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martedì 1 dicembre 2020

Un mistero sul lago e molte donne: Filippa D'Agata, Senza i tuoi occhi

 Un giallo struggente e accattivante, che accompagna il lettore dalla prima pagina all'ultima con grande capacità sia di scrittura che di costruzione. Quattro cadaveri di donna ripescati nel Lago Maggiore, una protagonista piena di sfaccettature, Olivia Castorina, chiamata dall'autrice alternativamente "il maresciallo" o "la ragazza", che ha tutte le caratteristiche adatte a dare vita a una serie, una gustosa ambientazione di paese, cupi misteri che risorgono dal passato e il tema molto attuale ne fanno una lettura che non si dimentica. 

L'indagine si dipana attraverso la collaborazione in cui sono molto importanti l'amicizia femminile e il confronto, e la tematica che sta alla base, i maltrattamenti verso i bambini, è abilmente evocata da brevi capitoli in prima persona che si alternano a quelli narrativi suscitando nel lettore ansia e profondo coinvolgimento. 

Inoltre Filippa D'Agata ha una voce personale e sicura che in certi punti sembra essere un po' insofferente del genere giallo (lo chiamo giallo e non thriller per scelta), o meglio, leggendo se ne riconoscono la complessità e le potenzialità adatte a qualsiasi tipo di narrazione. Io non sono un'appassionata di gialli ma Senza i tuoi occhi l'ho letto con molto piacere, curiosità, desiderio di andare avanti, dispiacere quando dovevo smettere e voglia di tornare alla lettura, il che per me è il massimo, cioè significa che un libro funziona e serve al suo scopo, farsi leggere.


mercoledì 28 agosto 2019

Genova per lui: Tre cadaveri, di Raffaele Malavasi

Sinceramente non so come sia finito nel mio kindle il noir Tre cadaveri di Raffaele Malavasi. Un'offerta imperdibile probabilmente, perché non ho particolare interesse per gialli e noir e è molto strano che ne abbia comprato uno di un autore che non avevo mai sentito nominare. Comunque. Ero in viaggio, mi è tornato a fagiolo come lettura poco impegnativa tra un traghetto e un cambio di albergo. Be', una volta ogni tanto ci sta.


La storia è ambientata a Genova, e seguiamo i passi dell’ispettore capo Manzi, di Goffredo Spada, ex poliziotto dal passato doloroso e dal presente complesso, e della giornalista del Secolo XIX Orietta Costa su e giù per carrugi e strade collinari, in una topografia precisa come si usa appunto nei thriller. I delitti su cui i tre indagano sono raccapriccianti e soprattutto circondati da una messinscena complicatissima che li mette immediatamente al centro dell'attenzione cittadina e fa ipotizzare fin dal primo che l'autore sia un serial killer (io non me ne intendo, ma pare che sia la regola).

I morti come dice già il titolo sono tre, la storia è debitamente intricata e ha radici in un passato lontano e sorprendente, i personaggi sono simpatici e ben delineati. Di Spada, il più intrigante, si può immaginare che abbia un futuro nei prossimi libri di Malavasi. Ci sono dei buchi narrativi, di cui uno delle dimensioni della Fossa delle Marianne (non abbiate paura, non faccio spoiler, ma dico una sola parola: serpenti), di un personaggio importante si intuisce l'evoluzione circa a un terzo della vicenda, la verosimiglianza non passa da queste parti neppure per caso, ecc. Però io me lo sono sciroppato con gran piacere, senza mai irritarmi per le insensatezze, contenta di seguire i risvolti privati dei personaggi, i rapporti tra di loro e con i colleghi, le indagini sulle vittime, interessata e divertita. Per cui ne consiglio vivamente la lettura a chi ama il genere, tenendo presente che se ha un carattere preciso e l'abitudine a usare la logica anche quando legge, non potrà non notare le incongruenze, come ho detto.

Ma Tre cadaveri mi ha fatto capire perché così tanti lettori adorano i gialli, e leggono solo quello. Non un pensiero ha sfiorato il mio cervello in vacanza leggendolo. Mi sono svagata, mi sono riposata, ho passato del tempo con facilità, e questo è merito della scrittura agile, veloce, serena di Raffaele Malavasi, che anche descrivendo trucidissime scene del crimine riesce a non far rabbrividire, sa alternare commedia e tragedia, privato e pubblico, sentimenti e orrori. Insomma sa scrivere con leggerezza: e mi conferma nella mia profonda convinzione che l'argomento non conta se non per la scelta personale di chi legge, ma quello che contraddistingue un libro mediocre da uno che funziona è la scrittura. La scrittura è tutto. E c’è un vezzo stilistico grazioso che si ripete, e le prime volte può apparire una sciatteria, poi invece, una volta individuato, piace e diverte. Ma non vi dico che cos’è, così aggiungo un enigma lieve agli enigmi truculenti.

Purtroppo in rete ho trovato pochissime notizie su Raffaele Malavasi (Tre cadaveri è il suo esordio), ma tenetelo d'occhio e leggetelo. Io non garantisco che lo farò, ma mi sento di garantire che non vi pentirete.  

lunedì 11 giugno 2018

Un romanzo di corsa: Alessandro Dutto, sangue sul Tour

Una brevissima segnalazione di sangue sul Tour (la minuscola è voluta) di Alessandro Dutto (anche qui, a seguire la grafica del libro, ci vorrebbero le minuscole, ma va be'), veloce come il romanzo medesimo, un noir insolito e un po' sperimentale. L'autore è prima di tutto editore, insieme al fratello Fabrizio, della magnifica Araba Fenice di Boves, di cui molto ho letto e spesso ho parlato, e poi anche scrittore in proprio di testi legati alla tradizione piemontese e agli autori piemontesi, tutti reperibili sul sito dell'Araba Fenice.
La storia non è complicata ma sicuramente originale. Durante il Tour di France, nella salita sul Tourmalet dei Pirenei, un camper esplode provocando venticinque morti. Il Tour viene interrotto, la polizia annaspa tra le ipotesi più disparate, terrorismi vari, false piste e belle donne equivoche, il brigadiere Dupont combatte con l'ottusità dell'ispettore Gobain, i media impazzano, ma alla fine, come è giusto, tutto si chiarisce con soddisfazione anche del lettore (come me) del tutto ignaro di ciclismo, Tour e campioni relativi.
La sperimentazione consiste nel fatto che l'autore ha eliminato tutte le parti narrative, di raccordo, raccontando la vicenda solo attraverso dialoghi composti di brevi battute e monologhi, e in parte anche la punteggiatura e le maiuscole. Questo non rende le cose troppo difficili per il lettore e la vicenda è godibile fino alla fine.     
   

domenica 25 febbraio 2018

Mai fidarsi degli astrologi! Un mistero della camera chiusa in Giappone: Sōji Shimada, Gli omicidi dello zodiaco

Uscito in Giappone nel 1981, tradotto in inglese soltanto nel 2014 e in italiano nel 2017, Gli omicidi dello zodiaco di Sōji Shimada è un perfetto mistero della camera chiusa. Un curioso esercizio di bravura per un giallo rétro, si sviluppa su due piani temporali, il 1936 in cui si è svolto il delitto e il 1979 quando una coppia piuttosto insolita di detective, l'astrologo Mitarai Kiyoshi e il suo assistente Ishioka Kazumi (protagonisti di molti altri libri di Sōji Shimada), decidono di cercare di risolvere il tragico fattaccio. Non entro nei particolari della vicenda, in cui ci sono ben otto morti, aspetti esoterici, astrologia, testamenti deliranti di assassini e personaggi straordinari, continui riferimenti alla cultura occidentale e un sapiente uso dell'orrore che deriva dalla scelta del corpo umano come strumento da violare e trasformare.

Tutto comincia con il folle testamento di Humezawa Heikichi, prima vittima dell'assassino sconosciuto, cui si aggiungono sette ragazze, tutte figlie o figliastre di Humezawa, e prosegue seguendo i passi dei due detective che cercano di dipanare il delitto di quarant'anni prima. 
Ciò che conta è che si tratta di una perfetta struttura che ha lo scopo di far spaccare la testa al lettore: gli vengono forniti tutti gli elementi perché possa risolvere il mistero che ha fatto impazzire generazioni di giapponesi, su cui si sono scritti fiumi d'inchiostro e si sono arrovellati in molti.
Alla fine ogni tassello va al suo posto, arriva la soluzione e il lettore è soddisfatto.

In realtà ho trovato l'avvio un po' faticoso, la descrizione della scena del delitto molto minuziosa e il memoriale con cui si apre la vicenda, un po' troppo arzigogolato e incredibile, non hanno catturato subito la mia attenzione. Ma man mano che la vicenda prosegue e i due detective si sbattono in giro per Tokyo e poi per Kyoto, l'intreccio prende quota e il quadro di vita giapponese che ne emerge, ricco di particolari della vita quotidiana, luoghi e locali pubblici, aggiunge interesse e colore alla storia. La scrittura scorrevole è ottimamente resa dalla traduzione di Giovanni Borriello, il passo narrativo molto calmo ci permette di seguire i personaggi per le vie di Tokyo e Kyoto indicate con topografica precisione. 

Molto consigliato (esclusivamente) a chi ama questo tipo di rompicapo perché a differenza della stucchevole abitudine che ormai è invalsa in tutti i thriller nostrani, nordici o nordamericani, l'interesse verte proprio sulla vicenda e i suoi misteri e non sulla vita privata, le abitudini alimentari, le frustrazioni amorose e i tic degli investigatori. Moltissimi i cenni alla cultura europea, e sicuramente non casuale la somiglianza con la coppia Holmes e Watson, esplicitamente chiamati in causa. Una lettura molto godibile e non banale, ma fortunatamente senza la pretesa di veicolare chissà che attraverso la descrizione di delitti (abbastanza efferati e davvero molto originali in questo caso).      

domenica 11 maggio 2014

Torinoir, un esperimento innovativo da tenere d'occhio

Gli scrittori sono individualisti, scrivere è un'attività terribilmente solitaria. Sartre e de Beauvoir scrivevano ai tavolini del Deux Magots, ma non tutti hanno sottomano un bistrot parigino e la maggior parte degli autori se ne sta a casa davanti allo schermo del suo computer senza scambiare granché con i colleghi. Invece, a Torino che è sempre all'avanguardia, il 17 aprile 2014 nasce Torinoir, un gruppo di scrittori torinesi che si unisce per tentare un inedito esperimento culturale e narrativo: raccontare i cambiamenti della propria città attraverso il romanzo giallo-noir (dalla presentazione del Manifesto di Torinoir). Sono Rocco Ballacchino, Giorgio Ballario, Fabio Beccaccini, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Patrizia Durante, Claudio Giacchino, Fabio Girelli, Andrea Monticone, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Massimo Tallone. Ecco il loro Manifesto:
I - Non scriviamo solo storie di intrighi o delitti, ma di uomini e donne, di vivi e di morti, di società passata, presente e futura.
II - Siamo per la contaminazione tra le differenti forme espressive, senza alcuna preclusione né snobismo.
III - Viviamo nel mondo e nella rete, non demonizziamo la contemporaneità digitale né la idolatriamo: la usiamo.
IV - Ci uniamo per incontrarci, confrontarci e scontrarci con chiunque. Meglio ancora condividendo un buon bicchiere di vino o di birra. Ci uniamo perché insieme siamo unici.
V - In tutti i modi, leciti e non, vogliamo far crescere il PIL: Principio di Interesse Librario.
VI - Invaderemo con le nostre parole librerie, biblioteche, centri culturali, computer, osterie e sagre di paese.
VII - Il lavoro creativo non deve sfuggire al principio “dell’idraulico”: prestazione = compenso. Quindi MORTE ALL’EDITORIA A PAGAMENTO (AUTOFINANZIATA).
VIII - Scriviamo da torinesi, di Torino e dei torinesi, soprattutto della Torino di oggi, lontana dai soliti consumati stereotipi letterari. A volte ci piace andare oltre confine.
IX - Il mondo è cambiato, la nostra città pure. Se non ve ne siete accorti, Fruttero & Lucentini sono morti.
Sul loro sito ci sono racconti inediti, informazioni, classifiche e ci si può iscrivere alla mailing list. Naturalmente, sono anche su Facebook e Twitter.
L'iniziativa è stata presentata stamattina al Salone del Libro di Torino.

martedì 14 maggio 2013

Le dimenticate, 4: Un romanzo da leggere solo perché è bellissimo: Celia Dale, In veste d'agnello




Non avere letto In veste d’agnello, di Celia Dale (1912- 31 dicembre 2011) noir o poliziesco o thriller che lo si voglia considerare, è un vero peccato. Le notizie biografiche su questa scrittrice sono scarse, una foto la mostra con una faccia certo non bella eppure di straordinaria facciosità. Fu sposata, lavorò come segretaria di uno scrittore (o editore, i dati che ho trovato sono discordi), fu critica letteraria, pubblicò tra il 1943 e il 1988 tredici romanzi e una raccolta di racconti. Questa credo sia l’unica sua opera tradotto in italiano, il che è sicuramente un ulteriore gran peccato. Pubblicata quando la sua autrice aveva settantasei anni, affronta uno degli argomenti più sgradevoli e moralmente disgustosi che conosca, cioè le truffe agli anziani, ma lo fa in maniera davvero egregia, acchiappando il lettore dalla prima pagina e portandoselo appresso senza sforzo fino all’ultima. Londra, anni ottanta: Grace Bradby e Janice, alias Mrs Black e Mary, uscite dal carcere insieme e coabitanti per convenienza, si presentano a casa di vecchiette che vivono sole in veste di inviate dei servizi sociali, le imbottiscono di balle a proposito di possibili somme integrative alla pensione, poi Mary – l’assistente – si offre di fare una bella tazza di tè, riempie di sonnifero la tazza della padrona di casa che si addormenta, dopodiché le due hanno tutto il tempo di rovistare con calma e portarsi via tutto, la pensione, i risparmi se ci sono, i pochi oggetti che possono essere rivenduti ai mercatini delle pulci o ai bottegai poco scrupolosi: insomma la vita, i ricordi, l’identità delle vittime. Il bottino non è ricco ma facile da piazzare, e facendo tre o quattro colpi al giorno ci vivono bene in due. Grace è più anziana, piccola, robusta e affabile, ed è la mente: pianifica, punta le potenziali vittime all’ufficio postale quando ritirano la pensione e le segue fino alle loro abitazioni, si segna gli indirizzi, controlla le targhette, poi si premura di disfarsi immediatamente della refurtiva, sempre in mezzo alla folla, sempre il più lontano possibile da casa. Janice è l’anello debole: bruttina, pettinata come John Lennon, totalmente vacua, romantica, alla ricerca di un uomo che la tratti bene, vittima di impulsi autolesionisti come tenere piccoli oggetti trafugati. Sono due personaggi magnifici, soprattutto Grace, che malgrado la sua naturale amoralità, la sua totale mancanza di empatia, il modo cinico e naturale con cui delinque e manipola le vite altrui, non riesce a suscitare rifiuto, per il modo magistrale con cui Celia Dale conduce la sua narrazione. Poi c’è un giovanotto che entra casualmente nella loro vita, e un uomo solitario che fa scattare nella mente fertile di Grace un piano assai più ambizioso… Non dico niente sulla trama perché è avvincente e piena di colpi di scena. Dico solo che è un romanzo eccellente, ed è una vergogna che non sia più conosciuto. Dipinge vividamente la Londra degli anni ’70/80, swinging e cosmopolita forse, nei giusti quartieri, ma piena di sacche di dignitosa miseria o di ignominioso benessere dove non arrivano né la moda, né i turisti, né la musica, neppure gli immigrati, una Londra più vicina a quella umanissima di Dickens che al nostro immaginario contemporaneo. Fa pensare anche a certe figure dei romanzi di Barbara Pym, vite grigie e nascoste come i loro sentimenti. Tutte le vecchiette prese di mira da Grace e Janice sono altrettanti personaggi completi, mai descritti come tipi o macchiette, ma sempre persone, riconoscibili nella loro unicità e diversità. Un personaggio grandioso è Marion Robinson, l’ex attrice egocentrica ma non stupida che diffida di Grace, e vive di ricordi tra fotografie e abiti di scena, legata alle proprie abitudini di vecchia che non ammette di essere stata messa da parte dalla vita, sicuramente ispirata alla realtà (Celia Dale era figlia dell’attore James Dale). Nei pensieri del poliziotto che cerca di risolvere il caso delle vecchiette derubate, perché non tutto va sempre bene alle due delinquenti e prima o poi qualche errore lo commettono, c’è a un certo punto un desolato ritratto della condizione senile: Rinchiusi dentro covi e tane in tutta l’Inghilterra, uomini e donne anziani tenevano duro, con coraggio o malumore, ubriachi o sobri, matti o sani di mente, ma con il diritto alla vita finché durava, confortati dai loro tesori, dagli oggetti che testimoniavano che erano stati giovani, che avevano amato ed erano stati amati, che avevano lavorato, che avevano delle capacità, che contavano qualcosa. Derubarli era una sorta di omicidio, privarli con l’inganno del loro passato significava disprezzare la loro dignità. Anch’egli è un personaggio accattivante, altruista, capace di accogliere, entusiasta e contento del proprio lavoro, bonario, e insieme ingenuo e tradito dal bisogno di essere amato. Ecco, l’amore manca a tutti in questo romanzo, o chi ce l’ha deve nasconderlo, e c’è anche chi, come Grace, non ha mai saputo che cosa farsene e non sa neppure nominarlo: Il matrimonio non è così eccitante. […] Non sono mai stata interessata al sesso, cara, è solo l’aspetto legale della situazione a essere più vantaggioso, se si è sposati.
Tutto questo è raccontato in modo piano e veloce, oggettivo, attentissimo ai particolari concreti che dipingono un’epoca, ricco di interni di cui sembra di sentire l’odore e intravedere le penombre, senza indulgere in emotività o eccessi di psicologia, sempre in terza persona ma alternando il punto di vista di Grace, di Janice e del poliziotto. Purtroppo la traduzione di Rosalia Coci inciampa e barcolla, appoggiandosi a un lessico a dir poco sorprendente: per limitarsi alle pagine 120-122, confonde fodere e tappezzeria, introduce neologismi come graticolato per graticcio, ci introduce nel piccolo patio circondato da pareti dietro le tende che si intuisce poi essere una veranda, o meglio un balcone verandato, ci racconta di una proficua mattinata in giro per la Harrow Road dove, a dispetto della conurbazione di edifici popolari, trovò alcune enclavi di vecchie casette a schiera, nei seminterrati delle quali si annidavano ancora alcune promettenti vecchiette per il giorno dopo. Non è che voglio essere pignola, ma un libro così bello avrebbe meritato una maggiore cura.        

sabato 20 aprile 2013

L'ultimo romantico: uno struggente noir torinese, Francesco Gallo, Almeno gli alberi hanno le foglie



Francesco Gallo è un esordiente che non sembra affatto tale. Di lui so pochissimo, è un giovanotto simpatico e disinvolto nato nel 1977, vive a Torino, come recita la quarta di copertina “lavora in giacca e cravatta, ma deve ancora capire che cosa fare della propria vita”, scrive benissimo e ha vinto l’edizione 2011 del Premio Alga con Almeno gli alberi hanno le foglie, dietro al quale ci devono essere anni di scrittura e soprattutto di letture. È un noir appassionante e super romantico, dal passo lento, che ci dice molto sulla generazione che oggi è sulla trentina e al tempo in cui si svolge il romanzo, presumibilmente il 2008 dagli accenni all’Onda studentesca e alle manifestazioni contro la riforma Gelmini, era variamente scaglionata lungo la ventina; è anche un romanzo di formazione, come qualsiasi romanzo che ha un giovane come protagonista e io narrante. Che è Gabriele Pazienza (un omaggio al grande indimenticato Andrea, ma anche una caratterizzazione che in un certo senso non stona affatto con il personaggio), in possesso di una laurea, precariamente impiegato in un’agenzia di investigazioni dopo una serie di lavori persi o rifiutati. Gli viene affidato il primo caso di pedinamento: deve seguire Lucia, studentessa figlia di un ricchissimo borghese che vorrebbe saperne di più sulle attività che la tengono fuori casa notte e giorno. Presto Gabriele capisce che la storia non è così semplice, Lucia è un mistero molto più complesso del previsto, il padre non la conta giusta. Comincia così per lui un’avventura che gli sconvolgerà la vita, portandolo a scelte senza ritorno. Gabriele è disperato e allo stesso tempo dotato di principi e convinzioni, pronto a giocarsi l’esistenza per il bel gesto, l’atto eroico che persegue una giustizia personale e ingiusta, è l’ultima incantevole personificazione del superomismo autolesionista. Non cerca di rendersi simpatico a nessuno, tranne forse ai bambini. Non è ribelle, è lucido, forte e critico, un perfetto eroe romantico che alla fine sceglie il beau geste  perché qualsiasi ritorno alla vita “normale” sarebbe un abbassarsi. Importanti, e molto interessanti, sono le figure femminili, identificabili nella femme fatale, la mamma (anzi due, c’è anche la mamma vera) e la compagna di giochi. Le donne giovani sono sempre caratterizzate dall’aggettivo piccolo, piccolo mento, piccole mani, e dal contrasto tra la forza morale, caratteriale, e la vulnerabilità fisica. Le vediamo sovente addormentate, ne ammiriamo collo e nuca. Per contro, il mondo maschile è legato a una  virilità romantica e tutto sommato limitante: con gli uomini si compete, si beve, ci si scazzotta, si scherza; con le donne non si scherza mai, si scopa e si parla. I vari personaggi giovani sono studenti, fuoricorso, sottoccupati e precari. L’università e gli studi non hanno più nessun valore, non sono né occasione di riscatto né costituiscono una barriera sociale da opporre ai meno privilegiati, la laurea non porta da nessuna parte, la si prende per poi buttarla via lavorando come manovale in nero in un cantiere. Belle, benissimo delineate con una sorta di affettuosa commozione, le figure sullo sfondo della madre e di Vincenzo, l’operaio meridionale con le mani grosse che le ha restituito la serenità dopo anni difficili. I padri, nel complesso, meglio perderli che trovarli.
La grande differenza tra l’“essere contro” di Gabriele e le ribellioni giovanili che hanno percorso la seconda metà del ‘900 è che lui è solo, il suo gesto è isolato, non cerca la condivisione né un’eco sociale, non conosce l’esaltante coscienza di fare parte di un movimento, anzi: sia lui che i suoi coetanei sono individui e basta. Torna più di una volta il ricordo del G8 di Genova, dove Gabriele ha sperimentato la violenza e l’ottusità del potere, e forse ancora si è sentito parte di un’esperienza collettiva, ma questo è già il passato. Le manifestazioni in cui si trova coinvolto inseguendo Lucia non sono tali, non si manifesta niente, non sentiamo slogan, sono solo occasioni per contrapporsi faccia a faccia, petto a petto con la polizia, conquistarsi l’ambigua medaglia dei lividi da manganellata. Infatti, chiosa Gabriele non si sa se più stoico o più disincantato, Gli studenti furono sconfitti, la riforma si fece. I precari furono sconfitti, la riforma non si fece. Gabriele non ha cose da chiedere, utopie, aspirazioni: l’odio per l’“orco” che rappresenta per lui tutto quanto è disprezzabile al mondo, e l’amore disperato e assoluto per Lucia sono altrettanto improvvisi, inesplicabili, privi di sostrato, di pensiero, di motivazioni basate sulla conoscenza: puro, romantico abbandono all’istinto della coscienza che riconosce solo a se stessa il diritto di giudicare. L’ambientazione in una Torino straordinariamente reale dove si mescolano San Salvario e Crimea, Corso Regina e i centri sociali, Porta Nuova vista dall’alto di un cavalcavia e le birrerie, le gradinate di Palazzo Nuovo e il Valentino ai primi caldi, è affascinante come un basso continuo che non prevarica mai la linea melodica principale. Piangemmo insieme, sperando che il bambino non si svegliasse e scoprisse quanto può essere brutale la vita di due ragazzi qualunque in questa città che qualunque non sarà mai. Fondamentale anche la colonna sonora che accompagna tutta la vicenda. Infine, dal mio punto di vista strettamente personale due meriti in più: primo, l’orribile segreto che emerge dal passato è almeno una variazione sul tema più abusato e stucchevole degli ultimi anni, e i personaggi, pur praticandolo spesso e volentieri, non usano mai l’orripilante espressione “fare sesso”. Il romanticismo e il superomismo perdente sanno molto bene come scegliere un linguaggio all’altezza del proprio valore.

   

giovedì 28 giugno 2012

Laura Trossarelli, Condannate Luigia Sola!


Il bel romanzo Condannate Luigia Sola! si presenta come la ricostruzione di un fattaccio del passato famigliare dell’autrice, ma non si sbaglia poi tanto a definirlo un noir di tipo particolare: si può dire che è un nero color ingiustizia, e lo è senza volerlo ma a pieno titolo, in quanto la vicenda personale è sovrastata dal contesto familiare, sociale e persino scientifico (con la relazione psichiatrica di Lombroso in appendice), di cui ci dà un’illustrazione precisa e vivissima. L’autrice, qui al primo romanzo ma capace di una scrittura veloce, pulita e efficace, scoprì casualmente che una sua bisnonna era stata condannata a morte per avere organizzato e istigato l’omicidio di un uomo. La ricostruzione di questa oscura vicenda, delle terribili circostanze che la portarono a diventare una delinquente (come recita il sottotitolo) è forse empatica e certamente in parte di fantasia, ma ci sono abbastanza dati di fatto da far rabbrividire qualsiasi lettrice che si sentirà spinta a congratularsi per la sua fortuna, di non essere nata nell’epoca e nella famiglia della povera Luigia Sola. Nata a Saluzzo nel 1834, orfana di padre, ha una madre totalmente anaffettiva (ma basta leggere qualche notizia sulla sua vita per capire che forse, anche per lei, non era tutta colpa sua) che la fa sposare per convenienza, all’età di quattordici anni, con un cugino trentaseienne che ne diventa anche tutore nonché amministratore del notevole patrimonio di cui Luigia è erede. Il matrimonio non è felice malgrado la nascita di tre figli, e all’età di ventun anni lei se ne va a stare a Torino, abbandonando il marito che rifiuta di concederle il suo denaro, ricattandola sui figli e sulla sua reputazione. Giovane, sola e sicuramente anche piuttosto scervellata, la sua scelta e le sue vicende posteriori, che non racconto perché questo è un libro davvero appassionante che merita un po’ di mistero, sono elementi di uno scandalo che aumenta fino al delitto nel 1876 e al processo che coinvolse allo spasimo l’opinione pubblica dell’epoca. La condanna capitale non venne eseguita, ma Luigia trascorse il resto dei suoi giorni in prigione e la damnatio memoriae cui la famiglia la condannò è tale che la sua morte, dice la pronipote, “avvenne in un anno imprecisato tra il 1890 e il 1909”. In appendice, la fantastica (nel senso che lascia stupefatti e ammutoliti) perizia che Cesare Lombroso stilò per la pubblica accusa inizia riportando le misure del cranio di Luigia e conclude che ci si trova di fronte a una delinquente comune, utilizzando a tale scopo ognuna delle sconclusionate e disperate azioni della poveretta. Alla fine arriva un punto dolente: non troverete facilmente questo libro edito da Alibrè (marchio che si riconduce a arabAFenice). Magari, come nelle fiabe, un grande editore lo leggerà per caso, gli offrirà una seconda chance e secondo me farà benissimo: perché se la merita per l’interesse della vicenda e gli spunti di riflessione che suscita.
N.B. : il romanzo cui la recensione si riferisce è stato pubblicato nel 2007. Se volete leggerlo, guardate tra i banchi di qualsiasi mercatino a Torino e dintorni (p.e., quello del vintage che si tiene a Torino in piazza Carlo Alberto ogni secondo sabato del mese, esclusi luglio e agosto, dove arabAFenice c’è sempre) e avrete una buona chance di trovarlo.   

sabato 16 gennaio 2010

Daniela Ronchi della Rocca, Falena Fuggiasca

Il titolo completo di questo giallo è Falena Fuggiasca Fatalmente Fu Fantasma (Habeas Corpus) il che, bisogna ammetterlo, non è tanto rassicurante. E in effetti cominciando la lettura provavo una certa diffidenza: l'autrice è una "psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicanalitico", e prima di questo romanzo ha pubblicato una raccolta di poesie. Uhmmm... Invece il romanzo è gradevole, molto accogliente, denso di personaggi e situazioni tratteggiati con disinvoltura, e soprattutto pieno di notazioni sottili, di sensibilità profonda che fa pensare all'attività principale dell'autrice. Inoltre è scritto molto bene, con mano sicura e scorrevole. Tutto ciò mi ha fatto ripensare a qualcosa che ho già notato molte volte. Oggi pare che chiunque a un certo punto della sua vita decida di scrivere (avete presente quelli che adesso che ho tempo, scrivo un libro), generalmente giunto alla pensione, deve scrivere un giallo. Io ho il massimo rispetto per la scrittura e la massima simpatia per chi si mette a scrivere anche solo perché ha tempo. Prima di tutto molte persone davvero hanno qualcosa da dire e poco tempo per farlo, quindi è più che giusto che lo facciano quando finalmente possono. Inoltre scrivere è un'attività che ha poche controindicazioni, non fa male alla salute, non ingrassa, non aumenta il colesterolo cattivo, non sporca, non richiede investimenti eccessivi in materie prime. Ma perché deve esplicarsi proprio in un giallo, se non, peggio, in un noir, qualsiasi cosa si intenda con questo termine? E' sintomo, secondo me, di mancanza di fiducia nelle proprie capacità. Oggi il giallo, il thriller, tirano, quindi automaticamente l'aspirante scrittore dice tra sé e sé, quasi quasi scrivo un giallo, parafrasando senza volere Giorgio Gaber. Ma i gialli non nascono così dalle tastiere. Hanno meccanismi delicati che non si possono improvvisare, regole che il lettore, senza saperlo, conosce e si aspetta che vengano rispettate. Inoltre richiedono un po' di coraggio, di voglia di andare oltre, nella rappresentazione del sangue, del male, della morte, dei labirinti della realtà e della mente. Non devono usare troppi escamotage, soprattutto non devono sottrarsi alla propria natura all'ultimo momento come troppo spesso succede con quei libri vestiti di giallo solo perché va di moda. Devono avere una trama ben congegnata e abbastanza complicata da depistare continuamente chi legge senza prenderlo in giro. Per tornare alla Falena Fuggiasca, qui la mia riflessione è andata oltre: mi è parso che l'autrice abbia degli strumenti che vanno un po' sprecati in questo romanzo di genere. La vicenda, ambientata in una Torino praticamente invisibile, di una donna che scompare dopo avere organizzato minuziosamente la propria "festa" di morte, dell'indagine nella sua vita attraverso il pc, delle complicate reti di rapporti che si lascia alle spalle, è molto esile, manca di colpi di scena "polizieschi", e alla fine non tutto è proprio chiaro. In compenso come ho già detto, è condotta con sottigliezza e sensibilità e secondo me avrebbe figurato molto meglio se il romanzo avesse seguito un andamento mainstream. Il coraggio, in questo caso, era necessario per presentarsi al mondo senza la maschera gialla. E anche per tagliare molti compiacimenti superflui soprattutto nell'eccessiva abbondanza di file della scomparsa, che rallentano la vicenda e non significano niente. Certo ci sono gustosi excursus nel mondo dei trans che lo rendono estrememente attuale, e soprattutto una vicenda parallela, indipendente ma molto ingegnosamente collegata a quella principale. (Ma perché la quarta di copertina anticipa un particolare rivelatore che toglie forza a una sorpresa che già di per sé non arriva per niente inaspettata?). Sorprende di più la naturalezza e la disinvoltura di questo piacevole esordio nella prosa.
Mi resta una domanda. Un indovinello con soluzione, che non ho capito anche se deve essere facile, a vedere gli altri che lo accompagnano. Perché il sette è l'unico numero con problemi estetici?