giovedì 17 maggio 2018

Quant'è bello sprofondare in un libro: Lesley Thomson, The death chamber; e qualche riflessione sul Salone del Libro di Torino 2018

E così è successo di nuovo, quello in cui non speravo quasi più, la benedetta situazione in cui ci si sdraia un attimo sul letto (o ci si cala sul sofà, o dove si vuole...) dicendo "leggo una mezz'ora poi mi metto a fare quello che devo", e non è mai una roba da poco tipo lavare i piatti, ma impegni e scadenze di quelli che generano rimorsi e strizzatine di pancia al pensiero... e poi "ancora un capitolo", "ancora fino al prossimo salto di riga", "ancora dieci minuti" e il pomeriggio passa e i doveri si proiettano al giono seguente - in cui tutto si ripete. Mi è successo per una settimana intera, con The death chamber, l'ultimo romanzo di Lesley Thomson, scrittrice inglese di gialli da me molto amata e molto recensita, ma inspiegabilmente ancora non tradotta in Italia. Siete avvisati, è un libro in inglese, scaricabile da Amazon.

Sesta puntata delle avventure di Stella Darnell, The detective's daughter, che dirige con piglio deciso un'impresa di pulizie, del suo inquieto collega e sodale Jack Harmon, e in questo caso anche della sua amica e collaboratrice Jackie, solido punto d'appoggio dell'impresa Clean Slate. In realtà Stella, la figlia del detective, è anche lei un'investigatrice specializzata nella soluzione di cold case, e anche questo caso viene coinvolta da un vecchio collega del padre nella ricerca di un assassino, o forse due, cui si attribuisce la sparizione di due ragazze, a vent'anni l'una dall'altra. Una delle grandi attrattive dei romanzi di Lesley Thomson è l'ambientazione, che fino a quest'ultimo era sempre londinese e non si scostava mai molto dal Tamigi e in particolare da Hammersmith. Ma questa volta ci porta addirittura nei Cotswolds, zona collinare a nord ovest di Londra, che è un'epitome di inglesitudine, villaggi di pietra color miele, giardini fioriti di delphinium, digitale, buddleja e achillee, pub, castelli, siti preistorici, leggende, signore col cappellino, boschi, sale da tè e case abbandonate nel bel mezzo della campagna. Per interderci una specie di Midsomer, ma invece dell'ispettore Barnaby seguiamo Stella e i suoi amici, tutti alla fine coinvolti nella complessa vicenda densa di soprprese e colpi di scena. Ecco, se posso fare un'osservazione (ma niente toglie al piacere della lettura), la storia è forse un po' troppo attorcigliata, ci sono molte giravolte risolte attraverso lunghi dialoghi a più voci che forse non sono proprio quello che mi piace di più in un thriller. Ma tant'è. Lesley Thomson è una grande narratrice, scrive con ritmo, chiarezza e semplicità, i suoi personaggi creano dipendenza, e io me la sono goduta fino all'ultimo a scapito di tutto il resto. Dovere e piacere 0 a 1, ottimo.

E poi due parole sul Salone del Libro 2018, finito da pochi giorni e già dimenticato. Naturalmente sui giornali si leggono solo numeri, trionfali, e in effetti c'era una folla strabocchevole, difficilissima da fendere, onnipervasiva, sdraiata in terra e ammassata nei gabinetti, in code chilometriche e angoscianti, sicuramente ansiosa di vedere (e magari anche sentire) gli stessi personaggi visti la sera prima in televisione e pronti a ricomparire sui nostri schermi la sera stessa. Buon per loro, ognuno ha i suoi gusti e menomale quando può coltivarli a soli 10 € come in questo caso. Ma faccio una modesta proposta, paradossale quanto quella di Swift anche se meno cruenta: perché non togliere di mezzo libri e editori, che intralciano solo le code? Magari tenendo Mondadori e Newton Compton che fa anche comodo comprarli lì invece che al supermarket, tanto per non dover cambiare il nome alla manifestazione, e fargli un apposito spazietto, una fierina del libro, un mercatino dell'editoria silenzioso e frusciante di pagine girate? Quest'anno, girando per il Lingotto, ho avuto la netta sensazione che i libri fossero del tutto superflui. Pleonastici. Trasparenti. Poi per carità, è sempre un posto divertente. Si fanno un sacco di incontri, si ciancia, si vedono vecchi amici che altrimenti si perderebbero di vista. Si vede gente, si fanno cose. E come diceva Nanni Moretti, ma l'affitto, chi lo paga?                

domenica 22 aprile 2018

Per non dimenticare, e capire il passato: Aris Fakinos, Vita rubata

Questo è un libro veramente fuori dal comune per la forza che esprime e soprattutto per l'argomento che tratta. Uscito nel 1995 in francese e nel 2000 in italiano, Vita rubata di Aris Fakinos, autore votato all'epica e alla grande storia, affronta un argomento poco conosciuto al di fuori della Grecia e forse poco frequentato anche lì: la resistenza, la guerra civile e la repressione contro i comunisti dopo la liberazione, e poi di nuovo negli anni dopo il colpo di stato dei colonnelli nel 1967, fino al ritorno della democrazia nel 1974. La resistenza si sviluppò contro l'occupazione prima degli italiani e poi dei tedeschi nell'ambito della seconda guerra mondiale, sostenuta dalla Russia interessata ad avere un'influenza in Grecia, che rappresenta un trait d'union tra Europa e Asia ma anche, all'epoca, un baluardo al limite dell'impero sovietico, per cui appena finita la guerra USA e GB si dettero moltissimo da fare per stroncare ogni residuo di ideologia comunista. I partigiani, già stremati dagli anni trascorsi in montagna tra privazioni e pericoli, dai combattimenti, dalle perdite, vennero arrestati e internati in campi remoti (Makronissi, Lazareto, Trikeri) e sovente giustiziati sommariamente.

Queste tragiche vicende sono raccontate attraverso la vita e i ricordi di Anestis e Dionisìa, una coppia personaggi realmente esistiti, partigiani ormai anziani, che con sacrifici sono riusciti a comprare una casetta con un minuscolo
Costruzioni usate come prigioni sull'isola di Makronissi
giardino e un grande gelso, ma vivono più che modestamente e non riescono a dimenticare la morte di tanti compagni, gli anni trascorsi in internamento (separati tra campi di prigionia maschili e femminil) e ancora fedeli ai grandi valori di uguaglianza sociale e libertà che li hanno sostenuti e spinti a sacrificare tutto alla loro realizzazione. Attorno a loro la memoria degli amici e dei compagni che popolano la lroro solitudine Nel 1974 il partito comunista in Grecia è stato legalizzato, è entrato in Parlamento, agli occhi di Anestis e Dionisìa si è venduto per un piatto di lenticchie. Ora si può tentare di ottenere una pensione come partigiano, e Anestis dà inizio a una ricerca del dossier che lo riguarda sepolto negli archivi della polizia, sollevando così polvere e ricordi, dolore e rimpianti, in una parola il passato in tutta la sua spaventosa realtà. Il futuro non c'è più, e le loro vite sono state, appunto, rubate.

Un libro potente, ricco di sincerità e nobile sentire. Un libro totalmente inattuale, che oggi suona scandaloso. Un libro da leggere per il suo valore intrinseco e per non farsi travolgere dalla vulgata contemporanea che ha fatto del termine comunismo una parolaccia (come Nanni Moretti, che vede lontano, avvisava già molti anni fa). Un libro nobile, denso di empatia e senso della storia e dell'effetto che produce sulle singole, minime vite degli uomini coinvolti.   

sabato 21 aprile 2018

Un campo di narcisi rari per Umberto Pasti, Più felice del mondo

Un libro veramente piacevole e amichevole Più felice del mondo di Umberto Pasti, di quelli che accolgono il lettore a braccia aperte e fanno di tutto per farlo sentire a suo agio. L'autore mette insieme una serie di narrazioni brevi basate sull'incontro, che sia un rarissimo narciso in un luogo dove non si aspettava di incontrarlo o una mantide religiosa "domestica", o un amico d'infanzia dalla fantasia sontuosa.

Particolarmente affascinanti le pagine dedicate al Cairo in una versione sorprendente e sconosciuta, prima che politica e integralismo religioso la trasformassero, piena di tracce del passato o di expat sballoni e squinternati. O ancora l'amore per le piastrelle di Iznik, l'amicizia con giovani falegnami marocchini o la Milano degli anni '70 ricordata con un filo di elegante snobismo. Ne viene fuori anche un "autoritratto" molto accattivante, di un uomo libero e ricco di umanità, curioso di tutto e capace di trasformarsi adattandosi agli ambienti più svariati. Un libro che tiene compagnia, interessa e rasserena. Ce ne fossero, di questi tempi.      

Un incontro fulminante: Edgar Allan Poe, Storia di Arthur Gordon Pym

Si sa che è meglio tardi che mai, e in effetti per me l'incontro con Storia di Arthur Gordon Pym, scritto da
Edgar Allan Poe tra il 1837 3 il 1838, è stato tardivo ma fulminante. Ci sono cascata dentro, e mi ci sono trovata benissimo. Un romanzo in un certo senso "ingenuo", non per mancanza di mezzi culturali o letterari ma perché (per nostra gran fortuna!) non c'è nessuno dei filtri cui siamo abituati, quindi non c'è limite alla meraviglia, niente è scontato, niente è déja vu. E le avventure del giovane Arthur che si imbarca clandestinamente su una baleniera per provare il brivido dell'avventura e ne ha a bizzeffe, sono travolgenti e incalzanti mille volte più di un thriller dei nostri tempi. E ammutinamento, naufragio, fame, cannibalismo, scoperta di nuove terre, agguati e combattimenti basati sull'astuzia con popolazioni selvagge acchiappano il lettore e lo trascinano verso il celeberrimo finale senza dargli il tempo di tirare il fiato. Il tutto con una scrittura supereconomica e precisa, che riempie il cuore di ammirazione e piacere. Davvero un incontro che ha lasciato il segno, e un libro assolutamente da leggere (o da rileggere).    

martedì 17 aprile 2018

Bolzaretto Superiore e la vita quotidiana, un'acuta analisi di "Il cuore in ballo" di Giuseppe Giordano

Oltre a essere uno scrittore piacevolissimo e decisamente originale, Giuseppe Giordano è anche un lettore molto attento, capace di osservazioni sorprendenti per acutezza e personalità. Ecco le parole che ha gentilmente dedicato a Il cuore in ballo.
Bolzaretto Superiore, of course



Per Consolata Lanza  - IL CUORE IN BALLO


Ho letto con vivo interesse il tuo Il cuore in ballo. I motivi sono svariati e cercherò di spiegarli nelle righe che seguono.
Righe che non sono note di critica letteraria (forse l’avevo già detto: non ho qualità di critico), ma riflessioni, sentimenti, pensieri vari. E ti prego di accettare questi pensieri per come mi sono venuti alla mente.

Principalmente, un sentimento d’invidia, sin dalle prime pagine, per il tuo Bolzaretto Superiore, trasfigurazione e sublimazione delle stesse radici di chi scrive.
Invidiabile la tua fantasia. Brava!
Diversi autori hanno creato paesi del genere. Qui, se me lo permetti, mi viene da pensare a Faulkner con la contea di Yoknapatawpha, luogo geograficamente inesistente in cui uomini e donne cercano di dare riposo e requie alle loro passioni e fatiche.

Anch’io (che, in fondo, confesso, non mi ritengo scrittore ma cronista) ho cercato, nel tempo, di crearmi un luogo del genere. Non ci sono mai riuscito, perché le mie radici sono state dissolte nel nemico-tempo.
A seguire, un’altra riflessione: Il cuore in ballo è il tuo secondo libro che leggo con profondo interesse e curiosità. Mi sono chiesto il perché. Non l’ho capito la prima volta con Gli anni al sole, penso di averlo capito con la lettura de ‘Il cuore in ballo’.
A mio modesto parere, ciò accade perché Consolata Lanza è una scrittrice-donna.

Cerco di spiegare ciò che, nella nostra letteratura, può sembrare una contorta ovvietà anagrafica.

Di solito, di fronte alla classe di coloro che scrivono è uso fare un calderone di quelli: tutti/tutte vengono considerati scrittori. Eppure, un’accurata ricerca di genere fa risaltare la differenza.
La donna che scrive – Morante, Ginzburg, Romano, Ortese, ma anche altre come le dimenticate Renata Viganò e Livia De Stefani – è una scrittrice che mette in scena la parola senza tirare subito in ballo l’Universale, l’Infinito, il Demiurgo, il Motore Immobile, il Marxismo e il Liberalismo. Cioè, la scrittrice si preoccupa di mettere in scena un dolore, un rimpianto, una perdita, un amore, il senso della meraviglia, e soprattutto la realtà quotidiana, affidandosi esclusivamente alla propria sensibilità. Sensibilità che è capacità di ascoltare anche chi non sembra avere diritto alla parola.
Così, il proprio cosmo familiare, e se vogliamo casalingo, coincide col cosmo più ampio, quello che sta oltre.

A questo proposito, ne Il cuore in ballo, alle pagine 156-157, l’io narrante costringe Angelica Gabrielli a rapide, sintetiche riflessioni – sono titoli di giornali – che scoppiano come fulmini estivi.
E per tutte le altre pagine, la scrittrice-donna crea un gioco abbastanza intrigante tra la voce narrante (‘grillo parlante’) e il personaggio Angelica, che si rincorrono e si confondono in un gioco liquido di rimandi. E vengono fuori personaggi e situazioni che riportano a quella realtà quotidiana accennata prima.
Così, a pagina 206 e seguenti, In memoriam, la storia di Toiu, lo scemo di paese che traversa la vita e il mondo senza prendere coscienza della stessa vita e del mondo e finirà per morire al Cottolengo; oppure da pagina 219, Rosa, rosso e argento, la paesana che vuole scoprire il mondo oltre Bolzaretto e finisce invece sui marciapiedi di corso Massimo a Torino. E, addirittura, la stessa Decembrina, presenza costante, sempre sullo sfondo a rappresentare un rifugio, un riparo, come se la stessa pietra fosse un contenitore della realtà quotidiana. A questo proposito, se non sbaglio, è stata Anna Maria Ortese a dire: chi scrive per sé ritorna a casa, sta bene (citazione forse imprecisa, ma il senso è quello).

Delicati e lirici, a tratti struggenti, sono altri episodi, come quello a pagina 167, Giuseppe detto Caramello, il trovarobe di Bolzaretto che girava ‘per cascine e paesi sul suo Ford Transit scassato’ alla ricerca di vecchi mobili e di vecchie fotografie di famiglie ormai scomparse; oppure, le varie pagine con gli amori di Ginni,di Amapola, dei due omosessuali Jerry il ballerino e Baldo il pizzaiolo. E ancora, a pagina 186, Una domenica di luglio, che potrebbe benissimo fare eco al film di Fausto Brizzi ‘La notte prima degli esami’.
Ma s’incontrano anche episodi al limite dell’iperbolico e/o del ‘pedagogico’, come a pagina 251, Lo scrittore e l’arcangelo Gabriele, dove lo scrittore Sebastiano Orlandi viene trasportato in volo dall’arcangelo Gabriele sopra i tetti di Torino e poi precipitato giù nelle acque gelide del Po.
Ma è a pagina 200 la sorpresa che mi ha riempito di sincera gioia.

Consolata Lanza ma che è successo? Tu ed io abbiamo giocato alla telepatia?
Infatti, tu per Il cuore in ballo, io per il mio ultimo lavoro, abbiamo usato lo stesso verso della medesima canzone: Amore amore amore, amore un corno(mi pare fosse Ombretta Colli a cantarla qualche decennio fa).
Per finire, un’ultima riflessione riguardante ancora la realtà quotidiana che nella letteratura di quasi tutto il nostro Novecento è rimasta sempre ai margini.
Ne Il cuore in ballo, tutte le pagine sono impregnate di realtà quotidiana, ma nell’economia della trama c’è un punto – pagina 184, capodanno del 2000 – in cui la scrittrice sembra aver tracciato un prima e un dopo, senza alcuno iato tra il XX secolo e il XXI.

Come se la scrittrice volesse dire: la realtà quotidiana del Novecento trasborda nel nuovo secolo, ma non rimane ai margini.
Qui terminano le mie confuse considerazioni, e per la mia congenita confusione ti chiedo scusa.
Certo, il discorso potrebbe continuare su temi scottanti come pubblicazioni, editori, pubblicità, mercato, diffusione, consumismo, cultura, politica e saloni e sagre e fiere e concorsi e premi letterari eccetera eccetera eccetera.
Ma per questi argomenti mi pesano le molte primavere che mi accompagnano.
E anche per questo continuerò a scrivere ma probabilmente non pubblicherò più.
Auguro a te e ad Angelica Gabrielli di poter uscire da questo oppidum nel quale siamo assediati.
Ciao,

                                                                                                      Giuseppe Giordano

 

 

martedì 10 aprile 2018

Incontro con l’autore al Teart: Germana Buffetti dialoga con Consolata Lanza


Cari amici di TeArt
Mercoledì 18 aprile 2018
Ore 17,30
TeArt, via Giotto 14

Gli anni al sole e altre storie

Nell’ambito dell’iniziativa “Incontro con l’autore” Germana Buffetti dialoga e presenta Consolata Lanza    


Consolata Lanza vive e lavora a Torino. Ha pubblicato D’amore e no, Tracce 1996, Il gioco della masca, Filema 1997, Est di Cipango, Filema 1998, Ragazza brutta, ragazza bella, Filema 2000, Irene a mosaico, Avagliano 2000, La lametta nel miele, Filema 2005, Lei coltiva fiori bianchi, C_Slibri 2008, La trilogia delle donne virtuose – La santa, La sorella, La sposa, Progetto Alga 2010, Gli anni al sole, Buckfast 2016, Il cuore in ballo, Buckfast 2017; tutti i suoi libri si trovano anche in versione digitale. Suoi racconti sono comparsi su riviste o in numerose antologie, tra cui La mia città senza grazia, Empirìa 2005, Le figlie di Cthulhu, Centro Studi Lovecraftiani 2009, HOTell, Storie da un tanto all’ora, Whitefly Press 20015, Over60 (Elmi’s World 2016), Fata Morgana, Leggendaria e altre. Dal molti anni collabora con ALIA, antologia di letteratura fantastica. Ulteriori notizie si possono trovare sul suo blog di recensioni letterarie Anaconda Anoressica.
 


venerdì 16 marzo 2018

Leggere per scoprire, leggere per viaggiare: perché questi per me sono i venti libri più belli degli ultimi vent'anni



Mi è stata richiesta una lista dei 20 libri che mi sono piaciuti di più negli ultimi vent'anni, per un gioco promosso da exlibris20. E' un gioco per cui questa lista non è precisissima, è stata fatta a memoria e velocemente. Ma quello che è certo è che tutti questi libri mi sono piaciuti, e tanto. E ne ho scritto. La trovate qui   
  

Ho chiesto a Consolata Lanza di scrivere per exlibris20 come ha scelto i suoi libri nella sua Top20/20 perché era la lista che mi aveva incuriosito di più. Il motivo: genuina, fuori da condizionamenti, come se scegliesse un libro come se fosse sempre la prima volta. (Lea Iandiorio)

LEGGERE PER SCOPRIRE, LEGGERE PER VIAGGIARE

La richiesta di Lea di scrivere due parole sulla mia lista e darne le motivazioni mi ha costretto a riflessioni che hanno portato a una conclusione semplicissima: leggo solo quello che mi incuriosisce. E questo esclude molti autori e molti testi. 

Prima di tutto sono piena di pregiudizi, non amo in genere la letteratura nordamericana e il suo profumino di scuola di scrittura creativa e ossessiva attenzione al mercato, è difficile che mi faccia tentare dai best seller, e quando capita spesso me ne pento amaramente. Su questo blog di recensioni, Anaconda Anoressica, non pratico la stroncatura e parlo solo dei libri che mi sono piaciuti: in rare occasioni, infuriata per il tempo sprecato a leggerli, mi sono lasciata andare a criticare best seller di culto – e devo ammettere che sono i post di maggior successo. Un mio limite grosso è che non ho particolare interesse per gli italiani, non per partito preso ma perché, come ho detto, seguo la mia curiosità che mi spinge verso tutto ciò che è marginale e soprattutto “altrove”. Mi spiego: non mi interessano i messaggi, i contenuti densi di significato sul presente, le disgrazie e la beneficienza, anche letteraria. Mi appassiona l’infinita varietà dei casi umani, quello che non conosco, non leggo per specchiarmi né per identificarmi ma per scoprire che cosa c’è là fuori. Quindi le narrazioni pure, non troppo filtrate dalle necessità del mercato, capaci di osare, di essere anche poco commerciali, poco contemporanee, in una parola, marginali. Mettiamoci poi che sono una viaggiatrice, il viaggio per me ha sempre rappresentato una necessità e una pratica fondamentali. E molto sovente, i miei viaggi sono stati ispirati e accompagnati da numi tutelari che con le loro parole mi avevano già portata in quei posti, come Salgari o Pamuk. A questo proposito ho scritto anche una mia storia di lettrice (nelle Pagine di questo blog). 

Siccome nulla mi obbliga a leggere quello che non mi interessa, ho tutto il tempo e la libertà di seguire le curiosità, i suggerimenti, i rimandi da un autore all’altro nei campi che amo. Acchiappo un nome qui un accenno là, poi cerco sul web. Negli ultimi anni ho letto molti turchi, in precedenza molti indiani, ho trovato perle preziose in Islanda e altrove, e in generale, per farla breve, ai margini dell’impero anglofono (ma questo è vero solo a metà, ho amato appassionatamente molti autori inglesi). Poi mi piacciono i racconti, altrettanto marginali rispetto al mainstream letterario. Quindi è inevitabile che abbia frequentato anche molte case editrici minori. A questo proposito devo dire che una risorsa fondamentale è la possibilità di rovistare in rete dove si trovano tesori inenarrabili, e confesso che leggo quasi esclusivamente in digitale (cioè tutte le volte che è disponibile la versione digitale). Internet è fondamentale, e mi spiace per i librai che amo, ma mi interessa quello che sta dentro al testo, le parole, non il supporto. Se devo comprare un libro cartaceo, però, sono fedelissima al mio libraio in carne e ossa. Fortunatamente leggo anche in inglese, e questo mi ha permesso di scovare in rete testi irreperibili in italiano, o semplicemente più economici.

Infine, ho passato la mia vita a leggere e sono anche, se mi è permessa la presunzione, una scrittrice. Quindi per me è fondamentale la scrittura. Io penso che sia la prima discriminante per stabilire se un libro vale o non vale. La stessa storia può essere irresistibile o insipida, piena di senso o noiosissima se espressa in parole diverse. E sono passionale (di conseguenza, sicuramente irrazionale e ingiusta), certi autori li amo altri mi fanno venire i nervi alla seconda riga. In questo senso è la voce dell'autore che conta, la maggiore o minore sincerità, la maggiore o minore necessità. 

Dei libri che appaiono nella graduatoria finale di questo sondaggio ne ho letti appena sette (Le correzioni, La trilogia della città di K., La strada, Espiazione, Olive Kitteridge, Dance dance dance, Underworld), e uno solo l’ho inserito nella mia lista personale (La trilogia della città di K.). Undici degli autori non li ho mai frequentati, mentre di Ian McEwan ho amato molto di più altri libri, così come di Murakami Haruki; di Elena Ferrante e Margaret Mazzantini ho letto altri titoli. Nella mia lista, posso dire che una passione violenta mi ha legata a Orhan Pamuk e Mo Yan, Hallór Laxness è un amore di solide fondamenta, Jeet Tayl, Yusuf Atılgan, Bai Xianyong, Sahabattin Ali amori da nostalgia stringicuore, tutti gli altri amori ragionevoli, di quelli che non si rinnegano ma che non fanno più piangere.