Il caso mi ha fatto imbattere in Barbara Pym dopo molti anni che non la frequentavo più, e come
succede con le vecchie amiche mi sono immediatamente fermata a sentire quello che aveva da raccontarmi. E l'antico legame, l'incanto delle sue parole mi ha immediatamente riacchiappata con Se una dolce colomba, romanzo del 1978 in edizione La Tartaruga del 1991, con la bella traduzione di Maria Grazia Bellone. E mi sono ripromessa, proprio perché è una vecchia amica, di farmi di nuovo raccontare le sue storie che conosco già ma so che sono incantevoli, non mi stanco mai di ascoltarla. Rileggerò per il mio piacere e il mio vantaggio Donne eccellenti, Quartetto d'autunno, Una questione accademica e tutti gli altri che occupano un posto sui miei scaffali. Sulla sua vicenda editoriale, ecco qui qualche notizia. Barbara Pym fa parte di quel nutrito gruppo di scrittrici britanniche, anzi di narratrici, di eccelsa bravura e fascinosa intelligenza, capaci di raccontare il mondo divertendo, interessando, senza mai avere bisogno di toni forti e vicende scioccanti. Per intenderci, nipotine non di Emily Bronte ma di Jane Austen. Penso a Celia Dale, Marie Belloc Lowndess, Mary Wesley, Penelope Fitzgerald, Elizabeth Taylor, Molly Keane, Monica Dickens, Fay Weldon, Mary Margaret Kaye e molte altre che potrete scoprire incamminandovi su questo ridente sentiero.
In questo romanzo Miss Pym dà sfogo alla sua delicata perfidia. Senza mai uscire dai confini di un'educatissima e un po' snob descrizione di una società fatta di signore benestanti e di ottimi gusti (almeno quando si tratta di vestiti e oggetti vittoriani), antiquari galanti, giovanotti graziosi e bisognosi di protezione, vicine invadenti, ragazze malvestite che abitano in campagna. Ci si scambiano inviti a pranzo e a cena, regalini e mazzi di fiori, mobili in prestito (c'è un'esilarante scambio di tavolini e specchiere, quasi farsesco nell'incrocio di generosità e meschineria), si tengono le distanze, i giovani sono sciocchi e ingenui, gli adulti egoisti ma non più saggi. C'è un classico terzetto costituito dalla protagonista Leonora, bella donna al tramonto descritta senza mai usare una parola che non sia lusinghiera, ma per la quale è impossibile provare empatia dato il suo adamantino egocentrismo, Humphrey il perfetto gentleman che sa sempre come confortare le signore, il giovane James confuso, ingenuo e alla fine vittima del predatore Ned, che distrugge il delicato equilibrio (non a caso è americano!). L'argomento potrebbe essere scabroso ma siccome l'understatement è legge, niente di imbarazzante viene mai chiamato con il suo nome e i colpi bassi si ingoiano come pasticcini senza dar segno di soffocamento, la vita scorre con eleganza e discrezione tra aste da Christie’s, tazze di tè e pranzi al club. E se ogni tanto si è costretti a fare tappa in un locale self-service, per una volta ci si può anche adattare con grazia.
Parlando di Barbara Pym, maestra dei dialoghi, mi viene da usare a ripetizione aggettivi come incantevole, delizioso e simili, ma mi trattengo perché so che lei storcerebbe il naso per il cattivo gusto. Mi limito a dare a chi legge un consiglio da amica: se avete voglia di passare qualche ora in ottima compagnia, intelligente, cattivella, colta, beneducata, mai noiosa né sopra le righe, affidatevi a Miss Pym e mi ringrazierete.
Purtroppo, e mi dispiace perché Andrea Camilleri è uno scrittore che ammiro e leggo con piacere, il suo Donne è chiaramente un'operazione editoriale per raschiare il fondo del barile di un autore di richiamo. Non ne parlerei se non fosse che l'ho letto subito prima di Se una dolce colomba e il confronto è stato impietoso. Si tratta di un piatto repertorio di paginette su donne famose, come Angelica o Giovanna d'Arco, o incontrate dall'autore in varie fasi della sua vita, ma nessuna riesce a suscitare un brivido d'interesse né esce dai solchi del cliché, del corpo voluttuoso e delle gambe slanciate, della storiellina davvero minima. Peccato. Mi è spiaciuto per Camilleri, ma per la prima volta leggendolo mi sono annoiata. Prima o poi lo leggerò di nuovo, sono così numerosi i suoi libri che certamente troverò di che divertirmi ancora.
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martedì 4 dicembre 2018
mercoledì 4 giugno 2014
Parliamo tanto (anzi, solo) di donne, che ne vale veramente la pena: Mary Wesley, Come un soprammobile e le edizioni astoria
Tra i felici incontri inaspettati che ho fatto al Salone del Libro c'è astoria edizioni (in corsivo perché non c'è maiuscola, e non vorrei paresse un erroro mio). Libri dalla copertina rossa e dal contenuto assolutamente appetitoso. Monica Randi, un lungo passato da responsabile della narrativa
straniera in Feltrinelli, poi publisher associato al Saggiatore, ne è direttore editoriale. Ecco, nelle sue parole tratte dal sito, la filosofia della casa editrice: Esiste una categoria di autori, che gli inglesi magistralmente
definiscono “neglected”, il cui destino è stato quello di essere
dimenticati: pubblicati e subito scomparsi o addirittura mai apparsi
nel nostro paese. I motivi possono essere vari, però si nota che
è un destino toccato in sorte più alle donne che agli uomini.
E ha toccato in particolare quella letteratura capace di guardare
al mondo con una certa ironia e leggerezza. Da molti anni la letteratura, infatti, sembra dover raccontare
la realtà soprattutto nei suoi aspetti più cupi, più drammatici,
con toni intensi e tristi. Ma chi l’ha detto che la letteratura
deve solo restituirci il mondo nei suoi aspetti più tragici? E
se fosse vero che la leggerezza e l’ironia riescono a darci ugualmente
ragione del mondo in cui viviamo? Ecco, astoria nasce da qui. Letteratura prevalentemente femminile
(anche se gli uomini avranno il loro spazio), variegata quanto
a provenienza geografica e a epoca, unita dalla consapevolezza
che il mondo può essere affrontato, descritto e vissuto con lievità
e spessore. Questa delle dimenticate è una questione che mi tocca e mi interessa, ne ho parlato parecchio su questo blog a proposito di una serie di meravigliosi libri della Sellerio, dove si incontrano tra le altre Vernon Lee, Celia Dale, Constance Fenimore Woolson, Kate Chopin, Elisabeth Sanxay Holding, Marie Belloc Lowndes, Carolyn G. Hart, Mary Lanvin, Nadezda Durova più uno scombiccherato mazzolino di italiane, Adelaide Bernardini, Amalia Guglielminetti, Carola Prosperi, Contessa Lara, Jolanda, Matilde Serao, Regina di Luanto, Térésah, Vittoria Aganoor. Quindi l'idea di una casa editrice dedicata a loro già mi piaceva: quando poi nel catalogo ho incontrato vecchie amiche amatissime come Barbara Pym e Mary Wesley, altri nomi noti e frequentati come Georgette Heyer o Monica Dickens (di cui ricordo, perso nelle nebbie della prima adolescenza, un divertente Un paio di piedi sulle sue esperienze di infermiera), be', mi sono commossa. E per completare la mia felicità ho verificato che di quasi tutti i romanzi c'è l'edizione digitale. Così, per cominciare (ma so già che è il primo di molti!) ho scaricato e letto Come un soprammobile di Mary Wesley, nella traduzione di Paola Mazzarelli. Siamo a Londra durante la seconda guerra mondiale, in una data non specificata. La diciassettenne Juno si aggira sola sotto un bombardamento. Sua madre è partita per il Canada dove Juno dovrebbe raggiungerla, e lei ha appena perso la verginità con due amici d'infanzia di cui è innamorata da sempre, di qualche anno più vecchi e ormai partiti soldati, non prima di averle raccontato parecchie panzane. Ecco che, provvidenziale, un tizio la prende per un braccio e la spinge in una casa dove sono già raccolti alcuni giovani bloccati mentre andavano a ballare e una donna, una vicina, che distribuisce minestra sotto ogni bombardamento. Il padrone di casa, Evelyn, è stanco e sofferente, ma prima di addormentarsi scribacchia una lettera e la affida Juno, raccomandandole di consegnarla a suo (di lui) padre. Di qui si innesca una serie di avvenimenti che non mi sogno di raccontarvi, che portano la ragazza a stabilirsi in una tenuta di campagna di proprietà del padre di Evelyn, Robert Copplestone, dove si prende cura della scrofa Eleanor e monta il pony Millicent, nomi che hanno la loro ragione. Juno instaura anche rapporti con esseri umani, fa alcune scoperte e veleggia verso la soluzione dei suoi problemi con un misto di ingenuità e forza che mette di buon umore. E' un romanzo molto divertente e spregiudicato, con una sottotraccia di cauto e elegante femminismo, privo della pur minima parvenza di perbenismo e pronto a rovesciare molti stereotipi sugli inglesi, primo fra tutti quello sulla loro presunta rigidità morale e sociale. La guerra, in effetti, instaura un clima del tutto particolare in cui, oltre alla coesione, alla solidarietà, al fortissimo pragmatismo nazionale, emerge una sterminata libertà: la guerra libera dalle convenzioni, dalle barriere sociali, dai preconcetti sulle donne, scatena il sesso (altro che niente sesso siamo inglesi, qui di sesso ce n'è parecchio e si sente, ottimo antidoto contro la paura e la morte). E questo mi ha fatto pensare una volta di più a che straordinari narratori sono gli inglesi, e consentitemi, le inglesi soprattutto. Qui ci sono fatti e osservazioni concrete, niente intimismi, neanche l'ombra di romanticismo né sentimentalismo, che creano un mondo completo di atmosfera, background storico, dinamiche sociali rappresentate con obiettività piuttosto spietata; ma senza tirarsela, senza montare in cattedra, di modo che alla fine il lettore è contento e di ottimo umore. Ho visto, a proposito di astoria, la definizione di "casa editrice per signore": e dico sì, per signore spiritose e disposte a ficcare un po' il naso nelle vite altrui senza per forza doversi identificare o emozionarsi. E i libri di Mary Wesley sono catalogati sotto la dicitura "letteratura rosa". Sarà. Ma ecco, un'altra cosa che mi piace di questa scrittrice, è che si sottrae all'imperativo delle emozioni e si attiene strettamente al "common sense". E mi auguro, per il loro bene, che anche i signori sappiano abbandonarsi al piacere di una storia ben raccontata, insieme alle signore di cui sopra. Mary Wesley (1912 – 2002) ebbe una vita interessante. Nata in una famiglia aristocratica, ben sposata, ebbe un figlio nel matrimonio e un altro con un suo grande amore cecoslovacco, eroe di guerra, un'eco del quale si trova in Quel tipo di ragazza; si risposò con un giudice e ne ebbe un terzo figlio. Ebbe rapporti complessi con i genitori, in particolare con la madre. Si mise a scrivere tardi e pubblicò il primo libro a settantun anni, dopo essere rimasta vedova del secondo marito e senza soldi. I suoi libri ebbero grande successo e vendete tre milioni di copie, ma non piacquero ai suoi familiari che li trovavano troppo spinti e poco rispettosi della memoria dei suoi genitori. Solo nel suo ultimo anno di vita accettò che si scrivesse la sua biografia, cooperando in pieno con il biografo Patrick Marnham e raccontando la sua vita, piuttosto selvaggia e libera, a patto che uscisse dopo la sua morte. Commentò: "Avete idea del piacere di starsene a letto per sei mesi, parlando di se stessi con un uomo molto intelligente? Il mio più profondo dispiacere è stato che ero troppo vecchia e malata per prenderlo a letto con me". La biografia, intitolata Wild Mary, è uscita nel 2006. Come un soprammobile è il suo ultimo romanzo, uscito in prima edizione nel 1997, quando l'autrice aveva ottantacinque anni. Ottima la traduzione di Paola Mazzarelli. Già uscito per il Corbaccio e Tea con il titolo Un pezzo d'arredamento, penso che il titolo originale, Part of the furniture, sia parecchio più cattivo e efficace.
Aggiungo la breve recensione che feci a suo tempo a Quel tipo di ragazza (ed. orig. 1987), romanzo che mi piacque infinitamente e mi acchiappò proprio del tutto, lasciandomi felice, soddisfatta, con quel battito al cuore che a noi ragazze ci piace tanto. E consiglio anche Una vita sensata.
Mary
Wesley fa parte di quella schiera di intelligenti romanziere
inglesi che, a partire dalla somma Jane Austen, ci raccontano la vita con
acutezza, ironia, precisione, semplicità e un pizzico di felice
anticonformismo. Quel tipo di ragazza è Rose Freeling, borghese non ottusa né
pavida, ma dotata di solido buon senso e rispetto delle convenzioni sociali. A
partire dal funerale del marito, Ned, ricco e sicuro di sé,di cui è stata
moglie affettuosa per cinquant’anni, ripercorriamo la sua esistenza divisa tra
il dovere liberamente accettato e una bruciante passione per Mylo, outsider
fascinoso, brillante, inafferrabile ma anche capace di intermittente costanza.
In mezzo c’è la guerra, la resistenza francese, i cambiamenti che travolgono
l’Inghilterra delle grandi case di campagna e dei privilegi. E c’è un lieto
fine, tanto fiabesco quanto impertinente. Alcuni meravigliosi personaggi
secondari descritti con perfida innocenza fanno da contorno a questa storia che
acchiappa e avvolge e rende la realtà narrativa, senza abbellimenti né
sentimentalismi, un incanto da cui non vorremmo mai uscire. Ci resta il
sospetto che Mary Wesley, con le sue ironiche e sapienti parole, sarebbe
riuscita a rendere appassionante persino la nostra, normalissima, vita. Vivamente consigliato anche a quella metà del cielo che all’amore ci pensa,
eccome, ma non sempre ha le parole per dirlo, e teme un po’ di abbandonarsi a
quelle femminili.
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