martedì 1 dicembre 2020

Un mistero sul lago e molte donne: Filippa D'Agata, Senza i tuoi occhi

 Un giallo struggente e accattivante, che accompagna il lettore dalla prima pagina all'ultima con grande capacità sia di scrittura che di costruzione. Quattro cadaveri di donna ripescati nel Lago Maggiore, una protagonista piena di sfaccettature, Olivia Castorina, chiamata dall'autrice alternativamente "il maresciallo" o "la ragazza", che ha tutte le caratteristiche adatte a dare vita a una serie, una gustosa ambientazione di paese, cupi misteri che risorgono dal passato e il tema molto attuale ne fanno una lettura che non si dimentica. 

L'indagine si dipana attraverso la collaborazione in cui sono molto importanti l'amicizia femminile e il confronto, e la tematica che sta alla base, i maltrattamenti verso i bambini, è abilmente evocata da brevi capitoli in prima persona che si alternano a quelli narrativi suscitando nel lettore ansia e profondo coinvolgimento. 

Inoltre Filippa D'Agata ha una voce personale e sicura che in certi punti sembra essere un po' insofferente del genere giallo (lo chiamo giallo e non thriller per scelta), o meglio, leggendo se ne riconoscono la complessità e le potenzialità adatte a qualsiasi tipo di narrazione. Io non sono un'appassionata di gialli ma Senza i tuoi occhi l'ho letto con molto piacere, curiosità, desiderio di andare avanti, dispiacere quando dovevo smettere e voglia di tornare alla lettura, il che per me è il massimo, cioè significa che un libro funziona e serve al suo scopo, farsi leggere.


sabato 28 novembre 2020

Un bellissimo novembre di racconti: Alcune ipotesi di vita al femminile, ALIA Evo 4.0, Natale a Torino - Racconti in piazza, Gli elementi - I racconti del fuoco

Un brevissimo prospetto di quello che è successo in questo mese per me così ricco di soddisfazioni in campo letterario: quattro uscite cartacee disponibili sia in libreria che sul web.

"Alcune ipotesi di vita al femminile", Buckfast Edizioni, raccoglie nove racconti, senza la morale né niente da insegnare, che hanno al centro le donne e vogliono solo raccontare le infinite varietà della vita umana coniugate al femminile. Partendo da Ulisse, visto con gli occhi delle sue donne, si attraversa un passato fiabesco nel tempo e nei luoghi, si procede lungo i secoli, avvicinandosi alla realtà e alla storia, e si giunge alla fine del Novecento.

  

In ALIA Evo 4.0, CS_libri, storica antologia di narrativa fantastica in tutte le sue accezioni cui collaboro fin dall'inizio nel 2003, i curatori (e autori) Silvia Treves e Massimo Citi hanno riunito quindici racconti di autori che spaziano dalla fantascienza al weird all'horror, spiegando il "seme" da cui è germinata la storia. Il mio è intitolato "Memoria piena", e parla della gestione dei ricordi.

                                                                                          


                                                                                 
In "Natale a Torino - Racconti in piazza", Neos Edizioni, a cura di Teodora Trevisan, diciotto autori ambientano in altrettante piazze torinesi i loro racconti che, in un modo o nell'altro, con grande fantasia e libertà, si collegano all'atmosfera natalizia. Il mio racconto, che si chiama "Vorrei baciare i tuoi capelli neri", narra di piazza Carlina e di un Natale di molti anni fa. 
                                                                                     
I sedici autori riuniti in "Gli elementi - I racconti del fuoco", Neos Edizioni, a cura di Valeria De Cubellis, affrontano il tema nella maniera più varia, spaziando nel tempo, nei luoghi e nello sguardo. "La flamboyante" è il titolo del mio, in cui si insegue l'esplorazione delle vite alternative che non abbiamo mai vissuto.    

lunedì 23 novembre 2020

Per chi, come me, non si stanca mai dei suoi racconti: Lucia Berlin, Welcome Home

Se come me avete amato moltissimo La donna che scriveva racconti e Sera in paradiso di Lucia Berlin, questo Welcome Home può essere contemporaneamente un gran piacere e una parziale delusione. Io l'ho tenuto lì un paio d'anni prima di decidermi a leggerlo, proprio perché avevo un po' paura di quello che ci avrei trovato. In realtà, c'è molto ma non abbastanza. A cura del figlio Jeff Berlin, è composto di una prima parte in cui l'autrice ricostruisce la propria vita attraverso le moltissime case in cui ha abitato nei primi ventinove anni della sua esistenza inquieta e avventurosa, e una seconda dove sono raccolte alcune tra le migliaia di lettere che scrisse ad amici e familiari nel medesimo periodo. Infine una nota biografica a cura di Stephen Emerson. 

Il racconto delle case, sia pur molto spezzettato e non facilissimo da seguire non conoscendo bene le vicende di Lucia Berlin, è molto godibile, vivace, pienamente dotato di quella magica leggerezza e della semplicità che mi hanno incantato nei suoi racconti. Ci si svolge davanti agli occhi un'America caleidoscopica che va dalle miniere dell'Alaska alle spiagge messicane, passando per decine di altri luoghi tratteggiati velocemente ma pieni di vita. Un po' meno appassionanti le lettere, che pure sono piene di personaggi straordinari e vicende interessanti, forse perché lasciano un sacco di domande senza risposta. E non so se sia un'esigenza solo mia, ma dalla nota biografica avrei voluto molto di più. 

Ma quelle che rendono questo libro prezioso, secondo me, sono le moltissime fotografie che ritraggono la bella autrice, i suoi familiari, i suoi figli, gli sfondi di natura e le vie cittadine in cui si è aggirata. Sono foto belle, interessanti, commoventi, e preziose per conoscere meglio una scrittrice davvero straordinaria di cui mi piacerebbe poter continuare a leggere altre pagine incantevoli. Forse Welcome Home può essere apprezzato in pieno solo dai lettori di La donna che scriveva racconti e Sera in paradiso, perciò il mio consiglio è di leggerli prima, ma comunque di correre a leggerli perché sono una fonte di piacere straordinaria.



 

sabato 7 novembre 2020

Piccolo ma ricchissimo, un libro da non perdere: A cura della redazione di Erbacce: Bayer contro Aspirina, L'umorismo che resiste ai diserbanti

Se volete scoprire una vicenda davvero paradossale, di quelle che contemporaneamente strappano un sorriso e ci riempiono di indignazione, questo vivacissimo librino fa per voi, e non fatevelo sfuggire. Vi si narra, con tono leggero ma con esauriente serietà e accuratezza, l'insensata e violenta battaglia intentata dal colosso multinazionale Bayer contro una rivista satirica e femminista che osava portare il nome della pillola che a tutti noi ha arrecato sollievo in tanti momenti dolorosi: Aspirina. Nel 2017, dopo trent'anni che il marchio editoriale era stato regolarmente registrato e la rivista usciva dal 1987 in versione cartacea e dal 2013 in digitale, le componenti della redazione si trovarono a dover affrontare un problema davvero difficile. Il risultato, raggiunto dopo un contenzioso impastato di prepotenza e assoluta disparità di forze, è che la rivista abbandona il titolo conteso e assume quello di Erbacce.   

Il libro è A cura della redazione di Erbacce: Bayer contro Aspirina, L'umorismo che resiste ai diserbanti. Minuscolo, economico e maneggevole, regalatevelo e regalatelo e non ve ne pentirete. E' un'opera collettiva densa di contributi sia (molto) ironici che seri, che si alternano a disegni e foto. La redazione della rivista che si definisce "ecosatirica" è composta da Loretta Borrelli, Piera Bosotti, Pat Carra, Anna Ciammitti, Manuela De Falco, Margherita Giacobino, Elena Leoni, Laura Lepetit e Laura Marzi. Numerose le collaborazioni che rendono Bayer contro Aspirina un testo pieno di varietà e sorprese, perfetto da leggere a casa meditando sulla pazzia del mondo e sulla prepotenza dei "grandi" ma anche facile da portare nella borsa o in tasca per tirarlo fuori ogni tanto e rifarsi gli occhi con un bel disegno, o migliorare l'umore con una risata intelligente e rasserenante.

 

mercoledì 4 novembre 2020

Ricordare il '900 con sincerità e affetto: Luigi Stancati, Il secolo breve di Abramo

 Questo agile libretto è estremamente stimolante come riassunto delle vicende italiane (e non solo) del '900, con particolare attenzione agli anni della guerra, del dopoguerra e del boom.

Luigi Stancati, medico cardiologo, è vissuto sempre a Torino e dintorni, è torinesissimo ma in realtà le sue origini familiari sono legate alla Calabria, a Cosenza dove forse ancora vivono cugini lontani. L'autore ricostruisce le vicende personali del padre Abramo, traferitosi a Torino per amore, dirigente Fiat che parlava il tedesco e per questo inviato a lavorare in Germania da cui fortunosamente rientra il 25 luglio del 1943, e dopo gli anni trascorsi tra sud e nord Italia si stabilisce definitivamente in Piemonte, tra Torino e la provincia dove nascono i suoi tre figli, il secondo dei quali, nel 1945, è Luigi, l'autore.

Abramo è un uomo ricco di risorse e la sua vita negli anni postbellici rappresenta in pieno il panorama di un'Italia che non vede l'ora di scrollarsi dalle spalle i pesi della povertà, della dittatura, delle macerie lasciate dalla guerra. Abramo si rivela anche un imprenditore abile e fantasioso, e la sua famiglia ne segue le alterne fortune. Intanto Luigi e le sue sorelle crescono, i ricordi d'infanzia tingono di tenerezza e nostalgia la narrazione, gli aneddoti spuntano come gemme a illuminare la narrazione, che segue attentamente le trasformazioni politiche della seconda metà del '900 senza mai sconfinare nella didattica. L'autore ricostruisce anche rami e radici familiari, inseguendoli fin oltre oceano, e nei "Titoli di coda" inserisce le note biografiche dei parenti che compaiono nella storia, con una galleria fotografica molto interessante e anche commovente.

Non si tratta di un romanzo per cui l'aspetto narrativo è in secondo piano, ma il continuo inserimento delle vicende storiche efficacemente riassunte, i vari episodi autobiografici, il tono affettuoso dei ricordi, le digressioni, l'andamento vivace e spezzettato ne rendono la lettura veloce e molto piacevole. Un ottimo modo di riandare a un passato pubblico e privato che non è lontano e in cui tutti gli italiani, anche coloro che sono nati dopo come le tre figlie di Luigi Stancati per le quali il libro è stato scritto, possono rispecchiarsi perché ne portano ancora le tracce nel cuore e nella mente.  


martedì 20 ottobre 2020

AA VV I racconti del fuoco

 E' appena uscita, per la Neos Edizioni, la raccolta I racconti del fuoco, che


fa parte del progetto Gli elementi. Come in tutte le antologie a tema, è affascinante vedere in quale modo il medesimo spunto narrativo scatena l'immaginazione e le inclinazioni diverse in ogni autore. Nei sedici racconti il fuoco del titolo divampa e consuma, o striscia subdolamente ai bordi, è una potente metafora o un'aspirazione o un simbolo purificatore. Sempre, comunque, si carica di significato e contribuisce a creare situazioni appassionanti per la varietà e la padronanza della materia narrativa. Ambientati nel passato o ai giorni nostri, le vicende spaziano dall'antica Grecia al Medioevo delle leggende, dall'Africa dolorosa di oggi al terrorismo, dall'Egitto in piena rivoluzione alle placide spiagge su cui oziare.  

Il volume è curato da Valeria De Cubellis, che firma anche l'introduzione e un racconto. Gli autori e le opere sono Teodora Trevisan, Sotto le stelle dell'Elide; Anna Ferrari Scotto, I falò; Riccardo Marchina, I roghi degli zingari; Enrico Chierici, Fiamme bianche; Consolata Lanza, La flamboyante; Giovanni Casalegno, La torre, il fuoco e un poeta persiano; Floreana Nativo, Nel segno del Tau; Daniele Cambiaso e Sabrina De Bastiani, La verità del fuoco; Giorgio Macor, La strada dei fuochi vaganti; Anna Versi Masini, Il canto della fenice; Rinaldo Ambrosia, Dentro la storia; Merilia Ciconte, Bast; Rocco Campochiaro, Ossigeno; Patrizia Bartoli, Mattino di settembre; Luisa Maria Ramasso, Per colpa di un fuocherello; Valeria De Cubellis, L'anima sottile. 

Sono molto orgogliosa e lieta di comparire tra gli autori. Ho una notoria passione per i racconti, che sono difficili da scrivere e danno una grande soddisfazione a leggerli, e con un tema come quello del fuoco che ci scalda e ci brucia, tra tutti, non potevamo che far scintille.

domenica 18 ottobre 2020

Un legal thriller rigoroso e attualissimo: Andrea Tamietti, Acido

Terza prova del talentuoso avvocato torinese Andrea Tamietti, dal 1995 a Strasburgo presso la Cancelleria della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dove ricopre l'incarico di Deputy Section Registrar, dopo Ossa dimenticate e I tatuaggi del professore, Acido è un thriller senza morti né spargimento di sangue, poca azione e molto ragionamento. Protagonista e io narrante è Anna Rostagno, "avvocatessa" e vetero femminista" per sua stessa ammissione. Assume la difesa di Giuseppe Ramello, fascinoso, ammirato e ricchissimo proprietario di Reportage Network, televisione indipendente dedita alla nobile ricerca della verità e delle ingiustizie del mondo. 

Tutta la vicenda segue passo per passo le indagini di Anna per dimostrare che Ramello non è colpevole del delitto che gli viene attribuito, cioè l'aver commissionato un'aggressione nei confronti di una sua ex fidanzata, rimasta sfigurata con l'acido. L'indagine è complessa e coinvolge numerosi altri personaggi, si svolge tra Italia e Thailandia e si conclude dopo una spettacolare accelerazione finale. Tocca numerosissimi argomenti, un panorama completo delle distorsioni della società attuale, sessimo, molestie, pedofilia, turismo sessuale, scambismo, incontri combinati sul web, e persino un esilarante e spaventoso terrapiattista. 

Anna si candida decisamente a diventare un personaggio seriale, è costruita abilmente con tutte le caratteristiche necessarie. Solitaria ma non rinunciataria, la vicenda è vista con i suoi occhi, si seguono i suoi passi, i suoi tentativi, i suoi pensieri di donna che si autodefinisce ironicamente "vecchia zitella isterica". Nel corso della sua ricerca entra in contatto anche con ambienti altolocati, e c'è spazio anche per l'attuale mania della cucina e della gastronomia. Alla fine la verità viene a galla e anche se l'indomita protagonista non ne esce del tutto indenne, il lettore è sicuro che presto la incontrerà insieme ai collaboratori del suo studio, pronta a risolvere un nuovo caso. 

 


giovedì 15 ottobre 2020

L'enigma del resort: chi ha fatto la pipì fuori dal vaso? Sema Kaygusuz, La risata del barbaro

Questo La risata del barbaro, romanzo della scrittrice turca Sema Kaygusuz, mi ha veramente messa in crisi. Non sono in grado di farne una vera presentazione, anche se ho letto un'intervista con l'autrice e un paio di recensioni che in sostanza condivido, ma non mi hanno chiarito le idee. 

E' un romanzo, diciamo così, corale, in cui un certo numero di personaggi agiscono e soprattutto parlano, discutono, succedono delle cose, ma sempre come se il lettore potesse avere accesso esclusivamente alla superficie, e oltre all'interfaccia non ci fosse niente. L'ambientazione, del tutto contemporanea, è quella che molti conoscono, un albergo a bungalows sul mare come ce ne sono dappertutto sulle coste turche. L'autrice non specifica dove si trova, e già questo è un po' spiazzante. Vi si incrociano vite molto differenti, dal personale con alla testa l'indaffarata direttrice Ferhan, i camerieri Selcuk e Alikar che filosofeggiano fumando marijuana, il giardiniere, agli ospiti tra cui spiccano coppie come quella, feroce e omosessuale, costituita da Ismail e Melih, Ufuk e Eda che vuole spiegare al suo compagno come funziona il piacere femminile, Turgay e Nihan, le famiglie come Ozak e Serpil e il loro inquietante figlioletto Ozan, la famiglia numerosa, la silenziosa e solitaria Simin, e molti altri. 

I fatti che turbano la quiete dei vacanzieri scatenando reazioni incontrollate sono due: primo, Turgay fa pipì in mare, secondo, cuscini, lenzuola e altra biancheria vengono sporcati di pipì. Tutti si indignano e alcuni si scandalizzano, molti se ne vanno, altri restano fino alla fine delle vacanze pur essendo sempre più sconvolti da quello che è successo. Intanto parlano, scrivono, riflettono, mangiano, ballano. Discutono di tutto, dell'essere turchi e della situazione in Turchia (ma sempre con prudenza, non bisogna dimenticare che l'autrice vive in patria), del cibo e del sesso, dell'amore e della storia. 

Romanzo molto ambizioso, si affida a una scrittura alta, ricercata, che si lancia volentieri nel lirico e nel poetico, scivola e pattina sulle parole come se volesse evitare l'eccesso di concretezza. Parla a parla, ma non dice quasi niente dei personaggi che possa motivarne i comportamenti. Io, ripeto, non ho trovato il senso. L'ho letto con un certo piacere, riconoscendovi particolari della Turchia che tanto amo, ma mi sfugge quello che ci sta sotto. Io sono abbastanza ottusa, ho bisogno che le cose siano dette chiaramente, e non sono riuscita a capire se si tratta di necessaria reticenza per non incappare nella censura, o se l'ambizione del progetto comprendeva anche un alto grado di ermetismo. C'è anche una certa satira di costume, ma poca ironia. Mi piacerebbe tantissimo che qualcuno che ha letto La risata del barbaro mi spiegasse che cosa c'è sotto quella lingua ricercata e sfuggente. Sema Kaygusuz è una scrittrice notevole e sono sicura che ne varrebbe la pena, ed è per questo che ne parlo qui. Traduzione di Giulia Ansaldo.

lunedì 5 ottobre 2020

La morte è femmina, capricciosa e irrazionale: José Saramago, Le intermittenze della morte

   Questa è l'unica immagine sorridente che ho trovato di José Saramago,

scrittore che amo moltissimo fin dal lontano 1984 in cui fui folgorata dalla lettura del Memoriale del convento. Chissà perché nelle altre è sempre ingrugnato, in fondo nella sua lunga vita gli è andata piuttosto bene, riconoscimenti e amore non gli sono certo mancati. Questo Le intermittenze della morte l'avevo scaricato da un bel po' ma se ne stava zitto e fermo nel mio kindle, con la sua copertina piuttosto respingente e quel titolo un po' così, finché è finalmente venuto il giorno giusto per leggerlo. E ho verificato che non c'era motivo per la mia diffidenza. 

La morte non è un argomento attraente, e tutto quello che ci sta attorno tocca punti dolorosi, sia che la contempliamo nello specchio sia che la vediamo strisciare subdola accanto a noi. Eppure questo libro è tutto meno che deprimente, forse perché della morte si parla sempre come in un resoconto, con distacco, non ci sono personaggi definiti (tranne due, che però non hanno niente di emotivo e non permettono al lettore di identificarsi), non ci sono nomi, insomma l'aspetto narrativo così come siamo portati a immaginarlo manca quasi del tutto. Lo stesso modo ben noto di raccontare di Saramago, il suo uso personale della punteggiatura, l'eliminazione dei segni del dialogo e i paragrafi fluviali, tutto contribuisce a creare una sensazione di irrealtà o di distacco dalla realtà, di modo che il concetto stesso di morte si diluisce nel flusso alluvionale delle parole. 

Lo spunto iniziale è che la morte smette di fare il suo lavoro. Di colpo, senza motivi apparenti, più nessuno muore nel paese indefinito in cui la vicenda si svolge. Chi non muore rimane come in bilico tra i due mondi, l'aldiquà e l'aldilà, ma i problemi che si creano di conseguenza sono squisitamente pratici: le agenzie di pompe funebri rimangono senza lavoro, gli ospedali sono intasati, le famiglie si trovano ad affrontare un carico intollerabile, si crea una nuova mafia detta "maphia" che si occupa del problema portando i morti al di là del confine, dove rendono immediatamente l'anima a dio... insomma, lo sciopero della morte viene visto esclusivamente dal punto di vista pratico, senza derive filosofiche o sentimentali. 

Nella seconda parte compaiono i due personaggi che dicevo, uno naturalmente è la grande protagonista, l'altro un anonimo violoncellista. Non voglio fare spoiler anche se questo romanzo certo non si affida alla suspance, ma posso dire che forse questa coda di vicenda è un po' meno convincente della parte più distaccata, più algida, in cui la voce narrante parla sempre al plurale dei personaggi senza nome. E' come se la prosa trascinante di Saramago, in cui proprio la mancanza di a capo, di punti fermi, spinge a una lettura continua e avvolgente, soffrisse di un rallentamento che induce anche a farsi domande sul perché delle vicende, che in fondo sono del tutto fuori luogo e inutili. Per godere di questo romanzo che non appassiona ma convince fino in fondo, bisogna lasciarsi andare alle parole, godere della grande padronanza dell'autore su lingua e fantasia, lasciare le redini in mano all'immaginazione e alla maestria. Un romanzo che mi sento di raccomandare senza esclusioni, ma che certamente richiede un lettore un pochino sofisticato, privo di impazienze e capace di fidarsi dell'autore.     

lunedì 28 settembre 2020

Le oche sono molto meglio dei droni: Selma Lagerlof, Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson

  In tempi lontani ho letto alcuni libri di Selma Lagerlof di cui ho pochi ricordi perché sono davvero lontani. A maggior ragione di questo, che essendo un libro per ragazzi probabilmente ho letto appunto da ragazzina, o addirittura me l'ha letto mio padre. Però evidentemente il ricordo era gradevole, perché l'ho comprato e scaricato e infine l'ho letto mentre ero in vacanza, davanti al mare e al sole, seguendo con grande piacere Il viaggio meraviglioso di Nils Horlgersson in compagnia delle oche selvatiche, ora sparite dal titolo.

La storia è presto detta: il piccolo Nils Holgersson è piuttosto un cattivo soggetto, non ama i genitori cui fa continui dispetti, tratta male gli animali, batte la fiacca, e un giorno cacciando gli uccelli cattura per sbaglio un coboldo, un elfo, che per punirlo lo trasforma a sua volta in un elfo, un esserino alto una spanna, e per colmo di disgrazia rimane legato alla zampa di un'oca domestica, un grosso papero bianco che decide di fuggire dalla fattoria situata nella Scania, la regione più meridionale della Svezia, in compagnia di uno stormo di oche selvatiche che stanno migrando per trascorrere l'estate in Lapponia. 

Il libro, pubblicato nel 1907, un paio d'anni prima che all'autrice fosse attribuito il Premio Nobel per la letteratura, ha l'intento educativo di far conoscere la Svezia regione per regione nelle sue differenze climatiche, morfologiche e di popolazione. Vengono descritti i paesaggi e le città, le differenti colture, le coste, gli arcipelaghi e le montagne, le miniere e i distretti industriali, l'industria della pesca e i luoghi notevoli, in maniera mai pesante o troppo didattica. A volo d'uccello, appunto. Con la sua nuova natura il piccolo Nils ha acquisito la capacità di capire e parlare il linguaggio degli animali, il che mette in evidenza il colpo di genio che sta alla base della vicenda. Le notizie sono vere e concrete, ma le spiegazioni sono spesso derivate dai racconti tradizionali, fiabe e leggende, e i vari animali acquistano uno spessore di personaggi con tutte le loro caratteristiche e abitudini. Così si rispetta la capobranco, l'anziana e saggia Akka, ci si affeziona al fedele papero bianco, si teme l'aquila e si disprezza la volpe, si viene a conoscere il loro passato e le traversie che li legano. Ci sono anche esseri umani, i due bambini raminghi i cui passi si incrociano spesso con i voli di Nils, i ricchi benefattori, gli umili lavoratori. 

C'è una lezione fondamentale che Nils deve imparare per poter riacquistare le sue parvenze originarie. La lezione è legata soprattutto all'amicizia, alla lealtà, alla fedeltà e alla generosità, ma bisogna dare atto a Selma Lagerlof che il suo fiabesco romanzo non ha nulla di moralistico. Quello che Nils capirà alla fine è legato alla vita e alla natura, non alle leggi umane. Il lettore arriva alla fine con leggerezza e contento delle mille storie che gli sono state raccontate, e si accomiata da Nils e dallo stormo di oche selvatiche con un forte senso di amicizia e simpatia. E' una lettura molto riposante che mi sento di consigliare a chi non ha bisogno di leggere "tutto d'un fiato", di "divorare" un libro, e non vuole storie "mozzafiato" né ci tiene alla suspense, ai cadaveri ogni tre pagine e alla soluzione finale. Chi ci riesce ne trarrà molto piacere. La bella traduzione è di Laura Cangemi.

giovedì 17 settembre 2020

Lettura consigliata: Raffaele Malavasi, Due omicidi diabolici

 


 Posso ripetere di questo secondo giallo di Raffaele Malavasi quello che ho detto del primo che ho letto, Tre cadaveri. Anche in Due omicidi diabolici l'ambientazione e i personaggi sono superaccattivanti, la storia è piuttosto inverosimile e la soluzione un po' tirata per i capelli, ma chi se ne frega? Anche io, che confesso non ricordavo molto del primo, sono rimasta volentierissimo in mezzo a personaggi che non sapevo chi fossero. Forse un po' meno accenni a vicende passate sarebbero stati opportuni, in certi punti ci si sente come quando si va a cena con un gruppo di persone affiatate tra di loro che nominano amici e vicende che ci fanno sentire un po' esclusi. Ma è un peccato veniale, e ci si lascia volentieri andare al piacere di rincorrere indizi, ipotizzare colpevoli, simpatizzare con uno o l'altro dei protagonisti. 

L'ambientazione è sempre Genova, con un insolito background legato a preti e chiese, citazioni bibliche e punizioni cruente, seminaristi timidi, un po' di sensitivi e percezioni extrasensoriali, ma l'ex poliziotto Red/Goffredo Spada, l’ispettore Manzi e la giornalista Orietta sono pronti a risolvere il mistero lasciando lo spiraglio necessario per far prevedere una terza puntata, il che è un pensiero gradevole. La vicenda è raccontata in capitoli brevi in cui si alterna il punto di vista dei protagonisti, rendendo la lettura veloce e sempre intrigante. C'è anche il piccolo mistero che mi aveva colpita in Tre cadaveri, lieve e divertente come la prima volta. 

Letto in vacanza, in un ambiente non molto propizio alla lettura, si è rivelato adattissimo alla situazione e mi ha rallegrato per qualche giorno, lasciandomi la voglia di leggere altro dell'autore. Consigliatissimo.

domenica 23 agosto 2020

Vivere è inventarsene una nuova ogni giorno: Elvis Malaj, Il mare è rotondo

Finalmente ho trovato modo e tempo di leggere un romanzo di cui ero molto curiosa, Il mare è rotondo di Elvis Malai, autore della raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia che ho molto apprezzato. Elvis Malaj è molto giovane e scrive molto bene, inoltre è venuto in Italia a quindici anni dall’Albania, paese che ho girato parecchio negli ultimi anni e mi piace tantissimo. Per cui sono molto lieta che abbia fatto una veloce carriera: dall’amata e brillante casa editrice Racconti è passato a Rizzoli. 

Il mare è rotondo è un romanzo piuttosto corale, veloce, giovane e baldanzoso, di gradevolissima lettura e con più di un motivo d’interesse. I personaggi principali sono tre maschi intorno ai venticinque anni, Ujkan, Giokë e Sulejman. Ujkan, il protagonista, è un tipo con la testa per aria, sbandato, sradicato e insieme inetto e velleitario. Inizia continui lavoretti precari che abbandona subito. Il suo sogno parrebbe quello di andare in Italia ma non si sa se c’è da crederci sul serio. Giokë, di buona e danarosa famiglia, ha un lavoro, porta giacca e cravatta, ha soldi e relazioni nell’establishment. Ė l’amico provvidenziale, che ha sempre una soluzione, promette ma non mantiene. Apparentemente bravo ragazzo con la testa a posto, nasconde lati ambigui e oscuri. Infine Sulejman è uno scrittore che ha pubblicato un libro di un certo successo, è abbastanza conosciuto (ma forse non altrettanto letto), ha una moglie e un figlio, ma è squinternato e coltiva sogni e fantasie, progetti assurdi per fare soldi ma, probabilmente, alla fine è quello che realizza di più. È pasticcione ma anche un vero amico. Infine c’è Irena, la donna irraggiungibile anche quando si fa raggiungere, il personaggio forse più evanescente e stereotipato pur nella sua imprevedibilità. Infine c’è una fitta schiera di gustosi personaggi di contorno, il cantautore masochista, il presidente (il corsivo non è mio), gli zingari con il loro capo Ronaldo, e sullo sfondo i familiari. 


Luogo dell’azione è Scutari. L’Albania che fa da palcoscenico a questa divertente sarabanda è riconoscibile e insieme immaginaria, un paese pieno di voci, di profumi, di parole (molto gustoso il piccolo glossario finale), da cui scappare per raggiungere l’Italia, fata morgana senza volto né voce, e viene da chiedersi perché. La scrittura incalzante è basata sui dialoghi, le vicende si tingono spesso di grottesco e si arriva al finale sospeso e surreale (e forse un po’ facile) molto soddisfatti e di buon umore, a dimostrazione che ci si può divertire anche leggendo qualcosa di diverso da un poliziesco. Molto raccomandato.  



venerdì 7 agosto 2020

Tempi duri per i lettori: che fine hanno fatto i bei libri?

Dov'è il romanzo che può rendermi felice? Devo mettermi a baciare rospi in giro per trovare l'autore che mi incanterà, il libro che mi incatenerà, i racconti che mi porteranno via da questo orizzonte sempre uguale per condurmi lontano sulle ali delle parole creatrici?
Insomma è un periodo che leggo libri così così, di quelli che si finiscono con un po' di fatica e parecchio sollievo. Devo fare i nomi? A dire il vero mi pare inutile, non ho intenzione di fare stroncature, per di più a autori che in altre prove mi sono piaciuti o addirittura mi hanno entusiasmato. Si sa che quandoque bonus dormitat Homerus, soprattutto se il successo arriva e l'editore spinge a pubblicare subito per bissare le vendite. Oppure sono io che ho un cattivo sapore in bocca che mi fa trovare tutto poco appetitoso. Certo sono distratta, leggo molto meno di una volta e con meno concentrazione, e i motivi sono sempre i soliti... internet, i social, il cellulare sempre in mano, Netflix. Comunque.
Voglio fare un esperimento. Non nominerò gli autori ma metterò una foto (che magari poi tra poco sparisce per motivi di copyright), non metterò il titolo dell'ultimo libro letto ma solo quello di uno che mi è piaciuto e ho recensito su questo blog. Certo è pura ipocrisia ma mi sanguina il cuore a parlare male di chi ho amato.

Comincio con questa signora, che mi ha dato un sacco di gioie e piacere con la sua Stella Darnell e il suo bislacco amico Jack Harmon, nella serie The detective's daughter, il Tamigi, la metropolitana, con le sue atmosfere un po' morbose e molto british. Ho camminato sulle loro tracce a Hammersmith, e ho continuato a leggerla anche se man mano che si allontanava da Londra tutto diventava un po' più scialbo. E il suo ultimo romanzo ambientato a Newhaven, dal bel titolo che contiene una parola che mi affascina - mermaid - mi ha, posso dirlo? annoiato parecchio, e in compenso non mi ha convinta affatto. La credibilità non è mai stata una delle sue priorità, e andava benissimo, ma qui forse le è un po' scappata la mano. Forse dovrebbe riposarsi un po'. Quindi continuo a raccomandare la lettura di quest'autrice, e augurarmi che venga tradotta in italiano, ma se volete conoscerla cominciate dai primi romanzi. Poi, deciderete voi se andare avanti o no. 

Anche questo signore mi ha entusiasmato con la prima lettura, mi è
piaciuto molto con la seconda ma mi ha veramente sconcertato con l'ultima su
cui sono capitata, un bel titolo stuzzicante e una storia (che storia propriamente non è perché non si tratta di un romanzo ma della ricerca delle tracce di una vita che non ne ha quasi lasciate) praticamente illeggibile per l'eccesso di fiducia in se stesso dell'autore. Va bene che non bisogna scrivere per lusingare il lettore, ma accumulare nomi, genealogie, digressioni assolutamente fuori tema, lacerti di autobiografia e cenni criptici a personaggi famosi produce noia, fastidio, la tremenda e maleducata (ma fatale) reazione chi se ne frega. Compiaciuto e del tutto superfluo.

Di questo autore non posso dire di essermi mai innamorata, ma i suoi
romanzi mi hanno sempre divertita e incuriosita, conducendomi dalla prima all'ultima pagina con traquillo piacere. Nessuna sorpresa ma narrazione gradevole e spiritosa. Dell'ultimo romanzo che ho letto (pubblicato nel 2014), molto corposo devo dire, invece mi ha colpito la noia e la ripetività. Vicenda inconsistente trascinata a lungo come se l'autore volesse arrivare a un determinato numero di pagine ma non sapesse proprio più che cosa dire, malgrado l'abituale ambientazione a Bellano, i numerosi personaggi e l'andirivieni temporale (particolarmente fastidioso).

Ora, di tutti e tre questi libri innominati avrei molto di più da dire, queste non sono recensioni né chiacchiere tra amici su libri appena letti. Sono solo sospiri di stanchezza di una persona, io, che ha sempre amato moltissimo leggere e ha sempre letto moltissimo perché era la principale, e più soddisfacente, forma di intrattenimento che conoscesse. Quello che è cambiato, secondo me, è l'enorme ampliamento del mercato. Un'offerta spropositata per una clientela - i lettori - che è sempre stata  limitata. Da quando l'editoria vuole anch'essa, forse giustamente, i grandi numeri, è diventato difficilissimo scegliere. Certo, molti libri si presentano onestamente per quello che sono e il lettore può scegliere secondo i propri gusti e i propri interessi, ma l'eccesso di offerta conduce sovente a imbarcarsi in letture superflue. E qui mi fermo, migliaia di motivi. Con un'ultima osservazione: questi autori innominati di cui ho messo la faccia sono bravissimi autori, non c'entrano niente con questo abbozzo di siscorso, e ne consiglio vivamente la lettura. Con qualche precauzione, perché non tutte le ciambelle riescono con il buco (versione moderna del detto latino citato all'inizio, tanto per non sottolineare la decandenza dei tempi).

 

mercoledì 22 luglio 2020

Ragazze libere e audaci in Turchia: Perihan Mağden, Stella non scappare più

 Perihan Mağden è una scrittrice turca piuttosto nota in patria dove ha subito un processo politico per le sue opinioni di giornalista, e tradotta in molte lingue. In Italia è pubblicata da Scritturapura, casa editrice molto attenta agli autori stranieri e turchi in particolare, con la traduzione di Barbara La Rosa Salim. Su questo blog ho già parlato di Ali e Ramazan.

Stella non scappare più è un romanzo basato su un'idea fulminante: in una Turchia contemporanea che pare presa da tutto tranne che dalla politica e dalla religione, Sun, adolescente sbandata con una famiglia difficile alle spalle, nutre una passione totalizzante per Stella, cantante pop e idolo delle folle. Per un colpo di fortuna riesce a intrufolarsi nella sua lussuosa villa sul Mar Nero, e lì per qualche tempo vive nascosta dormendo nello sterminato guardaroba di Stella coprendosi con le sue pellicce, mangia quello che riesce a rubacchiare, beandosi della vista da lontano della sua Stella e bagnandosi nella sua piscina. Dopo un po' viene scoperta prima dalla servitù, una segretaria tuttofare, un cuoco gentile e comprensivo e molti altri che ruotano intorno a Stella e dipendono dalla sua benevolenza e dal suo umore. 

A un certo punto Stella si accorge della sua presenza, che non ha bisogno di spiegazioni perché può confondersi in mezzo alla folla di persone che approfitta della cantante e sfruttandone la fragilità. Stella è una creatura piena di debolezze e dipendenze, che vive fluttuando in un mondo privo di concretezza, al di sopra e al di fuori delle convenzioni sociali, libera e promiscua, abituata a avere tutto quello che vuole e spendere senza limiti. Si incuriosisce della ragazza, la attira nella sua orbita, la vizia cercando di renderla simile a sé fisicamente e anche psicologicamente. Il loro rapporto si fa sempre più stretto, vagamente morboso e forse con una connotazione sessuale che però non diviene mai esplicitata.   

La narrazione procede in modo un po' ripetitivo e privo di sorprese, tanto che a un certo punto viene il sospetto che l'autrice non riesca a sviluppare in modo del tutto soddisfacente l'idea iniziale, la cui potenza si sgonfia e si perde. Non svelo il finale per non fare spoiler, ma un sospetto di moralismo o almeno di perbenismo, o magari di ingenuità, lo rende forse un po' deludente. Però Stella non scappare più secondo me è un romanzo da leggere senz'altro, non fosse che per l'immagine assolutamente inedita e nuova della società turca che offre. Lo consiglio vivamente, purché si tenga presente che non è un capolavoro ma un ritratto lieve, molto leggibile e veloce, di una vicenda insolita e attuale. Mi piacerebbe sapere quanto c'è di realistico in questo ritratto di una Turchia frivola e ricca, dedita a tutti i vizi che il denaro può offrire.

giovedì 16 luglio 2020

Un romanzo coinvolgente e attualissimo: Saleem Haddad, Ultimo giro al Guapa

Oltre a avere dei bellissimi occhi Saleem Haddad è nato nel 1983 in Kuwait da
genitori di nazionalità varia (iracheno tedesca la madre, palestinese libanese il padre), è vissuto in Giordania, Canada e Gran Bretagna dove vive attualmente, ha lavorato in Siria, Yemen e Iraq per Medici Senza Frontiere eccetera eccetera. Ha quindi tutte le carte in regola per diventare un autore di best seller da lanciare sul mercato internazionale, ma la verità è che nel suo romanzo d'esordio, Ultimo giro al Guapa, risulta del tutto convincente come scrittore. 

In un paese del Medioriente che non viene mai nominato come non ha nome il presidente di cui si parla spesso, in un periodo che possiamo immaginare attorno alle primavere arabe, il giovane Rasa vive con la nonna, rigida custode delle usanze e del conformismo, perché il padre è morto e la madre se ne è andata molto tempo prima. All'inizio succede il fatto attorno al quale ruota l'intero romanzo, a parte i flash back: la nonna, Teta, aprendo di notte senza preavviso la porta della camera di Rasa, lo scopre mentre fa l'amore con l'amico Taymour, che di lì a pochi giorni deve sposarsi. A partire da questo nodo narrativo si dipana, con molta abilità costruttiva, l'intreccio della vita di Rasa e dei suoi amici, alternativi, omosessuali, insofferenti sia del conformismo che della violenza governativa, e anche dell'integralismo che soffoca e avvolge ogni opposizione al potere. Una gioventù inquieta e frustrata, che non sa bene che cosa fare e non si adatta. 

Rasa passa alcuni anni negli stati Uniti a studiare ma nemmeno lì riesce a integrarsi, e torna in patria dove fa il traduttore e l'interprete dall'inglese insieme a un'amica. Non è musulmano ma soprattutto è fuori dalle dinamiche politiche, a parte l'insofferenza per la violenza e l'ottuso dispotismo del governo, che reprime naturalmente anche gli omosessuali incarcerando e picchiando a sangue Maj, drag queen che si esibisce al Guapa e amico di sempre di Rasa, con cui condivide la vita quotidiana, le amicizie e la frequentazione del locale, oasi di libertà nell'opprimente atmosfera della città senza nome dove si svolge la vicenda. La sua è la storia della ricerca di un'identità e una libertà personale più che politica, in tempi complicati e contradditori. Si parla di amici, d'amore, d'esperienze di vita, di dinamiche e tragedie familiari, ma anche della crisi della società araba tra dittatura e integralismo, in un modo estremamente accattivante e tutto sommato leggero, anche se le tematiche sono drammatiche. Non è un romanzo pesante né angoscioso, anzi, attira il lettore nel mondo difficile di Rasa senza mai annoiarlo. 

Naturalmente, trattandosi di un romanzo, non si deve confondere con un'autobiografia, ma si può pensare che tra Rasa e Saleem Haddad ci siano molti punti in comune, o comunque che l'autore sa di che cosa parla per esperienza diretta. Omosessuale e molto coraggioso, ora vive a Londra con un compagno e un cane, e nel 2016 ha pubblicato su Facebook una foto travestito con una drag queen che ha causato scandalo, e il suo libro si può trovare in qualche libreria di Beirut e Amman, ma, per esempio, non in Egitto (la foto si può vedere qui)
 

martedì 30 giugno 2020

L'Odissea dal punto di vista femminile: Calipso e le altre, un racconto vecchissimo (e si vede)





                              ------------------------------------------------------------------DCALIPSO E LE ALTRE

Il sole era alto sull'isola quando Calipso si svegliò e andò a lavarsi alla sorgente che sgorgava vicino al suo antro. L’aria era già calda, ma la brezza faceva stormire le fronde degli alberi e agitava le foglie e i grappoli verdi della vite che cresceva sulla pergola all'entrata. La ninfa si im­merse nelle acque fredde e rabbrividì. Dopo il bagno sedet­te di fronte al mare che si intravedeva tra i rami dei pi­ni, piatto e scintillante, per mangiare i semplici cibi a cui era abituata, dal momento che non c'erano fumi di sacrifici né ambrosia nella sua vita solitaria: ancora una volta du­rante la notte era stata tormentata dai sogni, che le avevano riportato i giorni felici in cui non era sola.
Da anni ormai i sogni la tormentavano: ma il tormento nasceva al risveglio, quando questi rivelavano la loro natura ingannevole. Di notte Calipso era felice, e non avrebbe mai voluto svegliarsi. Tutto era come lei avrebbe sempre desiderato, Ulisse era con lei, l'amava, le chiedeva per pietà di essere tenuto sull'isola, le giurava che l'amava, che l'avrebbe amata sempre, solo lei. Ma la mattina tutto tornava come sempre: l'isola era vuota, il sole scintillava sulla superfi­cie del mare privo di vele, la voce della sorgente era l'uni­ca a spezzare il silenzio, e le ore erano lente a passare, lente come pietre che affondano in uno stagno melmoso, fin­ché la sera portava tramonti di fiamma e d'oro liquido sulle onde piatte dell'insenatura tra gli scogli, da dove tanti an­ni prima era partita la zattera che portava via l'uomo che aveva rifiutato l'immortalità. Le bruciavano ancora le guan­ce dalla vergogna a quel pensiero. Pur di andarsene, pur di ritornare dalla sua sposa, Ulisse aveva rifiutato di diventa­re simile a un dio. Aveva passato anni con lei, mangiando il cibo cucinato dalle sue mani, dividendo con piacere il suo letto - al ricordo di quelle notti sentiva ancora un brivi­do - tuttavia di giorno ipocritamente piangeva la sposa e la patria lontana e chiedeva incessantemente di poter parti­re, come se lei fosse stata la sua carceriera e lui un povero prigioniero maltrattato. Ma la sera scordava tutto, Penelope e Itaca, il mare che lo chiamava e la nostalgia del ritorno, e si ricordava solo di lei, la cercava e l'amava... Così so­no gli uomini, mortali o dei, sempre pronti a buttar via quello che hanno per partire alla ricerca dei loro fantasmi.
    Eppure con Penelope era stato sì e no un anno, e con lei in­vece aveva trascorso sette lunghi anni di vita quotidiana, di amore notturno, di giorni condivisi nei boschi e sulle spiag­ge dell'isola. E in tutti quegli anni lui non l'aveva mai a­mata, l'aveva sopportata solo perché era una dea e non avrebbe mai potuto sottrarsi ai suoi voleri; e quelle lacrime quotidiane l'avevano offesa più di qualunque torto avesse mai ricevuto... Ma questi erano pensieri da scacciare. Era meglio pensare a ciò che aveva sognato, ai baci sinceri di Ulisse nel sogno, ai suoi giuramenti, alla sua tenerezza. Nei sogni era la verità, non nei ricordi amari e dolorosi. Eppu­re, allora era stata felice perché intanto lui era lì, a riempire la sua vita; e lei non aveva mai amato così né prima né dopo.
Nell'antro che era la sua casa, dove stava il suo telaio, Calipso teneva un bacile pieno d'acqua in cui nelle ore calde scrutava le immagini di chi le stava a cuore. Lì aveva visto le vicende del ritorno di Ulisse, e non le era sfuggito che, malgrado l'ansia che aveva di tornare dalla sua sposa, era riuscito a trascorrere un periodo molto piacevole in com­pagnia di una giovane principessa di nome Nausica. Le venne la curiosità di vedere quale fosse ora la sorte delle donne che erano state sue rivali nel cuore di Ulisse, quelle di cui lui le aveva parlato o di cui aveva appreso l'esistenza at­traverso il bacile magico: Penelope, Nausica, Circe.
La preparazione dell'incantesimo era lunga e solo al tramonto fu pronta a interrogare le acque. Quale vedrò per prima? si chiese. Scelse l'altra immortale che aveva amato Ulisse, quella che forse non lo aveva rimpianto quando era partito per sempre. Quando l'acqua torbida del bacile si schiarì, Circe le apparve vestita di porpora, seduta a ban­chetto con una compagnia di marinai sfrontati, che la circon­davano senza timore né timidezza: lei versava personalmente il vino nelle coppe, prodiga di sorrisi e generosa nel far intravedere la propria bellezza attraverso il peplo, senza veli sul viso; e il banchetto si protraeva nella notte. Era chiaro che Circe sapeva quello che voleva. Sorrideva sull'or­lo della sua coppa a un giovanissimo marinaio dagli occhi azzurri, e a un certo punto si allontanò con lui dalla sa­la, mentre gli altri travolti dall'ubriachezza si lasciavano andare sul pavimento vomitando senza ritegno o russando a bocca spalancata.
"Ulisse" le sussurrò una voce senza corpo, provenendo dall'aria intorno a lei come un presagio.
"Ulisse?" disse Circe, aggrottando le sopracciglia. "Come mai mi è venuto in mente questo nome? Non l'ho mai sentito pri­ma."
Sostenendo il marinaio che barcollava lo trascinò ver­so una stanza interna, dove i due crollarono sul letto ab­bracciati, lui dimentico dei compagni, lei dell'altro mari­naio che aveva allietato le sue notti tanti anni prima.
"Benedetta la memoria corta di Circe" disse Calipso, e ripeté le formule magiche sul bacile per continuare nell'indiscreta indagine, spinta dal suo cuore geloso e no­stalgico. Questa volta apparve la stanza di un gineceo di Scheria, il paese dei Feaci. Com'era diversa la donna che l’abitava da quella che aveva spiata durante il viaggio di ri­torno di Ulisse! Nausica era ormai una matrona ispessita dal­le molte maternità, autorevole nella sua maturità, resa fredda dall'impatto con la realtà della vita. Giaceva ancora sveglia nel letto, perché il marito era a un banchetto con altri uomini e chissà quando sarebbe tornato.
"Quindici co­perte filate e tessute di mia mano" pensava Nausica, "sette pepli ricamati e venticinque tuniche semplici per mio marito... Non è male come lavoro di un anno. I miei figli maschi crescono tutti sani e abili nell'amministrare le no­stre ricchezze, dacché gli dei ci favoriscono e Scheria è sempre più prospera. Pensare che quand'ero giovane abbiamo rischiato di perdere tutto sfidando la volontà degli dei per aiutare uno straniero naufragato qui per caso, come si chia­mava? Non lo ricordo più. Com'è sciocca la gioventù, per un attimo ho pensato di amarlo povero e nudo com'era, e persino che avrebbe potuto fermarsi qui con me." Rise tra sé nel dormi­veglia. "Se le mie figlie si dimostrassero così stupide da innamorarsi di un ospite perseguitato dagli dei e bisognoso di una tunica per coprirsi, le legherei al letto per impedire loro di fare stupidaggini. Davvero i giovani sono sventati e inesperti! Per fortuna i Feaci hanno perso l'abi­tudine imprudente di dare ospitalità e aiuto a tutti gli stranieri che arrivano alle loro spiagge."
Nausica chiuse gli occhi soddisfatta della sua giornata, si coprì le membra ab­bondanti con una coperta tessuta con le sue mani, e sprofon­dò in un sonno sereno.
Calipso rabbrividì nel suo antro umido e si chiese se qualcuno, oltre a lei, conservasse ancora il ricordo di Ulis­se com'era un tempo, bello e forte.
"Sua moglie sicuramente, almeno lei" pensò "sarà felice di essere amata da una tale eroe, un uomo che molti hanno scambiato per un dio. O sono io l'unica vittima del suo fascino? Non è possibile. Circe e Nausica lo hanno cancellato perché non hanno avuto scelta, come me: e hanno potuto sostituire con un marito o molti a­manti il ricordo di quell'uomo unico, ecco perché hanno di­menticato. Ma Penelope, nella sua posizione privilegiata di sposa, non può che essere felice."
Ancora una volta il bacile docilmente le mostrò quello che succedeva a Itaca.
Neanche Penelope dormiva, ma si rivoltava in preda all'inquietudine. Era ormai vecchia, e priva di quella bel­lezza che aveva attirato per tanto tempo nella reggia di U­lisse i pretendenti pronti a sostituirlo nel suo letto oltre che sul trono. E ora si rivoltava tra le coperte al fianco del suo anziano sposo che Calipso ancora sognava, e che aveva i capelli grigi e pochi denti in bocca.
"Certo la mia vec­chiaia è onorata" pensava Penelope "ma quanti anni ho perso! Quando in me il sangue scorreva ancora veloce, quando il mio corpo aveva ancora bisogno dell'uomo nella sua potenza viri­le, io dovevo tutte le notti ritirarmi sola nel mio letto de­serto e pensare a Ulisse, per consolarmi della mia solitudi­ne... Ma lui? Lui faceva l'amore con chi gli capitava, dea o mortale, e non soffriva della lontananza dalla sposa e dalla casa se non nel ricordo... E infatti che cosa è stato il suo ritorno? Tre o quattro notti d'amore, e poi il mio posto è stato preso da una schiava giovane e fresca, ed è norma­le... Avevo già compiuto il mio dovere di generare un figlio maschio, perché avrebbe dovuto avere ancora il desiderio di me? Ora sono avvizzita, e anche quando lui è tornato a ca­sa avevo già molti capelli bianchi, anche se le mie carni erano ancora sode mi mancava l'attrattiva della giovinezza per attirare il mio sposo, costante se pur non fedele. Sette anni è vissuto con quella ninfa... E se io, invece di un ma­schio, gli avessi generato una figlia? Sarebbe mai tornato da me? Chissà che destino diverso il mio se a­vessi accettato la corte di qualcuno dei miei pretendenti... Non tutti miravano solo al trono di Ulisse. Ad esempio, Euri­maco mi sembrava animato da una vera tenerezza nei miei con­fronti... Chissà, con un cuore meno rigido e attaccato al ricordo, forse la mia giovinezza infelice sarebbe stata meno sterile? Quanti figli avrei potuto generare se non fossi sta­ta fedele al marito che, nel frattempo, ha sparso il suo seme tra dee e mortali senza risparmio né rispetto per me, che intanto nella sua casa conservavo la sua stirpe e i suoi a­veri senza averne altra ricompensa che una vecchiaia serena e noiosa... Eppure, ho avuto i miei pretendenti!"
L’anziana Penelope si agitava tra le lenzuola con l'inquietudine di chi non è soddisfatto della vita che gli è toccata in sor­te, e Calipso soffiò rabbiosamente sull'acqua per cancellare l'immagine. Non aveva riconosciuto Ulisse nel vecchio steso sul letto, o forse non l'aveva nemmeno guardato.
"Ingrate!" esclamò la dea. "Donne viziate, stupide, in­coscienti della felicità che vi è toccata! Una è stata a­mata come un sogno impossibile e adesso rinnega quell'amore, un'altra ha potuto dimenticarlo perché anche se dea è una gran sgualdrina, un'altra infine lo ha riavuto definitivamen­te vicino a sé e non è nemmeno riconoscente per la sua for­tuna! E io allora chi sono? A che cosa mi serve essere una dea, se nell'amore valgo meno di chiunque altra, se per libe­rarsi di me l'unico che ha colpito il mio cuore non ha badato né a quello che perdeva, né ai pericoli cui andava incon­tro? Solo io l'ho amato, e come avviene tra gli uomini, solo me lui non ha mai amato. Solo io ne coltivo il ricordo e con­tinuo a venerarlo come il migliore tra gli uomini, solo io penso che non ci sia nulla di più dolce che averlo a fianco giorno e notte. Vuol dire che sono la più stupida tra tutti gli esseri di sesso femminile? La più fedele, o la più te­starda? O forse, l'unica che non ha avuto niente altro a cui pensare in tutti questi anni? Zeus, non dovresti permettere simili ingiustizie!"
Rovesciò il bacile pieno d'acqua con rabbia, preparò un po' di cibo, formaggio e uva, e si se­dette a mangiare. Era ormai l'alba e i gabbiani volando le facevano compagnia con grande stridore, ma né uomo né dio si accostava alla sua isola verde. E dopo il pasto Calipso spezzò il bacile perché non le venisse mai più la tenta­zione di spiare la vita che si svolgeva nelle terre lontane dove gli uomini si affaccendano; e nell'isola solitaria ri­prese la sua vita immortale, sempre attendendo e temendo l'arrivo di un naufrago bisognoso delle sue cure.