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martedì 20 aprile 2021

Intanto, a Bolzaretto Superiore... Danda, un racconto breve

Mi piaceva tanto andare a trovare la zia Tera a Bolzaretto Superiore perché da lei c'era Danda.

Vecchia era vecchia, e neanche bella da vedere. La cosa che colpiva più in lei erano i denti finti, bianchi e tanti e troppo regolari. Si muovevano quando lei parlava, all'inizio catturavano tutta l'attenzione. Io li guardavo affascinata aspettandomi che cadessero tutti insieme dietro le labbra pallide e Danda se li inghiottisse, plop, in un boccone. Ma poi si dimenticavano ascoltando Danda e le sue storie.

Certe erano storie da ridere.

"C'era una mia amica che aveva un figlio che usciva sempre, le diceva 'Ciau mama, vadu a piè d'aria'. Una sera le ha detto: 'Mama, doman am mario'. 'E chi at marie?' 'Am mario Daria, mama.'"

E rideva, contenta, con tutti i suoi trentadue denti di porcellana. A me questo figlio, questa madre, questa Daria mi facevano sognare per giorni. Però preferivo le storie tristi.   

"C'era una mia amica che si chiamava Maria. Diceva sempre: 'Ah, son bel e stufia.' Stufia di che? 'D'esi bela e balè bin.' E com'è finita? Normale, la bela Maria tuti la veulo e niun la pia."

Oh quella povera Maria piena di innamorati, finita sola e stanca di ballare ed essere bella!  Avrei voluto consolarla e portarla con me al cinema.

La casa di zia Tera era di quelle chiuse e compatte verso la strada, ma poi dentro c'era un cortile acciottolato e un giardinetto di piante da frutta e rose, dalie, gigli, zinnie, fiori modesti e colorati. In primavera una topia di glicine si copriva di grappoli profumati e nuvole di vespe e calabroni, in autunno la vite americana che correva lungo il poggiolo esibiva grappoli neri e scompigliati.

A Danda non piaceva l'uva americana, e nemmeno a me.

"Dimmi te se quel brav'uomo non poteva piantare della bella uva regina! che mi piace tanto! No, l'uva fragola, che nessuno mangia e resta lì a marcire, al massimo va bene a conservarla per Natale e far figura. Tuti sgnor, e se ci tocca comprare l'uva non importa a nessuno."

Quel brav'uomo era il suocero di zia Tera, morto da almeno vent'anni. Danda era stata la balia dello zio Gigi, marito di zia Tera, poi cameriera o come diceva lei serventa, e da quando era così vecchia che non riusciva più nemmeno a camminare dritta abitava in una stanza nel cortile col cesso sotto la scala che portava al primo piano, l'acqua della pompa e la cucina economica per farsi un brodino e il caffè la mattina. Tutto il resto glielo portava zia Tera dalla sua cucina.

"Mangia come un caporale, quella lì" diceva la zia.

"Giusto un boccone di carne la domenica e un po' di cavolo lesso per andare di corpo" ribatteva Danda.

Stavano sempre a pitoccarsi come due galline. Io tenevo per Danda, naturalmente.

Vittorio e Carletto, i miei cugini, dicevano che quelle due erano come fidanzati, sempre a bisticciare e cercarsi tutto il giorno.

"Mamma Toni me toca, tocame Toni che mamma non vede" diceva Vittorio. 

A me Danda piaceva perché mi dava sempre retta. Mai che mi dicesse 'vai a giocare che mi stai tra i piedi', mai che leggesse il giornale o avesse mal di testa. Mi trattava come un grande, mi chiedeva come stavo, che cosa avevo fatto. Mi offriva acqua e zucchero o acqua e vino in cui bagnare certi biscottini al finocchio duri come sassi. Si grattava in testa con un ferro da calza e mi guardava con i suoi occhi scoloriti:

"Allora, cosa succede a Torino?"

"E' arrivata la primavera, in tutti i viali ci sono gli ippocastani fioriti."

"Ti sembra una gran novità? Qui la primavera è arrivata da due mesi."

Guardavo il bicchiere pieno di violette davanti alla foto di suo marito Bastiano e mi sentivo mortificata.

"Sono andata al cinema a vedere 'Via col vento'. Ho pianto tanto."

"C'è bisogno di andare al cinema a vedere tutti quei balenghi che si baciano e poi si prendono a schiaffi e si strozzano? Se ti piace piangere ti racconto di quando a sedici anni andavo a fare la mondina a Vercelli, tutta sola e fresca come una pasta di meliga uscita dal forno."

"Contami."

Probabilmente ai miei genitori non sarebbe piaciuto quello che mi contava Danda. Io non capivo proprio tutto, ma non ne avevo mai abbastanza.

"Dimmi ancora di tua figlia Celestina."

"Riposi in pace, povera anima. Era così bella nella sua bara piena di gigli bianchi."

Quella era una storia che non mi stancava mai. Celestina era morta a sette anni per avere mangiato troppi darmassin con i noccioli. Le era venuta la diarrea, poi aveva vomitato sangue e noccioli, poi era morta, così, senza fiatare.

Ma la specialità di Danda era leggere il futuro nei tarocchi e nei fondi di caffè. Che disponesse le carte molto vissute sul tavolo coperto da una tovaglia rossa o versasse la tazza sul piattino di terraglia bianca, la sua faccia assumeva un'espressione concentrata, le rughe si disponevano secondo una planimetria arcana, gli occhi perdevano l'acquosità, la bocca si stringeva in un filo bianco di concentrazione.

"Ben, ben, che cosa vedo qua? Sei ben fortunata te. Le anime ti proteggono."

"Che anime, Danda?"

"Le anime buonanima. Non fare domande finché non te lo dico io. Ciai una donna bionda che ti vuole bene. Tre lettere il mese prossimo. Ti piace cantare? Perché c'è qualcosa che va bene sulla voce, sulla gola, non vedo bene. Magari diventi una grande cantante."

Una cantante! Proprio quello che desideravo di più al mondo. Però Danda mi smontava subito.

"Oppure vuol dire che quest'inverno non ti viene mal di gola. E di intestino, come vai?"

"Ma, mi pare bene."

"Infatti c'è una carta positiva sulla pancia. Fai attenzione ai cavalli, non passare mai dietro a un cavallo o a un asino. Vedo dei calci."

Io invece non avevo mai visto un cavallo da vicino.

"Vedi questa macchia qui? Son soldi. Ti arriveranno un sacco di soldi."

Chi se ne fregava dei soldi! Io volevo diventare una cantante rock.

E poi, sapeva storie belle di masche e diavoli scatenati.

"Mia zia che era suora, una notte si è svegliata che nel letto c'era qualcuno, gelato, ma gelato che neanche un morto di tre giorni. Lei ha sporto la mano, l'ha toccato un po' e ha capito che era il diavolo. Tre giaculatorie, tre segni di croce e psss! Quello è sparito lasciandosi dietro una puzza di zolfo da far venire la tosse."

"Ma davvero davvero, Danda?"

"Eh se ti dico che mia zia era suora! Le suore mica dicono le bugie."

Quando raccontai del diavolo nel letto ai miei genitori, prima risero talmente che gli andò la saliva per traverso, poi mi sgridarono come se avessi detto qualcosa di sconveniente e mi proibirono di passare tanto tempo con Danda. Per fortuna se ne dimenticarono subito.

"Se di notte un cane ti abbaia o una capra ti corre dietro, soprattutto su un ponte che sono pericolosissimi, devi tirargli delle pietre mirando alle gambe. Il giorno dopo, se vedi una donna che zoppica, saprai che è una masca."

Non avevo mai sentito di nessuno che fosse stato inseguito da una capra, né di giorno né di notte, ma dei cani sconosciuti avevo una gran paura. Non ero sicura che avrei avuto il coraggio di fermarmi per tirare pietre, pensavo piuttosto che sarei scappata più presto che potevo.

"Non devi mai scappare! Se scappi ti acchiappano, c'è niente da fare. Le masche corrono più del vento, son furbe loro, sanno la fisica. Se ti vedono impaurita aam! Ti mangiano in un boccone."

Deliziosi brividi di paura mi correvano per la schiena, guardavo con sospetto negli angoli bui dietro la stufa.

"Qui sei sicura, stai tranquilla. Ha ancora da nascere il satanasso che la possa fare a Danda! Dai, bevi un po' di acqua e vino che ti fa venire grande."

 

Poi la zia Tera venne a vivere in città e Danda rimase a fare la guardia alla casa. Io le mandavo i saluti dai cugini, qualche cartolina dal mare. Un paio di volte, d'estate, tornai al paese e rimasi nell'odore di chiuso della cucina ad ascoltare storie. Danda era sempre più vecchia, anche se pareva impossibile. Le gonfiavano le gambe, certe volte si addormentava proprio in mezzo a una frase, ma era lucida, mica rimbambita.

Infine morì. Vittorio mi portò una scatola di latta, di quelle per la cotognata, con un'etichetta scritta a mano che portava il mio nome, nome e cognome, senza possibilità d'equivoco.

"Ha detto che ti voleva lasciare questo perché sei sempre stata ad ascoltarla."

Dentro c'era un anello del tipo che portano gli uomini in campagna, in una lega povera con una pietra finta, rosso vivo, e gli orecchini d'oro che avevo sempre visti annegati nei lobi grassi di Danda. 

"Come avete fatto a toglierglieli?"

Vittorio si strinse nelle spalle.

"Io non c'ero mica."

Chiusi la scatola e gliela porsi.

"Non la voglio. Dalla a qualche parente."

"Non ci sono parenti. Poi è per te, non puoi rifiutarla. Perché vuoi essere così cafona con una morta?"

Mi venne una rabbia furiosa. Non volevo regali da Danda, non volevo esserle riconoscente, non volevo essere costretta a custodire le sue memorie. Non volevo dover pensare ai suoi denti finti con tenerezza.

Buttai la scatola in fondo a un cassetto, nascosta sotto una pila di vecchi fazzoletti che non usavo, e cercai di dimenticarla.

Ci riuscii benissimo. In un trasloco la persi, o forse no, chi si ricorda? Non ha nessuna importanza.

Per questo, ora, qui, scrivo di Danda. Per dimostrarle che mi ricordo le storie e le puzze anche se non ho mai portato i suoi orecchini.

Per farle sapere che sono diventata una cantante rock e nessun cavallo mi ha mai presa a calci. 

 


giovedì 25 giugno 2020

Visita guidata a Bolzaretto Superiore: A' chacun ses madeleines, racconto


                 
                           A CHACUN SES MADELEINES

    Proprio dietro al Mattatoio Comunale, dove comincia la campagna coltivata a meliga e
grano, a Bolzaretto Superiore c'era un grande spiazzo polveroso, dove in altri tempi si faceva la fiera del bestiame e approdava ogni tanto un carro di Tespi o un circo, di quelli con solo due leoni e qualche cavallo oltre ai giocolieri e agli acrobati. D'estate vi si teneva la fiera del santo patrono di Bolzaretto, San Rocco, a cui era dedicata una chiesetta sulla piazza davanti al castello. Ora lo spiazzo è tagliato a metà dalla circonvallazione su cui sfrecciano le macchine di chi se ne infischia di Bolzaretto e vuole soltanto allontanarsene per arrivare in fretta a Torino o all'autostrada che passa a qualche chilometro di distanza, ma un tempo ci si arrivava solo da una viuzza che partiva dalla piazza della Parrocchia; ed era bello sbucare dal buio nella luce polverosa delle bancarelle e delle giostre. Sul fondo una fila di pioppi stormiva in continuazione disturbando le rappresentazioni teatrali e facendo immaginare immensi spazi di campagna buia al di là, dove i bambini ogni tanto, smettendo di leccare gelati e tirare palle ai pesci, si buttavano ad acchiappare le lucciole.
    Quando arrivava il circo o una compagnia di attori girovaghi, chiunque avesse i soldi per il biglietto cenava presto e poi usciva munito di tutto quello che gli poteva servire per la serata: abiti caldi e scialli da mettere sulle gambe se era inverno, cuscini per le panche dure, cartocci di castagne abbrustolite o bollite da mangiare negli intervalli. I bambini andavano tutti, anche quelli piccoli che non pagavano perché stavano seduti sulle ginocchia della madre e poi nel bel mezzo di una scena drammatica o quando i tamburi rullavano prima del triplo salto mortale si mettevano a piangere urlando a gran voce che volevano andare a casa. Dopo lo spettacolo, le famiglie si fermavano fuori dal tendone per commentare quello che avevano visto, e s'intrecciavano dialoghi fitti di gomitate e "Ti', e quando..." o "Hanno lavorato proprio bene"; poi tutti rientravano, camminando svelti se era inverno, o perdendo tempo se era estate. I fidanzati si baciavano dietro ai cantoni, e gli altri giovani si davano gran spintoni ridendo forte.
    La festa patronale, poi, era il clou dell'estate, ne segnava il punto più alto e insieme avvertiva che stava per finire, la cartiera riapriva pochi giorni dopo e gli studenti dovevano decidersi a cominciare i compiti delle vacanze. Le giostre si fermavano per tre giorni, e per tre giorni lo spiazzo era tutto un roteare di gabbie e uno sventolio di altalene, e il terzo giorno c'era una gran processione per tutto il paese con la statua d'argento di San Rocco in testa, le bambine dell'oratorio vestite da angeli che lanciavano petali di rosa dai panierini, le Figlie di Maria vestite di bianco con il nastro azzurro sul petto, un gran recitare rosari e cantare inni nel caldo soffocante del pomeriggio. Le strade erano tutte pulite e dalle finestre e dai balconi pendevano copriletti di seta e damasco rosso, tovaglie di pizzo, e anche qualche stendardo con l'immagine del santo o della Madonna; fin dalla sera prima le edicole agli  angoli delle strade erano state ornate con mazzi di fiori e piante in vaso, e tutto il paese brillava di lumini  e file di lampadine colorate. Poi, la sera, certi anni si facevano anche i fuochi d'artificio; non sempre, perché il comune di Bolzaretto a quei tempi non era molto incline agli sprechi. La mattina dopo, lo spiazzo dietro al Mattatoio si riempiva di ragazzi che stavano lì a osservare in silenzio i giostrai e i bancarellari che smontavano i loro esercizi tra la polvere e lo stormire dei pioppi, e tutto ritornava alla norma.
    A tutto questo pensava Giacomo Rebaudengo, una mattina di agosto, mentre, sdraiato accanto alla moglie su di una spiaggia sarda, lottava inutilmente contro il vento per tenere aperto il giornale. Il mare era chiarissimo ma increspato, l'acqua fredda, e niente poteva essere più lontano del caldo senza requie di Bolzaretto in estate.
    "In questi giorni" disse rivolto a Flavia, la moglie, che se ne stava immobile a occhi chiusi, ma ben attenta a non strizzarli per non farsi venire le tremende rughette bianche che deturpano l'abbronzatura più accurata "a Bolzaretto Superiore si celebra la festa patronale di San Rocco."
    Flavia si voltò sulla pancia e gli rispose dal cerchio delle braccia su cui aveva   appoggiato la testa.    
    "Bolzaretto? E dov'è?"
    "Sai, il paese di mia nonna Maria, dove passavo sempre il mese d'agosto quando ero bambino. Era una bellissima festa."
    "Il paese delle mosche?"
  Lei era di origine romana, da bambina aveva sempre trascorso le
vacanze estive all'Argentario, e ne derivava una cosciente fierezza.
    "Il paese delle mosche, della meliga, e delle merde di vacca" rispose Giacomo con voce nostalgica "meglio definite come buse o druggia. Quando torniamo a casa ti porto una domenica a vederlo. Non ti piacerà, ma fa lo stesso, io ho voglia di andarci. Non ci torno da quasi trent'anni, da quando è morta la nonna e la sua casa è stata venduta."
    A settembre il rientro in città fu piacevole perché l'estate continuava con un tempo bellissimo e caldo, e anche il lavoro sembrava risentire ancora dei ritmi lenti dell'estate. I figli di Giacomo, ormai grandi, non avevano ancora ripreso gli studi ed erano in giro, ospiti di amici al mare o in montagna; Flavia era riposata e di buon umore perché la sua abbronzatura era un vero successo e si manteneva abbastanza bene. Così una domenica di sole radioso non fu difficile per Giacomo convincerla a fare una gita a Bolzaretto.
    "Ci sono certe trattorie sul Po" le disse per allettarla "dove fanno il pesce fritto o in carpione, mi commuovo solo a pensarci."
    Lei storse il naso all'idea di quel pesce pescato nel Po puzzolente e inquinato, poi si consolò pensando che era sicuramente surgelato.
    Giunsero a Bolzaretto a metà pomeriggio, quando il sole ancora alto illuminava la campagna creando ombre invitanti sotto i tigli che bordavano la strada e nei pioppeti ordinati che si alternavano ai campi.
    "E perché mai si chiama Bolzaretto Superiore?" chiese Flavia con tono polemico. "Non vedo che cosa ci possa essere di inferiore, qui è tutto piatto come un tavolo."    
    Giacomo rimase zitto, perché questa era una domanda che si era posto anche lui e non aveva mai trovato una risposta. In effetti la campagna era perfettamente piatta, le uniche cose emergenti erano gli alberi e qualche campanile; però all'orizzonte le Alpi si stendevano in un abbraccio maestoso, e il Monviso aveva una fisionomia del tutto diversa da quella che presentava a Torino. I campi di meliga quasi matura frusciavano come i pioppi, ma il rumore del motore non permetteva di sentirli.   
    Posteggiarono la macchina in un grande spiazzo asfaltato vicino al cimitero, e proseguirono a piedi sulla strada che si addentrava nel paese, tra motorini e motociclette e macchine; non c'era nessun altro che andasse a piedi. Faceva caldo e Flavia si sentiva sudata nella sua camicetta di seta. La piazza davanti alla parrocchia era intasata di macchine e due caffè avevano dei tavolini all'aperto, circondati da piante di ligustro e lauroceraso in grandi vasi di cemento, che non nascondevano la vista della gente seduta ai tavoli. Un gruppo di ragazzi a cavalcioni di grosse moto teneva i motori su di giri e chiacchierava a voce alta per superare il rumore.
    "Il Bar Evaristo!" disse Giacomo con entusiasmo, dirigendosi verso uno dei due recinti di piante. "Quando ero piccolo venivo sempre a prendere il gelato qui, la sera. Be', una sera ogni tanto." aggiunse, per amore di verità.  
    C'era un tavolino libero e sedettero, ordinando due bicchieri di tè freddo. Giacomo si guardava intorno, speranzoso di trovare una faccia nota, ma gli altri avventori erano per lo più giovanotti dai capelli pieni di gel e signorine infilate in vestitini di stretch viola o nero, squittenti davanti alle loro coppe di gelato decorate di ombrellini di carta.
    "Era molto diverso ai miei tempi" disse Giacomo sottovoce.
    "In effetti, di merde di vacca se ne vedono più poche" rispose Flavia bonariamente, assaggiando con precauzione il suo tè che era troppo zuccherato.
    In quel momento da una porticina della canonica accanto alla chiesa parrocchiale uscì un vecchio prete vestito con la tonaca nera, che attraversò la piazza a passo lesto per infilarsi sotto i portici della via principale.
    "Don Ferruccio!" esclamò Giacomo eccitato. "E' ancora vivo, pensa un po'! Quante sberle mi ha dato da bambino!"
    Flavia voltò il capo per guardare, ma non fece in tempo: don Ferruccio era già scomparso nell'ombra afosa dei portici.
    Tra i gas di scarico delle motociclette e il rumore dei motorini che caracollavano nella piazza, la sosta non era molto divertente, e così i due si alzarono e andarono a fare un giro per il paese. Giacomo, perso nei suoi ricordi, si abbandonava a rievocazioni di persone che a Flavia non dicevano niente; le vie erano calde e polverose, e fuori della piazza principale non si vedeva anima viva.
    "Ecco" disse Giacomo indicando il portale di pietra di una casa a due piani in una via laterale. "Qui abitava il farmacista, il dottor Veniero Callieri, quel genere di vecchio gentiluomo erudito e un po' strambo di cui una volta la provincia abbondava. Si diceva persino che fosse il padre naturale dello scemo del paese, ma io non ci ho mai creduto. Qui, in questo cortile, ci stava Tomalino, il mio migliore amico, figlio di un impagliatore di sedie e nipote del sacrista, chissà che fine avrà fatto?"
    Scrutò speranzoso i nomi sui citofoni a fianco del cancello di ferro grigio che chiudeva il cortile; ma erano tutti nomi sconosciuti e per di più suonavano un poco esotici per Bolzaretto: Vocaturo Vincenzo, Gerace Antonino... Giacomo scosse le spalle e afferrata Flavia per un braccio, la trascinò svoltando e risvoltando in corte strade fiancheggiate da casette nuove di due o tre piani, con facciate coperte di listelli di granito grigio o piastrelle marroni. Ogni tanto si intravvedeva qualche giardinetto fiorito di rose tardive e di dalie.
    "E pensare che qui c'erano solo casette di campagna, ognuna col suo giardino davanti, o col cortile interno, e in ognuna c'erano galline e conigli e un po' d'orto, dei pomodori che non ti dico... non sono mai più riuscito a mangiare dei pomodori cosi`."
    Flavia aveva caldo ed era annoiata, e pensava che anche quelle erano casette di campagna, in ogni caso.
    "Non penso che fosse molto igienico tenere i polli in paese" disse "puzzano così tanto."
    "C'era persino chi teneva delle mucche" disse Giacomo con tono bellicoso, "e nessuno si è mai lamentato."
    Improvvisamente sbucarono sulla tangenziale e furono di nuovo nel rumore delle moto sgommanti e delle macchine. Dalla parte opposta della strada c'erano villette unifamiliari con giardinetti fioriti di canne e aceri giapponesi, alcune costruite in cima a collinette di riporto ornate di rocce. Più in là, si vedevano due grosse costruzioni dalle facciate tutte vetri, sormontate da insegne mastodontiche: "Mobilificio Bauchiero" diceva l'una, "Casa del Lampadario" l'altra.
    Giacomo rimase fermo sull'angolo per qualche istante, poi si volse verso destra con aria determinata, tenendosi sul bordo erboso del fosso per non essere investito dalle macchine che passavano a forte velocità, e guardandosi alle spalle ogni volta che era costretto a scendere sull'asfalto per aggirare un paracarro. Flavia gli arrancava dietro maledicendo i sandali coi tacchi, messi perché le sembravano adatti alla cena in una romantica trattoria sul Po, che immaginava con tavole di pietra e ferro imbandite sotto grandi ippocastani da cui pendevano festoni di lampadine. Dopo qualche minuto, Giacomo si fermò di scatto, tanto che Flavia andò a sbattere contro la sua schiena. Davanti a loro c'era, sul lato del paese, uno spiazzo polveroso adibito a parcheggio, e dall'altra parte della circonvallazione un supermercato con le vetrine coperte di avvisi colorati e serrande di ferro.
    "Qui" disse Giacomo a voce bassa "si faceva la festa di San Rocco, e certe volte c'era il circo."
    "Il circo non mi è mai piaciuto" disse Flavia "tutti quei poveri leoni spelacchiati con l'aria stanca, e poi l'ho sempre trovato uno spettacolo noiosissimo." 
    Giacomo non disse nulla e riprese a camminare, infilandosi in una strada che portava all'interno del paese. Sbucarono in una piazzetta in cui si fronteggiavano una chiesetta gialla con il portale chiuso e un castello di mattoni rossi con un'alta torre cilindrica attorno alla quale centinaia di rondini volavano stridendo impazzite. In un angolo una pizzeria modesta aveva messo fuori tre o quattro tavolini di plastica grigia.
    Giacomo si avviò verso il cancello di ferro che interrompeva il muro di cinta del castello. Sui pilastri spiccavano le spie del sistema d'allarme e un videocitofono. Improvvisamente il cancello si aprì silenziosamente, azionato dal dispositivo di apertura elettronico, e ne uscì un fuoristrada giallo guidato da una ragazza molto giovane e abbronzata; Giacomo fece un balzo di lato per non essere investito e tirò giù una bestemmia. Si infilò in una stradetta che costeggiava il fianco della chiesa e Flavia gli arrancò dietro.   
    "Vieni" disse "qui c'è la casa di mia nonna. E' una di quelle case gialle col cortile sul fianco, e l'orto. E' a due piani e ci abitano più famiglie. D'estate, mia nonna che abitava al pianterreno tirava fuori una sedia e si sedeva in cortile, e le vicine che stavano al piano di sopra uscivano sul ballatoio e si appoggiavano con i gomiti alla ringhiera, e se ne stavano lì tutta la sera a chiacchierare tra un piano e l'altro. Noi bambini giocavamo in cortile, e qualche volta, quando volevano fare dei discorsi che noi non dovevamo sentire, ci davano i soldi per il gelato e ci spedivano in piazza."
    Camminava velocemente e svoltò in una strada laterale.
    Ma nella strada non c'era nessuna casa col cortile di fianco, solo due file di bassi condomini di mattoni rossi con una striscia di giardino comune davanti, tenuto a prato e in quel momento piuttosto rinsecchito, e balconi coperti di piante d'edera e vite vergine, molti gerani e tende di plastica. Giacomo fece ancora qualche passo, poi si voltò e prese Flavia per un braccio.
    "Torniamo alla macchina" disse "non c'è altro da vedere."
    Ormai era quasi il tramonto ma il caldo non era affatto diminuito. Dalle griglie chiuse del cimitero si vedevano le tombe ordinatamente disposte in file divise da sentierini ghiaiosi, mentre tutt'intorno, contro il muro di cinta, le cappelle delle famiglie più abbienti esibivano le loro architetture eterogenee, che nemmeno la luce dorata del sole ormai mezzo nascosto dalle montagne riusciva a rendere aggraziate.
    "Sono stanco" disse Giacomo, e Flavia aprì tutto il finestrino della macchina per fare uscire due mosche che ronzavano affaticate.
    "Almeno le mosche ci sono ancora" disse per consolare il marito, ma lui non raccolse la battuta e mise in moto senza parlare.
    Flavia si accorse che avevano preso la direzione di Torino, ma non disse nulla. Nella luce dorata che ancora illuminava i campi persino le foglie rigide della meliga assumevano contorni più dolci, e l'aria che entrava dal finestrino era più fresca e quasi profumata. Solo quando furono in vista del castello di Moncalieri e della verdeggiante quinta delle colline, si decise a chiedere:
    "Dove andiamo a cena? A casa non c'è niente, neanche un pezzo di pane."
    "Andiamo a una bocciofila in collina" rispose Giacomo "almeno fa fresco e si può mangiare qualcosa di leggero. Mi basta un'insalata, non ho proprio fame. Anzi, col caldo che ho preso, ho quasi la nausea."    
    Flavia sorrise, di colpo di buon umore.
    "Io ho una fame da lupi" disse. "Ci credo che hai la nausea, quel tè che abbiamo bevuto avrà avuto dentro mezz'etto di zucchero."    
    Gli dette un bacio veloce su una guancia e si passò un kleenex sulla faccia, per toglierne le tracce di polvere e sudore che il pomeriggio vi aveva lasciato.   

sabato 21 settembre 2019

Quando la vita è troppo amara, solo una gita a Bolzaretto Superiore può consolarci

 E di nuovo mi trovo senza libri da recensire, perché gli ultimi che ho letto non mi hanno convinta per niente. Tipo Il nostro piccolo pazzo condominio, romanzo d'esordio di Fran Cooper (ditemi se si può inventarsi un titolo più brutto, quando poi l'originale inglese, These dividing walls, è non solo molto più bello ma anche azzeccatissimo), traduzione di Maria Gini, che comincia in maniera accattivante raccontando di un ragazzo inglese che va a Parigi per riprendersi da un lutto, e nel caseggiato in cui  vive incontra altri segreti dolori, altre sofferenze che danno frutti marci, e mettendo in campo molti personaggi con potenzialità e poi a poco a poco vira sul moralistico, il politicamente corretto, mescola razzismo, neonazismo e attentati in maniera davvero elementare per poi "finire bene" - che faccia parte di quella up literature di cui ho scoperto da poco l'esitenza e il solo pensiero mi ha agghiacciata? Anche se poi a ben pensarci non è certo quella gran novità, e magari certe parolette nella nostra bella lingua tipo edificante o consolatoria potrebbero sostituire l'up, ma certo il risultato non è altrettanto elegante e trendy.

O Seppellitemi dietro il battiscopa di Pavel Sanaev (traduzione di Valentina Parisi), che invece mi ha sedotta proprio con il titolo e di cui non posso dire niente di male, anzi - solo che non sono riuscita a capire se la storia straziante, in prima persona, di un bambino russo affidato a una nonna pazza e torturatrice, a un nonno menefreghista e sfuggente, a una scuola fonte di tremenda ansia, che ama appassionatamente la sua mamma che però può vedere solo una volta al mese perché la nonna in pratica lo tiene prigioniero, doveva farmi piangere o ridere. Alla fine mi ha solo profondamente annoiata. Ho letto che in Russia, dove ha avuto un successo strepitoso e ne hanno fatto anche un film, i lettori si divertivano moltissimo riconoscendo abitudini sovietiche nelle cure cui era sottoposto l'infelice protagonista. Non avendo avuto un'infanzia sovietica non sono abbastanza informata per apprezzarne lo spirito, ma sarei felice se qualcuno ci provasse e poi mi spiegasse bene.

Così sono andata a fare un giro a Bolzaretto Superiore dove come si sa ne succedono di ogni, e non sono stata delusa.

APRITI CIELO
Perché a Bolzaretto Superiore quando nevica, nevica. La fioca, la neve, cade dappertutto, non c'è
scampo. Sulla tangenziale e sulla piazza della chiesa, sui giardini delle villette a schiera e sui cortili delle cascine inglobate nel paese, sui pini annoiati davanti alla scuola elementare, sulle bialere gelate dove poi i bambini vanno a fare le scivolate e ci cascano dentro, sul campanile e sul tetto del mulino dismesso. Sui capannoni industriali abbandonati. Sulle fabbriche trasformate in outlet e persino sul grande, magnifico centro commerciale. E lì ecco che si verifica il prodigio. Tra i fiocchi morbidi e gelati c'è qualcosa di duro che quando ti cade sul naso fa un po' male. A terra non si scioglie, e non fa in tempo a ricoprirsi di neve che ne cade un altro, un altro, un altro ancora... Decine centinaia migliaia di caramelle, gianduiotti, marron glacé, cremini, cri-cri, preferiti, cuneesi, ginevrine, quaresimali si depositano dolcemente sulla bianca coltre senza spiaccicarsi. Quando i clienti che escono carichi di sacchetti se ne rendono conto si buttano a raccoglierli, li ficcano a manciate nelle tasche e nelle borse, quelli più impazienti se li infilano in bocca, manco li scartocciano, inghiottono gianduiotti e carta dorata in un solo boccone. I bambini increduli ne fanno mucchietti e chiedono alle mamme di imprestargli il carrello. "E' una pubblicità" dicono i più smaliziati sorridento con l'aria di chi la sa lunga.
Che centro commerciale generoso! Ci torneranno tutti, sperando di riavere la stessa buona fortuna. E nella furia di golosità mangiano tutti i dolci caduti dal cielo, e nessuno di loro si renderà mai conto che si trattava di un vero miracolo, un miracolo che porterà un sacco di clienti al centro commerciale, a costo zero.