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lunedì 3 ottobre 2011

VALERIA AMERANO, NON VOLTARTI, ABBIAMO PERSO

In questa rievocazione in forma di autobiografia sentimentale di due amori finiti, Valeria Amerano vince la difficile sfida di trasformare una piccola vicenda in un’epica dell’anima o meglio del cuore, dove l’amore è declinato in modi spudoratamente “fuori moda”, assoluti, senza vergognarsi della passione né tentare di mistificarla, anzi, traendone orgoglio. L’autrice sceglie la forma del romanzo in prima persona; l’io narrante è Anna, Marco e Davide i due uomini che costituiscono in varia misura i pioli su cui si arrampica la vita di Anna. E perdonatemi la metafora faticosa, ma mi è venuta in mente proprio perché il romanzo narra la fatica e la determinazione con cui la protagonista giunge a scoprire se stessa e affermarsi come persona attraverso la sensualità, la capacità di essere “schiava d’amore” senza difese ma consapevole. La vicenda si svolge negli anni ’70 in una Torino fascinosamente indistinta e precisa, un po’ buia, lontana nel tempo, dove ogni indicazione topografica rappresenta una tappa di vita. Anna, maestra elementare, sposata troppo giovane, intreccia un’amicizia amorosa con un collega, Marco, un po’ sfuggente e poco disposto a concedersi del tutto. Per lei inizia un percorso arduo ma inevitabile: sfidando le regole sociali e la disapprovazione della sua famiglia d’origine, si separa, va a vivere da sola , si dedica al suo sogno più vero, più profondo, quello di scrivere. Marco rimane un amore accettato con abbandono e lucidità: Una volta, era forse San Valentino, gli avevo dato il suo regalo seduta sul letto dell’albergo. Lui, superiore da sempre a queste cose, s’era messo in testa il fiocco colorato della scatola dicendo: "Sono io il regalo". Avevo sorriso e fatto finta di nulla. (Dieci anni dopo non gli avevo ancora perdonato quel gesto, né il fatto che avesse ragione.), ma non diventa mai un rapporto intorno al quale costruire la sua vita: Ero la donna di Marco. Non l’unica forse; ma se io potevo stare al posto di un’altra, un’altra non poteva stare al mio posto quando lui voleva me. Gli subentra Davide, amore ancora più evanescente anche se condivide con Anna la passione per la scrittura. Intorno ci sono gli anni tumultuosi delle rivolte giovanili, del femminismo, ma nulla di tutto questo raggiunge Anna nel suo quasi monacale isolamento: percorre la medesima strada di liberazione e autoaffermazione in perfetta solitudine, dedicandosi totalmente alle sue passioni, il dono di sé come amante, le parole da allineare sulla carta per narrare di sé.
I fatti sono pochi, e ciò che permette a Valeria Amerano di rendere appassionante questa vicenda intima e all’apparenza banale sono la stupefacente capacità di scrittura, che riesce a dare parole a ogni sfumatura di un rapporto, una eccezionale profondità di sentimento, e un’originalità di analisi davvero rara. Non manca neppure un leggero velo d’ironia che impedisce alla storia di un’anima di diventare storia di un ego. Infatti, malgrado l’intensità e la nostalgia che lo pervadono, questo non è un libro difficile, anzi, il lettore viene accompagnato con leggerezza all’inseguimento dei giovani passi di Anna che esplora i confini della crudeltà dell’amore e della sua libertà. Se ci fosse giustizia a questo mondo, Valeria Amerano sarebbe riconosciuta per quello che è, una grande scrittrice. Mi auguro che questo libro incontri almeno ciò che di diritto gli spetta, molti lettori capaci di lasciarsi andare all’incanto delle sue parole.
Edizioni Alga 2011

lunedì 28 giugno 2010

Valeria Amerano, In pugno alle stelle

Conosco Valeria Amerano ormai da parecchi anni e ho avuto modi di apprezzarne la scrittura nei molti racconti vincitori di premi, ma questo è il primo romanzo suo che leggo. E pur aspettandomi qualcosa di bello, devo dire che la lettura ha superato di molto le mie aspettative. In pugno alle stelle è il romanzo di una famiglia, quella dell'autrice, di cui vengono ricostruite le generazioni fino dalla fine dell'Ottocento, quando il nonno paterno Steo Delmo abbandona la campagna pinerolese per emigrare a Torino, dove diventa tranviere. Sposa la bella Caterina la cui famiglia coltiva fiori in un vivaio detto il Brasil. Di qui si dipanano le vicende di nonni, zii, zie, genitori, fino a quando tra gli altri personaggi spunta anche Anna, alter ego dell'autrice, e si giunge più o meno agli anni ottanta del secolo scorso.
Detto così sembrerebbe un banalissimo memoir familiare, una di quelle opere che si scrivono per indulgere all'epica dei ricordi e alla nostalgia dell'infanzia. Invece è un libro magnifico per la capacità quasi miracolosa di empatia con i personaggi che racconta, nei quali entra senza dare l'impressione di forzarli, di inventarli. Io, che di solito non vado pazza per le storie di famiglia o di memoria, devo riconoscere che questa è speciale. Un punto di forza è la scrittura, ricca, sorprendente, senza mai cadere nel barocco o nel troppo scritto. Quel genere di scrittura che ti fa andare avanti stupita, chiedendoti: ci sarebbe un altro modo di dire questa cosa? No, non c'è, questo è il migliore possibile. Non c'è indulgenza né compiacimento nella descrizione dei tipi umani che compongono la famiglia della scrittrice, ma c'è rispetto e una forma non sentimentale di adesione al passato, uno sforzo di recupero, di interpretazione, di ricostruzione, frutto forse di una nostalgia consapevole dell'impossibilità di afferrare un mondo sparito. Ho sentito più di una volta Valeria Amerano dire che si può scrivere solo di qualche cosa che si è perduto, un'affermazione in cui non mi riconosco ma che il suo romanzo mi ha fatto capire e che sicuramente rispecchia la sua scrittura e ne spiega il fascino.
Rimane da dire che questo libro, uscito nel 2004 per Alzani Editore, non ha certamente avuto la diffusione che meritava. La sua profondità e la sua ricchezza ne fanno un'opera che spicca decisamente al di sopra della media di quello che i nostri editori di punta offrono in abbondanza. Ma non segue la moda della facilità e del noir a ogni costo, della narratività consolatoria, e questo forse renderà difficile che venga riconosciuto il suo valore. Certo varrebbe la pena che qualche casa editrice coraggiosa e soprattutto di gusto lo ristampasse e investisse nella promozione.
Concludo con una citazione, la frase finale: Li ho sempre accompagnati tutti al cimitero, i miei morti, ma non sono mai riuscita a seppellirli.