Visualizzazione post con etichetta chick-lit. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta chick-lit. Mostra tutti i post

venerdì 3 dicembre 2021

Segnatevi l'indirizzo, vale la pena di frequentarlo se volete divertirvi: Stefania Bertola, Via delle Magnolie 11

Di Stefania Bertola si parla molto in questo blog, perché è una scrittrice che amo moltissimo e una sicurezza cui rivolgersi sempre e comunque. Ho parlato di quasi tutti i suoi libri e qui trovate parecchie recensioni dal lontano 2019, ma anche prima di aprire questo blog ne avevo parlato più volte. Quindi fidatevi se dico che di questi tempi cupi per schiarirsi un po' l'orizzonte, ravvivare i giorni grigi e mosci, non ha uguali.  

Via delle Magnolie 11 è stato scritto e pubblicato sul web a puntate durante il primo lockdown. Ora si trova in libreria e mi sento di consigliarlo di cuore, perché è adatto a tutti i tempi.

Un po' meno chick-lit dei romanzi precendenti, in certi momenti appare quasi come una farsa, una comica finale veloce e accelerata. Si svolge in una casa abitata da vari membri di una famiglia intricata e piuttosto spregiudicata, le complicazioni amorose restano sullo sfondo e insaporiscono la ricetta, aggiungendo un tocco di dolce alle vicende paradossali (e lievemente delinquenziali) dei molti personaggi, ben delineati e dinamici. Altro non dico perché questa è pur sempre una semplice segnalazione - ma leggetelo, e poi leggetene altri di questa brillante autrice che non delude mai.


domenica 19 luglio 2015

Arridatece Bridget Jones: Winifred Watson, un giorno di gloria per Miss Pettigrew

Per quale motivo Neri Pozza abbia sentito la necessità, nel 2009, di ripubblicare il romanzetto di Winifred Watson, Un giorno di gloria per Miss Pettigrew (edizione originale 1938, traduzione di Isabella Zani) spacciandolo per una riscoperta e un successo internazionale, non l'ho capito. Si tratta di una storia che promette bene, una specie di Cenerentola agée, in un ambiente, quello londinese del teatro di varietà, dei night club, delle attrici ecc, di cui non so niente (ma secondo me non ne sapeva niente neanche l'autrice) e quindi mi incuriosiva. Inoltre, tanto per prevenire la giusta domanda - ma tu perché l'hai letto? - è presentato come divertente e pensoso, e siccome ho incontrato sovente eccellenti e interessantissime narratrici inglesi (di cui ho più volte parlato su questo blog) l'ho cominciato con un piacere che si afflosciava man mano che andavo avanti e la stretta mortale del conformismo e della prevedibilità si accentuava a ogni pagina.

Dunque, Miss Ginevra Pettigrew, quarantenne istitutrice figlia di parroco e quindi gentildonna, zitella del tutto all'oscuro dei piaceri della vita, e per di più poverissima e alla canna del gas in quanto disoccupata e sfrattata, si presenta allo porta di Miss LaFosse, bellissima e simpatica attrice che, le hanno detto all'agenzia di collocamento, ha appunto bisogno di un'istitutrice. Da questo momento Miss Pettigrew viene travolta da un vortice di imprevisti, sconvenienze, divertimento, sentimenti e emozioni sconosciute, dapprima un po' sorpresa e sbigottita poi sempre più entusiasta, alla fine totalmente coinvolta, e subisce una metamorfosi che, se non proprio in principessa, la trasforma in un'attraente signora di mezz'età. Ma, detto per inciso, quanto bevono tutti! Fin dal primo mattino, un goccetto tira l'altro e dallo sherry si passa al whishy e ai cocktail (micidiali) con estrema disinvoltura, né Miss Pettigrew si tira indietro, e a nessuno viene mai un abbiocco né un calo di lucidità. Per ventiquattr'ore vanno avanti ingurgitando alcol, senza dormire e mangiando pochino. Be', come si diceva una volta, i materiali di prima della guerra erano più robusti.

La conclusione, positiva che più non si potrebbe, non riesce a far dimenticare il conformismo di tutta la storia, pur ammantata di apparenze trasgressive nel mettere la perbenista Miss Pettigrew in un ambiente così diverso da tutto quello che conosceva, che però si rivela caldo, accogliente e generoso. L'ironia è parecchio datata e quella che potrebbe essere una sorta di grazia vintage è deturpata - pesantemente - da parecchie affermazioni razziste, antisemite e anti italiane (o antilatine in generale, perché confonde italiani e spagnoli). Francamente fastidiose, tanto per essere carini. E tutto l'insieme è anche francamente reazionario e sessista. Un citazione tanto per gradire: "Non disse nulla ma la prese premurosamente  sottobraccio con quel magnifico, padronale, maschio senso di protezione che mai nella vita aveva sperimentato. Lei si limitò a appoggiarsi debolmente a lui". Con un corollario: la donna che lavora non può arrivare a mantenersi decorosamente, solo la generosità e l'autorevolezza maschile possono darle sicurezza. So che il romanzo è vecchiotto, però... Viene da pensare che oltre a protestare contro la pubblicità sessista ogni tanto bisognerebbe protestare contro gli stereotipi della chick-lit, e discutere sul fatto che un libro come questo venga ripubblicato e diventi un best seller. Comunque: da Miss Pettigrew la strada per arrivare a Bridget Jones (che consiglio vivamente a chiunque abbia voglia di sorridere e svagarsi senza controindicazioni) è molto, molto lunga e accidentata.

mercoledì 8 luglio 2015

Neanche in Islanda tutte le ciambelle vengono con il buco: Sólveig Jónsdóttir, Reykjavik Café


Ho passato anni in ammirazione entusiastica per il numero (in percentuale su quello degli abitanti) e la strepitosa bravura degli scrittori islandesi, poi ho cominciato a ricredermi un po' leggendo qualche modestissimo giallo (o noir se preferite) e infine sono caduta su questo Reykjavìk Café che è, senza esagerazione, uno dei libri più brutti che abbia letto. 

Hervor, Mìa, Silja e Karen sono le quattro protagoniste di questa storia invernale che storia non è: si tratta di quattro decerebrate, anche se sono più volte presentate come intelligentissime, le quali soffrono tutte per amore e tradimento. Non si conoscono (o si conoscono per il motivo sbagliato) ma ci sono piccoli punti di contatto, uno dei quali il caffè del titolo dove Hervor è cameriera, e questo è l'aspetto più interessante di tutto il libro. Per il resto c'è solo da tacere e stupire. Sono ragazze variamente irresponsabili, con storie d'amore pessime (Hervor scopa con il suo ex professore d'università, Silja ha un marito che la tradisce e maltratta che lei scusa continuamente, Mìa è stata mollata per un'altra, Karen ha un'oscuro senso di colpa per qualcosa che veniamo a sapere alla fine), cuori spezzati, autostima a meno mille, risorse zero, capaci solo a ingozzarsi di alcol in tutti i modi e le varietà possibili e a finire nel letto di chiunque incontrino al bar. O di stare a casa a mangiare pizza surgelata, ma l'alcol batte la pizza dieci a uno. Ora, io non voglio fare la superiore e fingere di non avere mai pianto per un coglione, ma qui si esagera veramente. Poi, mai un minimo tentativo di capire quello che succede: è sempre colpa dell'altra (zoccola ovviamente e questa, insieme a "bere" coniugato in tutte le sue forme, è certo la parola più frequente nel romanzo). Però non state tanto a preoccuparvi, alla fine gli va bene a tutte e quattro. 

Nelle recensioni che ho visto in rete ho trovato Reykjavìk Café definito come brillante e ironico. Ora, forse io non ho ben chiaro il significato di questi termini, ma sono gli ultimi che mi sentirei di attribuire. Diciamo noioso (difficile distinguere le quattro protagoniste, malgrado l'eccesso di caratterizzazione sono opache e piatte), pieno di cliché e luoghi comuni (gli amori antichi tutti romantici e duraturi, la palestra come sinonimo di salvezza e moralità, la famiglia è l'unica realtà, l'unica fonte di calore, l'unica cosa che interessa alle donne è un uomo che si occupi di loro, ecc). Poi quello che stupisce, e davvero è interessante, è il ritratto di una società che si può leggere tra una lacrima e una sbronza. Il senso del possesso, la gelosia di queste ragazze fa l'effetto di ritornare indietro di cent'anni. Il fiume di alcol in cui si buttano fa intuire una disperazione senza fondo. Anche il sesso, frequentato con tanta costanza a e varietà, è stranamente insapore, intercambiabile, non lascia tracce né rimpianti. A nessuna importa il lavoro, neppure a Silja che è medico, nessuna cerca una realizzazione, nessuna ha un sogno, qualcosa che ama fare, qualcosa per cui mantenersi sobria. Povere loro, davvero. Quanto all'ironia non so proprio dove sia. Insomma un romanzo superleggero, veramente "al femminile", ma né rosa né frizzante come la chick-lit ci ha abituato a aspettarci. Un romanzo umido di lacrime e alcol.       

La traduzione è dell'ottima Silvia Cosimini, abituata a cimentarsi con ben altri calibri, tipo Halldor Laxness, Jon Kalman Stefannson o Kristin Maria Balsdurdottir i cui libri ho adorato e raccomando a chiunque abbia voglia di leggere qualche scrittore islandese veramente fuoriclasse. E questo è l'unico motivo per cui ho perso tempo a scrivere questa recensione, nella speranza che qualcuno magari si voglia rifare la bocca con Gente indipendente o Paradiso e inferno o Il sorriso dei gabbiani.
Sólveig Jónsdóttir ha studiato scienze politiche e vive a Reykjavìk, dove ha lavorato come giornalista alla redazione di Lifestyle Magazine. Da tre anni è capo della comunicazione di UNICEF Islanda. Reykjavík Café è il suo primo romanzo. Per parte mia, non mi precipiterò sicuramente a leggere il secondo.


lunedì 20 gennaio 2014

Più leggero del cioccolato, più economico dello shopping, più efficace del Laroxil: Stefania Bertola, Ragazze mancine


Mettiamo che piova. Mettiamo che lì, da qualche parte nello stomaco, ci sia quella fastidiosa sensazione di rimpianto, di perdita irreparabile, che ogni tanto prende a tradimento nelle giornate di pioggia. Mettiamo che non abbiate voglia di uscire, che non sappiate a chi telefonare, che insomma urga un rimedio di quelli immediati e infallibili. Be', c'è: un libro di Stefania Bertola quando è in stato di grazia come in Aspirapolvere di stelle, Biscotti e sospetti, Ci vediamo a cena, La soavissima discordia dell'amore, A neve ferma o persino Romanzo rosa che era un po' più stanco. Stefania Bertola è una di quelle scrittrici capaci di rimetterci in pace con la vita senza farci vergognare. Sì, scrive romanzi rosa, sì, smussa gli angoli e non si sottrae certo al lieto fine (il Cielo la benedica e ce la conservi), e poi è spiritosa, colta (e le piace farcelo sapere), maliziosetta e un filo dispettosa, molto molto divertente e sa creare incantevoli personaggi. E poi, anzi prima di tutto, le piacciono i congiuntivi e ne fa uso spesso e volentieri. Mai, in nessuno dei suoi libri, neanche il personaggio più sciamannato e straniero dirà mai "vuoi che faccio questo" o "credi che ho fatto quello". (O almeno lo spero).

Comunque. Questa volta si tratta di due ragazze, l'ex ricca Adele e la spiantatissima Eva, rappresentante della razza delle "belle stordite", dirette discendenti dell'indimenticabile Penelope di Aspirapolvere di stelle. Adele cerca un marito ricco per poter vivere di cultura e si trascina dietro un cane bielorusso di nome Zarina, Eva lavora senza sosta per dare cibo e un tetto alla piccola Jezz, ma un medaglione perso e trovato, intorno al quale si snoda tutta la trama, le mette nella stessa macchina e poi nella stessa casa di proprietà di un'oblata brigidina. Insieme fanno conoscenza con Clotilde Castelli, esperta di poetesse serbe e pessima madre, i suoi figli, la sua testardaggine e altre caratterisitiche che non vi rivelo; Marta Biancone, avvocata divorzista dalla molte risorse, tra cui un marito conte guidatore di Jaguar; si innamorano e non si innamorano, fanno un pacco di lavori e un sacco di confusione, mentre Jezz e Zarina stringono un patto indissolubile. Nessuna delle due ha fiducia nell'amore né aspettative romantiche, la crisi non si lascia dimenticare, la precarietà economica è dietro l'angolo per chiunque, ma siamo in un romanzo di Stefania Bertola che ha la magica capacità di farci contenti (sia noi lettori, o meglio lettrici, che i personaggi) senza mai, nemmeno per sbaglio, sfiorare la melassa.

La vicenda è sufficientemente complessa da tenere desta l'attenzione e abbastanza marginale da permetterci di concentrarci sui particolari. L'occhio dell'autrice è acuto e spietato con i tic e gli snobismi torinesi, la vicenda si svolge tra piazza Maria Teresa e Vanchiglietta, la collina e Andezeno, Chivasso e il lungopo Antonelli. C'è una Maria Consolata, naturalmente, avvocato esperto in cose editoriali (meno male!). C'è l'aiuola di corso Belgio, bizzarria urbana su cui avevo tutte le intenzioni di scrivere qualcosa io e Stefania Bertola mi ha fregata sul tempo! Ma lo farò comunque. C'è Modern family, programma televisivo che mi fa ridere senza limiti, proprio come Adele e il taxista. Ci sono molti cognati e cognate, nessuno particolarmente simpatico. Madri  tutte distratte e snaturate, a parte ovviamente Eva. Insomma ci sono un'infinità di motivi per leggere Ragazze mancine, ma il principale è che Stefania Bertola fa parte della stirpe "un nome una garanzia", un suo libro ci garantisce qualche ora di divertimento sano, intelligente e senza controindicazioni.   

martedì 28 agosto 2012

Stefania Bertola, Romanzo rosa



È dal 2009, anno in cui uscì La soavissima discordia dell’amore, che aspettavo con ansia un romanzo di Stefania Bertola, che mi diverte sempre senza farmi sentire minimamente scema a leggere, appunto, “letteratura rosa”. Il fatto è che Stefania Bertola è scrittrice molto intelligente e molto spiritosa, per cui i suoi libri sono tutto il contrario del tipo di romanzo di cui si parla nel titolo, cioè quei prodotti di serie sfornati da collane di grandissima diffusione (Melody, si chiamano nel romanzo, e non sarò io a fare il nome reale che viene subito in mente) per soddisfare lettrici affamate di romanticismo. E bisognose di sognare, per cui non vanno mai deluse né spiazzate. Qui si parla di un corso di scrittura organizzato al Circolo dei Lettori di Torino, in cui la famosa scrittrice Leonora Forneris insegna regole e misteri necessari per scrivere un Melody in una settimana, a quindici allievi speranzosi di poterla un giorno emulare. La protagonista è Olimpia, cinquantottenne bibliotecaria zitella e zia, di cui leggiamo il work in progress, cioè la storia che scrive seguendo i consigli, o meglio gli ordini, dell’insegnante. Gli altri frequentatori del corso sono figurine schizzate in fretta, di cui vorremmo sapere di più. C’è anche una Consolata che sparisce subito, e mi piacerebbe sapere perché il mio nome è utilizzato sia da Margherita Oggero che da Stefania Bertola per qualificare un tipo umano, torinese e femminile in cui non mi riconosco per niente? Mah, misteri dell'onomastica applicata. Comunque, il problema di questo Romanzo rosa è che la storia parodistica di Turquoise, giovanotta scozzese produttrice di marmellate artigianali, e dei suoi tira e molla con Angus, giovanotto scozzese produttore di marmellate industriali, non regge i sette capitoli che ci sono propinati, alternati a quelli in cui assistiamo per pochi attimi alle dinamiche tra compagni di corso e ci tocca leggere le lunghe dispense dell’insegnante sull’argomento Melody, appunto. Insomma alla fine abbiamo partecipato anche noi  al corso di scrittura, e forse ci può venire la voglia di cimentarci in un bel Melody storico, o porno soft, o legale, perché la scelta dei vari sottogeneri è vasta e stimolante e gli strumenti in mano ormai ce li abbiamo. Però… a me non è bastato. Avrei voluto sapere di più su quei tre giorni del ’77 in cui Olimpia ha provato la passione che tutto travolge, o i particolari del ménage perfetto di Carlo alla Crocetta, o di Giovanna a Biella, o della vita privata di Leonora Forneris. Insomma alla fine rimane un po’ di insoddisfazione rispetto alle curiosità suscitate dai personaggi di primo piano, e un filino di noia a proposito dei personaggi Melody e delle loro vicende. Quella che non manca e non delude mai, e rende comunque la lettura gradevolissima la lettura, è la scrittura spiritosa, limpida e spumeggiante di Stefania Bertola. Che speriamo ci darà presto un altro romanzo bello e divertente come gli indimenticabili Aspirapolvere di stelle, Biscotti e sospetti o il già citato La soavissima discordia dell’amore.