martedì 10 dicembre 2019

Da Karen Blixen ai fantasmi sulla Luna, tanto per fare quattro chiacchiere

E' un periodo che non sono proprio fortunata con le letture. Dopo La saga dei Cazalet non ne ho più azzeccata una, e nulla di quello che ho letto mi ha fatto venire voglia di scriverne (con un'eccezione, Tutti i racconti di Grace Paley, ma siccome mi sono data la regola di non parlare mai su questo blog di libri che non mi sono piaciuti assolutamente, a meno che non mi abbiano fatto arrabbiare eccessivamente come Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini o Il piccolo amico di Donna Tartt, non ho potuto scriverne perché l'ho detestato). Per cui, ripensando ai tempi belli in cui mi imbattevo in libri belli di cui mi veniva voglia di scrivere belle cose, mi è venuto in mente che nel canone di scrittrici ormai iconizzate e imbalsamate come empireo femminile (e anche qui, non fatemi dire che cosa penso di alcune di queste icone) non salta mai fuori il nome di una scrittrice che ho amato moltissimo: Karen Blixen, di cui al massimo si ricorda La mia Africa (che ho amato molto meno degli altri) o il racconto Il pranzo di Babette, mentre io sono stata stregata da Sette storie gotiche, Capricci del destino, Racconti d'inverno e soprattutto Ehrengard. Non ne ho parlato in questo blog per la semplice ragione che l'ho letta molto prima di aprirlo, ma appena ho un attimo di tempo lo farò. 

In realtà ho letto una raccolta di racconti e un'antologia entrambi ottimi, ma non mi sento in grado di parlarne perché si tratta di fantascienza, un argomento su cui bisogna saperne molto più di me per azzardarsi a dare giudizi. Per cui a proposito della raccolta di racconti, Culti svedesi di Anders Fager, mi affido all'autorevole voce di Silvia Treves che l'ha recensito sulle pagine di LibriNuovi.net. 
Dell'antologia DiverGender, a cura di Silvia Treves e Caterina Mortillaro, che compaiono anche come autrici (qui l'intervista sul blog Diario di ErreBi), posso dire solo che è interessantissima e unisce nove racconti godibilissimi e intriganti a tre momenti saggistici di riflessione e informazione sul tema del genere, che ne fanno una lettura a tutto tondo e di stringente attualità. Più che raccomandabile anche a chi non è un appassionato di fantascienza. 

E visto che di questo si tratta, segnalo che nella pirotecnica collana Alia Arcipelago edita da CS_libri le pubblicazioni continuano e si aggiungono al succulento catalogo in cui, tanto per farvi venire l'acquolina in bocca, potete trovare Isola di passaggio di Silvia Treves, Isole nella Corrente di Massimo Citi, Fantasmi sulla luna di Paolo S. Cavazza, Da zero a infinito di Fabio Lastrucci e molti altri titoli. Se ne è parlato insieme a DiverGender alla libreria Vecchi e Nuovi Mondi di Torino, ben nota cattedrale del culto fantascientifico e fantastico e dei suoi adepti.    

sabato 30 novembre 2019

La storia del telespettatore imprudente


LA STORIA DEL TELESPETTATORE IMPRUDENTE

Il signor S. era un telespettatore ingordo e onnivoro. Amava smodatamente telequiz e telefilm, telenovelas e tele­romanzi, serial e vecchi film, ma più di tutto amava gli spot pubblicitari. Era un esperto e un appassionato di pub­blicità televisiva, ricordava a memoria tutti i Caroselli che si erano succeduti sul piccolo schermo, dal primo all'ul­timo, ricordava chi aveva fatto la pubblicità di quale pro­dotto, quando e come, e si teneva aggiornatissimo su ogni novità in questo campo. Per questo andava sempre a letto tardissimo, cercando di non perdere neanche l'ultimo spot dell'ultimo programma che andava in onda, e per questo gli capitò la brutta avventura che sto per raccontarvi.
Una sera S. si addormentò davanti al televisore acceso, e fu risucchiato nel bianco schermo vibrante che illuminava a stanza col suo gelido riflesso. Non c'è bisogno di dire che S. ne fu assolutamente felice: finalmente poté incontra­re la deliziosa famigliola che, grazie al pulito buono del detersivo xy, si sveglia ogni mattina in un turbinare di can­dide lenzuola e tovaglie variopinte, poté bere un aperitivo zz con la lasciva brunetta che non beve mai da sola, gustare i magnifici pranzi che la solerte massaia riesce a combinare in tre minuti con l'aiuto dell'elettrodomestico tuttofare abc, e mille altre esaltanti esperienze.
Incontrò tutti gli eroi e le eroine che lo avevano fatto sognare, che gli avevano dato fiducia nell'esistenza di un mondo migliore, più pulito, deodorato, candeggiato, che be­veva spumanti d'annata, mangiava tonno morbidissimo e formag­gi tedeschi, che dormiva su materassi a molle e tra lenzuola e piumoni colorati, in cui i bambini erano graziosissimi pic­coli consumatori di merendine confezionate, bibite frizzanti, pannolini a prova di pipì, scarpe e zainetti di marca.
E' difficile descrivere la sua gioia, la letizia che lo per­vadeva quando camminava nei parchi in cui i vecchietti corre­vano con tute da jogging firmate, nelle strade piovose in cui i passanti, tutti raffreddati, si ficcavano gocce nel naso o ingurgitavano pastiglie che li rimettevano immantinente in sesto, sulle spiagge in cui maliose ragazze esotiche facevano il bagno in vasche trasparenti piene di bollicine azzurre. Come descrivere la gratitudine commossa con cui riceveva taz­ze di caffè e bicchieri di digestivi dalle mani stesse di divi famosi, e divideva il desco con bellissime attrici che, premurose per la sua linea e la sua salute, usavano come con­dimento solo purissimo olio di mais?
Ma la sua felicità, purtroppo, non era destinata a du­rare in eterno. Un giorno si accorse con orrore che in un angolo di questo paradiso occhieggiava continuamente un rettan­golo luminoso sul quale si susseguivano, in colori smorzati, scene repellenti e insopportabili. Vi si vedevano bambini sporchi e rompiscatole che, invece di giocare quieti e appa­gati con tablet e telefonino, esigevano acquisti sempre nuovi da parte dei loro genitori, la maggior parte dei quali erano grassi e mal deodorati, e siccome lavoravano troppo, erano sempre nervosi e si bisticciavano tutto il tempo; le massaie, lungi dal cucinare cantando i loro surgelati e le loro purè, si grattavano in testa con le stesse forchette che usavano per girare l'arrosto, o cuocevano con aria depressa insipide fettine, senza nemmeno insaporirle con dadi da brodo dal gu­sto tradizionale. E che dire dei vecchi? Improvvidi, non si erano procurati una vecchiaia serena autopensionandosi, non utilizzavano pannolini per gli incontinenti né lasciavano le dentiere nell'apposito liquido pulente; anzi, per la maggior parte si sbronzavano in silenzio, seduti su una seggiola e guardando fisso dinanzi a sé. E gli adolescenti? Invece di cantare in coro felici bevendo con la cannuccia dalle loro lattine, andavano male a scuola, si schiacciavano i brufoli, si lavavano poco, le ragazze restavano incinte, i ragazzi a­vevano incidenti di moto, si bucavano, violentavano turiste e handicappate, scippavano le vecchiette e ammazzavano i genitori a colpi di padelle in acciaio inossidabile...
Per un po' S. riuscì a resistere al fascino malvagio dello schermo che lo ossessionava. Teneva il capo voltato, si imponeva di fissare lo sguardo solo sulle vecchie cascine nei cui forni a legna le crostate cuocevano come ai bei tempi an­tichi, o sui magnanimi supermercati in cui vi era sempre l'occasione di trovare buoni sconti, ripeteva come un mantra "dove c'è ** c'è casa" e "***, morbida la vita!". Ma era difficile resi­stere. Continuamente l'occhio gli cadeva sulle disgustose scene che avrebbe voluto cancellare. E venne il momento in cui S. capì che la sua felicità diventava impossibile di fronte a quello spettacolo: capì che doveva fare qualcosa.
Si avvicinò allo schermo, lo spense. E in quel momento il signor S. morì.

mercoledì 20 novembre 2019

Raso: un racconto per i giorni di pioggia


                                                            RASO
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Pioveva da otto mesi. Nel villaggio tutti avevano imparato a nuotare, compresi i bambini più piccoli; galleggiavano nelle culle come ranocchi, e le mamme li appendevano alle travi del soffitto quando volevano farli sgocciolare un po'. Le case erano decorate da ghirlande di funghi bianchicci lungo i bordi delle facciate, pesciolini argentei sguazzavano dietro le finestre del pianterreno, gli uomini pescavano i lucci nelle botole delle cantine. Nelle strade allagate sciami di barchette si spostavano da una casa all'altra. Il ticchettio della pioggia e lo sciacquio dei remi erano diventati il sottofondo della vita quotidiana.

Miriam, la sarta, cuciva seduta dietro l'abbaino della soffitta. Le sue mani scivolavano sulla stoffa umida, l'ago le sfuggiva sovente dalle dita bagnate. Era felice perché era innamorata e sapeva anche di essere ricambiata. Quello che stava cucendo era il suo abito da sposa, a ogni punto un sorriso segreto le allargava il viso. "Sposa bagnata, sposa fortunata" cantava il suo cuore. Le dita scivolose piantavano l'ago nella stoffa, lo tiravano fuori dall'altra parte e davano uno strattone al filo per fermare il punto. Il raso bianco e viscido, coperto di goccioline iridescenti, prendeva forma a poco a poco, prima il corpetto, poi la gonna, poi le maniche, infine la cuffietta e il velo di pizzo antico. Miriam cuciva e sorrideva, la pioggia batteva allegra e incoraggiante al finestrino.
Quando fu troppo buio, scese al piano inferiore a cuocersi qualcosa per cena. Fare il fuoco era sempre più difficile. A stento riuscì a cucinare un guazzetto di carpa con funghi. Era triste mangiare sola, ma erano gli ultimi giorni prima delle nozze. La ragazza sorrideva tra sé al pensiero di quando avrebbe dovuto cucinare per due, inventando nuovi modi per rendere appetitoso il pesce melmoso e gli insipidi funghi che ormai erano l'unico cibo disponibile. Scucchiaiava la sua brodaglia e sorrideva, sorrideva, perché la pioggia era amichevole e l'amore splendeva come il sole tra le nuvole.
"Quando Dario tornerà" pensava "gli preparerò una zuppa di rane e dei funghi canditi. Lui mi bacerà sugli occhi e nel collo, mi sbottonerà la camicetta, io arrossirò un pochino e poi..."
Qui i suoi pensieri si fecero un po' confusi, il sorriso si trasformò in risatina.
"Ci sposeremo, tornerà il sole, asciugherà tutto, e saremo felici per sempre."
Com'era quando splendeva il sole? Non riusciva a ricordarlo bene, ma doveva certamente essere bellissimo.     
Dario era partito tre settimane prima con altri giovani in cerca d'aiuto. Non erano ancora giunte notizie, ma tutti li attendevano di ritorno da un giorno all'altro. Nella mente degli abitanti del villaggio i soccorsi avevano l'aspetto di una schiarita tra le nuvole, di terra fumigante sotto i raggi del sole e di calore che scacciava l'umidità dalle ossa.
Miriam ritirò le lenzuola che aveva stese accanto al fuoco perché si asciugassero un po', preparò il letto e si coricò. Durante la notte la pioggia aumentò di intensità fino a trasformarsi in temporale. Le persiane sbattevano, l'acqua si riversava a scrosci contro le tegole e i vetri, in certi momenti il rumore era così forte che sembrava di trovarsi sotto una cascata, ma i tetti resistevano e nelle case ci si sentiva al sicuro.

La mattina, il temporale era cessato. Dal cielo scendeva una pioggerellina grigia e tiepida come l'acqua della doccia, così sottile che era quasi un piacere farsi spruzzare la faccia aprendo le finestre.
"Oggi sarà una bellissima giornata" si disse Miriam, tornando a sedersi accanto all'abbaino per terminare il suo abito da sposa.
Ormai aveva tutto il tempo di dedicarsi al proprio corredo. Nessun abitante del villaggio aveva più bisogno della sua opera, ognuno si vestiva alla meno peggio con sacchi e coperte, badando solo a coprirsi come poteva dall'umidità e dal freddo.
Verso mezzogiorno la pioggia aumentò di nuovo. Quando Miriam scese per prepararsi il pranzo trovò la cucina allagata, inutilizzabile. Ricuperò un paio di pentole che galleggiavano nell'acqua torbida, una scatola di fiammiferi da una mensola, un po' di legna per fare il fuoco, e si rifugiò nella soffitta. Il pomeriggio fu lungo e la scarsa luce non le permise di andare molto avanti nel suo lavoro. La sera, l'acqua aveva ormai raggiunto anche la soffitta. Avvolse con molta cura l'abito di raso bianco in un telo impermeabile, s'arrampicò dal davanzale dell'abbaino fin sul tetto e si sistemò alla meno peggio accanto al comignolo. Anche sui tetti delle case vicine vi era gente, le conversazioni si intrecciavano, mentre le barche dondolavano ormeggiate ai comignoli.
La notte era buia e fredda. Miriam sgranocchiava funghi crudi per tenersi sveglia e non cadere in acqua, sorridendo appena appena tra sé. Aveva messo il suo fardello ben steso su uno spiovente del tetto perché non si stropicciasse, fermandolo con qualche tegola per impedire alle raffiche di vento di portarlo via. Verso l'alba si addormentò. Quando riaprì gli occhi, sicura di aver dormito pochi istanti, una luce grigia illuminava il villaggio.
 C'era molta agitazione tra i comignoli, esclamazioni soffocate, un andirivieni di barchette, uno sciacquio inquieto. Miriam si alzò in piedi a fatica appoggiandosi al tetto con le due mani. Scrutò attentamente la foschia e infine riuscì a distinguere la causa di tutto quel movimento. In lontananza, dalla parte dove un tempo c'era una pianura coltivata e verdeggiante, avanzava lentissima una nave maestosa, pavesata di luci malgrado il chiarore sempre più intenso del mattino. Man mano che si avvicinava tagliando l'acqua con la prua e sollevando due lucide onde, sul villaggio scendevano il silenzio e l'immobilità. Gli abitanti ritti in piedi allungavano il collo e trattenevano il respiro contemplandola. La pioggia si era diradata, larghe lente gocce si spiaccicavano con un suono ritmato sulle tegole e sull'acqua.
Cominciarono a levarsi esclamazioni di sollievo, meraviglia, grida di gioia e battimani. Il cuore di Miriam batteva furioso. C'era di sicuro Dario sulla nave, Dario che aveva trovato i soccorsi e ora tornava trionfalmente e li avrebbe portati tutti in salvo in un posto asciutto e soleggiato, dove avrebbero potuto mangiare pane e frutta e carne.

La nave procedeva silenziosa, emanando sicurezza e luce, ma c'era qualcosa che non andava. Ormai giunta all'altezza delle case, a una distanza di qualche decina di metri, non accennava a fermarsi né a rallentare l'andatura. Sui ponti e dietro agli oblò illuminati si stagliavano delle figure umane immobili, con il viso rivolto verso i tetti che spuntavano dall'acqua, muti, senza un sorriso. Miriam all'improvviso fu sicura di riconoscere Dario, ma non riuscì a emettere il grido che le soffocava la gola. Rimase impietrita sotto le raffiche di pioggia che aumentavano di intensità.
"Bisogna fermarli!" gridò qualcuno. "Facciamo dei segnali, facciamoci vedere!"
"Facciamo un fuoco!"
Questa, naturalmente, era  un'idea assurda.
"Una bandiera, qualcosa di bianco, che si veda da lontano e attiri la loro attenzione!"
La vicina di casa di Miriam si arrampicò sulle tegole scivolose fino a raggiungerla.
"Il tuo vestito da sposa! Il raso è lucido, si vede bene. Dove l'hai messo? Dammelo."
Miriam non l'aveva ascoltata, ma quando la vide afferrare il pacco impermeabile si scosse e corse a fermarla.
"Non toccare il mio vestito! Quello mi serve per sposarmi quando Dario tornerà!"
La donna le diede uno spintone. Miriam riuscì a evitare di cadere in acqua solo aggrappandosi al comignolo con tutte le sue forze.
Il pacco fu aperto. Un uomo infilò un bastone nelle maniche dell'abito che dopo pochi istanti sventolava agitato da mani volenterose e disperate. Miriam guardava la pioggia che inzuppava il raso bianco, le pieghe acciaccate della gonna, il merletto antico inzaccherato dal fango. I suoi occhi aridi e brucianti non avevano lacrime, solo le gocce di pioggia le rigavano le guance e le scendevano nel collo.
La bianca bandiera sventolò a lungo, gli abitanti del villaggio gridarono e gridarono, ma la nave non si fermò. Proseguì superba e serena, si lasciò dietro speranza e disperazione e continuò ad allontanarsi finché il grigiore compatto dell'orizzonte la inghiottì, e disparve in silenzio come in silenzio era apparsa. Dopo qualche minuto una grande ondata grigia e lucente investì le case, strappando dai tetti qualche vecchio e qualche bambino. Si dovette andare a ripescarli con le barche prima che affogassero.
Il tempo passava. Tutti rimanevano incerti, senza più parole, seduti sulle tegole bagnate, finché nel primo pomeriggio qualcuno si accorse che la pioggia aveva cessato di cadere. Il cielo ancora grigio non riversava più sulla terra l'interminabile cascata che li aveva oppressi per tanti mesi. Dopo qualche ora, si udì un grido.
"L'acqua sta scendendo!"
Era vero. L'acqua defluiva dalle vie, a poco a poco le case emergevano, la gente rientrava dalle finestre dei piani alti e cominciava il faticoso lavoro di ripulire e sgombrare le stanze dal fango e dai detriti. Al tramonto, il manto compatto di nubi si squarciò a occidente. Un raggio di sole si allungò, rosso e arancione, fino a lambire le case, facendo brillare i vetri delle finestre. Tutto il villaggio sembrava in fiamme. Gli abitanti uscirono nelle strade intasate dal fango per sentire sulla pelle il bruciore insopportabile e infinitamente gradevole del sole.

Passarono alcuni mesi, e fu di nuovo estate, come quando la pioggia aveva cominciato a cadere. L'erba era ricresciuta tra i ciottoli delle strade, nei cortili si sentivano di nuovo chiocciare le galline e abbaiare i cani. Il fango era stato spalato, le case ripulite, la vita aveva ripreso il suo ritmo normale.
Miriam, seduta su una seggiola fuori dall'uscio, cuciva sorridendo da sola. I clienti erano numerosi ora che la vita era tornata a fervere, le donne volevano abiti per il ballo, gli uomini avevano bisogno di completi eleganti e indumenti per il lavoro. Ma Miriam cuciva anche per sé. Nelle lunghe sere estive, mentre se ne stava seduta sulla sua seggiola, le sue agili dita lisciavano il raso che aveva acquistato nella vicina città, un punto dietro l'altro il suo abito da sposa riprendeva forma. Non aveva più il merletto antico, ma il tulle poteva andare bene lo stesso. Non era mai stata una ragazza pretenziosa. Era bello cucire nella sera azzurra, sognando dolcemente il ritorno di Dario, che non era mai ricomparso, come nessuno di quelli che erano partiti con lui. Ma sarebbe tornato di certo.
"Lascia perdere, Miriam" le dicevano le vicine. "Dario e i suoi compagni sono ragazzi giovani, pieni di voglia di conoscere il mondo, chissà dove sono adesso."
A lei non importava aspettare. Si era abituata a sedere fuori dell'uscio la sera, a cucire finché c'era un po' di luce. Poi rientrava, si cucinava la cena, magari più tardi andava a fare quattro chiacchiere con una vicina, o qualcuno veniva a trovarla. Non era una brutta vita, ora che la mattina si potevano spalancare le finestre per fare entrare il sole, uscire per le strade, chiacchierare nei negozi e passeggiare in campagna. C'erano tante cose da fare, bastava muoversi lentamente e pensare solo al ritorno di Dario, senza soffermarsi sulla sequela di giorni che la separavano da quel momento. Per questo Miriam era contenta che il raso fosse un materiale così difficile da cucire: punto dopo punto, gugliata dopo gugliata la sua vita si svolgeva tranquilla e senza scosse.     
Quando giunsero le prime foglie gialle e le prime nebbie d'ottobre, l'abito da sposa era finito. Miriam tornò ancora una volta in città per comprare un manichino sul quale dispose la sua opera, completa di velo e coroncina di fiori di seta. Ritto in un angolo della stanza in cui la ragazza lavorava e i clienti provavano i vestiti, divenne una presenza silenziosa che metteva a disagio chi lo guardava. Per lei invece era una fonte continua di orgoglio e rassicurazione. Ora la sera veniva buio presto, faceva freddo, naturalmente non sarebbe più stato possibile sedere fuori dalla porta a cucire. Miriam se ne stava in casa a leggere, ascoltare la radio e pensare a Dario. Le serate erano lunghe, ma non le pesavano.

A novembre ricominciò a piovere. Dapprima fu una pioggerellina grigia e impalpabile, che quasi non spruzzava neppure i vetri e inumidiva appena il volto, ma col passare dei giorni divenne più fitta e insistente, e infine ricominciarono le raffiche torrenziali che facevano tremare le pareti e sembravano sempre sul punto di scoperchiare i tetti. Questa volta, gli abitanti del villaggio non aspettarono passivamente che il diluvio finisse. A una a una, le famiglie radunavano i loro averi, masserizie, bambini e animali sulle macchine, sui trattori, sui camion e partivano. Era chiaro che non c'era molto tempo da perdere, perché le strade che portavano al villaggio cominciavano a trasformarsi in pantani, il fiume nel suo letto in mezzo ai campi minacciava di straripare dagli argini ricostruiti durante l'estate. Sotto la pioggia battente le file dei fuggitivi si snodavano come lucidi serpenti.
Il villaggio era ormai quasi del tutto spopolato. Miriam sedeva accanto alla radio che ancora trasmetteva pubblicità e ballabili provenienti da qualche luogo in cui il cielo era sereno, forse addirittura splendeva il sole. I suoi vicini, tra gli ultimi che si erano decisi a partire, vennero a chiederle se voleva andare con loro. Ma Miriam non aveva voglia di partire. Le piaceva il rumore della pioggia e l'odore di umido che pervadeva già tutta la casa.
"Che cosa resti a fare?" le chiese la vicina. "Se non parti ora non potrai più farlo, non ci sono più mezzi di trasporto. Questa sera sarai del tutto sola. Vieni via finché sei ancora in tempo!"
Lei ringraziò e rimase.
Venne la sera, ed era bello sentire il vento che scuoteva le persiane mentre in casa tutto era immobile e silenzioso. Miriam leggeva accanto alla stufa; c'era ancora legna. Quando giunse l'ora di cena, si alzò per cucinare qualcosa. Aprendo la credenza fu lieta di vedere che vi erano spuntati dei funghi. Ne raccolse alcuni, e canticchiando cominciò ad affettarli per prepararsi una cenetta come piaceva a lei.




domenica 3 novembre 2019

Binge reading in the United Kingdom: Elizabeth Jane Howard, La saga dei Cazalet

Per motivi contingenti, negli ultimi tempi ho potuto praticare un'attività in cui eccellevo nell'adolescenza e anche, devo dire, nell'età adulta fino a quando ho cominciato a scrivere: il binge reading, il dolce abbandono alla lettura per ore e ore, pomeriggi, serate, pasti e prima mattina... La mia buona stella mi ha fatto trovare La saga dei Cazalet, cinque volumi che avevo scaricato pensando che un giorno, magari, su una spiaggia ombreggiata da una tamerice o da platani generosi avrei trovato il tempo di affrontarla. Invece platani e tamerici non c'erano ma il tempo sì, e io mi sono sciroppata i cinque volumi della saga, Gli anni della leggerezza, Il tempo dell'attesa, Allontanarsi, Confusione, Tutto cambia, ben contenta della full immersion nelle quattro generazioni della sterminata famiglia Cazalet, e piuttosto dispiaciuta al momento del distacco.

Dell’inglese Elizabeth Jane Howard (1923 - 2014, ma questa voce di Wikipedia è solo un abbozzo, la sua lunga e turbolenta vita merita un approfondimento) avevo già letto Il lungo sguardo che non mi aveva fatto una grande impressione. E anche La saga dei Cazalet non è un capolavoro, ma di sicuro è interessante, assai curioso, pieno di spunti e dopo un po' ipnotico, avvolgente e confortante come una tazza di tè in un pomeriggio nebbioso. Inoltre sono cinque volumi, ognuno dei quali evidentemente ha una sua personalità, qualcuno più felice altri meno, e man mano che si va avanti nella lettura si entra di più nei personaggi e nelle vicende e ci si adagia. Io, che tendo a distrarmi facilmente, all'inizio ho fatto parecchia fatica a districarmi tra i personaggi che solo dopo un po' assumono una personalità ben definita e distinta. Si tratta dei membri della famiglia Cazalet: i capostipiti, il Generale e la Duchessa, i loro quattro figli Hugh, Edward, Rupert e Rachel, le rispettive mogli, amanti, amiche, la numerosa figliolanza (in particolare le nipoti Louise, Polly e Clary, ma nell'insieme almeno una dozzina, ognuno con le sue vicende personali e fidanzati mariti figlioletti ecc), gli amici e i parenti più vicini e naturalmente i domestici di tutti, seguiti per un arco di tempo che va dal 1937 al 1957, tra Londra, il Surrey e Southampton, con un breve excursus in Francia. E' una stirpe solidamente borghese di commercianti di legnami, molto ricca al'inizio, che attraversa i cambiamenti di quegli anni in una frenetica ricerca di felicità e sicurezza, coinvolta fino in fondo nella guerra e nel dopoguerra, nel dolore e nella ricostruzione, costretta a adeguarsi ai cambiamenti che stravolgono il suo mondo.

Un aspetto molto particolare della scrittura di Elizabeth Jane Howard è la sua attenzione ai particolari concreti della vita, per esempio il cibo, sempre insufficiente nei lunghi anni della guerra e del dopoguerra in cui in Inghilterra rimase in vigore per anni il tesseramento: l'autrice ci informa sempre minutamente su quello che mangiano i suoi personaggi, come e chi cucina, dove vanno al ristorante  e quali piatti ordinano; che cosa bevono (naturalmente tazze di tè e tazze di brodo ma anche molto vino, superalcolici, liquori, cocktail e similia); le marche di sigarette o di sigari che prediligono; descrive sempre come sono vestite le donne, dove si procurano le toilettes, i tessuti che tagliano e cuciono da sé, come portano i capelli, come se li lavano, quante volte fanno il bagno, ci dice se l'acqua è calda o tiepida, sufficiente o poca... E così per le case, che vengono comprate e vendute frequentemente, bombardate durante i raid aerei, aggiustate, ripulite o trascurate, con l'unico punto fermo di Home Place, la grande casa di campagna in cui tutti si riuniscono per le vacanze, le feste comandate e durante lo sfollamento. E il caleidoscopio di personaggi si muove in questo scenario così concreto e si rincorre, si accoppia, se ne va, si ama, si odia... insomma vive. Bisogna dire che i Cazalet non sono esclusivamente la classica famiglia borghese solida e inquadrata, ci sono parecchi temperamenti artistici e personaggi irregolari, anticonformisti o semplicemente incapaci di conformarsi, ognuno ha qualche segreto nel cuore e alcuni compiono scelte davvero controcorrente e tutto sommato gli altri membri della famiglia accettano senza giudicare né scandalizzarsi troppo.

Un grande pregio, mi ripeto, è la concretezza della scrittura. Le vicende sono raccontate senza dilungarsi in analisi psicologiche o sfrucugliamenti in profondità, anzi, molto sovente gli snodi principali di un personaggio ci vengono comunicati in absentia. Tutti i romanzi sono scanditi in capitoli dedicati a un personaggio o a un gruppo di personaggi, che vengono per un po' alla ribalta. In questo senso infatti la parte che ho trovato un po' più noiosa è quella in cui le adolescenti parlano in prima persona dei propri dolori e piaceri, o il diario di Clary per il padre disperso in guerra. Meglio i dialoghi sempre piuttosto brillanti e dinamici, la narrazione veloce e oggettiva.

Non si tratta di romanzi che ti aprono un mondo, né ci sono personaggi indimenticabili cui affezionarsi, e qua e là un sospetto di moralismo è impossibile da evitare. Ma l'insieme è sufficientemente spregiudicato da incuriosire, e tanto fitto di storie e particolari da rassicurare. Certo in un altro momento non ce l'avrei fatta a leggere i cinque volumi di seguito, e non mi sento di consigliarlo, però devo dire che sono molto riconoscente a Elizabeth Jane Howard per avermi fornito una lettura gradevolissima, poco impegnativa ma non leggerina, avvincente e tutto sommato serena. Adattissima per trascorrere un periodo abbastanza lungo (più di un mese di certo) in buona compagnia letteraria.
La traduzione di Manuela Francescon ogni tanto dà segni di stanchezza ma è umano, dopo tanti Cazalet si sarà un po' stufata. In compenso le copertine di Fazi sono strepitose, tutte e cinque.                 

sabato 21 settembre 2019

Quando la vita è troppo amara, solo una gita a Bolzaretto Superiore può consolarci

 E di nuovo mi trovo senza libri da recensire, perché gli ultimi che ho letto non mi hanno convinta per niente. Tipo Il nostro piccolo pazzo condominio, romanzo d'esordio di Fran Cooper (ditemi se si può inventarsi un titolo più brutto, quando poi l'originale inglese, These dividing walls, è non solo molto più bello ma anche azzeccatissimo), traduzione di Maria Gini, che comincia in maniera accattivante raccontando di un ragazzo inglese che va a Parigi per riprendersi da un lutto, e nel caseggiato in cui  vive incontra altri segreti dolori, altre sofferenze che danno frutti marci, e mettendo in campo molti personaggi con potenzialità e poi a poco a poco vira sul moralistico, il politicamente corretto, mescola razzismo, neonazismo e attentati in maniera davvero elementare per poi "finire bene" - che faccia parte di quella up literature di cui ho scoperto da poco l'esitenza e il solo pensiero mi ha agghiacciata? Anche se poi a ben pensarci non è certo quella gran novità, e magari certe parolette nella nostra bella lingua tipo edificante o consolatoria potrebbero sostituire l'up, ma certo il risultato non è altrettanto elegante e trendy.

O Seppellitemi dietro il battiscopa di Pavel Sanaev (traduzione di Valentina Parisi), che invece mi ha sedotta proprio con il titolo e di cui non posso dire niente di male, anzi - solo che non sono riuscita a capire se la storia straziante, in prima persona, di un bambino russo affidato a una nonna pazza e torturatrice, a un nonno menefreghista e sfuggente, a una scuola fonte di tremenda ansia, che ama appassionatamente la sua mamma che però può vedere solo una volta al mese perché la nonna in pratica lo tiene prigioniero, doveva farmi piangere o ridere. Alla fine mi ha solo profondamente annoiata. Ho letto che in Russia, dove ha avuto un successo strepitoso e ne hanno fatto anche un film, i lettori si divertivano moltissimo riconoscendo abitudini sovietiche nelle cure cui era sottoposto l'infelice protagonista. Non avendo avuto un'infanzia sovietica non sono abbastanza informata per apprezzarne lo spirito, ma sarei felice se qualcuno ci provasse e poi mi spiegasse bene.

Così sono andata a fare un giro a Bolzaretto Superiore dove come si sa ne succedono di ogni, e non sono stata delusa.

APRITI CIELO
Perché a Bolzaretto Superiore quando nevica, nevica. La fioca, la neve, cade dappertutto, non c'è
scampo. Sulla tangenziale e sulla piazza della chiesa, sui giardini delle villette a schiera e sui cortili delle cascine inglobate nel paese, sui pini annoiati davanti alla scuola elementare, sulle bialere gelate dove poi i bambini vanno a fare le scivolate e ci cascano dentro, sul campanile e sul tetto del mulino dismesso. Sui capannoni industriali abbandonati. Sulle fabbriche trasformate in outlet e persino sul grande, magnifico centro commerciale. E lì ecco che si verifica il prodigio. Tra i fiocchi morbidi e gelati c'è qualcosa di duro che quando ti cade sul naso fa un po' male. A terra non si scioglie, e non fa in tempo a ricoprirsi di neve che ne cade un altro, un altro, un altro ancora... Decine centinaia migliaia di caramelle, gianduiotti, marron glacé, cremini, cri-cri, preferiti, cuneesi, ginevrine, quaresimali si depositano dolcemente sulla bianca coltre senza spiaccicarsi. Quando i clienti che escono carichi di sacchetti se ne rendono conto si buttano a raccoglierli, li ficcano a manciate nelle tasche e nelle borse, quelli più impazienti se li infilano in bocca, manco li scartocciano, inghiottono gianduiotti e carta dorata in un solo boccone. I bambini increduli ne fanno mucchietti e chiedono alle mamme di imprestargli il carrello. "E' una pubblicità" dicono i più smaliziati sorridento con l'aria di chi la sa lunga.
Che centro commerciale generoso! Ci torneranno tutti, sperando di riavere la stessa buona fortuna. E nella furia di golosità mangiano tutti i dolci caduti dal cielo, e nessuno di loro si renderà mai conto che si trattava di un vero miracolo, un miracolo che porterà un sacco di clienti al centro commerciale, a costo zero.