Un libro che sorprenderà molti che della Turchia non sanno niente, a parte magari le iniziative di Erdogan, e si immaginano un paese arretrato, fuori dalla modernità, di donne velate fino agli occhi e uomini in djellaba. E ce ne sono, vi assicuro, anche tra quelli che hanno passato lussuose vacanze in un resort stile Casa Bianca vicino a Antalya o su un caicco lungo la costa licia disseminata di cittadine piene di turisti. Purtroppo non è tradotto in italiano, ma lo trovate sia in cartaceo che in digitale su Amazon.
La trama, in due parole, è questa: la storia di due fratelli di Istanbul che ereditano dal padre, laico e liberale, una vecchia bottega di abbigliamento nella zona della Torre di Galata. Uno, Fehmi, dopo un paio d'anni all'università a Ankara, è tornato a casa e si è messo a lavorare con il padre, è legato alla tradizione e alla religione, è sposato con una donna sottomessa e quasi invisibile da cui ha avuto due figlie; l'altro, Rafet, è andato a studiare in America, ha un buon lavoro, una moglie americana, Mary, due macchine, una casa con giardino, una figlio e una figlia, si è perfettamente ambientato nella nuova patria. Nel 1998 torna in Turchia con la famiglia per dividere l'eredità e non se ne va più. Anche se alcune parti sono ambientate negli anni '70 e '80, il grosso dell'azione si svolge allo scorcio del secolo, quando comincia la rinascita dell'Islam politico, del quale uno degli aspetti che colpiscono di più lo straniero è la libera e orgogliosa scelta femminile di coprirsi il capo con il foulard (niente velo, qui non c'entra). E' una scelta soprattutto identitaria e non ha nessun significato di sottomissione e inferiorità, insomma è una scelta. Così decide la prima figlia di Fehmi, ma non la seconda. Le ragazze frequentano il liceo, hanno amicizie e simpatie, scoprono il mondo e prendono decisioni. Lo stesso succede ai genitori: la Mary, la moglie americana di Rafet, galleggia su una superficie di incomprensione, confusione, inquietudine, senza mai adattarsi veramente alla vita turca; Rafet sembra aver dimenticato l'America e i suoi agi, insieme a Fehmi trasforma la vecchia bottega del padre in un negozio alla moda, sofisticato e costoso, per le nuove donne islamiche che vogliono abiti adatti al loro credo ma anche eleganti e testimoni del loro status di appartenenti alla borghesia benestante; Fehmi, il personaggio più sfaccettato e insieme più enigmatico, procede su una sua via che riserva sorprese per tutti. La giovane generazione seguirà i suoi percorsi, forse libera o forse no, ma sicuramente meno tormentata, in un finale che definisce il destino di ogni personaggio, senza lasciare buchi ma anche, con gran perizia, senza chiarire tutti i misteri.
Quello che ho apprezzato di più in The Masquerade of Istanbul è il modo di narrare restando a livello dei gesti e delle azioni, senza scavare nelle psicologie dei personaggi né motivarne i comportamenti con i soliti luoghi comuni narrativi di oggi tipo le molestie infantili o i traumi. Mehmet Agop non cerca di dare spiegazioni ma ci mette di fronte ai comportamenti nudi e crudi. Ora, non sono così ingenua da pensare che in realtà non abbia le sue spiegazioni, eccome, ma forse è tanto sicuro della forza del suo racconto che sa ritirarsi sullo sfondo in quanto autore. E' ovvio che il discorso sotteso al romanzo è totalmente politico, volto a rappresentare l'ipocrisia di un Islam preso a scudo e maschera da una società lontanissima dai valori che finge di abbracciare, una mascherata appunto, come dice l'azzeccatissimo titolo. Non so se The Masquerade of Istanbul farà capire meglio la Turchia di oggi ma sicuramente è onesto e rende l'idea delle trasformazioni in atto anche se è ambientato alla fine del secolo scorso, penso per non incappare nella censura di Erdogan. Se poi quello che ho detto a proposito della scrittura di Mehmet Agop è vero o è frutto di una scelta legata alla censura, non lo so. Ma il risultato è ottimo e molto interessante oltre che riposante rispetto a quello che si legge di questi tempi.
In rete non ho trovato niente su Mehmet Agop se non una pagina facebook dedicata a The Masquerade of Istanbul, e la sua pagina personale da cui si apprende che è originario della zona di Mersin, ha vissuto molto all'estero e adesso sta in Gran Bretagna. Molto interessante, sulla pagina fb del romanzo, la lettura dei commenti in cui l'autore è accusato di tutto, persino di essere un troll al soldo di Erdogan per controllare chi legge la sua opera. Da quello che ho capito si tratta di un'autopubblicazione, da nessuna parte ho trovato il nome di una casa editrice, e io l'ho scoperta proprio dal post sponsorizzato che compare su facebook. Be', mi auguro che Mehmet Agop (se questo è il suo desiderio) abbia trovato un editore, e che la sua opera venga tradotta anche in italiano. Lo merita senz'altro e penso che chiarirebbe le idee a molti sulla Turchia con molta maggiore efficacia malgrado la sua reticenza (o forse proprio per quello) di tante opere più commerciali e stucchevoli in circolazione che cavalcano il momento storico.
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martedì 10 settembre 2019
lunedì 22 luglio 2019
Leonardo Da Vinci a Kusadasi: la scienza è donna
Oggi, passeggiando per Kusadasi, grande sorpresa: nel magnifico caravanserraglio che si affaccia sul porto, c’è una mostra su Leonardo da Vinci scienziato, completa di moltissimi modellini in legno, funzionanti, in dimensioni reali. Precedentemente, ci informa il manifesto accanto al megaritratto di Atatürk, è stata esposta a Firenze, Milano, Chicago e Roma.
Non ci sono molti visitatori oltre a noi, e sono per la totalità donne. Un gruppo composto da tre generazioni presumibilmente madre, figlia e nipote sui dieci anni, osserva i modelli uno per uno leggendo le spiegazioni, fotografando tutto mentre la figlia spiega minuziosamente il funzionamento e la nipote mette in azione i modelli entrandoci dentro e sperimentando di persona. Nel tempo che loro impiegano a arrivare al terzo modello noi abbiamo visto tutta la mostra. Quando ce ne andiamo sono lì che affrontano il quarto modello (ce n’erano una trentina) con l’appassionato interesse con cui si osserva qualcosa che piace, che incuriosisce, di cui non si vuole perdere neanche un particolare.
L’altra visitatrice è una ragazza giovane, molto elegante con il suo foulard e pardessus islamico, che arriva fino arrivo alla fine della mostra guardando e leggendo tutto, poi ricomincia da capo fotografando scritte e oggetti uno per uno.
Niente da fare, la scienza è donna a Kusadasi, la curiosità e la voglia di capire e imparare, foulard o meno, sono donna. 
(Anche questo post è stato scritto in condizioni precarie, e se non è bello da vedere non è tutta colpa mia).
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martedì 5 febbraio 2019
Fuggire da ciò che si ama per non perderlo: Pinar Selek, La casa sul Bosforo
Pinar Selek prima che una scrittrice è un'attivista battagliera e appassionata, che ha pagato di persona il suo coraggio nel denunciare molti aspetti della vita politica turca, anche se La casa sul Bosforo non è la sua sola opera di narrativa. Si tratta di un romanzo corale che abbraccia una ventina d'anni, a partire dal colpo di stato del 1980 fino al 2001, alla vigilia della salita al governo di Recep Tayyip Erdoğan e si dipana tra Turchia, Francia, Armenia pur restando fortemente ancorato al quartiere istambuliota di Yedikule i cui abitanti sono protagonisti.Si tratta di persone semplici, due giovani coppie, il farmacista, il falegname, il perditempo, la prostituta, tratteggiate velocemente, più dette che rappresentate, ma molto efficaci e di grande umanità. Sullo sfondo scorrono le grandi tragedie del passato, il genocidio armeno (su cui Pinar Selek ha scritto molto), il terribile pogrom del 1955 contro i greci, e del presente: la questione curda, la feroce repressione governativa, il terrorismo, il terremoto del 1999, ma in primo piano ci sono le vicende degli abitanti di Yedikule.
C'è l'affetto e c'è l'amore, ma anche i sogni delle due ragazze, Elif e Sema, mai disposte a restare in secondo piano o mettere le esigenze affettive prima della propria autorealizzazione. C'è un po' di autobiografia nella figura di Elif le cui vicende ricalcano in parte quelle di Pinar Selek. C'è soprattutto la solidarietà, la straordinaria capacità di sostenersi a vicenda del quartiere che è una vera e propria comunità di fronte al mostruoso sviluppo metropolitano di Istanbul. C'è un po' di nostalgia per i tempi passati e per un mondo sparito, c'è il fascino dei nomi evocativi di Istanbul (confesso che io sono molto sensibile a quest'aspetto), ma su tutto prevale l'attenzione e la consapevolezza del mondo tutt'intorno e dei suoi problemi. C'è la necessità di partire, talvolta di fuggire, dalla propria casa e dalla propria vita. Non sono certo dei provinciali legati al passato gli abitanti di Yedikule: ma aggiungo che le storie raccontate da Pinar Selek non ne sono affatto appesantite, vi si parla anche di musica, di danza, di teatro itinerante, delle mille maniere in cui la vita riesce a manifestarsi anche nelle circostanze più difficili.
Mi ha molto stupito, dal momento che l'autrice è così impegnata politicamente e socialmente, la sua straordinaria capacità di narrare vicende individuali e marginali con grande leggerezza, velocità e empatia, che rende gradevolissima la lettura di questo romanzo, vivamente consigliato sia per la sua validità narrativa che per l'interesse aggiunto della cornice storico-politica in cui si svolge. Piacerà sia a chi ama Istanbul e la Turchia che a chi non vi è mai stato. Traduzione a cura di Ada Tosatti e Camilla Diez.
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sabato 21 aprile 2018
Un campo di narcisi rari per Umberto Pasti, Più felice del mondo
Un libro veramente piacevole e amichevole Più felice del mondo di Umberto Pasti, di quelli che accolgono il lettore a braccia aperte e fanno di tutto per farlo sentire a suo agio. L'autore mette insieme una serie di narrazioni brevi basate sull'incontro, che sia un rarissimo narciso in un luogo dove non si aspettava di incontrarlo o una mantide religiosa "domestica", o un amico d'infanzia dalla fantasia sontuosa.
Particolarmente affascinanti le pagine dedicate al Cairo in una versione sorprendente e sconosciuta, prima che politica e integralismo religioso la trasformassero, piena di tracce del passato o di expat sballoni e squinternati. O ancora l'amore per le piastrelle di Iznik, l'amicizia con giovani falegnami marocchini o la Milano degli anni '70 ricordata con un filo di elegante snobismo. Ne viene fuori anche un "autoritratto" molto accattivante, di un uomo libero e ricco di umanità, curioso di tutto e capace di trasformarsi adattandosi agli ambienti più svariati. Un libro che tiene compagnia, interessa e rasserena. Ce ne fossero, di questi tempi.
Particolarmente affascinanti le pagine dedicate al Cairo in una versione sorprendente e sconosciuta, prima che politica e integralismo religioso la trasformassero, piena di tracce del passato o di expat sballoni e squinternati. O ancora l'amore per le piastrelle di Iznik, l'amicizia con giovani falegnami marocchini o la Milano degli anni '70 ricordata con un filo di elegante snobismo. Ne viene fuori anche un "autoritratto" molto accattivante, di un uomo libero e ricco di umanità, curioso di tutto e capace di trasformarsi adattandosi agli ambienti più svariati. Un libro che tiene compagnia, interessa e rasserena. Ce ne fossero, di questi tempi.
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domenica 14 luglio 2013
Orhan Pamuk, Il signor Cevdet e i suoi figli: i Buddenbrook a Istanbul, con riserve
Quandoque bonus dormitat Homerus.
Se Il signor Cevdet e i suoi figli fosse il primo libro di Orhan Pamuk che leggo, certamente non correrei a leggerne un altro. Devo confessare che ho fatto parecchia fatica a arrivare alla fine, non sempre ho seguito con attenzione gli interminabili monologhi interiori e le fluviali conversazioni che costituiscono la sostanza del romanzo. Giovanile e ambizioso tentativo di affresco della Turchia dall'inizio del '900 al 1970, mette già in scena tutte le ossessioni dell'autore: il contrasto tra oriente e occidente, tradizione e modernità, libertà e oppressione, luce della ragione e oscurità della superstizione. Scritto tra il 1974 e il 1978, pubblicato nel 1982 (Pamuk è nato nel 1952) con notevole successo, ambientato tra Istanbul, Ankara e nelle campagne dell'Anatolia interna, è anche eccessivamente didascalico, vuole mettere in scena tutte le tendenze, tutti i movimenti e i modi di pensare che hanno percorso la Turchia nell'ultimo secolo. In questo senso non me la sento di esprimere un giudizio, molte cose neppure le ho capite, ma sicuramente per un turco hanno un senso e un interesse.
Quello che non funziona, secondo me, è che non succede mai niente, assistiamo a sfinenti conversazioni, sorbiamo eterni monologhi interiori che dovrebbero farci capire le trasformazioni dei personaggi ma in realtà annoiano. Venendo al dunque: il signor Cevdet, all'inizio del '900 è una rara avis in quanto commerciante musulmano a Istanbul, quando il commercio era in mano a greci, ebrei, armeni e levantini; lavora, è una brava persona, sposa la figlia di un pascià. Compra una casa a Nisantasi. Ha un fratello tisico che muore (fuori scena) e gli lascia un figlio in eredità (che sparisce, ricompare di tanto in tanto, sembra importante ma poi non lo è). Fine anni '30: Cevdet è malato, ha due figli maschi e una femmina, c'è la Repubblica, tutto è cambiato ma tutto è uguale. Di qui in poi la storia in sostanza gira attorno a tre ingegneri: Refik, figlio mediano, e i suoi amici Omer e Muhittin: l'idealista, l'ambizioso e il poeta. Anche loro non fanno granché ma parlano, parlano, parlano, e gli argomenti sono le riforme, il nazionalismo, i contadini, i politici. L'alcol, che ha una grandissima importanza. Tutti e tre si trasformano tradendo i propri progetti e i propri ideali. 1970: Ahmet, figlio di Refik, fa il pittore e dell'azienda di famiglia (gestita da zii cugini ecc) se ne impippa. Parla d'arte e anche un filino della rivoluzione. L'esercito prepara un colpo di stato di sinistra.
Questa maniera ellittica di raccontare, in un romanzo d'impianto e ambizioni tradizionali, secondo me non funziona. Crea aspettative su personaggi che poi abbandona e di cui veniamo a sapere retrospettivamente scelte inaspettate, molla tutto quando comincia a nascere un barlume di interesse, di altri si dimentica completamente. Certo non fa venire i nervi come Il libro nero o La nuova vita, ma è noioso e manca assolutamente della bella scrittura che rende preziosa la prosa di Orhan Pamuk. Ricorda, come temi e attaccamento al realismo e alla politica, La casa del silenzio (che infatti è del 1983), ma è troppo lungo, verboso, ripetitivo, particolareggiato. Le domande di base che tutti i personaggi parlanti si pongono sono: chi sono io? Qual è il senso della vita? e questo già ci fa capire che si tratta di un'opera che pecca insieme di un eccesso di ambizione e di ingenuità, caratteristiche che infatti che l'autore attribuisce ai suoi personaggi. E quando parlo di personaggi intendo quelli maschili, che pur schematici e eccessivamente dediti all'autoanalisi, sono approfonditi, mentre le donne sono sagome opache, non si riesce a vedere attraverso, e sovente non parlano.
Man mano che leggevo continuavano a venirmi in mente I Buddenbrook, e quando sono arrivata alla postfazione dell'autore ho avuto la conferma che era uno dei suoi modelli (insieme a Anna Karenina, ma di questo, confesso, non me n'ero assolutamente accorta). Si può leggere anche come una metafora della Turchia che, liberandosi dell'arretratezza ottomana, abbraccia la modernità (il commercio di Cevdet, le riforme di Rafik, la ferrovia di Omer, l'estremismo di Muhittin), ma sostanzialmente fallisce. Per fortuna Orhan Pamuk forse non ha una gran testa di filosofo ma è un magico narratore e ha abbandonato l'esemplificazione delle idee per la narrazione e le atmosfere, e soprattutto ha dato voce alla struggente nostalgia che pervade le sue opere migliori, da Neve a Istanbul a Il museo dell'innocenza.
Traduzione non indimenticabile di Barbara La Rosa Salim (per esempio dove ha mai trovato "le strilla" che compaiono più di una volta?). Penso che la meravigliosa fotografia in copertina sia di Ara Güler, come quelle che abbelliscono e completano le pagine di Istanbul, ma non ne sono sicura dato che l'ho letto in ebook e non riesco a trovare conferma in rete.
E adesso, dopo ben otto giorni dedicati a Il signor Cevdet e i suoi figli, per una volta mi congedo volentieri da Orhan Pamuk e magari mi tuffo in Petros Markaris o Ersi Sotiropoulos dato che sono nella loro bella patria. Qualsiasi cosa purché sia veloce e leggera.
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martedì 30 ottobre 2012
La Storia e le storie: Orhan Pamuk, La casa del silenzio
Orhan
Pamuk, La casa del silenzio
Questo
romanzo, la cui edizione originale è del 1996, pubblicato in italiano da
Einaudi nel 2007 con traduzione di Francesco Bruno, avrebbe secondo me bisogno
di quell’obsoleto supporto editoriale che è la prefazione. Presentato così nudo
e crudo a un pubblico di lettori anche sensibili e curiosi, ma lontani dalle
problematiche storiche e culturali della Turchia moderna, rischia di essere
letto come vicenda familiare e di deludere chi, giustamente, da questo tipo di
narrazione si aspetterebbe una maggiore sensibilità alle psicologie dei
personaggi. Io penso invece che l’interesse di un libro come La casa del silenzio (che reca in calce
le date 1980-1983, e si può quindi pensare a un’opera giovanile di Pamuk, nato
nel 1952) sta proprio nel suo valore metaforico, che è anche il suo limite, e
nella rappresentazione delle diverse anime della Turchia attraverso i
personaggi che si alternano come io narrante. Per dirla tutta, mi è sembrato un
imparaticcio ancora un po’ rigido della capacità di rappresentare la Storia
attraverso singole vicende individuali che raggiungerà in Neve un livello di perfezione. La vicenda si svolge nell’estate del
1980, a ridosso quindi del colpo di stato militare del 12 settembre, che poneva
fine a un decennio di conflitti tra destra e sinistra sostenuti e fomentati dal
conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e sfruttati dai militari per
arrivare appunto alla presa del potere. Come tutte le estati, nella grande e
vecchia casa di Fatma, a Tuzla, località sul Mar di Marmara non lontana da
Istanbul, arrivano in visita i nipoti Faruk, Metin e Nilgün, unica femmina.
Fatma è accudita dal nano Recep, il cui nipote, Hasan, giovane sfaccendato e
infiammato da idee nazionaliste, parafasciste e violente, fa parte di un gruppo
di estrema destra ai limiti della delinquenza. Le voci che si alternano sono
quelle di Recep, Fatma, Faruk, Metin e Hasan. Fatma è depositaria di conoscenze
e segreti che i nipoti non condividono, tra cui il fatto che Recep e suo
fratello Ismail lo zoppo, che campa vendendo biglietti della lotteria, sono
figli illegittimi di suo marito, il defunto medico Selâhattin, e di una serva
bella e ignorante. Abbiamo così due blocchi ben distinti dall’appartenenza di
classe, tra i quali Recep funge da trait d’union. Gli intrecci tra i vari
personaggi sono complessi. Durante l’infanzia Metin e Nilgün hanno avuto Hasan come compagno di giochi, ma
ora che sono cresciuti le loro strade si sono divise, e Hasan è divorato
dall’invidia, dal risentimento e da un’ambigua ossessione per Nilgün. Recep, il
nano, e Ismail, lo zoppo, quand’erano bambini sono stati ridotti in questo modo
dalle bastonate di Fatma, gelosa e esasperata dal marito che le aveva imposto
la presenza dell’amante e di suoi figli; Selâhattin non ha saputo né voluto
difenderli perché economicamente dipendeva dalla moglie. Da questo intreccio
esplosivo deriva la conclusione inaspettata e anche un po’ ingiustificata. Ma
come dicevo prima, quello che conta non sono le azioni dei personaggi ma ciò
che rappresentano, sullo sfondo di un luogo di villeggiatura smemorato e
peccaminoso che ha tradito le sue radici agricole per accogliere una ricca
borghesia che pare non sappia che cosa fare di se stessa, e in un momento di
grande instabilità politica in cui ogni giorno si contano morti ammazzati
dell’una e dell’altra parte, dall’estremo est di Kars all’occidente di Edirne.
Fatma,
novantenne querula e imperiosa, crudele, immersa nei ricordi felici
dell’infanzia, che si vanta ossessivamente della purezza dei propri pensieri e
custodisce con pazza gelosia il cofanetto dei gioielli ormai vuoto, piena
di astio contro il marito, diffidente nei confronti di Recep che è l’unico che
si preoccupa di lei e del suo benessere, insofferente verso i nipoti, è la
Turchia ottomana, la grande tradizione ormai morta che però con le sue
ricchezze ha permesso alla Turchia moderna di nascere e formarsi; Selâhattin,
che conosciamo attraverso le parole della moglie, il medico fallito, l’esiliato
a vita, l’ubriacone illuso, il perdente che passa la vita a scrivere
un’enciclopedia che cambierà le sorti del suo paese e dopo la sua morte verrà
bruciata da Fatma, l’ateo, il razionalista che quando nel 1934 deve darsi un
cognome sceglie Darvinoğlu, cioè De Darwin, che odia la moglie ma le fa vendere
i diamanti della dote uno dopo l’altro per finanziare i suoi folli sogni, è la
Turchia di Atatürk, filooccidentale, europeista, proiettata verso la modernità
e piena di disprezzo per l’Oriente, le sue tradizioni e il suo oscurantismo,
che ha sostanzialmente fallito nel suo sforzo per liberarlo; Faruk,
l’intellettuale abbandonato dalla moglie che cerca consolazione nel vino e nel
cibo, lo storico che nella storia non riesce a trovare un significato che vada
al di là dei singoli opachi episodi, rappresenta l’impotenza della Turchia
moderna di fronte all’incomprensibilità dei processi che hanno portato
all’attuale situazione; Metin, giovane e brillante ma frustrato nelle sue
aspirazioni alla ricchezza e alla bella vita, momentaneamente preso dalla
ragazza Ceylan che non lo ricambia, con il sogno dell’America nel cuore, è la
Turchia giovane che non ha la pazienza di aspettare che la patria sia in grado
di realizzare i suoi desideri, e l’abbandona emigrando non per necessità ma per
ambizione; mentre dall’altra parte della barricata, tra le classi dei
diseredati, Hasan, invidioso dei cugini che lo hanno dimenticato, è la preda
più facile per il populismo, la violenza immotivata e i valori distorti del
nazionalismo sfrenato dei Focolari dell’Ideale, associazione fascista, in fondo
uno degli sbocchi degenerati del kemalismo di cui Selâhattin rappresenta
l’altra faccia. Infine, il mite Recep, pronto all’ubbidienza e a compiere il
proprio dovere senza interrogarsi, solitario, bisognoso di un po’ di compagnia
e di affetto ma capace di lasciare da parte le proprie esigenze per prendersi
cura degli altri, è la Turchia reale, erede non riconosciuta di tradizione,
modernizzazione e nazionalismo, che pur storpiata
dalla storia e malripagata della sua fedeltà, senza esserne cosciente ne ha conciliato in sé i diversi
significati e paziente e silenziosa va avanti senza guardarsi troppo indietro.
Più sfocata la figura di Nilgün, più
detta che agita (l’unico atto da “comunista”, come viene sempre definita, che
la vediamo compiere, è l’acquisto del quotidiano Cumhurryet ), pur essendo in un certo senso il centro di tutta la
narrazione. A questo proposito si può osservare che le figure femminili in
questo romanzo sono piuttosto sbiadite, come Nilgün e Ceylan, o negative, come
Fatma, mentre l’unica figura vissuta come positiva da Selâhattin, la serva con cui ha generato
Ismail e Recep, non ha né nome né storia. E anche questo sono certa che non è
casuale ma rappresenta un aspetto della storia della Turchia.
Io
penso che tenendo presente questo forte sottofondo storico si potrà meglio
apprezzare un romanzo ben lontano dalla meravigliosa, lancinante prosa di Neve o di Istanbul, ma che ha una sua potente attrattiva nella varietà di
voci e personaggi che si muovono soli, senza capirsi né amarsi, nell’estate del
1980 sul Mar di Marmara.
Molti i refusi.
Molti i refusi.
Una
recensione molto completa e molto più chiara della mia, a opera di Francesco83, si può leggere qui.
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mercoledì 22 febbraio 2012
Yashar Kemal, Guarda l'Eufrate rosso di sangue
Un
nobile romanzo che si svolge su un’isola dell’Egeo (l’Isola delle Formiche, forse
inesistente ma, da qualche scarna indicazione geografica e altrettanto scarne notizie che ho trovato in rete, identificabile con Agathonissi, detta anche Gaidaro, isoletta a sud di Samo posta di fronte alla costa turca più o meno all'altezza di Didima) dopo la prima guerra
mondiale, al momento del cosiddetto (dai turchi) “scambio di popolazione”, cioè
la cacciata dei greci residenti nel territorio
della Repubblica Turca appena nata, per motivi nazionalistici e come
conseguenza dell’avventatissimo tentativo di invasione greco. Vi sembra
argomento complesso? Lo è.
Comunque. Sull’isola svuotata dei suoi abitanti greci che hanno lasciato case, uliveti, vigne e tutto ciò che non hanno potuto portare via o vendere prima della partenza, giunge Poyaz Musa, turco eroe di guerra dal passato misterioso. Si compra una casa e un mulino, anzi se li fa assegnare dai corrotti o integerrimi funzionari pubblici della più vicina città, e si insedia. Lo turba un’ombra sfuggente che appare e scompare come un fantasma nel villaggio e sulle spiagge. È Vasili, giovane pescatore greco che si è rifiutato di abbandonare l’isola e ha giurato di uccidere il primo che vi metterà piede. Lo seguiamo nei suoi vagabondaggi senza meta né sosta tra il mare e terra, tra pesca e case abbandonate, incalzato dalla solitudine, dalla rabbia e dai ricordi. Capitoli veramente difficili da mandare giù, ripetitivi, lirici, lunghi, immobili proprio per quel continuo agitarsi senza scopo di Vasili. Oltre alla loro solitudine e all’esiguo spazio che condividono, qualcos’altro accomuna i due uomini: l’esperienza devastante della guerra. Poyaz Musa ne è uscito ricco e decorato da una medaglia d’oro che lo protegge, Vasili è rimasto profondamente disturbato, tormentato da incubi e visioni della terribile battaglia di Sarıkamış, dove nel 1914-15 l’esercito ottomano è stato sconfitto dai russi con perdite di oltre 60.000 soldati, morti per il freddo oltre che per l’artiglieria. Poyaz Musa invece ha combattuto contro i francesi a Urfa, ha disertato, si è dato al banditismo in Mesopotamia, ha perseguitato i yezidi, è stato aiutato dall’Emiro di Baghdad, e infine, non si capisce perché, è arrivato all’Isola delle Formiche. L’incontro impossibile tra il greco clandestino e il turco eroe di guerra infine si compie, ma non dico come per non sciupare la sorpresa.
Intanto, nella seconda parte dove sono narrate le vicende di Poyaz Musa in un lungo flash-back e nella processione di personaggi che visitano l’isola senza decidersi a sceglierla come residenza, veniamo messi alla presenza di molti “tipi” storici, il turco rispedito in patria dalla Grecia, il giovane pescatore ingenuo, il medico idealista e altri. Il romanzo è molto maschile, tutti i personaggi sono uomini, le poche donne che compaiono di sfuggita sono madri, spose devote o fantasmi d’amore che balenano dal passato. L’argomento principale, il collante di tutta la vicenda, è la guerra, la sua assurdità crudele, i danni irreparabili che porta nella vita e nella mente di chiunque ne sia sfiorato. Alla fine però rimane un afflato di speranza, forse l’isola sarà di nuovo abitata e dalle rovine di una convivenza secolare potrà nascerne una più sincera e cosciente.
Comunque. Sull’isola svuotata dei suoi abitanti greci che hanno lasciato case, uliveti, vigne e tutto ciò che non hanno potuto portare via o vendere prima della partenza, giunge Poyaz Musa, turco eroe di guerra dal passato misterioso. Si compra una casa e un mulino, anzi se li fa assegnare dai corrotti o integerrimi funzionari pubblici della più vicina città, e si insedia. Lo turba un’ombra sfuggente che appare e scompare come un fantasma nel villaggio e sulle spiagge. È Vasili, giovane pescatore greco che si è rifiutato di abbandonare l’isola e ha giurato di uccidere il primo che vi metterà piede. Lo seguiamo nei suoi vagabondaggi senza meta né sosta tra il mare e terra, tra pesca e case abbandonate, incalzato dalla solitudine, dalla rabbia e dai ricordi. Capitoli veramente difficili da mandare giù, ripetitivi, lirici, lunghi, immobili proprio per quel continuo agitarsi senza scopo di Vasili. Oltre alla loro solitudine e all’esiguo spazio che condividono, qualcos’altro accomuna i due uomini: l’esperienza devastante della guerra. Poyaz Musa ne è uscito ricco e decorato da una medaglia d’oro che lo protegge, Vasili è rimasto profondamente disturbato, tormentato da incubi e visioni della terribile battaglia di Sarıkamış, dove nel 1914-15 l’esercito ottomano è stato sconfitto dai russi con perdite di oltre 60.000 soldati, morti per il freddo oltre che per l’artiglieria. Poyaz Musa invece ha combattuto contro i francesi a Urfa, ha disertato, si è dato al banditismo in Mesopotamia, ha perseguitato i yezidi, è stato aiutato dall’Emiro di Baghdad, e infine, non si capisce perché, è arrivato all’Isola delle Formiche. L’incontro impossibile tra il greco clandestino e il turco eroe di guerra infine si compie, ma non dico come per non sciupare la sorpresa.
Intanto, nella seconda parte dove sono narrate le vicende di Poyaz Musa in un lungo flash-back e nella processione di personaggi che visitano l’isola senza decidersi a sceglierla come residenza, veniamo messi alla presenza di molti “tipi” storici, il turco rispedito in patria dalla Grecia, il giovane pescatore ingenuo, il medico idealista e altri. Il romanzo è molto maschile, tutti i personaggi sono uomini, le poche donne che compaiono di sfuggita sono madri, spose devote o fantasmi d’amore che balenano dal passato. L’argomento principale, il collante di tutta la vicenda, è la guerra, la sua assurdità crudele, i danni irreparabili che porta nella vita e nella mente di chiunque ne sia sfiorato. Alla fine però rimane un afflato di speranza, forse l’isola sarà di nuovo abitata e dalle rovine di una convivenza secolare potrà nascerne una più sincera e cosciente.
Ora, tutta questa vicenda storicamente appassionante e ricca è molto difficile da seguire per un sacco di motivi. Il primo, più evidente, è che come romanzo è eccessivamente scombinato, squilibrato nelle parti e nei personaggi. Il protagonista Poyaz Musa, per esempio: veniamo messi al corrente del suo passato da quel flash-back che è una specie di piccolo romanzo nel romanzo, oltre tutto pieno di temi che non si amalgamano per niente con il resto della vicenda, ma ci restano oscuri molti altri particolari della sua storia, in primis come è capitato all’Isola delle Formiche, e com’è finita con i beduini che volevano ucciderlo. Seconda cosa, il titolo. Molto bizzarro per un libro che si svolge in un’isola dell’Egeo, è tratto da un’affermazione dell’Emiro a proposito delle stragi di yezidi proprio in Mesopotamia. Corrisponde al titolo originale, ma in turco c’è un sottotitolo – Storia di un’isola 1 – che mi ha fatto pensare che si tratti del primo volume di un’opera più ampia. Questo spiegherebbe tutto, e renderebbe giustizia all’autore che a fine lettura mi sembrava un po’ carente.
E per capire meglio l’autore sarebbe molto importante anche conoscere qualcosa di più della sua vita di curdo nato in un villaggio dove ha svolto ogni lavoro umile, dal pastore al contadino, e ha cominciato la sua carriera come bardo e compositore di lamenti funebri. A questo forse si possono ascrivere certi pezzi eccessivamente lirici, o la ripetizione insistita di formule e immagini come la descrizione del mare che cambia colore o i veli abbandonati che conservano l’odore dei seni femminili, eccetera. Insomma, quello che io non capisco è perché la Rizzoli ha pubblicato un libro tanto impegnativo, in edizione cartonata elegante e costosa (20 € sono molti per un romanzo sia pure ponderoso, 400 pagine), affrontando la molto lodevole scommessa su un autore non tanto noto in Italia, per poi abbandonarlo nudo e crudo senza quel tanto di paratesto che sarebbe indispensabile per poterlo apprezzare pienamente. C’è un piccolo glossario, benissimo. Ma sarebbe stato tanto difficile mettere una cartina? Io ho comprato Guarda l’Eufrate rosso di sangue perché negli ultimi anni ho girato la Turchia in lungo e in largo, il che mi ha fatto imparare un sacco di cose e incuriosire di tantissime altre, conoscevo i posti di cui si parla e ho potuto seguire la vicenda con una certa facilità, ma per esempio, pur essendoci stata, ho scoperto qui che a Sarıkamış c’è stata una battaglia così disastrosa. E che il fronte orientale della prima guerra mondiale in Anatolia andava dal Mar Nero alla Mesopotamia.
Della terribile questione della cacciata dei greci so molto, e ho visto come è sentita e ricordata sia in Turchia che in Grecia, come ancora oggi si tocca con mano l’eredità greca, lo strazio dei villaggi abbandonati, i patetici ricordi e museini che tentano strenuamente di tenere viva una tradizione distrutta da novant’anni. Ma se mi tenessi alla quarta di copertina, dovrei credere che si tratta di una vicenda dei primi anni del Novecento (mentre siamo dopo la prima guerra) che costituisce un capitolo dimenticato della storia turca. Be’, se Rizzoli vuole buttare via i soldi fatti suoi. Siccome però questo romanzo è destinato a un pubblico diverso dai lettori di Moccia e Faletti, mi sembra molto miope questa mancanza di cura. Due pagine di contestualizzazione storica, una cronologia, non penso che avrebbero appesantito il testo né sarebbero costate uno sproposito. Così com’è, se vi interessa leggere questo (apparentemente) squilibrato romanzo, tenete presente che vi toccherà passare un bel po’ di tempo su Wikipedia e Google Maps per cercare le informazioni che l’editore non si è sognato di fornirvi.
L’ottima
e flessibile traduzione, questa sì molto curata, è di Simone Abramo e Pınar Gökpar.
N.B. Non sapete chi sono gli yazidi? Non mi riguarda. Se Rizzoli, in un libro di 400 pagine, se la cava con quattro righe nel glossario, io, in una recensione di poco più di 7000 caratteri, posso ben infischiarmene. ;-)
N.B. Non sapete chi sono gli yazidi? Non mi riguarda. Se Rizzoli, in un libro di 400 pagine, se la cava con quattro righe nel glossario, io, in una recensione di poco più di 7000 caratteri, posso ben infischiarmene. ;-)
lunedì 11 ottobre 2010
Irfan Orga, Una famiglia turca
Irfan Orga (1908-1970) non è né un etnografo né uno storico, è solo uno scrittore che narra le sue esperienze, capace però di descrizioni vivaci e eccellente nel ricreare atmosfere d’antan viste con l’occhio di un bambino, che si direbbe particolarmente compatibile con il suo modo a volte candido, quasi ingenuo, di narrare. Consiglio senz’altro Una famiglia turca, avvincente romanzo autobiografico in cui Orga racconta la vita quotidiana a Istanbul dagli ultimi anni dell’Impero ottomano al 1940, attraverso le vicende di una ricca famiglia borghese in seguito rovinata dalla Prima Guerra mondiale.
Le figure della madre e della nonna, donne allevate per vivere protette dai loro uomini e chiuse in case confortevoli improvvisamente costrette a uscire per cercare il cibo, a muoversi da sole nelle strade, a cucinare, cucire e svolgere tutte quelle incombenze che hanno sempre creduto degradanti, a subire umiliazioni legate alla loro condizione di donne sole e impoverite, sono tratteggiate lucidamente e senza eccessiva indulgenza. Lo spaccato della società istanbuliota che ne esce è vivido, anche i personaggi minori risaltano con efficacia sullo sfondo tragico di quegli anni. C’è un divertente episodio, nel periodo dell’infanzia dorata, in viene narrata per filo e per segno la complessa cerimonia della circoncisione, festa di iniziazione che, come titola il capitolo, riguarda “un argomento squisitamente maschile”. La decisione di abbandonare il velo presa dalla madre di Orga quando durante la guerra, ben prima della disposizione in tal senso di Atatürk, è costretta a andare a lavorare in un laboratorio dell’esercito, suscita sconcerto e riprovazione nel vicinato, e è narrata con il solito candore. L’autore ammette che fu proprio lui a chiederle di rimetterlo, molto più tardi, quando andava a trovarlo alla scuola militare, per evitare i commenti offensivi dei compagni.
Dopo avere toccato il fondo della miseria e delle umiliazioni, i figli alla scuola dei poveri dove mangiano bacche di eucaliptus e radici per non morire di fame, la madre mettendosi a lavorare, lentamente le cose cominciano a andare meglio dopo la guerra, i figli maschi sono accettati alla scuola militare, si impone sulla scena Kemal Atatürk, la proclamazione della Repubblica cancella definitivamente i resti della gloria ottomana. Ci sono pagine interessanti sugli aspetti minori delle riforme di Atatürk, ad esempio la proibizione di usare il fez e l’imposizione del cappello all’occidentale, che suscitano resistenze e stratagemmi per eluderle. A questo proposito penso che l’omino ancora oggi dipinto sui cartelli dei passaggi pedonali in Turchia, un tizio energico dal passo lungo e ben disteso con il cappello in testa che mi mette di buonumore ogni volta che lo vedo, sia un residuato di quei tempi. C’è la sparizione degli armeni dal collegio militare, sulla quale Orga non spreca parole né spiegazioni. Ci sono i grandi cambiamenti, la vita che va avanti, il progressivo sprofondare nella follia della madre, fino al 1940, quando la madre muore e la famiglia è definitivamente disgregata.
La postfazione del figlio Ateş è illuminante e completa bene la narrazione, dando una breve biografia della vita in Inghilterra di Irfan Orga, sostanzialmente poco felice si direbbe, sempre ossessionata dalle ristrettezze economiche e non proprio armoniosa in famiglia. La sua fama letteraria è legata a questo romanzo, a una biografia di Atatürk e a Un viaggio in Turchia, interessantissima relazione di un viaggio tra i nomandi Yuruk dei monti Tauri, oltre a alcuni libri di per ragazzi e altri di ricette turche. Siccome l’autore non giunse mai a una padronanza perfetta dell’inglese, i suoi testi furono editati dalla moglie tanto che nella biografia di Atatürk compare come coautrice. Oltre a essere di gradevolissima lettura, Una famiglia turca è utile per capire quegli anni complicati e seguire la trasformazione della Turchia da impero decrepito a stato moderno attraverso le concrete vicende di un testimone oculare. Anche in questo libro, edito da Passigli, la traduzione di Luca Merlini è molto incerta; ad esempio, il Mar di Marmara diventa “la Marmara” che scorre mormorando come il Piave.
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