padre e madre, media borghesia - lui architetto, lei casalinga, due figli, il padre di lui più altri personaggi minori (soprattutto femminili) ma con un loro peso. Istanbul ai giorni nostri, senza la presenza della pandemia di Covid ma con accenni criptici, e scorribande nella campagna dove l'architetto si reca con il suo capo che deve costruire il penitenziario più grande del mondo. Sulla metropoli incombe una nebbia che rende impossibile il traffico - o è inquinamento come sostiene l'opposizione? Qui mi fermo e passo al dunque. Ognuno dei personaggi ha dei segreti nella sua vita. Il padre coltiva una seconda identità punk immergendosi in ambienti alternativi, la madre fa uso di chirurgia estetica per ricominciare a lavorare ma finisce per ritrovare la giovinezza girando locali, sballando e bevendo tutta la notte con un'altra donna che basa la sua esistenza sulla menzogna, il figlio è pazzo e coltiva la sua pazzia con amore e coraggio, il nonno, ex donnaiolo e inaffidabile, cerca a tutti i costi di trasformarsi in marito e padre fedele e affettuoso nella sua tarda età. Persino la bambina di dieci anni sfiora segreti molto più grandi di lei. 


Insomma, mutatis mutandis, esattamente le stesse cose che racconto in "Le case di paglia e le case di pietra". Ognuno ha dentro di sé abissi oscuri e misteriosi, e di chi ci sta vicino non sappiamo niente. La verità è sempre molto più complessa di quello che appare. Soprattutto, mi ripeto, non sappiamo niente di coloro con cui condividiamo la vita. 

Il fatto di avere ritrovato questo stesso significato malgrado ambientazione, personaggi, storie siano completamente lontani mille miglia, non in un romanzo ma in una serie televisiva, mi ha riempita di piacere e soddisfazione. Non importa il medium quando evidentemente il senso converge. La serie televisiva è incomparabilmente più attuale del romanzo (e qui si inserirebbe il discorso cui accennavo prima), più adatta ai tempi, e ciò significa che... no, non lo voglio scrivere qui quello che penso. Comunque, così è.    

lunedì 31 gennaio 2022

Quando si trova un gioiello inaspettato: Chingiz Aitmatov, Melodia della terra. Giamilja e Il Battello Bianco

La segnalazione di oggi è un po' speciale, per molti motivi. Il primo è che rivela la mia ignoranza - prima di imbattermi, poche settimane fa, in un suo romanzo che ha stimolato la mia curiosità, soprattutto perché non avevo mai letto niente di uno scrittore kirghiso, Chyngyz Ajtmatov non l'avevo mai sentito nominare. Eppure ha scritto moltissimo e ha raccolto una massa di onorificenze e premi davvero impressionante, ma a mia discolpa posso dire che è stato pochissimo tradotto in italiano, e inoltre deve avere sofferto della diffidenza verso gli autori russi non dissidenti. In ogni caso Chyngyz (o Chinghiz, si trovano parecchie traslitterazioni differenti in rete) Ajtmatov, nato in Kirghizistan nel 1928 e morto in Germania nel 2008, che scriveva indifferentemente nella sua lingua natale o in russo, mi ha davvero incantato e così, dopo avere letto Il battello bianco (1970) ne ho cercato un altro e mi sono imbattuta in Melodia della terra. Djamila (1958). Due romanzi che riescono davvero a traportare lontano, in un altrove insieme esotico e di semplicità universale. Due romanzi incantevoli, che vale assolutamente la pena di (ri)scoprire. 

I motivi di interesse sono principalmente dovuti all'ambientazione - la foresta, il fiume, la steppa, selvatici ma non minacciosi. Siamo al tempo delle collettivizzazioni, il lavoro è continuo e faticoso ma non solitario, anzi, sempre condiviso. Il villaggio è in realtà un agglomerato di due, tre case, in cui il passato nomade convive con le novità della collettivizzazione, la vita è legata alla tradizione malgrado il kolkhoz e i rapporti tra gli abitanti seguono tracce antiche. I personaggi sono bellissimi: nel Battello bianco il protagonista è un bambino abbandonato dai genitori che coltiva il sogno poetico e doloroso di raggiungere il lontano lago Ysyk dove potrà vedere il battello che un giorno gli riporterà il padre, e cresce sotto la protezione del nonno Momun, buono e paziente in un mondo di maschi aggressivi come la guardia forestale, rozza e violenta, e insegna al nipote l'antica teologia della Madre Cerva dalle Ramose Corna... Poi c'è il racconto di Sert, pittore che ricorda la sua adolescenza in un isolato villaggio accanto a una diga, si è innamorato di Djamila, donna coraggiosa pronta a svolgere un lavoro da uomo e a infrangere tutte le regole legate all'essere donna, prima di tutto innamorarsi e tradire il marito soldato in guerra, vista dagli occhi pieni di ammirazione dell'artista cui rimane il rimpianto di non averla ritratta nel suo momento di maggior audacia.

Le vicende sono narrate in modo semplice, disadorno, lineare, senza compiacimenti ma estremamente accattivante, e si snodano tra il realismo della vita dura e delle prepotenze del potere, e un vago colore fiabesco che come una nebbiolina avvolge luoghi e persone. Vanno giù come un bicchiere di acqua fresca e lasciano in bocca un sapore squisito.

Melodia della terra. Djamila e Il battello bianco sono più che raccomandati. E' molto che non mi imbattevo in libri così evocativi e soprattutto lontanissimi dai best seller piacioni e pianificati che impazzano di questi tempi.      

 




lunedì 24 gennaio 2022

Un libro per chi ha coraggio, immaginazione e capacità di scoprire nuove realtà: Massimo Citi, S.L.A.: DUE STORIE DA UN ALTRO TEMPO

Massimo Citi, S.L.A.: DUE STORIE DA UN ALTRO TEMPO

Una lettura imperdibile per chiunque ami lasciarsi stupire e trascinare in mondi e situazioni inquietanti, lontane dalla realtà in cui ci muoviamo ma nello stesso tempo talmente ancorate a questa medesima realtà da permetterci di credervi e riconoscerla. In questo caso specifico, S.L.A.: due storie da un altro tempo di Massimo Citi, aggiungeteci il fascino dell'ambientazione e della scrittura.

Nel primo racconto, Zero, una storia di Futura, si dipana la storia veloce e enigmatica di De Grada, che ha inizio a Futura, nata come città del lavoro, morta dopo una decina d'anni per opera di un Progresso che aveva preso vie molto diverse e trasformata in un luogo piuttosto pericoloso. De Grada vi si reca per affari e si trova a assistere a uno spettacolo davvero particolare, un'esibizione erotica di "lenci", cioè di bambole manovrate da un operatore. Non vado avanti per non spoilerare, ma il protagonista fa alcuni incontri inquietanti e si trova a dover individuare la natura di chi gli sta intorno. L'impresa non riesce facile perché, come ci dice l'autore, in mezzo a noi ci sono gli SLA: "In italiano li chiamano automi, in tedesco selbstleitende automaten o SLA. SLA hanno molti impieghi potenziali. La loro esistenza è un segreto, nessun esercito li impiega, nessuna azienda li acquista o li vende. Non si confondono ancora con gli esseri umani ma i loro gesti sono già fluidi, i loro sorrisi sono possibili. Non diversi dai sorrisi di circostanza di un vicino di casa che incontriamo in ascensore o di un vecchio signore che lascia il passo a una donna incinta. Sembrano mediocri, esattamente come noi, distratti, concentrati su qualcosa di molto importante. Sono i primi membri di una nuova, definitiva Festung Europa. Si prenderanno cura dei nostri figli: servi invadenti che diventeranno indispensabili. Camminano a passi regolari, seguono il tracciato segmentato delle luci notturne della città. I loro movimenti scandiscono il tempo, i loro percorsi sono una linea spezzata. Nel silenzio delle stanze notturne si può immaginarne il passaggio, vederli mentre percorrono – instancabili – le vie che sono state tracciate per loro. Non devono spaventare: bisogna essere affascinati, ammirati, stupiti che siano possibili e che siano già nati. Con le loro menti senza ombra, il dono di soffermarsi su un solo pensiero per volta. Bis-bis-nipoti degli automi settecenteschi sono nati e si sono sviluppati per obbedire a un sogno che cerca di esorcizzare se stesso."  


Il racconto si svolge in un mondo alternativo e ucronico, secondo le parole dell'autore, in cui gli avvenimenti non corrispondono a quelli che conosciamo, ma conviene tenersi sul pezzo perché Zero, una storia di Futura è parte integrante di un progetto narrativo più ampio al quale Massimo Citi sta lavorando da qualche tempo, e sarebbe un vero peccato perdersi le puntate successive.

Altrettanto enigmatico e basato su incontri inaspettati e interrogativi angosciosi sulla natura delle persone incontrate è Olimpia e il Turco, di ambientazione bellica e militare con personaggi dotati di un fascino sfuggente. Veloce e pieno di suspence, acchiappa il lettore, lo stupisce e in poche pagine lo restituisce alla realtà. 

Insomma un libro molto insolito che vale assolutamente la pena di scoprire, perché è importante uscire a volte dalla nostra comfort zone per affrontare nuovi mondi, esercitare l'immaginazione e il coraggio, soprattutto se a accompagnarci è uno scrittore del valore di Massimo Citi.    

  

 



 



martedì 21 dicembre 2021

Come parlare di sé per parlare di tutto: Maria Gabriella Tozzi, La tenacia del gatto

Quando ho letto La tenacia del gatto di Maria Gabriella Tozzi, sono rimasta veramente folgorata perché questo è un libro che io non saprei mai scrivere. E' totalmente autobiografico (o autocentrato), autoriferito, pur raccontando pochissimo dell'autrice, e al tempo stesso è un'autobiografia riflessiva, non aneddotica, una specie di originalissimo esercizio di autobiografismo astratto. Ci sono argomenti ricorrenti (i traslochi, l'amica del mezzo chilo di pasta, il padre, i gatti, la cucina) ma non ci viene mai narrato nulla chiaramente, tutto è suggerito per allusioni o trasformato in aforisma. Molte pagine sono pronte per essere citate, e appare particolarmente elegante la scelta di non parlare mai d'amore o di uomini. Forse c'è qualche allusione ma è così discreta che si perde nel discorso. 

Il continuo passaggio dall'io al tu alla terza persona è raffinato e utile a creare un certo distacco, a controllare l'eccesso di protagonismo dell'autrice. L'aspetto più affascinante è il modo in cui gioca con le parole, la sapienza e l'abilità con cui le usa. Basta l'esempio di Ella - Gabriella al posto di io, un colpo di genio. E' come se danzasse sulla punta delle onde mantenendosi sulla cresta senza mai sprofondare nell'acqua. Un esercizio di abilità e sopraffina eleganza e leggerezza, che riesce a non cadere mai nella superficialità. Ma soprattutto c'è una grande ironia, realizzata attraverso un uso ben cosciente e divertito delle frasi fatte e dei luoghi comuni di cui viene spesso praticato il rovesciamento, che rende la lettura varia e spassosa. Molto particolare e sapiente l'uso delle maiuscole. 

Il testo, diviso in brevi capitoli forniti di titoli programmatici e spiritosi, è inframmezzato da fotografie in tema.