Un romanzo che ho letto molto volentieri, ben scritto e ben tradotto da Carmen Giorgetti Cima, che si presenta come giallo scandinavo e noi dobbiamo crederci: Håkan Nesser, L'uomo senza un cane. Tutta la prima parte, piuttosto lunga, è la bella e triste presentazione di una famiglia che più disfunzionale non si può. Padre dispotico ex insegnante e madre sottomessa, che stanno per vendere la casa in Svezia per trasferirsi in Spagna in un comprensorio soprannominato Costa Senile, tanto per capirci, lui che non vede l'ora e lei disperata; figlia maggiore chirurgo con marito evanescente e due figli adolescenti; figlio squinternato senza arte né parte, detto il Pippa perché si è masturbato in diretta televisiva; figlia minore con marito ricco e bambino piccolo; tutti riuniti per festeggiare i compleanni del padre e della figlia maggiore. Ben descritti i rapporti e le psicologie dei personaggi, situazione che acchiappa.
Prima il Pippa poi uno dei due nipoti adolescenti spariscono, e noi sappiamo bene come perché l'autore ce lo racconta. Ecco che allora entra in scena l'ispettore Gunnar Barbarotti, naturalmente divorziato e single con figlia che vive con lui, solitario, stropicciato ecc ecc secondo i soliti cliché. Di qui in poi, assistiamo alla tirannia del poliziesco. I colleghi dell'ispettore, i problemi della polizia, le difficoltà delle indagini, i vicoli ciechi, e il romanzo comincia a perdere colpi come un motore in difficoltà. Barbarotti è l'investigatore più fortunato di tutta la letteratura: non scopre niente, non intuisce niente, e se il caso non gli desse ripetutamente una mano fornendogli coincidenze decisive - in modo veramente eccessivo e incredibile - le cose resterebbero così. Aggiungiamo il vezzo di Håkan Nesser di condurre il lettore sull'orlo di una scena madre e poi lasciarlo lì senza dirgli che cosa succede esattamente (e nell'ultima scena che conclude la vicenda è veramente troppo evasivo, molti particolari non si capiscono affatto) e si capisce che come giallo è insensato. Ci sono solo coincidenze e casualità, e la trama poliziesca sembra escogitata al solo scopo di poter costruire il personaggio dell'ispettore Gunnar Barbarotti e quindi assicurarsi un passaporto per la serialità.
Perché uno scrittore che scrive bene, che sa costruire un ambiente, un groviglio di psicologie, un ritmo narrativo come Håkan Nesser abbia bisogno della struttura poliziesca, non lo so. Mi ha fatto l'impressione di quando si usa il trucchetto del cucchiaio che diventa aeroplano per fare mangiare la minestra ai bambini - vi ricordate? ecco l'aereo che vola vola, apri la bocca, aaahm! - come se fosse necessario per indurre il lettore a aprire il libro e leggerlo. Ma probabilmente sono io che sono rétro, e penso che per leggere un libro non c'è bisogno di escamotage. E l'autore comunque ha ragione: ha un gran successo, ha abbandonato l'insegnamente per dedicarsi alla scrittura di cui vive. Beato lui. Comunque se non siete troppo esigenti sull'aspetto thriller, L'uomo senza un cane vale senz'altro la pena di leggerlo, è un bel romanzo di atmosfera nordica e cupissima.
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martedì 9 febbraio 2016
sabato 13 dicembre 2014
Un thriller scandinavo, anzi islandese: Arnaldur Indridason, Sotto la città
Un giorno o l'altro qualcuno mi deve spiegare perché c'è questa mania per i gialli, o thriller, o noir, scandinavi. Me lo spiego solo con la stufite per gli americani e i loro sparatori muscolari, e per l'esotismo profondo che rappresentano per noi le ambientazioni nordiche. Non conosco Stieg Larsson perché ho visto i film (belli) e non ho avuto poi voglia di leggere i libri, ma ho letto Henning Mankell, Anne Holt, Camilla Lackberg, e appunto Arnaldur Indridason di cui qui si parla. Che cosa ne penso non lo dico, ma non ne penso niente di che. Di Indridason avevo già letto Un caso archiviato, che non ho neppure recensito perché non mi aveva detto niente, e forse anche Un corpo nel lago, ma non sono sicura. Protagonista dei gialli di Indridason è Erlendur Sveinsson, commissario di polizia che più stropicciato e incasinato a livello personale non si può: divorziato, solitario, non parla con l'ex moglie da vent'anni, un figlio alcolizzato e una figlia drogata, in questo romanzo incinta, ovviamente non si sa di chi. Anche nervoso e neanche tanto in accordo con i suoi collaboratori. La vicenda, e qui tutti i miei preconcetti si sono ravvivati e confermati, gira intorno a argomenti supersfruttati e molto alla moda: violenza sulle donne, genetica, l'immancabile segreto dal passato e tanto per non negarsi nulla, pure una ragazza molestata dal padre fin dall'infanzia. Le indagini vanno avanti sotto una pioggia battente senza grandi sorprese né spreco di azione, diciamo che è facile dimenticare di che cosa si sta parlando ma insomma non viene voglia di mollarlo a metà. Forse la mia delusione è dovuta anche al fatto che ho una grandissima ammirazione per la letteratura islandese, venero Halldór Laxness, ammiro Jón Kalman Stefánsson e parecchi altri che non sto a ricordare. Mi impressiona il numero di grandi scrittori in quel paese, o anche semplicemente di scrittori, in rapporto a quello degli abitanti. Quindi da uno scrittore di thriller islandese, anche tenendo conto dell'ambientazione straordinaria che ha a disposizione, mi aspetto molto molto di più. Indridason ha una scrittura modesta e un'immaginazione poco fascinosa. Si può leggere, beninteso, in un momento di depressione, quando si è in coda e si dispone di un'attenzione limitata, per passare una domenica pomeriggio di pioggia, ma insomma si può anche farne a meno. La cosa bella di Sotto la città è che è tradotto da Silvia Cosimini, eccellente traduttrice di autori assai più prestigiosi, che gli presta comunque una lingua fluida e elegante.
mercoledì 12 novembre 2014
Un legal thriller e un giallo scandinavo: Ferdinand von Schirach, Tabù e Henning Mankell, Assassino senza volto
Di Ferdinand von Schirach mi sono invaghita, si fa per dire, leggendo Un colpo di vento cui sono seguiti Il caso Collini e I colpevoli, per cui appena ho visto che era uscito un suo nuovo libro, questo Tabù appunto, mi sono affrettata a scaricarlo (a ben 9,99 €) e l'ho letto. Con qualche fatica devo dire, perché mi ha un po' sconcertata. Nella prima parte, piuttosto lunga e non appassionante, è narrata con oggettività e distacco e una grande economia di parole l'infanzia di Sebastian von Eschburg in una famiglia piuttosto disfunzionale, segnata da un'esperienza tragica e un rapporto molto carente con la madre. Dopo un'adolescenza solitaria in collegio, Ferdinand si dedica alla fotografia e ben presto diventa un artista molto noto, e organizza performance in cui usa la fotografia per cercare la verità. Nella seconda parte, assai più leggibile, entra in campo l'avvocato Konrad Biegler (fantastica la parte iniziale in cui è descritta la sua vita in un albergo sulle Alpi, a metà tra la clinica e il convento, dove trascorre la convalescenza dopo un attacco di cuore). Non voglio rovinarvi la sorpresa, anche se in rete ho letto recensioni che raccontano tutto per filo e per segno, ma il succo è che Biegler viene chiamato a assumere una difesa che sembra assolutamente impossibile, ci sono prove molto gravi e persino la confessione dell'imputato. Biegler è un avvocato molto in gamba, accetta il caso e trova il bandolo necessario, ma alla fine c'è un ribaltamento totale che risulta, secondo me, piuttosto fumoso e intellettualistico. Si parla di verità, bellezza, giustizia e inganno, ma forse forse Ferdinand von Schirach sopravvaluta un po' i lettori, me di sicuro, e alcuni particolari non si chiariscono affatto. Se non conoscete l'autore non cominciate da questo libro, passate prima da quelli di cui sopra. Traduzione di Irene Abigail Piccinini.
Per gli appassionati del genere segnalo anche Assassino senza volto: La prima inchiesta del commissario Wallander, di Henning Mankell, traduzione di Giorgio Puleo. L'ho scaricato anche se il primo che ho letto, Muro di fuoco, non mi era piaciuto affatto, per l'unica ragione che l'ho trovato gratis su Amazon. In realtà questo mi è parso molto meglio, anche se lungaggine e ripetitività ci sono anche qui, l'argomento è meno campato in aria, anzi i problemi legati all'immigrazione e alle richieste d'asilo in Svezia sono interessanti e incuriosiscono. Certo il romanzo è del 1991 quindi rispecchia una situazione probabilmente molto diversa da quella di oggi. Comunque, mi sento di consigliarlo. La vicenda segue due linee intrecciate (un doppio omicidio raccappricciante in campagna e l'insorgere di violenze razziste contro i centri d'accoglienza per i rifugiati) oltre all'inevitabile vita privata, complicata e frustrante, del protagonista. Ma qui almeno alla fine quasi tutti i conti tornano.
Per gli appassionati del genere segnalo anche Assassino senza volto: La prima inchiesta del commissario Wallander, di Henning Mankell, traduzione di Giorgio Puleo. L'ho scaricato anche se il primo che ho letto, Muro di fuoco, non mi era piaciuto affatto, per l'unica ragione che l'ho trovato gratis su Amazon. In realtà questo mi è parso molto meglio, anche se lungaggine e ripetitività ci sono anche qui, l'argomento è meno campato in aria, anzi i problemi legati all'immigrazione e alle richieste d'asilo in Svezia sono interessanti e incuriosiscono. Certo il romanzo è del 1991 quindi rispecchia una situazione probabilmente molto diversa da quella di oggi. Comunque, mi sento di consigliarlo. La vicenda segue due linee intrecciate (un doppio omicidio raccappricciante in campagna e l'insorgere di violenze razziste contro i centri d'accoglienza per i rifugiati) oltre all'inevitabile vita privata, complicata e frustrante, del protagonista. Ma qui almeno alla fine quasi tutti i conti tornano.
sabato 21 giugno 2008
Consiglio di lettura: Anne Holt, Quello che ti meriti
Questo lo consiglio proprio solo perché è estate, forse fa caldo e forse andremo persino in vacanza. Un giallo di 426 pagine, di quelli che come li apri non riesci più a chiuderli, te lo porti dietro anche mentre ti lavi i denti. Siamo a Oslo, la ricercatrice universitaria Johanne Vik cerca la verità su un caso di quarant'anni prima, un uomo condannato per stupro e assassinio che poi viene scarcerato senza spiegazioni. Intanto la Norvegia è attanagliata dall'angoscia per alcuni casi di rapimento di bambini, con epilogo tragico. L'ispettore Ingvar Stubo tampina Johanne, che ha fatto un corso ad hoc negli States, perché costruisca il profilo del rapitore. Lei resiste poi alla fine collabora, le due indagini proseguono, poi si arriva come è giusto a uno scioglimento adeguato e completo. Velocissimamente come ho già detto, perché l'intero libro è già una sceneggiatura bella e pronta, fitta di dialoghi (molto abili, anche se Holt abusa della tecnica di alternare una battuta con un piccolo gesto di chi la pronuncia, il che alla fine risulta stucchevole, troppo costruito) e con montaggio alternato almeno su tre fronti. Però, alla fine viene un po' da dire: ma davvero ci sono cascata? Johanna ha una figlia ritardata, come tutti gli investigatori deve avere il suo tallone di Achille e non le è andata neanche tanto male, molto peggio è andata a Yngvar che ha perso moglie e figlia in un incidente talmente inverosimile che viene da dire: bum! Holt, non te ne potevi inventare un'altra? Per non parlare delle coincidenze grosse come Tir che troviamo qua e là, e funzionano come snodi della vicenda. Insomma se andiamo a cercare il pelo nell'uovo Holt non è ineccepibile, l'argomento è dei più visitati negli ultimi tempi e un po' mi sono indispettita con lei per avermi fatto bere alcune fregnacce come coca-cola. Però il romanzo ha innegabili meriti: ci apre squarci su un paese il cui senso civico, se avessimo appena un po' di pudore nazionale, dovrebbe indurci al suicidio per vergogna, ci fa dimenticare qualsiasi problema personale nell'ansia di girare pagina su pagina, non annoia mai anche se certi dialoghi sono un po' lunghi, tratteggia due protagonisti e alcuni comprimari che certamente suscitano interesse. Questo non è il primo romanzo della Holt tradotto in italiano, nel 1999 Hobby&Works ha pubblicato Sete di giustizia. Però siccome Einaudi ha iniziato la serie Vik&Stubo, sono quasi certa che ne leggerò altri.
Adattissimo ai momenti in cui per dirla con Vasco, si ha voglia di stare "sola nella tua stanza, e tutto il mondo fuori".
Adattissimo ai momenti in cui per dirla con Vasco, si ha voglia di stare "sola nella tua stanza, e tutto il mondo fuori".
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