sabato 21 settembre 2019

Quando la vita è troppo amara, solo una gita a Bolzaretto Superiore può consolarci

 E di nuovo mi trovo senza libri da recensire, perché gli ultimi che ho letto non mi hanno convinta per niente. Tipo Il nostro piccolo pazzo condominio, romanzo d'esordio di Fran Cooper (ditemi se si può inventarsi un titolo più brutto, quando poi l'originale inglese, These dividing walls, è non solo molto più bello ma anche azzeccatissimo), traduzione di Maria Gini, che comincia in maniera accattivante raccontando di un ragazzo inglese che va a Parigi per riprendersi da un lutto, e nel caseggiato in cui  vive incontra altri segreti dolori, altre sofferenze che danno frutti marci, e mettendo in campo molti personaggi con potenzialità e poi a poco a poco vira sul moralistico, il politicamente corretto, mescola razzismo, neonazismo e attentati in maniera davvero elementare per poi "finire bene" - che faccia parte di quella up literature di cui ho scoperto da poco l'esitenza e il solo pensiero mi ha agghiacciata? Anche se poi a ben pensarci non è certo quella gran novità, e magari certe parolette nella nostra bella lingua tipo edificante o consolatoria potrebbero sostituire l'up, ma certo il risultato non è altrettanto elegante e trendy.

O Seppellitemi dietro il battiscopa di Pavel Sanaev (traduzione di Valentina Parisi), che invece mi ha sedotta proprio con il titolo e di cui non posso dire niente di male, anzi - solo che non sono riuscita a capire se la storia straziante, in prima persona, di un bambino russo affidato a una nonna pazza e torturatrice, a un nonno menefreghista e sfuggente, a una scuola fonte di tremenda ansia, che ama appassionatamente la sua mamma che però può vedere solo una volta al mese perché la nonna in pratica lo tiene prigioniero, doveva farmi piangere o ridere. Alla fine mi ha solo profondamente annoiata. Ho letto che in Russia, dove ha avuto un successo strepitoso e ne hanno fatto anche un film, i lettori si divertivano moltissimo riconoscendo abitudini sovietiche nelle cure cui era sottoposto l'infelice protagonista. Non avendo avuto un'infanzia sovietica non sono abbastanza informata per apprezzarne lo spirito, ma sarei felice se qualcuno ci provasse e poi mi spiegasse bene.

Così sono andata a fare un giro a Bolzaretto Superiore dove come si sa ne succedono di ogni, e non sono stata delusa.

APRITI CIELO
Perché a Bolzaretto Superiore quando nevica, nevica. La fioca, la neve, cade dappertutto, non c'è
scampo. Sulla tangenziale e sulla piazza della chiesa, sui giardini delle villette a schiera e sui cortili delle cascine inglobate nel paese, sui pini annoiati davanti alla scuola elementare, sulle bialere gelate dove poi i bambini vanno a fare le scivolate e ci cascano dentro, sul campanile e sul tetto del mulino dismesso. Sui capannoni industriali abbandonati. Sulle fabbriche trasformate in outlet e persino sul grande, magnifico centro commerciale. E lì ecco che si verifica il prodigio. Tra i fiocchi morbidi e gelati c'è qualcosa di duro che quando ti cade sul naso fa un po' male. A terra non si scioglie, e non fa in tempo a ricoprirsi di neve che ne cade un altro, un altro, un altro ancora... Decine centinaia migliaia di caramelle, gianduiotti, marron glacé, cremini, cri-cri, preferiti, cuneesi, ginevrine, quaresimali si depositano dolcemente sulla bianca coltre senza spiaccicarsi. Quando i clienti che escono carichi di sacchetti se ne rendono conto si buttano a raccoglierli, li ficcano a manciate nelle tasche e nelle borse, quelli più impazienti se li infilano in bocca, manco li scartocciano, inghiottono gianduiotti e carta dorata in un solo boccone. I bambini increduli ne fanno mucchietti e chiedono alle mamme di imprestargli il carrello. "E' una pubblicità" dicono i più smaliziati sorridento con l'aria di chi la sa lunga.
Che centro commerciale generoso! Ci torneranno tutti, sperando di riavere la stessa buona fortuna. E nella furia di golosità mangiano tutti i dolci caduti dal cielo, e nessuno di loro si renderà mai conto che si trattava di un vero miracolo, un miracolo che porterà un sacco di clienti al centro commerciale, a costo zero.      
  

martedì 10 settembre 2019

Mascherarsi per crederci: Mehmet Agop, The Masquerade of Istanbul

Un libro che sorprenderà molti che della Turchia non sanno niente, a parte magari le iniziative di Erdogan, e si immaginano un paese arretrato, fuori dalla modernità, di donne velate fino agli occhi e uomini in djellaba. E ce ne sono, vi assicuro, anche tra quelli che hanno passato lussuose vacanze in un resort stile Casa Bianca vicino a Antalya o su un caicco lungo la costa licia disseminata di cittadine piene di turisti. Purtroppo non è tradotto in italiano, ma lo trovate sia in cartaceo che in digitale su Amazon.

La trama, in due parole, è questa: la storia di due fratelli di Istanbul che ereditano dal padre, laico e liberale, una vecchia bottega di abbigliamento nella zona della Torre di Galata. Uno, Fehmi, dopo un paio d'anni all'università a Ankara, è tornato a casa e si è messo a lavorare con il padre, è legato alla tradizione e alla religione, è sposato con una donna sottomessa e quasi invisibile da cui ha avuto due figlie; l'altro, Rafet, è andato a studiare in America, ha un buon lavoro, una moglie americana, Mary, due macchine, una casa con giardino, una figlio e una figlia, si è perfettamente ambientato nella nuova patria. Nel 1998 torna in Turchia con la famiglia per dividere l'eredità e non se ne va più. Anche se alcune parti sono ambientate negli anni '70 e '80, il grosso dell'azione si svolge allo scorcio del secolo, quando comincia la rinascita dell'Islam politico, del quale uno degli aspetti che colpiscono di più lo straniero è la libera e orgogliosa scelta femminile di coprirsi il capo con il foulard (niente velo, qui non c'entra). E' una scelta soprattutto identitaria e non ha nessun significato di sottomissione e inferiorità, insomma è una scelta. Così decide la prima figlia di Fehmi, ma non la seconda. Le ragazze frequentano il liceo, hanno amicizie e simpatie, scoprono il mondo e prendono decisioni. Lo stesso succede ai genitori: la Mary, la moglie americana di Rafet, galleggia su una superficie di incomprensione, confusione, inquietudine, senza mai adattarsi veramente alla vita turca; Rafet sembra aver dimenticato l'America e i suoi agi, insieme a Fehmi trasforma la vecchia bottega del padre in un negozio alla moda, sofisticato e costoso, per le nuove donne islamiche che vogliono abiti adatti al loro credo ma anche eleganti e testimoni del loro status di appartenenti alla borghesia benestante; Fehmi, il personaggio più sfaccettato e insieme più enigmatico, procede su una sua via che riserva sorprese per tutti. La giovane generazione seguirà i suoi percorsi, forse libera o forse no, ma sicuramente meno tormentata, in un finale che definisce il destino di ogni personaggio, senza lasciare buchi ma anche, con gran perizia, senza chiarire tutti i misteri.           

Quello che ho apprezzato di più in The Masquerade of Istanbul è il modo di narrare restando a livello dei gesti e delle azioni, senza scavare nelle psicologie dei personaggi né motivarne i comportamenti con i soliti luoghi comuni narrativi di oggi tipo le molestie infantili o i traumi. Mehmet Agop non cerca di dare spiegazioni ma ci mette di fronte ai comportamenti nudi e crudi. Ora, non sono così ingenua da pensare che in realtà non abbia le sue spiegazioni, eccome, ma forse è tanto sicuro della forza del suo racconto che sa ritirarsi sullo sfondo in quanto autore. E' ovvio che il discorso sotteso al romanzo è totalmente politico, volto a rappresentare l'ipocrisia di un Islam preso a scudo e maschera da una società lontanissima dai valori che finge di abbracciare, una mascherata appunto, come dice l'azzeccatissimo titolo. Non so se The Masquerade of Istanbul farà capire meglio la Turchia di oggi ma sicuramente è onesto e rende l'idea delle trasformazioni in atto anche se è ambientato alla fine del secolo scorso, penso per non incappare nella censura di Erdogan. Se poi quello che ho detto a proposito della scrittura di Mehmet Agop è vero o è frutto di una scelta legata alla censura, non lo so. Ma il risultato è ottimo e molto interessante oltre che riposante rispetto a quello che si legge di questi tempi.

In rete non ho trovato niente su Mehmet Agop se non una pagina facebook dedicata a The Masquerade of Istanbul, e la sua pagina personale da cui si apprende che è originario della zona di Mersin, ha vissuto molto all'estero e adesso sta in Gran Bretagna. Molto interessante, sulla pagina fb del romanzo, la lettura dei commenti in cui l'autore è accusato di tutto, persino di essere un troll al soldo di Erdogan per controllare chi legge la sua opera. Da quello che ho capito si tratta di un'autopubblicazione, da nessuna parte ho trovato il nome di una casa editrice, e io l'ho scoperta proprio dal post sponsorizzato che compare su facebook. Be', mi auguro che Mehmet Agop (se questo è il suo desiderio) abbia trovato un editore, e che la sua opera venga tradotta anche in italiano. Lo merita senz'altro e penso che chiarirebbe le idee a molti sulla Turchia con molta maggiore efficacia malgrado la sua reticenza (o forse proprio per quello) di tante opere più commerciali e stucchevoli in circolazione che cavalcano il momento storico.     

mercoledì 28 agosto 2019

Genova per lui: Tre cadaveri, di Raffaele Malavasi

Sinceramente non so come sia finito nel mio kindle il noir Tre cadaveri di Raffaele Malavasi. Un'offerta imperdibile probabilmente, perché non ho particolare interesse per gialli e noir e è molto strano che ne abbia comprato uno di un autore che non avevo mai sentito nominare. Comunque. Ero in viaggio, mi è tornato a fagiolo come lettura poco impegnativa tra un traghetto e un cambio di albergo. Be', una volta ogni tanto ci sta.


La storia è ambientata a Genova, e seguiamo i passi dell’ispettore capo Manzi, di Goffredo Spada, ex poliziotto dal passato doloroso e dal presente complesso, e della giornalista del Secolo XIX Orietta Costa su e giù per carrugi e strade collinari, in una topografia precisa come si usa appunto nei thriller. I delitti su cui i tre indagano sono raccapriccianti e soprattutto circondati da una messinscena complicatissima che li mette immediatamente al centro dell'attenzione cittadina e fa ipotizzare fin dal primo che l'autore sia un serial killer (io non me ne intendo, ma pare che sia la regola).

I morti come dice già il titolo sono tre, la storia è debitamente intricata e ha radici in un passato lontano e sorprendente, i personaggi sono simpatici e ben delineati. Di Spada, il più intrigante, si può immaginare che abbia un futuro nei prossimi libri di Malavasi. Ci sono dei buchi narrativi, di cui uno delle dimensioni della Fossa delle Marianne (non abbiate paura, non faccio spoiler, ma dico una sola parola: serpenti), di un personaggio importante si intuisce l'evoluzione circa a un terzo della vicenda, la verosimiglianza non passa da queste parti neppure per caso, ecc. Però io me lo sono sciroppato con gran piacere, senza mai irritarmi per le insensatezze, contenta di seguire i risvolti privati dei personaggi, i rapporti tra di loro e con i colleghi, le indagini sulle vittime, interessata e divertita. Per cui ne consiglio vivamente la lettura a chi ama il genere, tenendo presente che se ha un carattere preciso e l'abitudine a usare la logica anche quando legge, non potrà non notare le incongruenze, come ho detto.

Ma Tre cadaveri mi ha fatto capire perché così tanti lettori adorani i gialli, e leggono solo quello. Non un pensiero ha sfiorato il mio cervello in vacanza leggendolo. Mi sono svagata, mi sono riposata, ho passato del tempo con facilità, e questo è merito della scrittura agile, veloce, serena di Raffaele Malavasi, che anche descrivendo trucidissime scene del crimine riesce a non far rabbrividire, sa alternare commedia e tragedia, privato e pubblico, sentimenti e orrori. Insomma sa scrivere con leggerezza: e mi conferma nella mia profonda convinzione che l'argomento non conta se non per la scelta personale di chi legge, ma quello che contraddistingue un libro mediocre da uno che funziona è la scrittura. La scrittura è tutto. E c’è un vezzo stilistico grazioso che si ripete, e le prime volte può apparire una sciatteria, poi invece, una volta individuato, piace e diverte. Ma non vi dico che cos’è, così aggiungo un enigma lieve agli enigmi truculenti.

Purtroppo in rete ho trovato pochissime notizie su Raffaele Malavasi (Tre cadaveri è il suo esordio), ma tenetelo d'occhio e leggetelo. Io non garantisco che lo farò, ma mi sento di garantire che non vi pentirete.  

lunedì 26 agosto 2019

Il fascino del Giappone in un romanzo ricco e gentile: Aki Shimazaki, Nel cuore di Yamato

Se siete appassionati di Giappone (ma anche se siete semplicemente amanti delle letture belle e serene) non perdetevi il romanzo della scrittriece nippo-canadese Aki Shimazaki, Nel cuore di Yamato (uno dei nomi del Giappone), tradotto dal francese da Cinzia Poli. Vi si intrecciano le storie di cinque personaggi, tre uomini e due donne, le cui vite si toccano in un momento o nell'altro senza necessariamente svolgersi in parallelo, e narrano di sé in prima persona dando ogni volta un diverso significato agli avvenimenti.

Gli argomenti trattati sono molti ma su tutti emerge l'identità giapponese, legata alla storia del novecento e alla seconda guerra mondiale tanto quanto alla religione del lavoro, alla dedizione alla propria azienda che fa del shōsha-man, il dipendente che vi si identifica, insieme una vittima e un eroe. C'è chi riesce a uscire da questa logica inventandosi una nuova vita e chi soccombe, rinunciando anche alle proprie aspirazioni personali e agli affetti.

Alle donne compete la parte più intima del racconto, dove i valori dell'amore e della dedizione coniugale si intrecciano con l'amore per i familiari e il ricordo affettuoso e rispettoso degli avi. Sono donne coscienti e forti, che non vedono la propria realizzazione al di fuori della casa, nel lavoro, come gli uomini, ma sono pienamente capaci di uscire nel mondo e svolgervi qualsiasi attività quando ce n'è bisogno. Accettano le tradizioni non obtorto collo perché non se ne può fare a meno, ma riconoscendone il valore e il significato.

Le diverse parti del libro hanno il nome di un fiore o di una pianta (mitsuba o trifoglio, tsukushi o strobilo di equiseto, yamabuki o rosa del Giappone), di un frutto (zakuro, il melograno) e di un insetto (tonbo, la libellula, che è anche uno dei nomi del Giappone), che interesseranno, in un modo o nell’altro, la storia dei cinque protagonisti e rappresentano l'amore per la natura così profondamente legato alla cultura giapponese. Quello che mi è piaciuto soprattutto leggendo Nel cuore di Yamato è la gentilezza, la delicatezza con cui sono narrate le vicende talvolta dolorose o ingiuste dei personaggi, la serenità sostanziale che ne esala, la positività dei personaggi che (tutt'altro che stucchevoli, non fraintendetemi) sono giusti e corretti, e rincontrarli nei tortuosi percorsi della vita, nelle varie sezioni del romanzo fa sempre piacere, come ritrovarsi con vecchi amici di cui non si ha notizia da qualche tempo e si è ansiosi di aggiornarsi.

Un romanzo scritto in maniera piana, direi quasi sommessa, che rende la lettura davvero gradevole, prende senza stancare e fa di Nel cuore di Yamato un libro gentile anche quando affronta temi importanti o dolorosi, che consiglio senza dubbi a chi non ha bisogno del solito morto squartato ogni dieci pagine per andare avanti.   

 

venerdì 23 agosto 2019

Di mamma non ce n'è mai una sola: Liliana Lanzardo, Eugenio e le sue madri

La più recente fatica letteraria di Liliana Lanzardo, Eugenio e le sue madri, pubblicato con l'abituale cura da Neos Edizioni, è un romanzo breve ma estremamente intrigante e complesso, una specie di indagine storica e psicologica alla ricerca delle proprie origini, del proprio passato ma anche di quello di molte altre persone, e della Storia, quella con la maiuscola delle guerre che hanno determinato in maniera così pesante la vita di chiunque nel secolo scorso.

La vicenda prende l'avvio negli anni settanta, in un ospedale ligure in cui un giovane pediatra, Eugenio, riceve la notizia della morte di Anna, carismatica figura di medico che l'ha indirizzato alla scelta della professione, e contemporaneamente figura materna, amica e persino oggetto del desiderio. La sua eredità, un pacco di lettere indirizzate a Arturo, suo marito, quando era soldato durante la seconda guerra mondiale, spinge Eugenio a cercare le persone coinvolte in un intrico di rapporti umani e politici da cui vorrebbe riuscire a trovare una soluzione per i dubbi sulla sua propria identità.

La ricerca di Eugenio è tanto esistenziale quanto concreta, e il suo rimbalzare tra i numerosi personaggi della sua infanzia e del suo presente (Anna, suo marito, una misteriosa ragazza di nome Elisa, sua madre Helga e suo padre ormai separati da tempo, la sua fidanzata Ilaria) ci accompagna verso una verità forse non importante quanto le scoperte che Eugenio farà sulle persone che pensava di conoscere bene e sopratutto su se stesso.

Attraverso le lettere, le interviste che Ilaria fa per scrivere la propria tesi di storia delle donne durante la guerra, le narrazioni di sé dei vari personaggi, Liliana Lanzardo costruisce un romanzo insieme veloce e densissimo, che inchioda alla lettura come nessun romanzo d'azione potrebbe. La scrittura è sciolta e precisa, priva di compiacimenti.       





giovedì 1 agosto 2019

Altro che mojito o Lonely Planet, ogni turista in Grecia e in Turchia dovrebbe avere in mano questo libro: Didò Sotiriou, Addio Anatolia

Bene, mi rivolgo a tutti i turisti che affollano le isole greche e i croceristi delle coste turche: vorrei che d’ora in poi, invece del passaporto o della carta d’identità, diventasse obbligatorio un attestato di avere letto questo libro. Mi piacerebbe sapere quanti dei gaudenti di Mikonos hanno le idee chiare sulla meghali katastrofì o sullo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia. E niente suvlaki o döner kebab, niente uzo o raki (anzi niente mojito o margarita, niente acquagym o gioco aperitivo visto che in genere è questo che i vacanzieri cercano indifferentemente da dove sono) per chi non è preparato.

Faccio la furba ma anch’io, che frequento questi luoghi da tanto di quel tempo che non sto a specificare per non sembrare Babbo Natale, l’ho scoperto non tantissimi anni fa, leggendo e viaggiando. Sono fatti che conosciamo poco, in genere ne sappiamo molto di più sulla guerra di Troia, eppure non sono così remoti: risalgono agli anni 10-30, all’incirca, del secolo scorso. Ora, è ovvio che la storia si studia e si approfondisce, ma per cominciare il romanzo Addio Anatolia di Didò Sotiriu basta e avanza. E va benissimo, perché è anche un bel romanzo.
Allora, in due parole: nell’attuale Turchia vivevano milioni di greci fin dai tempi della Grecia classica, in colonie fondate dalle città stato per sistemare la popolazione in esubero in luoghi ricchi di pianure e buona terra dove coltivare olivi, vite e grano. E dove commerciare ovviamente. Come come nell’Italia del sud, o a Marsiglia. Furono conquistati dai romani, poi fecero parte dell’Impero Bizantino, infine furono invasi prima dai Selgiuchidi poi dagli Ottomani con cui vissero in pace e collaborazione per secoli. Erano cristiani ortodossi ma in gran parte parlavano turco, erano contadini produttori di olio, fichi, uva passa, o grandi mercanti a Smirne e Istanbul dove c’era anche comunità ebree e armene. In pace e armonia, dicevamo, con campi d’attività diversi, senza mescolarsi ma capaci di essere amici e aiutarsi al bisogno.

Questa situazione cominciò a deteriorarsi all’inizio del ‘900, con lo sgretolamento dell’Impero ottomano. I primi a subirne le conseguenze furono gli armeni, poi con la Prima Guerra Mondiale, i passi falsi del governo e della monarchia greca, e soprattutto con la disastrosa invasione greca dell’Asia Minore che portò appunto alla cosiddetta meghali katastrofì (non traduco apposta, si capisce benissimo) si arrivò alla tragedia eufemisticamente detta scambio di popolazione, in seguito alla quale circa un milione e mezzo di greci d’Asia lasciarono le loro terre e i loro averi per andare in territorio greco, e lo stesso fecero circa quattrocentomila turchi che vivevano in territorio greco e si spostarono in Turchia. Con conseguenze che si fecero sentire per decenni.
Ora, è ovvio che queste due parole sono imprecise, insufficienti, non affrontano aspetti fondamentali ma erano necessarie per introdurre il libro. Quello che spero è che spingano chi le legge a informarsi meglio e di più. Intanto, un buon punto di partenza può esserlo proprio Addio Anatolia.

Dice Didò Sotiriu nella prefazione alla prima edizione (1962) del romanzo: “La figura di Manolis Axiotis, il narratore del libro, simboleggia il contadino dell’Asia Minore arruolato nei battaglioni di lavoro durante la guerra del 1914-18, che in seguito ha vestito la divisa dell’esercito greco, e che ha assistito alla catastrofe del suo popolo, che ha vissuto la prigionia e la vita difficile del profugo, che per quarant’anni ha lavorato come portuale e sindacalista, e che infine ha combattuto nella Resistenza. Un giorno è venuto a trovarmi e mi ha consegnato un quaderno con le sue memorie. Da quando era andato in pensione, si era messo a riportare, con la sua scrittura incerta, gli eventi di cui era stato protagonista negli ultimi sessant’anni.”

Non so se si tratti di un espediente narrativo o se sia vero, ma le vicende di Manolis Axiotis, a cominciare dall’infanzia nel villaggio di Kirkintzès (attuale Şirince, iperturistico luogo di ristorantini e produzione vinicola) presso Ayasuluk, oggi Selçuk, ovverosia la colonia greca più famosa, Efeso, sede del tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo - e anche la sua storia vale la pena di essere riscoperta, poi nell’immane tragedia della guerra, la prigionia, la fuga, senza dimenticare gli affetti familiari e gli amori, sono davvero appassionanti. L’autrice, nata in quegli stessi luoghi nel 1907, ci tiene moltissimo a sottolineare l’armonia dei tempi di pace e l’assurdità degli avvenimenti che portarono alla catastrofe, in primo luogo la follia dei potenti e dei governi (tra cui la Germania, decisamente, non gode delle sue simpatie). È molto interessante sia la descrizione delle tradizioni contadine, i metodi di coltivazione e i rapporti con Smirne e i suoi mercanti, che il racconto preciso e tremendo delle condizioni di vita dei soldati nei cosiddetti “battaglioni di lavoro” e dei fuggiaschi sulle impervie montagne dell’Anatolia. Traduzione di Maurizio De Rosa

Perciò quando dico che ogni turista che frequenta quei luoghi dovrebbe leggere Addio Anatolia, non voglio fare né la maestrina saccente né la professoressa severa, ma consigliare un romanzo leggibilissimo, scorrevole, forse non problematico ma capace di aprire orizzonti davvero stimolanti per chi non di ferma alle vetrine di souvenir.
(Il solito avviso degli ultimi post è ancora valido, i link al mio ritorno).

martedì 30 luglio 2019

Se patite troppo il caldo, provate con un giallo da brividi: Lesley Thomson, The playground murders

Lesley Thomson ė l’unica giallista che mi piace e non mi capacito che nessun editore italiano abbia ancora pensato a tradurla. Ora ho appena finito il suo ennesimo romanzo con Stella Darnell e Jack Harmon come protagonisti, The playground murders, 
giallo sufficientemente trucido, con l’immancabile intreccio tra passato e presente, un’ambientazione insolita, e soprattutto un velo di morbosità legato alla giovanissima età di alcuni personaggi. Ma, c’è un ma grosso come una casa. A parte la mancanza di credibilità appunto nei personaggi che vediamo prima bambini poi adulti, sono proprio i due protagonisti a non funzionare più. Perché i due (immancabili, inevitabili ) investigatori maschio e femmina devono per forza diventare una coppia a un certo punto? Quello che funzionava benissimo tra di loro come figure singole che procedevano affiancate, complementari nelle reciproche originalità, diventa quasi ridicolo e francamente stridente quando devono fare la coppietta calda e corredata di tutti gli accessori di rito, gelosia insicurezza ex ingombranti malintesi ecc. Per cui alla fine The playground murders mi è piaciuto molto meno degli altri romanzi di Lesley Tomson.

La vicenda si svolge tra Hammersmith, quartiere di Londra presente in tutti i romanzi che vedono come protagonisti Stella Darnell, figlia di un poliziotto e titolare di un’impresa di pulizie, e Jack Harmon, guidatore di metropolitana dotato di strane capacità di capire la psicologia dei colpevoli, e un ridente paesino dei Cotswolds. Il delitto su cui indagano è collegato a terribili episodi del passato (da cui il titolo) in cui la morte ha fatto capolino tra i bambini di un parco giochi. Lesley Thomson scrive benissimo e leggerla è sempre un piacere, è accattivante e lieve, non è che voglio diminuire e suoi meriti. Ma questa puntata della saga non mi ha proprio convinta. Leggetelo, ma tenete presente che i precedenti sono molto meglio.
(Anche per questo post vale l’avvertenza che è stato scritto in situazioni disagiate - lo migliorerò al mio ritorno a Torino e aggiungerò i link alle recensioni degli altri volumi della serie The detective’s daughter).

lunedì 22 luglio 2019

Leonardo Da Vinci a Kusadasi: la scienza è donna

Oggi, passeggiando per Kusadasi, grande sorpresa: nel magnifico caravanserraglio che si affaccia sul porto, c’è una mostra su Leonardo da Vinci scienziato, completa di moltissimi modellini in legno, funzionanti, in dimensioni reali. Precedentemente, ci informa il manifesto accanto al megaritratto di Atatürk, è stata esposta a Firenze, Milano, Chicago e Roma.
Non ci sono molti visitatori oltre a noi, e sono per la totalità donne. Un gruppo composto da tre generazioni presumibilmente madre, figlia e nipote sui dieci anni, osserva i modelli uno per uno leggendo le spiegazioni, fotografando tutto mentre la figlia spiega minuziosamente il funzionamento e la nipote mette in azione i modelli entrandoci dentro e sperimentando di persona. Nel tempo che loro impiegano a arrivare al terzo modello noi abbiamo visto tutta la mostra. Quando ce ne andiamo sono lì che affrontano il quarto modello (ce n’erano una trentina) con l’appassionato interesse con cui  si osserva qualcosa che piace, che incuriosisce, di cui non si vuole perdere neanche un particolare. 
L’altra visitatrice è una ragazza giovane, molto elegante con il suo foulard e pardessus islamico, che arriva fino arrivo alla fine della mostra guardando e leggendo tutto, poi ricomincia da capo fotografando scritte e oggetti uno per uno. 
Niente da fare, la scienza è donna a Kusadasi, la curiosità e la voglia di capire e imparare, foulard o meno, sono donna. 
(Anche questo post è stato scritto in condizioni precarie, e se non è bello da vedere non è tutta colpa mia).




Un tè dai Sette Dormienti di Efeso, in memoria di Andrea Camilleri

Per una strana combinazione, il 17 luglio, giorno in cui si è fermato il cuore di Andrea Camilleri, ho realizzato un sogno che coltivavo da qualche anno, cioè tornare a prendere un tè al sito dei Sette Dormienti di Efeso. E mi sono ricordata che proprio a Camilleri devo la scoperta della leggenda dei Sette Dormienti, di cui non sapevo niente prima di leggere “Il cane di terracotta “, uno dei primi libri di Camilleri che ho letto, uscito nel 1996.

È grazie a lui quindi che tornando a Efeso parecchi anni fa sono andata alla ricerca del sito e ho scoperto una meraviglia. Non tanto il sito storico e archeologico, in realtà molto modesto, ma lo straordinario insieme di caffè sotto gli ulivi con i loro divani di tappeto, le donne che fanno i gözleme, un negozio di souvenir abbarbicato a un enorme fico, la penombra calda sotto i teloni che riparano dal sole... un posto che ha subito conquistato una delle prime posizioni nei miei posti del cuore. Un tè ai Sette Dormienti è un sorso di felicità. Un bicchierino di sogni. Io adoro il tè turco sempre e comunque, ma questo è speciale. 
Non posso che ringraziare Andrea Camilleri per questo piacere, oltre naturalmente per le ore piacevoli e divertite trascorse leggendo i suoi libri. E la coincidenza, lo ammetto, un po’ mi ha commossa. 
(Non so come sarà l’aspetto di questo post, mi scuso e cercherò di metterlo a posto quando torno. È stato scritto in circostanze molto precarie)




I Sette Dormienti di Efeso

giovedì 11 luglio 2019

Due non recensioni da prendere così: Rachel Cusk, Resoconto, e Dambudzo Marechera, La casa della Fame

 Questa non è una recensione, figurarsi, sono solo alcune osservazioni veloci dopo una lettura che non mi ha entusiasmato. Generalmente se un libro non mi piace passo oltre e non ne parlo, ma in questo caso faccio un’eccezione perché voglio capire io per prima i motivi della mia delusione. Rachel Cusk si porta molto in questo periodo, ha ammiratori a palate, estimatori innamorati, ha le physique du rôle e scrive benissimo. Come non amarla? So che mi farò molti nemici con questo post, ma io non ho affatto amato Resoconto, da cui mi aspettavo molto per le ragioni di cui sopra.
In realtà, a parte l’aspetto interessante, cioè la struttura “sbieca”, in cui un io narrante piuttosto reticente descrive con grande scialo di particolari le persone che incontra in aereo e a Atene durante un viaggio nella capitale greca per tenere un corso di scrittura creativa, ci ho visto più che altro un insopportabile snobismo e una totale mancanza di spontaneità: un compitino da prova finale di scuola di scrittura troppo costruito, dosato con il bilancino, dove non si riesce a credere neanche a una parola. Insomma, ho trovato odiosa lei e i suoi personaggi di cui non sono riuscita a incuriosirmi (naturalmente non poteva mancare quello che picchia le donne e quella che nega l’evidenza). Di Rachel Cusk ho letto solo questo libro ma non ne leggerò altri nemmeno per ricredermi, perché non mi interessa per niente, mi è bastato per capire che non è, come si dice, my cup of tea: in sintesi belle struttura e scrittura, insopportabili contenuto e personaggi. Bella traduzione di Anna Nadotti.

La casa della fame di Dambudzo Marechera è l’opposto. Difficile, molto difficile per il primo terzo, ho fatto una gran fatica a seguirne il senso finché
la scrittura insieme pirotecnica e come costretta, fantasiosa, supercreativa, ricca e complessa, dopo un po’ ha cominciato a chiarirsi e avvolgermi, anzi a abbarbicarmisi addosso e non mi ha più lasciata andare. Dambudzo Marechera racconta le cose più turpi, le peggiori violenze, con lo stesso tono privo di enfasi, ma carico al punto di risultare ipnotico. Fitto di fatti e personaggi, l’ho letto quasi tutto in mare, su un traghetto, e non riuscivo quasi a alzare gli occhi per cercare l’orizzonte. Tragico e nello stesso tempo lieve, il romanzo narra le esperienze di vita di uno studente universitario di famiglia disastrata e povera nella Rhodesia dei tempi di Ian Smith, divisa tra neri e “bianchi di merda”, ingiustizie e violenze, droga e alcol, sesso mai allegro, nessun sentimento, eppure non dà nessuna sensazione di oppressione, perché la vita è così e si può solo rappresentarla. Non è un libro che mi sento di raccomandare a tutti perché bisogna essere disposti al nuovo di un linguaggio supercarico e superimmaginativo, ma chi riesce a lasciarsi andare e affidarsi a Dambudzo Marechera ne uscirà arricchito, e non poco. Tutta la mia ammirazione alla traduttrice Eva Allione.

giovedì 27 giugno 2019

Un racconto scemo per dimenticare le temperature torride: Le mutande di Clark Kent


                                    LE MUTANDE DI CLARK KENT

Quella mattina Clark Kent si svegliò con un mal di testa furioso. Prima di tornare alla coscienza,
ripassò mentalmente il sogno che l'aveva tormentato per tutta la notte, come tutte le notti, quelle almeno in cui il rompiballe Superman non lo costringeva a lasciare il letto per otturare una diga con il mignolo o salvare un cagnolino alla deriva su un iceberg. Si trovava in ufficio, intento a battere sui tasti della sua vecchia Remington, quando il superudito lo avvertiva che c'era una vergine in pericolo nell'ufficio del direttore. Con la vista a raggi x riconosceva Lois Lane nella ragazza piangente. Immediatamente entrava nello sgabuzzino del caffè, si toglieva occhiali, giacca, camicia, pantaloni, e rimaneva in mutande, calzini e giarrettiere. Niente tuta azzurra con lo scudo sul petto, niente mantello rosso, niente superpoteri, anzi, cieco come una talpa e tremante dal freddo, si ritrovava in mezzo alla redazione in piena attività, che cominciava a segnarlo a dito sghignazzando. Lois Lane in braccio al direttore, Lana Lang sulle ginocchia di Jimmy Olsen ridevano più di tutti. Clark, a quel punto, cominciava a piangere, e dalla vergogna si svegliava.
Di malumore, ingoiò due aspirine e una tazza di caffè nero.
"Non devo più farmi trascinare in birreria da Jimmy" disse al proprio viso insaponato mentre si faceva la barba davanti allo specchio del bagno, "la birra mi fa peggio di un bicchiere di kryptonite rosa. E devo anche decidermi a consultare uno psicanalista. Non posso andare avanti così."

Per strada, mentre si recava al 'Globe' con la sua cartella di pelle nera e gli spessi occhiali finti sul naso, i superpoteri si fecero improvvisamente vivi avvertendolo che un grattacielo stava per essere colpito da una meteorite.
"Cristo, Super," gemette Clark, mentre si infilava in un vicolo per spogliarsi, "oggi non è proprio giornata. Non si potrebbe, per una volta, fare finta di niente?"
Non si poteva. Il pugno destro teso avanti nel volo, il mantello che gli sbattacchiava sulle spalle, Superman giunse sul luogo del pericolo, con una mano afferrò il grattacielo alle fondamenta, con l'altra si ricacciò indietro il ricciolo ribelle che gli copriva l'occhio sinistro. Dalle finestre gli inquilini si sporgevano e applaudivano, felici dello svago inaspettato. Superman depositò il grattacielo in mezzo al deserto, e mollò lì tutto. Gli inquilini smisero di applaudire. Uno gridò:
"Ma non era più semplice deviare la meteorite, come fai sempre?"
Superman era ormai lontano, ma il superudito gli portò il grido desolato e lui arrossì. Certo che sarebbe stato più semplice. Colpa del mal di testa e del debole per la birra di quell'imbranato di Clark. Doveva trovare un'altra soluzione per salvaguardare la propria identità. Doveva liberarsi di Clark, di quel suo doppio mezzo cieco, noioso, ridicolo. Se almeno Clark fosse stato capace di scoparsi le ragazze che lui non poteva toccare per paura di stritolarle con i supermuscoli (per non parlare del resto)! Ma niente, Lois e Lana al massimo lo prendevano come confidente del loro amore per Superman.

Depresso, il supereroe decise che per quel giorno il Globo avrebbe potuto fare a meno del suo stupido giornalista, e volò come un superconcorde alla sua caverna di ghiaccio al Polo Nord. Aveva proprio bisogno di ghiaccio, un mucchio di ghiaccio, per farsi passare quel fastidioso mal di testa che gli faceva pulsare le tempie e gli annebbiava la vista a raggi x. Si sdaiò nella sua poltrona favorita, si mise sugli occhi una mascherina di kryptonite a pois per evitare di vedere qualche disastro in corso, e sprofondò in un sonno riparatore. Ma ecco, il solito maledetto sogno lo colse a tradimento. Si trovava al Municipio di Metropolis, il Sindaco in persona gli porgeva una pergamena con le firme di tutti gli abitanti della città, che lo ringraziavano per averli protetti con tanta alacrità in tutti gli incendi, alluvioni, terremoti, crolli, attentati, trappole di Luthor dell'ultimo anno. Arrossendo Superman si tirava indietro il ciuffo, sorrideva a Lois e Lana che gli mandavano baci, ed ecco che improvvisamente la tuta gli cadeva di dosso e lui si ritrovava in mutande, le odiose mutande a pantaloncino di Clark, con le cosce pelose e le ginocchia nude che sporgevano dalle giarrettiere e dalle calze a scacchi. Una risata omerica scuoteva la cittadinanza, il Sindaco lasciava cadere la pergamena per tenersi la pancia, Lois e Lana lo indicavano a dito torcendosi in un parossismo di ilarità. Superman si rattrappì, si contorse, cercò di infilarsi sotto la poltrona del Sindaco, ma non ci entrava. Si svegliò coperto di sudore freddo.
Non perse tempo a consultare le pagine gialle e scrutò con la vista a raggi x tutti i grattacieli di Metropolis, finché un attestato appeso alla parete di uno studio attirò la sua attenzione: 'Dott. Prof. Helmut Schwartzkopf, Laurea in Psichiatria, Psicologia, Scienze Comportamentali, Filosofia e Biologia all'Università di Heidelberg. Psicanalista, Cartomante ed Esperto di Lettura dei Fondi di Caffè.  Si fanno sconti ai pensionati e alle madri di più di cinque figli.'
"Bene" pensò Superman "un uomo di scienza senza rigidezze cartesiane, e anche umano. Quello che fa per me."

Pugno teso, piedi uniti, lasciò in volo il Polo Nord. Era ora, perché gli si stava congelando il moccio del naso. Poco dopo, sdraiato sul lettino del Professor Schwartzkofp, si lasciò andare a un pianto liberatore.
"Da quando sono bambino" gemette, "Clark Kent mi perseguita, con i suoi occhiali da miope, le sue giarrettiere, i suoi rossori. Dottore, mi aiuti, ho paura che finirò per fare uno sproposito."
"Mumble" disse il Professor "mumble mumble mumble. Chi sarebbe questo Clark Kent?"
In un nanosecondo Superman valutò i pro e i contro, la plausibilità del segreto professionale, il prezzo probabile del luminare in caso di corruzione e l'impatto possibile sulla sua carriera. Decise che fidarsi era bene ma non fidarsi era meglio.
"Un tipetto" rispose. "Deve sapere che io ho un importante ruolo pubblico che per motivi assolutamente segreti (per il bene della comunità) non posso rivelare. Questo Clark Kent è la mia copertura e insieme la mia condanna. Un essere ridicolo, imbranato, incapace di toccare una donna, tutto lavoro e grisaglia. Sono arrivato a odiarlo. Pensi che ho un sogno ricorrente…"
"Ach! Questo è interessante. Mi conti tutto bene."
Il Professor sapeva come creare l'ambiente. Gli porse una tazza di tè, tirò fuori un lavoro a maglia e si dispose ad ascoltarlo.
"Dunque, io arrivo pronto a tirare fuori i miei super…"
"I suoi super? Dica senza timore."
"I miei supermuscoli. Il mio supercoso. Sono super, questo è il fatto. Io tiro fuori tutto e Clark è meno che niente, è squallido. Insomma io tiro fuori e lui mi frega, perché porta le braghette. Così resto lì come un cretino e tutti ridono, ridono, non ci sono abituato a farmi ridere dietro."
"Cosa c'è di male nelle braghette? Le porto anch'io."
A Superman si coprirono di sudore le radici dei capelli. Il famoso ricciolo si afflosciò, il petto a portaerei s'inumidì di paura. Si rese conto all'improvviso che si era presentato al Professor nella sua veste, diciamo così, professionale. Possibile che il dottore non l'avesse riconosciuto? Veloce come un tornado si spogliò della famosa tuta e si rivestì da Clark Kent.
"Adesso capisce?" sibilò sistemandosi le spesse lenti false sul ponte del naso.
Il Professor non aveva perso neanche un punto. Stava calando per la scollatura di un pullover da sera in seta e ciniglia, un lavoro molto complesso. Alzò gli occhi solo dopo qualche minuto di conti a bassa voce.
"La trovo bene. Ha approfittato di questi pochi attimi per rimettersi un po' a posto, vero? Allora, vada avanti con il suo sogno. Diceva?"
"Niente, grazie, dottore. Mi rifarò vivo io."
Pugno teso e corpo rigido se ne ripartì dalla finestra, dopo aver rifatto tutta la pantomina del cambio di abiti. In pagamento lasciò un pezzettino di kriptonite verde, che sembrava uno smeraldo e al mercato nero valeva molto di più.
 
     
  

martedì 25 giugno 2019

Anne Tyler, La danza dell'orologio

Così sorridente e amichevole, lo sguardo che ti mette subito a tuo agio, semplice ma perfetta, questa fotografia di Anne Tyler rispecchia benissimo il suo modo di scrivere. Anne Tyler è una di quelle scrittrici che ti fanno subito sentire a casa tua quando entri in un nuovo romanzo, tra amici o almeno cari conoscenti, anche in storie e ambienti con cui non hai niente da spartire. E forse La danza dell'orologio non è il suo romanzo che mi è piaciuto di più, forse la storia mi ha lasciata un po' indifferente, ma l'ho letto con molto piacere, in fretta, e senza cali di interesse. Merito di Anne Tyler e non della protagonista Willa Drake, donna simpatica ma, secondo me, portata a ripetere i suoi errori.

Donna esemplare, con un marito molto amato che ha il cattivo guusto di morire giovane, due figli lontani e pochissimo affettuosi, risposata con Peter, un ricco sicuro di sé e poco interessato agli altri, risponde con immediata disponibilità a una richiesta d'aiuto che le arriva da un luogo lontano, da parte di una sconosciuta, perché si prenda cura di una bambina che non ha mai visto, figlia di una ex fidanzata del figlio che non gliel'ha mai presentata... Una richiesta assurda a ben vedere, ma Willa risponde alla chiamata e accorre assieme a Peter piuttosto riluttante. Si trova a centinaia di chilomentri da casa sua, nel bel mezzo di un mondo che le è sconosciuto, con persone diversissime da quelle che è abituata a frequentare, in un quartiere strano per i suoi parametri. E di qui in poi non è che succeda molto, ma Anne Tyler è così brava a raccontarcelo che ci accomodiamo al suo fianco e la guardiamo in faccia mentre lei dice "lui ha detto, lei ha risposto" e noi vediamo tutto e ci piace, ci piace stare in mezzo ai personaggi, seguire le loro storie minime e prevedibili, e ci viene da dare delle pacche di incoraggiamento a Willa per farle capire che ha tutta la nostra approvazione qualunque scelta faccia.

Non è un romanzo "mozzafiato" (qualunque cosa voglia dire quest'espressione che aborrisco), ma ci porta dove vuole con il suo tono vivace ma tranquillo, rassicurante, e mi sento di consigliarlo a chiunque per questi caldi fuori norma in cui ci dibattiamo. Non è neanche un "romance", non abbiate paura. Non c'è neanche un morto ammazzato né un serial killer. E' solo un romanzo ben scritto da un'autrice che sa il suo mestiere, che parla di vite minime ma non irrilevanti, come la nostra o quella dei nostri vicini di casa. Ben venga Anne Tyler e la storia di Willa Drake.