martedì 2 marzo 2021

Una storia d'amore struggente, una di vendetta, e molto di più: Boris Vian, La schiuma dei giorni e Sputerò sulle vostre tombe

    Ho riletto dopo quasi mezzo secolo L'écume des jours di Boris Vian, di cui avevo un ricordo vago e limitato a qualche immagine che mi aveva colpito molto, come la ninfea nel cuore. Non ricordavo nulla neppure della sua breve vita, eppure ero certa che L'écume des jours mi aveva incantata. Rileggendolo, posso dire che mi ha lasciata stupefatta e piena di ammirazione. 
 
La vicenda è semplicissima e si svolge attorno a un gruppo di giovani e i loro amori, in particolare il protagonista Colin e la sua amata Chloé, Nicolas, Chick e Alise. Amore, ricchezza, generosità sono la loro vita fino a quando Chloé si ammala (appunto la ninfea nel cuore) e può essere curata solo circondandola di fiori, che costano molto cari e portano Colin alla rovina. La storia d'amore tra i due è struggente, totale, e altrettanto lo è il dolore di fronte alla morte di Chloé. Ma bisogna dire che questo è solo un aspetto del libro, che è strapieno di invenzioni indimenticabili, a cominciare dal pianococktail, che produce bevande quando lo si suona, o dalla passione distruttiva e rovinosa di Chick per il filosofo Jean Sol Partre (la cui fidanzata è la duchessa di Bovouar - e chi ha orecchie per intendere intenda) di cui colleziona opere e cimeli, dalle mille invenzioni lessicali alla casa che si restringe man mano che la malattia di Chloé avanza, alla genialità dei bizzarri impieghi cui è costretto Colin che dipingono una società alienata e futurista con pochi tratti stupefacenti. La lingua è una creazione meravigliosa (e difficile, anche perché non sempre sono immediatamente evidenti le allusioni interne). Insomma un libro smilzo ma di una ricchezza infinita. Un inno all'amore giovanile e alle sue illusioni, all'amicizia, alla bellezza delle ragazze di cui sono sempre descritte le deliziose mises
 
Ora, io l'ho letto in francese e posso testimoniare che è difficile proprio per la sua ricchezza liguistica e immaginativa. Non riesco a farmi un'idea di come sia stato possibile tradurlo, sono sicura che chiunque l'ha fatto ha compiuto un'impresa immane e ammirevole, ma non sono in grado di dire altro. Ma nella lingua originale o tradotto, è un libro che chiunque abbia gusto e piacere per l'intelligenza e il coraggio, non tema la compenetrazione tra elementi fantastici e realtà, chiunque non cerchi nella lettura la facile rassicurazione del già visto e già letto, degli stereotipi, ma sia disposto a godere di ogni parola e di ogni immagine, non può e non deve perdere. Anni fa era molto noto ma direi che adesso il nome di Boris Vian è un po' dimenticato. 
 
In seguito ho letto J'irai cracher sur vos tombes, che non conoscevo. Qui la lingua, pur molto interessante nella scelta di una forma di "schermatura" allusiva che le permette di non essere mai troppo cruda neppure nelle scene più toste, è diciamo così "normale" nel senso che sicuramente non costringe gli eventuali traduttori a un tour de force spericolato come L'écume des jours. Anche la trama, pur nella sua spregiudicata creatività, rientra in una apparente verosimiglianza presentando un mondo che ha molti lati realistici. Anche qui la storia, che si svolge nel sud degli Stati Uniti, è semplice: Lee, un aitante giovanotto  nero, vuole vendicare la morte di un suo fratello minore, ucciso in quanto si era innamorato di una ragazza bianca. Per attuare i suoi piani decide di sedurre due ricche sorelle bianche, e poi ucciderle. Per condurre a termine il suo piano si introduce in un gruppo di giovani bianchi, dove si scopa tutte le femmine e fa amicizia con i maschi. Bisogna dire che si tratta di un meticcio, biondo e di pelle candida. 
 
La forza di questo romanzo sta, oltre che nella spietata e durissima vicenda, nella totale spregiudicatezza con cui Boris Vian usa gli stereotipi legati alla figura del "nero" (l'esuberanza sessuale, la religiosità - il fratello maggiore di Lee è pastore, la conferma delle paure sulla sua pericolosità sociale, e così via). Lee ha un compito mortale di vendetta, e il lettore non può che stare completamente dalla sua parte di vittima di pregiudizi razziali e violente ingiustizie. Nello stesso tempo è lui stesso violento, ingannatore e assassino.
Quando uscì nel 1946 ebbe molto successo e diede fama immediata al suo autore, che però aveva firmato con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, un presunto autore americano di hard boiled tanto audaci da non potere essere pubblicati in patria, mentre L'écume des jours, uscito nel 1947 con il nome reale dell'autore sarà un fiasco. La storia di J'irai cracher sur vos tombes è complessa, fu accusato di pornografia e immoralità, messo all'indice e processato, ma in compenso ne furono fatte riduzioni teatrali e cinematografiche. Vale la pena di leggerla al link inserito sopra. 
 
La cosa che mi ha colpito moltissimo, più che la violenza, che c'è ma non è niente di fronte a quella cui siamo ormai abituati, o alla pornografia che rifugge dall'uso di termini crudi e nell'insieme è estremamente elegante, è il fatto che oggi un libro come questo non sarebbe mai pubblicato perché non rientra assolutamente nei canoni del "politicamente corretto" del neobacchettonismo di oggi. Nessun editore sarebbe disposto a correre il rischio di essere bruciato sulla pubblica piazza perché le protagoniste femminili sono minorenni, ci sono scene che potrebbero essere interpretate come stupri accettati con riconoscenza, il protagonista usa il sesso come arma di potere e ci riesce benissimo e con gran piacere delle sue vittime, oltre all'uso degli stereotipi sessuali di cui ho già parlato.  
            
Insomma sono stata felice di avere rincontrato Boris Vian. Grande musicista, jazzista e cantante, va assolutamente ascoltato almeno nel suo capolavoro Le déserteur, una di quelle canzoni che mi fa torcere le budella come ne sento l'inizio, e secondo me merita davvero di essere riscoperto come autore di grandissimo interesse. La sua breve vita, e la sua morte, sono da leggere (vedere il link sul suo nome).
Ho già scaricato, e li rileggerò presto, L'arrachecoeur, L'automne à Pékin e L'herbe rouge, di cui ho ricordi molto vaghi ma di grande soddisfazione. 
 


 

venerdì 26 febbraio 2021

Due poesie per respirare liberamente, due poeti che amo: Catullo e Guido Gozzano

Due poesie che amo moltissimo e che mi toccano sempre nel profondo. Catullo è un poeta che ho studiato a scuola, cui sono riconoscentissima malgrado l'abbia odiata e patita (ero un'asina, sempre rimandata e spesso respinta) per avermi costretta a affrontare argomenti e letture che altrimenti non avrei neanche degnato di un'occhiata. Dandomi così la felicità duratura di scoperte magnifiche e amori che non muoiono, come appunto Catullo.


Guido Gozzano
ho cominciato a leggerlo molto precocemente perché era


un grande amore di mio padre e lo è diventato anche per me. Poeta razionale, discorsivo, antilirico, raffinatissino, privo di illusioni e capace di ironia. Decisamente my cup of tea.

 

      Catullo, Vivamus, mea Lesbia

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
Rumoresque senum severiorum
Omnes unius aestimemus assis!
Soles occidere et redire possunt:
Nobis, cum semel occidit brevis lux,
Nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
Dein mille altera, dein secunda centum,
Deinde usque altera mille, deinde centum
Dein, cum milia multa fecerimus,
Conturbabimus illa, ne sciamus,
Aut ne quis malus inuidere possit,
Cum tantum sciat esse basiorum.
 
(Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, e infischiamocene delle critiche dei vecchi severi! I soli possono tramontare e risorgere: noi, quando la nostra breve luce tramonterà una volta sola, dovremo dormire un'unica notte eterna. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille, poi di nuovo cento, poi ancora altri mille, poi cento, e infine, quando ne avremo accumulate molte migliaia, li mescoleremo, per non sapere, e perché nessun malvagio possa farci il malocchio sapendo quanti baci ci sono - traduzione mia alla buona)
 
                    
                 Guido Gozzano, La più bella
 
     Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata:
     quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino
     il Re di Portogallo con firma sugellata
     e bulla del Pontefice in gotico latino.

     L’Infante fece vela pel regno favoloso,
     vide le fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
     e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
     quell’isola cercando... Ma l’isola non c’era.

     Invano le galee panciute a vele tonde,
     le caravelle invano armarono la prora:
     con pace del Pontefice l’isola si nasconde,
     e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.

     L’isola esiste. Appare talora di lontano
     tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
     "...l’Isola Non-Trovata!" Il buon Canarïano
     dal Picco alto di Teyde l’addita al forestiero.

     La segnano le carte antiche dei corsari.
     ...Hifola da - trovarfi? ...Hifola pellegrina?...
     È l’isola fatata che scivola sui mari;
     talora i naviganti la vedono vicina...

     Radono con le prore quella beata riva:
     tra fiori mai veduti svettano palme somme,
     odora la divina foresta spessa e viva,
     lacrima il cardamomo, trasudano le gomme...

     S’annuncia col profumo, come una cortigiana,
     l’Isola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza,
     rapida si dilegua come parvenza vana,
     si tinge dell’azzurro color di lontananza...






sabato 13 febbraio 2021

L'amore incondizionato tra madre e figlia: Margherita Giacobino, Il tuo sguardo su di me

Questo è un libro densissimo e insieme impalpabile. Impossibile da
riassumere, anche se basterebbe una parola sola per farlo: amore. E' un libro che trasuda amore da ogni parola, da ogni frase, amore per la madre dell'autrice, Maria Grazia, che già tanta parte ebbe nel bellissimo Ritratto di famiglia con bambina grassa

Prima di tutto, questo libro è un dialogo. C'è un io che parla, ricorda, racconta, chiede, tesse ragnatele di parole dolci e brillanti, costruisce luoghi, persone e situazioni con una naturalezza e una precisione che ci si dimentica che stiamo leggendo, si scivola tra pensieri e fatti con il piacere sereno di chi guarda dal finestrino di un treno un paesaggio che non stanca mai. E c'è un tu che non risponde mai se non attraverso l'evidenza del ricordo innamorato e instancabile. 

Questo libro è anche uno specchio, come si intuisce fin dal titolo: è un libro dedicato da una figlia alla madre ma anche a se stessa, che ricostruendone la vita ricostruisce la propria. E si vuole bene attraverso gli occhi della madre. 

I fatti non sono molti, la vita della madre è insolita ma non avventurosa: nata in California da genitori migranti, tornata in Italia ancora bambina da sola, in nave, cresce nel paese d'origine nel basso Canavese, non lontano da Torino, in una famiglia accogliente costituita da figure solide e importantissime, di quelle che lasciano il segno. Figure soprattutto femminili, le magne, le zie, in primis quella Ninin brontolona e icastica, sempre citata con le sue frasi di inarrivabile, caustica e sintetica precisione che definiscono il mondo anche per Margherita. Poi arriva Gilìn, l'uomo scombinato e fonte di guai continui, fino a trascinare la moglie alla bancarotta per i suoi debiti di gioco. E qui Maria Grazia si rivela per la forza che possiede e la sostiene nei frangenti più difficili: paga i debiti del marito e combatte la sua battaglia di donna sola con una figlia piccola nel difficile mondo del commercio, nel negozio di alimentari che coraggiosamente gestisce con grinta e gentilezza. 

La lingua dell'amore è il dialetto, la prima lingua che Margherita impara e quella che sempre userà con Maria Grazia e le magne. Ma Maria Grazia ha una passione fatale che trasmetterà alla figlia come un'infezione dalla quale non si guarisce mai: leggere. I libri sono la sua scuola e la sua vita, così come sono la felicità e la vera scuola per Margherita. E intorno c'è il mondo che cambia e le dure lezioni che una ragazzina deve imparare sul suo ruolo femminile, la scuola di Torino, le magne che se ne vanno, la fatica di crescere, Gilìn il padre sfuggente che torna a casa, e poi il trasferimento a Torino, la vicinanza tra madre e figlia che non viene mai meno, e poi gli ultimi anni e l'amore che diventa "i miei occhi su di te", gli sguardi che vedono ancora la bellezza e la luce là dove non c'è più.

Intanto la vita di Margherita si dipana tra lavoro, amori e amicizie, come succede in tutte le vite giovani. L'accettazione l'una dell'altra è totale e pervasa di affetto. Condividono molto, ben più di quanto avviene di solito tra madre e figlia. Sono due esistenze intrecciate e parallele. 

Non temo di fare spoiler raccontando i pochi fatti di questo straordinario libro. Non sono i fatti a contare, al di là di quanto spiegano. Conta io e conta tu, contano gli sguardi fissi l'uno nell'altro, le due vite che si rispecchiano. Conta il rispetto, la fiducia totale, l'ammirazione, insomma, senza timore di ripetermi, conta l'amore. Ogni azione di Maria Grazia lo suscita, ogni sguardo di Margherita e ogni sua parola lo esprime.

E conta moltissimo anche la scrittura di Margherita Giacobino, mai così duttile e sapiente, a suo agio nel continuo passaggio dalla riflessione alla narrazione, nell'intrecciare la concretezza dei fatti all'impalpabile (ma intensa) atmosfera dei sentimenti e dei ricordi. Un libro affabile e discorsivo ma anche prezioso come un tessuto cangiante, che ipnotizza il lettore senza bisogno di trucchetti. Un libro che va letto come si assapora un gelato a più gusti, o come si rimane incantati a guardare i colori cangianti di un tramonto.  

         

 

 


domenica 7 febbraio 2021

Quando la scrittura non è tutto: Luigi Pirandello, Giustino Roncella nato Boggiòlo - L'eresia catara

Ho scaricato questo libro, edito da IperWriters, perché il racconto L'eresia catara mi aveva colpito moltissimo nei tempi remotissimi in cui ho letto le Novelle per un anno, ed è rimasta l'unica reminiscenza di Pirandello, di cui avrò pure letto altro ma sicuramente non me ne ricordo. Di Giustino Roncella nato Boggiòlo non avevo mai sentito parlare ma invece mi ha fatto fare molte e proficue riflessioni. 

L'interessante prefazione di Claudia Salvatori ne spiega genesi e vicende editoriali, io mi limito a parlare delle mie impressioni. Prima di tutto mi ha colpito la lingua in cui è scritto il breve romanzo. Non voglio dare giudizi su un mostro sacro della nostra letteratura ma sicuramente la sua prosa non brilla, non eccelle, non seduce, anzi si stiracchia faticosa e piuttosto goffa in certi punti. L'autore non ha fatto in tempo a rivedere l'ultima stesura e questa sarà sicuramente la causa. Ma ciononostante l'argomento è invece interessantissimo e molto attuale. 

Il protagonista, grottesco e ridicolo, è Giustino Boggiòlo, sposato con Silvia Roncella, ragazza di buon senso ma purtroppo portatrice di un grave difetto, cioè la passione per la scrittura. I problemi cominciano quando un'opera di Silvia ottiene un improvviso e clamoroso successo, e la successiva versione teatrale ancora di più. Il successo e la fama la proiettano in mezzo ai disagi e alle soddisfazioni, dall'essere riconosciuta da tutti all'ambiente della cultura e della mondanità che se ne appropria immediatamente. Giustino viene completamente travolto dalla situazione, sentendosi responsabile della moglie, schiva e interessata solo alla scrittura, mentre lui si fa carico della gestione sia organizzativa che economica della sua gloria. Insomma, diventa l'agente di Silvia Roncella, ma è talmente compreso dalla sua parte che diventa anche una figura ridicola, e gli viene appioppato il soprannome di "Giustino Roncella" per indicare la sua totale identificazione con la moglie. Naturalmente le figure più patetiche le fa nel bel mondo autorefenziale, snob, crudele e meschino degli intellettuali e della nobiltà. Lui non si rende conto di niente, mentre la moglie, che nel frattempo è rimasta incinta, ne è ben cosciente e se ne vergogna. La fatica di essere all'altezza delle aspettative nei suoi confronti rende Silvia insofferente, l'eccesso di iniziative e l'ottusità di lui li allontanano. La storia prende poi una svolta dura e dolorosa, i due protagonisti precipitano ognuno nella propria solitudine senza possibilità di salvezza. 

Ma più della vicenda, pur piuttosto avvincente, mi ha interessato la rappresentazione del successo di Silvia, che fa pensare più a una pop star che a una scrittrice. Folle che la attendono fuori casa e si recano a salutarla alla stazione quando parte, assedi di giornalisti e inviti nelle case più esclusive che piovono a catinelle. Ricorda certe mitiche rappresentazioni del successo letterario di certi romanzi americani che mi hanno sempre fatto ridere, tipo in La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, ma è stato scritto più di cent'anni fa. Inoltre, descrive il successo di una scrittrice donna, e anche la sua stessa esistenza, come un monstrum che fa spalancare gli occhi al milieu intellettuale e mondano, che non riesce a capacitarsene. Il marito è ridicolo e imbarazzante, ma la moglie è una stranezza vivente, tanto che non le è possibile occuparsi del figlio, che appena svezzato viene abbandonato nelle braccia della madre di Giustino, in Val di Susa, ad abissale distanza da Roma dove vivono i genitori. Pare che Pirandello si fosse ispirato alla coppia composta da Grazia Deledda e il marito. Moltissimi sono i personaggi minori, tutti più o meno spregevoli, cinici, calcolatori e pronti a sfruttare la vulnerabilità di Giulia e la stolidità di Giustino. Probabilmente riconoscibili dai contemporanei legati all'ambiente intellettuale e mondano di Roma.

Per cui non mi vergogno di dire esattamente il contrario di quello che sostiene il post La scrittura è tutto. Questo libro mi ha preso e incuriosito moltissimo per l'originalità del contenuto, per i personaggi insoliti, insomma per quello che dice, non certo per come lo dice. 

Quanto al breve racconto L'eresia catara, come ho già detto mi aveva colpito tantissimo alla prima lettura, e anche questa volta l'ho trovato magistrale. La lezione di Bernardino Lamis davanti agli impermeabili nell'aula vuota è un pugno in pieno petto, di quelli che non si dimenticano più.  

 


Chissà se Orhan Pamuk è abbonato a Netflix: 50m2, serie tv turca

Una serie televisiva turca che sto seguendo in questo periodo su Netflix, 50m2 (che vuol dire cinquanta metri quadri, tanto per intendersi), mi ha fatto pensare intensamente al mio amatissimo Orhan Pamuk e in particolare a La stranezza che ho nella testa e il meraviglioso Il Museo dell'innocenza. Sono sicura che se per caso l'ha vista anche lui, avrà apprezzato la coincidenza di temi.

50m2 si svolge a Istanbul, in un quartiere non definito, un'oasi del tempo andato dove il bonario mukhtar (capo del quartiere) si prende cura del benessere degli abitanti, insieme al caritatevole imam, al coach della squadretta di pallone e altri bravi cittadini. La vita trascorre a passo lento tra le basse casette e le vecchie botteghe, il sarto, la panetteria - bar dove si gioca a tabla e si beve il tè nei bicchierini. Della grande città non si vedono né cupole né minareti o torri o bazar coperti, nessun luogo famoso o turistico, solo un'incombente e vagamente minacciosa muraglia di grattacieli sullo sfondo. 

Ed ecco il tema della serie: la speculazione edilizia, esattamente come in La stranezza che ho nella testa, per assecondare la quale bisogna cacciare gli abitanti del quartiere con qualunque mezzo. Qui gestita in maniera decisamente delinquenziale da crudelissimi mafiosi in doppiopetto nei loro lussuosi uffici con vista sul Bosforo, di cui non si capisce mai chi sia il mandante, da sicari e mezze calze in cerca di riscatto, sempre pronti a usare mani, coltello e pistola per liberarsi di chi si mette sulla loro strada. Ma c'è anche un altro tema, che secondo me si ricollega strettamente a quello principale: la ricerca delle proprie origini, del proprio passato, diciamo quasi del peccato originale che ci ha resi quello che siamo. Questo è rappresentato dal protagonista, preso in mezzo ai due mondi, pieno di misteri e contraddizioni come si addice a un protagonista di serie tv. Inoltre belloccio e glaucopide, il che non guasta mai.

Ne succedono parecchie, la violenza abbonda, si fa fatica a tenere il conto dei morti ammazzati, ma c'è anche anche il lato comico, il sentimento, l'amore, i personaggi femminili interessanti e non stereotipati. Insomma un prodotto di tutto rispetto. Ma quello che mi ha colpito di più è vedere che anche in un prodotto di intrattenimento, senza pretese artistiche particolari, emerge il riflesso di ciò che più mi ha affascinato in Orhan Pamuk - la pervasiva nostalgia per il passato, per un mondo ormai scomparso o in via di scomparire velocemente, la crudeltà dell'oggi che tutto stritola in nome del guadagno, la perdita dei valori umani, dei rapporti interpersonali, in una parola l'impoverimento della vita. 

Insomma, secondo me se il mio amato Orhan Pamuk segue Netlix, 50m2 potrebbe piacergli. Dirò di più, potrebbe riconoscervi la sua Istanbul, la città più bella che io abbia mai visto, anche senza Santa Sofia e Topkapi.     

 


 

martedì 26 gennaio 2021

La scrittura è tutto: Yari Selvetella, Le regole degli amanti e Henri de Régnier, Histoires incertaines

 

Questo periodo non mi è per nulla propizio, leggo poco e male e continuo a imbattermi in libri che non mi acchiappano per nulla. Ma ultimamente ne ho trovati due che mi hanno un po' scossa dal mio noioso dormiveglia, e mi hanno fatto riflettere. Uno mi è piaciuto parecchio, l'altro quasi niente, sono diversissimi e non hanno praticamente nulla in comune, ma per un certo verso sono speculari. Si tratta di Histoires incertaines di Henri de Régnier (Hornfleur 1864 - Parigi 1936), che ho scaricato per sbaglio, e Le regole degli amanti di Yari Selvetella, che mi ha incuriosito per l'argomento. Da queste letture ho tratto un'ulteriore conferma di una mia profonda convinzione: in un libro l'argomente è importante soprattutto nella scelta preventiva che indirizza il lettore, ma quello che conta veramente è la scrittura, le parole in cui l'argomento s'incarna e comunica.


Selvetella racconta di una coppia di amanti, entrambi già sposati quando si incontrano, con figli, lavori e vite strutturate. Non si tratta quindi di distruggere due matrimoni per mettersi insieme, ma di darsi delle regole, un vero e proprio decalogo per vivere al meglio un rapporto parziale ma gratificante e duraturo. La storia sembrava interessante ma in realtà quasi sparisce sotto il peso di quello che interessa di più all'autore, cioè la scrittura. Questo è un romanzo iperscritto, straricercato, coscientissimo di se stesso fino all'artificiosità. All'inizio mi ha preso alla sprovvista, mi ha annoiato tanto che che l'ho messo da parte, ma poi sono tornata alla lettura e mi sono lasciata portare dalla prosa densa e insieme impalpabile, seguendo le vicende dei due protagonisti Iole e Sandro nella loro pluridecennale relazione, e intanto l'autore mi ha avvolta con riferimenti a quello che succedeva in Italia, strizzate d'occhio alle mode culturali, citazioni di libri e film, fino a dimenticare talvolta la vicenda principale a favore di un'esibizione stilistica e culturale. Non posso dire di aver letto fino alla fine per la storia in sé, e la conclusione mi è parsa un po' sbilanciata, un po' sopra le righe rispetto al resto, e nemmeno che mi sia piaciuto particolarmente, ma di sicuro è stata la voce, la scrittura che mi ha trasportata come un tronco alla deriva sulla corrente di un fiume. Una scrittura ambiziosa che, devo dire, mi ha sorpresa (molto piacevolmente), mi ha rassicurata in questi tempi di sciattume e improvvisazione. E che mi farà leggere altro di Yari Selvetella, se lo incontrerò nei miei vagabondaggi di lettrice. 


Ecco, il discorso è opposto per quello che riguarda Henri de Régnier. Prima di tutto, come ho già detto, l'ho scaricato per sbaglio e non ricordo neppure ben perché, forse seguivo Patrick Besnier che ne ha scritto la biografia... comunque me lo sono trovato sul Kindle e l'ho letto. Sono tre racconti di cui due si svolgono in una Venezia le cui descrizioni da sole valgono la lettura, con una presenza moderata e (per me) molto attraente di elementi fantastici, del tipo di fantastico che mi piace talvolta frequentare come scrittrice, quello dei margini, che si infila ambiguo e ingannevole, senza mai palesarsi fino in fondo, in modo da lasciare il lettore (e lo scrittore) incerto sulla sua natura. I finali sono sospesi, ma non abbastanza da irritare o deludere. I protagonisti sono persone che sembrano venire da un passato molto più remoto dell'epoca in cui sono stati scritti e ambientati, un'epoca precedente alla rivoluzione industriale, in cui persone privilegiate e benestanti vivevano viaggiando, coltivando le proprie passioni che consistevano essenzialmente nel raccogliere libri e oggetti antichi, in bellissime case di proprietà o in affitto come a Venezia, dove per fermarsi qualche settimana o qualche mese affittavano interi palazzi vuoti e li arredavano acquistando i mobili dagli antiquari. In questo vivere di rendita seguendo il proprio piacere e i propri capricci, ogni tanto un po' di fantastico non guasta e non turba più che tanto i personaggi. Nel primo, L'incontro, il protagonista, girando svagato durante un soggiorno a Venezia si imbatte in misteriose e inesplicabili coincidenze. Il padiglione chiuso è la storia dell'ossessione di uno studioso per penetrare in un luogo che gli è vietato, mentre Marceline o la punizione fantastica è una gustosa novella che mescola misoginia, magia e pura immaginazione attorno a un teatro di burattini. Quando ho finito di leggerle, ho pensato che erano storie che avrei potuto scrivere io. Ma il motivo per cui ne parlo è un'altro: storie così lontane da qualsiasi esperienza condivisa, irreali e sospese in un tempo che non ha nessun collegamento con l'oggi, potrebbero essere stucchevoli e invece le ho lette con grandissimo piacere, voglia di andare avanti, curiosità per gli sviluppi delle vicende, e tutto (forse esclusivamente) per merito della scrittura. Essenziale, ricercata ma veloce, del tutto priva di fronzoli o compiacimenti. Una prosa che ti trascina, non ti permette di mettere giù il libro.    

domenica 24 gennaio 2021

Il food talk dieci anni dopo

Pubblico un vecchio post, apparso giovedì 8 luglio 2010 sul mio sito defunto da gran tempo. L'ho ritrovato per puro caso, e rileggendolo mi sono venuti i brividi nella schiena. A parte l'accenno al viaggiare, doloroso ricordo del tempo in cui era ancora possibile, solo "il nostro giovane premier" è uscito dal numero delle fonti di sofferenza. Gli altri maledetti tic linguistici sono sempre più vivi e vegeti e continuano a farmi lo stesso effetto delle unghie sul vetro.



Tempo di vacanze, tempo di viaggiare, tempo di scappare. Sì viaggiare, diceva il poeta, e per me sarà un'abitudine, ma certo mi fa un gran bene come nutrimento del cervello. Spero funzioni anche questa volta. E qualche sogno per il ritorno. Lascio nel silenzio più profondo le speranze politiche, ormai sono talmente desolata che non so quasi più che cosa sperare. Magari di svegliarmi e scoprire che gli ultimi vent'anni in compagnia del nostro giovane premier erano un brutto sogno, ma non basterebbe.
Ma invece so benissimo che cosa sperare a livello linguistico. Primo, che a tutti quelli che dicono "fare sesso" sia cascata la lingua senza possibilità di ricrescita. Tacerebbe il cento per cento dei film, delle fiction, ecc ecc. Salverei solo Natalia Aspesi cui perdono questo peccato di per sé mortale perché mi piace troppo leggerla. Due, che nessuno più si azzardi a usare in senso transitivo i verbi intransitivi solo per risparmiare qualche "fare" o altri giri di frase. Tre, che caschi un mattone in testa a chi dice "a me stupisce, a me sconcerta, a me diverte, a me calma". Gnurantoni. Quattro, che la smetta di soffiare il vento della restaurazione che fa dire (e scrivere, ovviamente) "ho mostrato loro, ho insegnato loro" e dio mi scampi ogni altro genere di loro. Cinque, che le balene la piantino di spiaggiarsi e ricomincino a arenarsi. Sei, che ogni "assolutamente sì", o anche senza sì, si ficchi in gola a chi lo dice soffocandolo lentamente.
Perdono senza fatica i "peraltro" a inizio frase, i "piuttosto che" al posto del vecchio caro "o", e altre vagonate di peccati veniali che neanche voglio ricordare. Invece voglio ricordare una delle cazzate che mi hanno fatto ridere di più tra le tante che ho letto di ultimo (su Donna, supplemento a la Repubblica del 3 aprile 2010): nella Settimana della Carne a Cavour: assaggi, acquisti, food talk con allevatori e macellai. Ancora rido all'idea di un bel food talk con un maslè di Cavour. Mi mette talmente di buon umore che mi viene persino la speranza che cada il governo, così potremo fare dei gran bei talk tra noi, maslè, tranvieri e cardinali, sul futuro dell'Italia.