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venerdì 25 novembre 2022

Per non dimenticare Elisabetta Chicco Vitzizzai, la donna e la scrittrice

Oggi è il 25 novembre, quindi sono in ritardo di una settimana (non per distrazione né per dimenticanza, ma per una serie di circostanze esterne), nel ricordare la scomparsa di Elisabetta Chicco Vitzizzai avvenuta il 19/11/17. E cinque anni sono tanti, ma certo non sono bastati per scordarla. Ogni volta che passo sotto casa sua, in via Cavour, alzo gli occhi ai suoi balconi e penso che non bisogna dimenticarla Elisabetta, e soprattutto bisogna continuare a leggere i suoi libri. Ripubblico il post che ho scritto in occasione della sua dipartita e invito a leggere anche gli altri che le ho dedicato (i link sono in fondo). E' una scrittrice da leggere e rileggere, soprattutto se si ama Torino e e si cerca una rappresentazione acuta, spiritosa ma anche critica e profonda di una città che non esiste più.


     

Questo è un post che non avrei mai voluto dover pubblicare. E mi viene in mente un solo modo per ricordare un'amica, una donna bellissima, una scrittrice tanto raffinata quanto ironica: parlare, e continuare a parlare, delle sue opere, cominciando dalla mia preferita.  

Il più bel vizio è la vita
Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. 

È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

Vedi anche L'amore come sai, Trasgressioni, Gli ossibuchi di Nietszche, Eros in bicicletta, Dio ride 

domenica 19 novembre 2017

In ricordo di Elisabetta Chicco Vitzizzai

Questo è un post che non avrei mai voluto dover pubblicare. E mi viene in mente un solo modo per ricordare un'amica, una donna bellissima, una scrittrice tanto raffinata quanto ironica: parlare, e continuare a parlare, delle sue opere, cominciando dalla mia preferita.  

Il più bel vizio è la vita
Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. 

È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

Vedi anche L'amore come sai, Trasgressioni, Gli ossibuchi di Nietszche, Eros in bicicletta, Dio ride

martedì 12 gennaio 2016

Sono più importanti i sentimenti o una finanziera fatta come si deve? Elisabetta Chicco Vitzizzai, L'amore come sai.

Dietro il bellissimo titolo L'amore come sai di Elisabetta Chicco Vitzizzai, ora anche in ebook, si nasconde una storia dolente e cattivella, che darà un grande piacere al lettore abbastanza sofisticato da non cercare consolazione né lieto fine. Ma non pensate a un libro cupo, a lacrimevoli patetismi: Elisabetta Chicco Vitzizzai ha molte frecce al suo arco e forse la principale è la capacità di ironia e di colorare di grottesco le situazioni più scabrose.

È una storia a due voci, in cui il narratore onnisciente entra con disinvoltura nella testa dei due personaggi principali: l'anziano e vedovo notaio in pensione Renzo Belmondy e la violinista Livia De Maria, trentasettenne di modesta estrazione sociale e scarsi mezzi. La distanza tra i due è grande sia in termini di età che di posizione, ma scocca comunque qualcosa che per convenzione chiamiamo amore. Tutta la storia, condotta con grande abilità psicologica e di scrittura, sta nel modo in cui Renzo e Livia si avvicinano senza incontrarsi né capirsi, si girano attorno spinti da motivazioni e bisogni opposti, da illusioni e equivoci, dove il paradosso sta nel fatto che è la giovane a avere bisogno d'amore (e sicurezze) mentre il vecchio in realtà non ha bisogno di niente, neppure della sua giovinezza; per allontanarsi poi senza essersi veramente visti come sono in realtà.

Quello che conta di più, però, è che i personaggi si muovono in una Torino fantasticamente lontana nel tempo, anche se la vicenda si svolge nei primi anni '60 del secolo scorso. La cura dei dettagli, dei tic, delle abitudini, dei modi di parlare, di mangiare, di vestirsi che Elisabetta Chicco Vitzizzai mette nei suoi libri è ben nota, e anche qui la sua maestria non si smentisce. La casa pomposa e polverosa del notaio abitata dal fantasma della formidabile Teresa, la moglie defunta, la squallida camera ammobiliata dove vive Livia, lo stanzone nudo con vista sul Po dove gli amanti malassortiti si incontrano, la ricetta della finanziera à la mode di Teresa, la vecchia serva, la stizzosa padrona della pensione di Livia, assumono un'importanza pari alla storia di sentimenti nel fornire al lettore momenti di vero piacere, e L'amore come sai di questi momenti ne offre molti. 


 

venerdì 6 febbraio 2015

Amici miei a Torino e Napoli: libri che conosco di persone che conosco

Il Lato a Sud del Cielo di Daniele Cutali, ambientato a Chivasso nel 1972, dove si parla di adolescenti ribelli ma non troppo, fughe e spari ma soprattutto di rock. Qui il trailer.











La famiglia di Zebedeo di Anna Maria Dalla Torre, le vicende di un gruppo di immigrati dall'Italia del sud in una grande città del Nord, negli anni '60, con un risvolto thriller. Lo trovate qui.















Letti a undici piazze di Mario Bianco e Euro Carello, Torino raccontata dai due autori e illustrata da Mario Bianco attraverso undici piazze. Qui il trailer.














Trasgressioni di Elisabetta Chicco Vitzizzai, tutti i racconti dell'autrice riuniti in un ebook che trovate qui













Solo a Napoli, fiabe e dintorni di Rosaria Fortuna, personaggi, storie e parole di una città tra poesia e prosa. Lo trovate qui.

giovedì 30 gennaio 2014

Elisabetta Chicco Vitzizzai, Gli ossibuchi di Nietszche



Lunedì 3 febbraio 2014 alle 18, Elisabetta Chicco Vitzizzai insieme a Renzo Gozzi, neuropsichiatra forense, presenta al Centro Pannunzio il suo ultimo libro Gli ossibuchi di Nietzsche, Il leone verde Edizioni. Nella collana “Leggere è un gusto”, Elisabetta Chicco Vitzizzai ha già pubblicato La cucina golosa  di Madame Bovary, Alla tavola di Virginia Wolf, A tavola con Scarlett O’Hara e Piccole donne in cucina. In questo volume, attraverso la ricostruzione del soggiorno di Nietzsche a Torino nella primavera del 1888 e tra l’autunno e il gennaio 1889 a casa di Davide Fino, in via Carlo Alberto 6, l’autrice scrive un piccolo e acuto saggio sul filosofo, inseguendone i passi per le strade nella città e i pensieri nelle lettere. A questa parte molto documentata, interessante e di gradevolissima lettura, segue una ricca scelta di ricette che Nietzsche amò o avrebbe potuto amare, tratte dalla tradizione piemontese o tedesca di fine ottocento. Un libro che unisce informazione e svago in dosi perfettamente calibrate, come in una ricetta di finanziera.      

giovedì 23 maggio 2013

Come salire in sella e vivere felici: Eros in bicicletta di Elisabetta Chicco Vitzizzai



Per essere di buonumore con una lettura intelligente,
scaricate da Amazon (a 1,03 €) Eros in bicicletta di Elisabetta Chicco Vitzizzai, incantevole racconto d'ambientazione torinese. Elisabetta Chicco Vitzizzai è un multiforme ingegno, scrive, dipinge, disegna, suona. La copertina di questo ebook è stato disegnato dall’autrice, alla quale va tutta la mia ammirazione e l'invidia, sincera e benevola, di una che ha sempre desiderato saper disegnare. Inoltre è una scrittrice dall’occhio perfido e acutissimo. È un genio per i particolari rivelatori, quelli che inchiodano il personaggio come lo spillone sullo scarabeo in vetrina.
È il 1899, siamo a Torino in via della Rocca, in una famiglia borghese composta da due nonni, una madre e una figlia. I nonni sono archetipi di una Torino solidamente e asfitticamente borghese. Lui, Feliciano Numis, è maggiore dell’esercito e ama ritornare alle vicende storiche del passato che lo hanno visto attivamente impegnato, o su momenti topici come il contrasto tra Cavour e Garibaldi (il diavolo repubblicano, ateo e immorale), la cessione di Nizza, ecc. La nonna Catterina domina tutta la casa e i suoi abitanti con una tempra di ferro sostenuta da una sicurezza senza cedimenti. Sa che quello che lei vuole e fa segue regole che non ammettono eccezioni, il suo modo di vedere il mondo è l’unico giusto, sa che cosa è bene per sé e per gli altri. Carattere diffuso e ben noto, credo, a molti lettori. Il marito è sostanzialmente ininfluente e trascurabile, non come personaggio ma come persona all’interno della famiglia. La figlia Maria Luigia è malmarià (malmaritata in piemontese) in quanto vent’anni prima ha fatto una mésalliance ed è stata abbandonata dal marito di cui non si parla mai. Di conseguenza ora è isterica, e ha crisi nei momenti meno indicati, durante le quali viene curata con l’etere. È sessualmente repressa, ogni tanto ha comportamenti fuori dalle regole come osare il rosso nell’abbigliamento e flirtare con l’amico del fidanzato della figlia.
Giulia, la figlia ventenne, è appena uscita dal collegio delle Figlie dei Militari, quello delle figlie di ufficiali che stava alla Villa della Regina. Il suo passato è fatto di lunghe noiosissime passeggiate giù dalla collina e di regole, divieti, obblighi. Non va meglio a casa dei nonni in via della Rocca. Per questo Giulia ha una fame, un desiderio sfrenato di libertà che si materializza nel desiderio di avere una bicicletta. Dei personaggi, però, non è la psicologia che interessa, o almeno la verosimiglianza psicologica, ogni personaggio e ogni particolare è finalizzato alla ricostruzione grottesca e iperrealista di un momento storico preciso, di tic e mode culturali dell’epoca. L’autrice è un’entomologa preparatissima e spietata.
Questo romanzo è animato da un intento documentaristico su una classe sociale, una città e un momento storico, ma soprattutto da una caustica ironia, una messa alla berlina dell’ipocrisia borghese, della chiusura e della repressione delle cosiddette classi dominanti, insieme alla ristrettezza dell’ambiente torinese, militare e industriale ma privo di quella componente mercantile che ha fatto di altre città italiane centri più cosmopoliti e aperti. Nelle interminabili discussioni in casa Numis si toccano tutti gli argomenti del momento, da Lombroso, figura importantissima nella cultura torinese dell’epoca che torna in numerosi romanzi, a  Charcot, alle terapie contro l’isteria, a “quello sporcaccione” del Mantegazza. La cultura del tempo entra in tutti gli aspetti della vicenda, a partire dalla teoria di Lombroso sulla bicicletta come strumento del crimine e incitazione al delitto, i pericoli della sella, l’abbigliamento adatto alla bicicletta, la jupe culotte, i ginandri.
Siamo alle soglie della modernità: si parla di elettricità, del vapore, del treno. Dell’automobile, della bicicletta. Della questione socialista. Dell’emancipazione femminile, dello sport. Nulla sfugge all’occhio acutissimo e all’orecchio implacabile di Elisabetta, e tutto questo gran chiacchierare è riprodotto in modo divertentissimo. A Giulia viene presentato un possibile fidanzato, Augusto Witz, un giovane tenente di origine sarda svizzera, e con lui vengono introdotti alcuni personaggi importanti, primo fra tutti l’amico Vecellio Scipione Borgnino, pittore di cartelloni pubblicitari, anglofilo e anglofono per distinguersi in un ambiente francofono, egoista, presuntuoso ma interessante e curioso. Augusto è una figura sfaccettata e meno chiusa delle altre, in fondo è quasi uno straniero a Torino. Entusiasta della meccanica, ama il ferro. Salutista, non è romantico, ma decide di amare Giulia perché è adatta. Esilarante è la visita dei genitori del fidanzato, la descrizione delle fotografie dei suoceri. Anche se il fidanzamento si fa, Giulia ha sempre il problema di trovare i soldi per comprarsi una bicicletta. Per ironia della sorte, è proprio il fidanzato che indirettamente e involontariamente le fornisce il mezzo per guadagnare la somma che le manca. Giulia è coraggiosa malgrado i tentativi della nonna e della società di piegarla alle convenzioni, sa sfidare il pericolo corteggiandolo e trova una via che non vi dico per non rivelare troppo della trama. Sfidando le convenzioni, si trova a frequentare ambienti e persone completamente nuovi;  incontra pittori e modelle, giovani sfrontati che la trattano in maniera del tutto diversa da quella cui è abituata. Lei, non si sa se più ingenua o più astuta, sembra camminare con gran piacere sull’orlo dell’abisso senza caderci mai; o almeno così pare. La sua ingenuità si scontra con la malafede e viene truffata della ricompensa su cui contava per comparare la bicicletta; ma la ragazza ha molte risorse e alla fine l’agognata libertà su due ruote si realizza. Esaltata dalla velocità, dalla libertà, dall’indipendenza, si butta per il Valentino e oltrepassa persino la barriera del fiume. E l’autrice, reticente e maliziosa, ci lascia nell’ambiguità di sapere se davvero la bicicletta ha conseguenze così nefaste sulla virtù delle ragazze. Il linguaggio è straordinariamente evocativo con il suo impasto di piemontese e francese, il linguaggio della borghesia acculturata e legata alle proprie radici, e altrettanto suggestive sono le descrizioni, prime fra tutte quella della villa di via della Rocca o della cena di fidanzamento. In questa autentica enciclopedia della fine Ottocento, si incontra anche il demi monde in cui si muovono le puttane come Onorina Cantamessa ricamatrice in bianco o la cavallerizza bionda, le malattie veneree e i farmacisti che le curano, il Panorama, i riti mondani in Piazza d’Armi, e la toponomastica torinese ha una precisione da mappa. Si parla di piazza Carlina con il monumento a Cavour e l’Albergo di Virtù, del nuovo monumento a Vittorio Emanuele II in corso Vittorio, di negozi del tempo precisamente ubicati con tanto di insegne, e alla fine è difficile staccarsi da quel piccolo mondo antico che ci ha fatto molto ridere rinascendo, vivo e nitido come un’antica stampa bavarese nelle pagine (virtuali) di Elisabetta Chicco Vitzizzai.

mercoledì 1 maggio 2013


Lunedì 6 maggio 2013, alle 18, presso il Centro Pannunzio in via Maria Vittoria 35/H a Torino, Consolata Lanza a colloquio con Elisabetta Chicco Vitzizzai, autrice del romanzo EROS IN BICICLETTA.
Questo il testo dell'invito alla presentazione del bel romanzo di Elisabetta Chicco Vitzizzai, scrittrice dalla penna acuta e divertente, che vale la pena di venire ad ascoltare sempre e comunque: ma la cosa interessante è che si presenta un ebook - e non l'ho mai fatto prima. Quindi venite in tanti e con tante domande. Elisabetta e io vi risponderemo volentieri. 

martedì 23 ottobre 2012

Un vampiro e una ciclista, accoppiata insuperabile: Chiara Negrini e Elisabetta Chicco Vitzizzai

Oggi non annoio nessuno con le mie opinioni giustamente opinabili, niente giudizi né seriose recensioni: solo un consiglio da amica, scaricate questi due ebook e fidatevi di me, vi divertirete e ne trarrete molto giovamento. Il primo è Pedar, al Vampir d'la Basa di Chiara Negrini,bravissima illustratrice e scrittrice molto spiritosa.. E' un racconto di vampiri scritto in viadanese, veronese e piacentino "arioso", con traduzione italiana al fondo. E Pedar è un vero vampiro, mica una parodia, ma vive nella Bassa Mantovana, parla dialetto, beve lambrusco e viene morso sul culo da un cane vampiro mentre va alla melonaia. Potete immaginare che con questi presupposti è molto difficile annoiarsi leggendolo. Inoltre, il ricavato della vendita è devoluto alle vittime del terremoto in Emilia, quindi potete provare il brivido di sentirvi più buoni mentre vi fate una risata: divertente e benefico, riuscite a immaginare qualcosa di meglio? Lo trovate su Amazon a 2,68 €.

Per continuare a essere di buonumore con una lettura intelligente, scaricate da Amazon (a 1,03 €) anche Eros in bicicletta di Elisabetta Chicco
  Vitzizzai, incantevole racconto d'ambientazione torinese in cui l'emancipazione femminile passa attraverso le ruote di una nuovissima invenzione, anche se non si tratta ancora di quelle fatidiche quattro ruote che presto cambieranno il destino della città. Giulia cambia il proprio destino pedalando, e la penna precisissima e ironica dell'autrice ne segue i vagabondaggi che la porteranno verso la libertà.

Entrambe le copertine di questi ebook sono state disegnate dalle due autrici, alle quali va tutta la mia ammirazione e l'invidia, sincera e benevola, di una che ha sempre desiderato saper disegnare.        

martedì 17 maggio 2011

ELISABETTA CHICCO VITZIZZAI, DIO RIDE

Una vera sorpresa questo veloce e densissimo romanzo di Elisabetta Chicco Vitzizzai che affronta con levità e ironia argomenti di grande presa emotiva e pregnanza storica. A sorprendere non è certo la bellezza (conosco le opere di questa autrice da tempo, e so che cosa aspettarmi) né l’argomento, ma l’originalità con cui è affrontato. Daniel Avigdor, ventenne ebreo torinese, in un pomeriggio di primavera del 1953 viene incaricato di andare in farmacia a procurare una medicina indispensabile per il padre agonizzante. Daniel ha alle spalle esperienze pesantissime, una madre uscita di casa nel 1943 e mai più ricomparsa, un padre severo, anni di paura, fughe, privazioni estreme in condizioni intollerabili. Però ha anche vent’anni: e la primavera riempie l’aria di polline e luci. Così comincia un vagabondaggio quasi involontario per le vie della città, con il naso per aria e l’imperativo di trovare una farmacia un po’ accantonato in un angolo della mente. Pare di vederlo seguire le uste che man mano il capriccio, o il destino, gli propone, in un percorso dalla topografia e dalla toponomastica di una precisione sbalorditiva. Il suo pomeriggio si dipana alternando parti in prima persona e altre in terza, ricordi che ci rivelano il suo passato e impressioni legate al suo presente, incontri, ricordi di grande sensualità, svagatezze e dolori profondi, finché sul far della sera si imbatte nella tentazione definitiva, quella che il Talmud condanna: “Meglio camminare dietro a un leone che dietro a una donna”. Ma Daniel, tutto preso da quell’ondeggiare rotondo, non solo segue la bella Ada ma trova anche il coraggio di abbordarla. È una donna ma è anche un deus ex machina: in quell’incontro, nel quale getta il denaro per comprare la medicina per il padre, Daniel trova tutto quello che andava cercando da tempo, intimità, scambio, verità e coraggio. Improvvisa e folgorante la verità, amara ma rasserenante come ogni prova severa. Il destino gli presenta la soluzione dei misteri della sua infanzia, ma non dirada la nebbia che li avvolge. Il ritorno dal padre lo rende definitivamente adulto dandogli la consapevolezza che non può assolvere né condannare, ogni colpa porta in sé anche una parte di virtù, l’amore ha tante facce e non è mai innocente.

La lezione finale di questo romanzo di formazione che si dipana con ammirevole equilibrio tra la freschezza svagata dei vent’anni e l’oscura, definitiva angoscia delle persecuzioni contro gli ebrei, è forse che bisogna lasciarsi alle spalle i genitori per crescere. I loro dolori, le loro colpe, e anche i loro bisogni. Il gesto di Daniel, che usa i soldi delle medicine per offrire un frappè a Ada, è una metafora che mi incanta. Come si potrebbe esprimere meglio la grazia, oltre che oltre che l’ineluttabilità, della vita che si libera del passato per correre verso se stessa?