martedì 4 dicembre 2018

Parliamo tanto di donne (e uomini): Barbara Pym, Se una dolce colomba e Andrea Camilleri, Donne.

Il caso mi ha fatto imbattere in Barbara Pym dopo molti anni che non la frequentavo più, e come
succede con le vecchie amiche mi sono immediatamente fermata a sentire quello che aveva da raccontarmi. E l'antico legame, l'incanto delle sue parole mi ha immediatamente riacchiappata con Se una dolce colomba, romanzo del 1978 in edizione La Tartaruga del 1991, con la bella traduzione di Maria Grazia Bellone. E mi sono ripromessa, proprio perché è una vecchia amica, di farmi di nuovo raccontare le sue storie che conosco già ma so che sono incantevoli, non mi stanco mai di ascoltarla. Rileggerò per il mio piacere e il mio vantaggio Donne eccellenti, Quartetto d'autunno, Una questione accademica  e tutti gli altri che occupano un posto sui miei scaffali. Sulla sua vicenda editoriale, ecco qui qualche notizia. Barbara Pym fa parte di quel nutrito gruppo di scrittrici britanniche, anzi di narratrici, di eccelsa bravura e fascinosa intelligenza, capaci di raccontare il mondo divertendo, interessando, senza mai avere bisogno di toni forti e vicende scioccanti. Per intenderci, nipotine non di Emily Bronte ma di Jane Austen. Penso a Celia Dale, Marie Belloc Lowndess, Mary Wesley, Penelope Fitzgerald, Elizabeth Taylor, Molly Keane, Monica Dickens, Fay Weldon, Mary Margaret Kaye e molte altre che potrete scoprire incamminandovi su questo ridente sentiero.

In questo romanzo Miss Pym dà sfogo alla sua delicata perfidia. Senza mai uscire dai confini di un'educatissima e un po' snob descrizione di una società fatta di signore benestanti e di ottimi gusti (almeno quando si tratta di vestiti e oggetti vittoriani), antiquari galanti, giovanotti graziosi e bisognosi di protezione, vicine invadenti, ragazze malvestite che abitano in campagna. Ci si scambiano inviti a pranzo e a cena, regalini e mazzi di fiori, mobili in prestito (c'è un'esilarante scambio di tavolini e specchiere, quasi farsesco nell'incrocio di generosità e meschineria), si tengono le distanze, i giovani sono sciocchi e ingenui, gli adulti egoisti ma non più saggi. C'è un classico terzetto costituito dalla protagonista Leonora, bella donna al tramonto descritta senza mai usare una parola che non sia lusinghiera, ma per la quale è impossibile provare empatia dato il suo adamantino egocentrismo, Humphrey il perfetto gentleman che sa sempre come confortare le signore, il giovane James confuso, ingenuo e alla fine vittima del predatore Ned, che distrugge il delicato equilibrio (non a caso è americano!). L'argomento potrebbe essere scabroso ma siccome l'understatement è legge, niente di imbarazzante viene mai chiamato con il suo nome e i colpi bassi si ingoiano come pasticcini senza dar segno di soffocamento, la vita scorre con eleganza e discrezione tra aste da Christie’s, tazze di tè e pranzi al club. E se ogni tanto si è costretti a fare tappa in un locale self-service, per una volta ci si può anche adattare con grazia.

Parlando di Barbara Pym, maestra dei dialoghi, mi viene da usare a ripetizione aggettivi come incantevole, delizioso e simili, ma mi trattengo perché so che lei storcerebbe il naso per il cattivo gusto. Mi limito a dare a chi legge un consiglio da amica: se avete voglia di passare qualche ora in ottima compagnia, intelligente, cattivella, colta, beneducata, mai noiosa né sopra le righe, affidatevi a Miss Pym e mi ringrazierete.

Purtroppo, e mi dispiace perché Andrea Camilleri è uno scrittore che ammiro e leggo con piacere, il suo Donne è chiaramente un'operazione editoriale per raschiare il fondo del barile di un autore di richiamo. Non ne parlerei se non fosse che l'ho letto subito prima di Se una dolce colomba e il confronto è stato impietoso. Si tratta di un piatto repertorio di paginette su donne famose, come Angelica o Giovanna d'Arco, o incontrate dall'autore in varie fasi della sua vita, ma nessuna riesce a suscitare un brivido d'interesse né esce dai solchi del cliché, del corpo voluttuoso e delle gambe slanciate, della storiellina davvero minima. Peccato. Mi è spiaciuto per Camilleri, ma per la prima volta leggendolo mi sono annoiata. Prima o poi lo leggerò di nuovo, sono così numerosi i suoi libri che certamente troverò di che divertirmi ancora.                    

martedì 27 novembre 2018

Lucia Berlin ci fa passare davvero una "Sera in paradiso"

Di Lucia Berlin ho amato senza condizioni La donna che scriveva racconti (e la bruttezza del titolo ancora mi stupisce) per cui mi sono precipitata a leggere Sera in paradiso con l'unico timore che si trattasse di un'operazione editoriale di ricupero di pagine scartate all'unico scopo di sfruttare il più che meritato successo della prima raccolta. Non è così, per fortuna. Certo, non tutti i ventidue titoli sono allo stesso livello, ci sono fulminanti ritrattini lunghi meno di una pagina e storie complesse, ma nell'insieme ce ne fossero di libri belli e appassionanti come Sera in paradiso!

Quello che c'è e di nuovo mi ha colpita con forza è la meravigliosa naturalezza della scrittura, la capacità di avvincere con niente, gesti e particolari minimi, o di dire cose tremende con la disinvoltura con cui si butta giù la lista della spesa. Di nuovo ho pensato che non ce n'è mai abbastanza di Lucia Berlin, che giunta in fondo al volume sarei andata volentieri avanti per altrettante pagine. Niente da fare, se una sa manovrare bene le parole si fa seguire ovunque, può raccontare frenetiche truffe infantili a El Paso o cavalcate e seduzioni nell'alta società del Cile, da Santiago a Lima a Panama a Miami a Albuquerque saltando da un aereo all'altro, e via andando in una specie di ricostruzione della sua vita a tappe, tra uomini bambini amiche droghe alcol e piccole azioni che si incidono come ferite negli occhi. Rimestando nell'autobiografia per creare storie fuori di lei, con personaggi ricorrenti ma visti ogni volta da una diversa angolazione.

La donna che scriveva racconti rimane il mio preferito, ma Sera in paradiso è disseminato di pagine brillanti come pietre preziose. Ci sono racconti rutilanti e stupefacenti come quello eponimo, che ci fa incontrare Ava Gardner, Richard Burton e Liz Taylor, e altri perfetti che funzionano lisci come ingranaggi. Sono storie che forse non restano tanto nella memoria, non ci sono plot complessi, gli sviluppi inaspettati sono lasciati cadere in mezzo al flusso di piccoli gesti come pezzi d'ambra in un fiume. Rimane piuttosto un'impressione di bellezza scintillante, come la coda di una cometa o una pioggia di stelle cadenti, una notte in spiaggia il 10 agosto. Per restare a Sombra, il mio preferito in assoluto, una tragedia si inserisce senza cambiamento di tono né enfasi in mezzo alla sontuosa descrizione di una corrida messicana, o a La mia vita è un libro aperto, in poche pagine è rappresentata una vita squinternata e talmente piena che avrebbe potuto dare origine a un romanzo fluviale. Ma Lucia Berlin evita gli approfondimenti psicologici, le spiegazioni, le interpretazioni, e racconta i fatti con voci plurime ma sempre profondamente implicate nei fatti. E incanta, non c'è altro da dire. 

Una breve citazione che mi pare meravigliosa: Morire è come spargere mercurio. In un attimo torna tutto di nuovo insieme nel tremulo ammasso della vita (da Perdersi al Louvre). Io non amo gli aforismi ma questo mi pare perfetto, e lo farò mio.  
Traduzione di Manuela Faimali, con una nota di Stephen Emerson e una postfazione del figlio Mark Berlin. Parecchi refusi nel testo.     


lunedì 19 novembre 2018

Le tragiche "Donne incompiute" di Houria Boussejra

Non si trova molto in rete sulla scrittrice marocchina Houria Boussejra (Rabat 1961 o 1962, le fonti divergono - 2001) cui la
Bibliothèque Nationale de France attribuisce il genere maschile. Qualcosa c'è nella tesi di dottorato in Letterature francofone del 2007 all'Università di Bologna di Paola Martini, ma non sono riuscita a capire dove sia vissuta o come. E' l'autrice di Donne incompiute, edito da Barbès nel 2002, che la presenta come "la scrittrice anticonformista e ribelle per eccellenza del Marocco". Difficile crederci leggendo i sei racconti, ognuno intitolato a una donna, che compongono lo smilzo libretto, peraltro assai leggibile e veloce. Donne incompiute è uno di quei libri di cui, più che darne un giudizio, mi piacerebbe poter discutere, sentire altre interpretazioni, anzi, mi piacerebbe che mi fosse spiegato perché io non so bene che cosa dirne al di là del profondo sconcerto che questi racconti mi hanno provocato.

Sono sei storie di donne, di serve anzi. Donne, e prima bambine, vendute, schiacciate, usate, maltrattate, che come unica uscita dal loro stato hanno l'invidia, l'odio e l'istinto di rubare, portare via quello che appartiene ad altre donne, come se dessero per scontato che nulla si può costruire e l'unica possibilità è rubare ciò che già esiste, a partire dagli uomini (il mitico "marito ricco" della padrona) visti come strumenti per raggiungere l'unico valore davvero significativo e sicuro, il denaro. E questa mi pare una conclusione davvero desolante. Terribile è il ritratto della società che viene fuori da queste vicende - familiari venali e pronti a vendere le bambine al migliore offerente, uomini violenti, rapaci e parassiti, nei ceti abbienti padrone meschine, padroni pronti a approfittare della debolezza delle schiave bambine, indifferenza e crudeltà. Ma quello che a mio parere colpisce di più è che nessuna delle sei protagoniste, pur nella differenza (in realtà piuttosto irrilevante) delle loro storie, tenta una vera ribellione scegliendo di emanciparsi per seguire una strada diversa, per raggiungere qualche obiettivo capace di cambiare la sua vita, ma tutte usano lo strumento più tradizionale di tutti, il proprio corpo, per ottenere agi e sicurezze.

Ora, mentre scrivo queste parole mi rendo ben conto della loro sostanziale stupidità: Tamou, Aicha, Sherifa, Fatma, Mira, Saadia usano l'unico strumento che gli appartiene, l'unico di cui possono disporre, è ovvio. Meno ovvio mi pare il motivo che ha spinto Houria Bousserja a narrare queste vicende, peraltro non realistiche né sottotono. E mi piacerebbe essere aiutata a capire. Se mi capiterà sottomano qualcos'altro di quest'autrice lo leggerò, ma non credo che andrò a cercarmelo.
Traduzione a dir poco erratica di Véronique Seguin (Dépôt SACD).         

venerdì 16 novembre 2018

La maledizione del poliziotto che vende: Hakan Nesser, L'uomo con due vite e Il commissario e il silenzio

Non sono un'appassionata di gialli e men che meno di noir, ma quando, come adesso, attraverso un periodo di poca concentrazione ne leggo volentieri, perciò ho iniziato L'uomo con due vite di Håkan Nesser (di cui avevo già letto L'uomo senza un cane, 2006) che avevo scaricato già da un po' e l'ho letto, almeno nella prima parte, con gran piacere. E ho avuto la conferma di un sospetto che nel tempo è diventato convinzione. In effetti, potrei risparmiarmi la fatica di scrivere questa recensione e aggiornare semplicemente quella del romanzo precedente.

C'è una maledizione su una gran parte degli scrittori contemporanei: l'obbligo di scrivere gialli, noir, thriller ecc, per cui anche notevoli scrittori portati più per il mainstream che per il genere si trasformano in Simenon (il quale, immagino, sta scontando molti anni di purgatorio per le sue colpe di avere dato la stura alla trasformazione della quotidianità più banale in motivo di interesse, per cui le birre del commissario Maigret e il coq au vin di madame Maigret hanno figliato stuoli di investigatori ognuno con le sue preferenze in fatto di birra e vino, carne e pesce, formaggi e gelati, ognuno con la sua vita privata esemplare o inquieta, mogli e fidanzate, ex mogli e figli di vario letto, di cui dobbiamo sorbirci l'epopea). Ora, sono convinta che anche Håkan Nesser sia uno di questi, almento nei due romanzi che ho letto con l'ispettore Gunnar Barbarotti come protagonista.

Un inciso: chissà perché invece, se di un investigatore femmina si vuole proprio parlare, non ci si discosta mai troppo dal modello Miss Marple e si tratta sempre di un'anziana signora che beve solo tè o, nel caso si tratti di una serie televisiva, di qualche giovane signora assolutamente imbecille dedita a qualche attività molto caratterizzata, tipo beneficienza o antiquariato. Sarei felice di essere smentita, se qualcuno ha notizia di una investigatrice sveglia e dinamica in circolazione e me lo segnala gli sarò riconoscente.

L'uomo con due vite (2008) ha una prima parte bella e interessante, in cui è narrato l'incontro assolutamente imprevedibile tra due personaggi "quasi" estremi, un anziano senza qualità e una giovane già segnata dalla vita. Questa prima parte è molto riuscita, crea empatia per i personaggi, sorprende e coinvolge. Quando poi entra in scena Barbarotti e la sua corte di colleghi e colleghe, quello che mi è venuto da pensare è un bel "chi se ne frega". Barbarotti ha una famiglia allargata e felice (buon per lui che avevo incontrato divorziato e pieno di cicatrici), gli altri hanno difficili rapporti con le donne o con gli uomini, figli propri e altrui. Una percentuale notevole ha una moglie incinta, spesso sull'orlo del parto. Quella che tiene abbastanza è la vicenda principale, proprio perché contravviene alle regole del thriller. Nel complesso un libro molto soddisfacente, che mi ha spinto a bissare con Il commissario e il silenzio (1997).

Qui il protagonista è il commissario Van Veeteren, ovviamente divorziato, deluso, stropicciato, piuttosto beone, con la fastiosa e insistita abitudine di masticare stuzzicadenti e seminarli in giro ecc ma altrettanto infallibile nel risolvere il caso senza bisogno dell'aiuto dei colleghi (anche qui con moglie incinta, sono certa che il tasso di natalità della polizia svedese è nettamente superiore a quello del resto della popolazione). La storia è tradizionalmente incentrata su delitti che vorrebbero essere particolarmente spaventosi ma non hanno nessuna valenza visiva né emotiva. C'è un ambiguo prete che dirige una setta di donne fuori di testa, anche troppi personaggi di contorno, ma insomma la soluzione arriva un po' prevedibile e un po' telefonata. Si può leggere, perché è ben scritto e ottimamente tradotto da Carmen Giorgetti Cima (come pure gli altri due), ma insomma se ne può anche fare a meno, non lascia tracce.   

Concludo in modo poco elegante, con un'autocitazione: Perché uno scrittore che scrive bene, che sa costruire un ambiente, un groviglio di psicologie, un ritmo narrativo come Håkan Nesser abbia bisogno della struttura poliziesca, non lo so. Mi ha fatto l'impressione di quando si usa il trucchetto del cucchiaio che diventa aeroplano per fare mangiare la minestra ai bambini - vi ricordate? ecco l'aereo che vola vola, apri la bocca, aaahm! - come se fosse necessario per indurre il lettore a aprire il libro e leggerlo. Ma probabilmente sono io che sono rétro, e penso che per leggere un libro non c'è bisogno di escamotage. La domanda, ovviamente, è retorica: in questi tempi confusi e ansiogeni l'idea che ci sia un commissario capace di districare ogni casino e di mettere ordine nella confusione del mondo è la massima utopia. Perciò il poliziesco tira, e vende: è il mercato, bellezza! 

venerdì 2 novembre 2018

Com'è complicato vivere in Islanda: Jón Kalman Stefánsson, Grande come l'universo

Jón Kalman Stefánsson è bravissimo, è poeta e narratore, mi ha stregato con Paradiso e inferno (soprattutto) e La tristezza degli angeli, mi è piaciuto e mi ha interessato con Il cuore dell'uomo e Luce d'estate, ed è subito notte. Anche I pesci non hanno gambe, che compone un dittico con Grande come l'universo è un bel romanzo, sia pure non sorprendente come gli altri, ma comunque ricco di motivi d'interesse, per esempio i complessi rapporti con gli americani di stanza in Islanda dopo la seconda guerra. Grande come l'universo riprende i personaggi del romanzo precedente e ne porta avanti le vicende, nella medesima ambientazione cioè "il posto più nero d'Islanda", la piccola città di Keflavik.

Ritroviamo quindi Ari lo scrittore - editore che nel romanzo precendente aveva buttato a mare famiglia e carriera per fuggire in Danimarca, e ora ritorna per vedere il padre malato, Jakob, e ripercorrere i rami della sua complicata famiglia. Ma forse non è la famiglia a essere complicata ma piuttosto la struttura del romanzo che mette a dura prova l'attenzione e la capacità di entrare nel testo del lettore, è estremamente esigente, forse più adatta a una buia notte nordica in cui si può leggere per ore senza distrazioni che alla lettura spezzettata e spesso disturbata che caratterizza i nostri giorni. O almeno, i miei in questo periodo, e infatti ho trovato piuttosto faticoso seguire lo spezzettamento delle vicende che passano continuamente dall'oggi all'ieri - e che cosa sarà mai questa moda per cui un romanzo non può più assolutamente seguire un andamento cronologico per non sembrare ingenuo e superato. qui bisogna dire che l'oscillazione temporale è giustificata dal fatto che le vicende seguono tre generazioni, dal nonno Oddur e sua moglie, l'inquieta e vivace Margret, al padre Jakob e le sue numerose donne, le zie, gli zii, i numerosi amici. I personaggi sono molti, e un altro elemento di difficoltà sono i nomi per noi ostici in quanto non se ne può riconoscere il genere, e lo stile rapsodico e poetico richiede che non si metta pronome davanti al verbo, per cui confesso che in più di un punto ho dovuto fermarmi e rileggere per capire chi faceva che cosa, o chi parlava.

Ci si ritrova quindi a ricostruire un puzzle di episodi smembrati e dispersi, in epoche e luoghi diversi sia pur debitamente indicati all'inizio del capitolo. A questo proposito mi sento di consigliarne la lettura in formato cartaceo, in quanto è più facile ritornare all'inizio del capitolo e riordinare le sequenze temporali. O almeno, così penso dopo averlo letto in digitale e avere un po' sofferto di non poterne sfogliare velocemente le pagine. Ma questo non ne diminuisce il fascino, né distoglie dalle storie potenti che Jón Kalman Stefánsson ci racconta, le donne intelligenti e capaci di desiderio, i giovani che amano la musica e si dividono tra le glorie locali e Elvis, la scoperta dei libri e della letteratura, di Dante e di Gente indipendente di Halldor Laxness, di Mozart e Hemingway. C'è la gioventù e c'è la vecchiaia, l'amore e la curiosità, la morte, il mare. Solo il mare rende uomini, ripete l'eroe dei fiordi Oddur, e nel mare si trova il pesce che dà da vivere a tutti, marinai e operai dell'industria ittica, ma il mare è anche crudele e assassino, traditore e ammaliatore.

Insomma un altro bellissimo romanzo da leggere però, a mio parere, di seguito a I pesci non hanno gambe per non perdersi alla ricerca degli antecedenti, e poter seguire le giravolte dei personaggi con facilità godendo la bella prosa, spesso poetica, tradotta con la consueta maestria e sensibilità da Silvia Cosimini, autrice anche della postfazione.  


martedì 23 ottobre 2018

L'occhio e il cuore di Istanbul: il fotografo Ara Güler e Orhan Pamuk, Istanbul


In occasione della morte del celeberrimo fotografo turco (di origine armena) Ara Güler, famoso come "l'occhio di Istanbul", pubblico una vecchissima recensione a un libro che ho più che amato a suo tempo (così come amo la città di cui parla), Istanbul di Orhan Pamuk (ed. orig. 2003, pubblicato da Einaudi nel 2006. 

A parte il ritratto (di cui non sono riuscita a trovare l'autore) tutte le foto sono di Ara Güler. A Istanbul è stato recentemente aperto un museo in suo nome, che penso valga davvero la pena di visitare. Se andate a Istanbul non perdetelo (insieme al Museo dell'Innocenza) e se amate questa città, non perdete Istanbul di Orhan Pamuk.

   








Staccarsi da questo libro è difficile come tornare da un viaggio di quelli che prendono i sensi, il cuore e il cervello. La città cui Pamuk dedica il suo corposo canto d’amore è un fantasma che può assumere le sembianze di qualsiasi città il lettore porti nell’angolo della sua memoria dedicato alla nostalgia. E’ costruita con la solidissima materia dei sogni e del rimpianto, ritratta in centinaia di fotografie e incisioni in bianco e nero, minuziosamente nominata nel repertorio di quartieri e di vie, percorsa a piedi, in macchina e in battello, auscultata e indagata nelle pieghe più fuorimano, eppure non è reale. Questa Istanbul bellissima e malinconica è Orhan Pamuk, che generosamente ci permette di condividere con lui il sentimento di una vita che si forma in un luogo universale.

Le parole chiave sono tristezza e felicità. Tristezza è sentirsi a metà del guado, testimoni del fallimento del grande impero ottomano di cui si perde la memoria come le sue rovine che si sgretolano per incuria, e incapaci di realizzare fino in fondo l’occidentalizzazione sognata da Atatürk. Pamuk, che in Neve rappresenta con agghiacciante efficacia le contraddizioni della Turchia contemporanea, in questo libro tiene l’occhio costantemente rivolto al passato, intrecciando i ricordi dell’infanzia (è nato a Istanbul nel 1952 e continua a viverci) e dell’adolescenza con i giudizi dei viaggiatori occidentali, come Nerval e Gauthier, le incisioni settecentesche del tedesco Melling, l’autorappresentazione degli scrittori cittadini “tristi e solitari”, le meravigliose fotografie di Ara Güler e quelle scattate dal padre. Da bambino assiste alle liti dei genitori e alla progressiva decadenza della famiglia. Da ragazzo percorre ossessivamente le solitarie stradine lastricate, “tristi e buie”, dei sobborghi, dove ancora sopravvivevano povere case di legno man mano sostituite dai palazzi di cemento. Corre a guardare gli incendi delle magnifiche ville signorili in legno, scoloriti e misteriosi relitti del passato imperiale, trascorre giornate a contare le navi sul Bosforo e ascoltarne i malinconici fischi nella notte. Legge sui giornali le notizie degli automobilisti che si inabissano nelle acque profonde dello stretto dopo avere lanciato un’ultima occhiata al cielo. Beve e scherza con gli amici per tacitare la tristezza. E la felicità? Quella sta nell’illusione, nel ricordo, nel sogno. Nella pittura fino al momento in cui il giovane Orhan riesce a dire alla madre (e sono le parole conclusive del libro): “Diventerò scrittore, io”. 

Non c’è colore locale, vagheggiamento, compiacimento, neppure indulgenza in questo ritratto della giovinezza di un autore e della decrepitezza di una città. Non è una guida, non si perde in notizie storiche e descrizioni di monumenti. C’è la forza trasfigurante di una scrittura limpida e precisa, capace di evocare una vita in una frase. C’è un elenco nel decimo capitolo, intitolato “Tristezza”, che riassume in modo meraviglioso un mondo, tutto quello che appartiene alla città e ne costituisce corpo e spirito. C’è la fiducia nella parola e nella memoria perché il passato non si perda e diventi il terreno fertile da cui può nascere un libro straordinario. 


lunedì 22 ottobre 2018

Donne insolite: Hiromi Kawakami, I dieci amori di Nishino, Adar Abdi Pedersen, In direzione del cuore, Letizia Frosi, Cercasi fidanzato disperatamente

Dieci donne parlano dello stesso uomo, conosciuto in momenti diversi, amato, non amato, sfiorato o osservato con attenzione. Le donne sono diversissime, dalla bambina curiosa dell'amico della madre alla donna in carriera autosufficiente e decisionista alla ragazza semplicemente innamorata. L'uomo è uno solo, spezzettato e cangiante come in un caleidoscopio, ma alla fine chissà se potremo dire di conoscerlo. Da Kawakami Hiromi, la magnifica autrice dello struggente La cartella del professore e di Le donne del signor Nakano, un romanzo lieve e curioso, di gradevolissima lettura. 




Tutt'altra storia quella che ci racconta Adar Abdi Pedersen in In direzione del cuore, Dalla Somalia alla Danimarca passando per l'Italia. Un libro fondamentale per chi vuole capire il mondo in cui viviamo non solo attraverso i telegiornali. La vita di una donna coraggiosa e tenace, come un lungo viaggio che dalla Somalia la porta a Torino e poi in Danimarca, combattendo contro un sistema di valori da cui vuole liberarsi, aiutando gli immigrati a integrarsi nella società europea, e vivendo tutte le contraddizioni di cui un simile percorso è disseminato. Da leggere per sapere e per capire, perché Adar non è e non deve essere sola, e la sua storia ci riguarda. 







Infine Clotilde, la protagonista di Cercasi fidanzato disperatamente di Letizia Frosi, si distingue nettamente dalle donne precedenti perchè è l'eroina di un tipico romanzo chick-lit e come tale se la cava benissimo. Ha ventisei anni, vive con la mamma, ha delle amiche un po' streghe un po' affettuose, è carina ma forse non ci crede, cerca l'amore ma combina pasticci... finché non incontra Riccardo, e da quel momento possiamo solo sperare e sognare e far progetti con lei. Che non ci delude, portandoci al finale divertiti e soddisfatti.