martedì 20 aprile 2021

Intanto, a Bolzaretto Superiore... Danda, un racconto breve

Mi piaceva tanto andare a trovare la zia Tera a Bolzaretto Superiore perché da lei c'era Danda.

Vecchia era vecchia, e neanche bella da vedere. La cosa che colpiva più in lei erano i denti finti, bianchi e tanti e troppo regolari. Si muovevano quando lei parlava, all'inizio catturavano tutta l'attenzione. Io li guardavo affascinata aspettandomi che cadessero tutti insieme dietro le labbra pallide e Danda se li inghiottisse, plop, in un boccone. Ma poi si dimenticavano ascoltando Danda e le sue storie.

Certe erano storie da ridere.

"C'era una mia amica che aveva un figlio che usciva sempre, le diceva 'Ciau mama, vadu a piè d'aria'. Una sera le ha detto: 'Mama, doman am mario'. 'E chi at marie?' 'Am mario Daria, mama.'"

E rideva, contenta, con tutti i suoi trentadue denti di porcellana. A me questo figlio, questa madre, questa Daria mi facevano sognare per giorni. Però preferivo le storie tristi.   

"C'era una mia amica che si chiamava Maria. Diceva sempre: 'Ah, son bel e stufia.' Stufia di che? 'D'esi bela e balè bin.' E com'è finita? Normale, la bela Maria tuti la veulo e niun la pia."

Oh quella povera Maria piena di innamorati, finita sola e stanca di ballare ed essere bella!  Avrei voluto consolarla e portarla con me al cinema.

La casa di zia Tera era di quelle chiuse e compatte verso la strada, ma poi dentro c'era un cortile acciottolato e un giardinetto di piante da frutta e rose, dalie, gigli, zinnie, fiori modesti e colorati. In primavera una topia di glicine si copriva di grappoli profumati e nuvole di vespe e calabroni, in autunno la vite americana che correva lungo il poggiolo esibiva grappoli neri e scompigliati.

A Danda non piaceva l'uva americana, e nemmeno a me.

"Dimmi te se quel brav'uomo non poteva piantare della bella uva regina! che mi piace tanto! No, l'uva fragola, che nessuno mangia e resta lì a marcire, al massimo va bene a conservarla per Natale e far figura. Tuti sgnor, e se ci tocca comprare l'uva non importa a nessuno."

Quel brav'uomo era il suocero di zia Tera, morto da almeno vent'anni. Danda era stata la balia dello zio Gigi, marito di zia Tera, poi cameriera o come diceva lei serventa, e da quando era così vecchia che non riusciva più nemmeno a camminare dritta abitava in una stanza nel cortile col cesso sotto la scala che portava al primo piano, l'acqua della pompa e la cucina economica per farsi un brodino e il caffè la mattina. Tutto il resto glielo portava zia Tera dalla sua cucina.

"Mangia come un caporale, quella lì" diceva la zia.

"Giusto un boccone di carne la domenica e un po' di cavolo lesso per andare di corpo" ribatteva Danda.

Stavano sempre a pitoccarsi come due galline. Io tenevo per Danda, naturalmente.

Vittorio e Carletto, i miei cugini, dicevano che quelle due erano come fidanzati, sempre a bisticciare e cercarsi tutto il giorno.

"Mamma Toni me toca, tocame Toni che mamma non vede" diceva Vittorio. 

A me Danda piaceva perché mi dava sempre retta. Mai che mi dicesse 'vai a giocare che mi stai tra i piedi', mai che leggesse il giornale o avesse mal di testa. Mi trattava come un grande, mi chiedeva come stavo, che cosa avevo fatto. Mi offriva acqua e zucchero o acqua e vino in cui bagnare certi biscottini al finocchio duri come sassi. Si grattava in testa con un ferro da calza e mi guardava con i suoi occhi scoloriti:

"Allora, cosa succede a Torino?"

"E' arrivata la primavera, in tutti i viali ci sono gli ippocastani fioriti."

"Ti sembra una gran novità? Qui la primavera è arrivata da due mesi."

Guardavo il bicchiere pieno di violette davanti alla foto di suo marito Bastiano e mi sentivo mortificata.

"Sono andata al cinema a vedere 'Via col vento'. Ho pianto tanto."

"C'è bisogno di andare al cinema a vedere tutti quei balenghi che si baciano e poi si prendono a schiaffi e si strozzano? Se ti piace piangere ti racconto di quando a sedici anni andavo a fare la mondina a Vercelli, tutta sola e fresca come una pasta di meliga uscita dal forno."

"Contami."

Probabilmente ai miei genitori non sarebbe piaciuto quello che mi contava Danda. Io non capivo proprio tutto, ma non ne avevo mai abbastanza.

"Dimmi ancora di tua figlia Celestina."

"Riposi in pace, povera anima. Era così bella nella sua bara piena di gigli bianchi."

Quella era una storia che non mi stancava mai. Celestina era morta a sette anni per avere mangiato troppi darmassin con i noccioli. Le era venuta la diarrea, poi aveva vomitato sangue e noccioli, poi era morta, così, senza fiatare.

Ma la specialità di Danda era leggere il futuro nei tarocchi e nei fondi di caffè. Che disponesse le carte molto vissute sul tavolo coperto da una tovaglia rossa o versasse la tazza sul piattino di terraglia bianca, la sua faccia assumeva un'espressione concentrata, le rughe si disponevano secondo una planimetria arcana, gli occhi perdevano l'acquosità, la bocca si stringeva in un filo bianco di concentrazione.

"Ben, ben, che cosa vedo qua? Sei ben fortunata te. Le anime ti proteggono."

"Che anime, Danda?"

"Le anime buonanima. Non fare domande finché non te lo dico io. Ciai una donna bionda che ti vuole bene. Tre lettere il mese prossimo. Ti piace cantare? Perché c'è qualcosa che va bene sulla voce, sulla gola, non vedo bene. Magari diventi una grande cantante."

Una cantante! Proprio quello che desideravo di più al mondo. Però Danda mi smontava subito.

"Oppure vuol dire che quest'inverno non ti viene mal di gola. E di intestino, come vai?"

"Ma, mi pare bene."

"Infatti c'è una carta positiva sulla pancia. Fai attenzione ai cavalli, non passare mai dietro a un cavallo o a un asino. Vedo dei calci."

Io invece non avevo mai visto un cavallo da vicino.

"Vedi questa macchia qui? Son soldi. Ti arriveranno un sacco di soldi."

Chi se ne fregava dei soldi! Io volevo diventare una cantante rock.

E poi, sapeva storie belle di masche e diavoli scatenati.

"Mia zia che era suora, una notte si è svegliata che nel letto c'era qualcuno, gelato, ma gelato che neanche un morto di tre giorni. Lei ha sporto la mano, l'ha toccato un po' e ha capito che era il diavolo. Tre giaculatorie, tre segni di croce e psss! Quello è sparito lasciandosi dietro una puzza di zolfo da far venire la tosse."

"Ma davvero davvero, Danda?"

"Eh se ti dico che mia zia era suora! Le suore mica dicono le bugie."

Quando raccontai del diavolo nel letto ai miei genitori, prima risero talmente che gli andò la saliva per traverso, poi mi sgridarono come se avessi detto qualcosa di sconveniente e mi proibirono di passare tanto tempo con Danda. Per fortuna se ne dimenticarono subito.

"Se di notte un cane ti abbaia o una capra ti corre dietro, soprattutto su un ponte che sono pericolosissimi, devi tirargli delle pietre mirando alle gambe. Il giorno dopo, se vedi una donna che zoppica, saprai che è una masca."

Non avevo mai sentito di nessuno che fosse stato inseguito da una capra, né di giorno né di notte, ma dei cani sconosciuti avevo una gran paura. Non ero sicura che avrei avuto il coraggio di fermarmi per tirare pietre, pensavo piuttosto che sarei scappata più presto che potevo.

"Non devi mai scappare! Se scappi ti acchiappano, c'è niente da fare. Le masche corrono più del vento, son furbe loro, sanno la fisica. Se ti vedono impaurita aam! Ti mangiano in un boccone."

Deliziosi brividi di paura mi correvano per la schiena, guardavo con sospetto negli angoli bui dietro la stufa.

"Qui sei sicura, stai tranquilla. Ha ancora da nascere il satanasso che la possa fare a Danda! Dai, bevi un po' di acqua e vino che ti fa venire grande."

 

Poi la zia Tera venne a vivere in città e Danda rimase a fare la guardia alla casa. Io le mandavo i saluti dai cugini, qualche cartolina dal mare. Un paio di volte, d'estate, tornai al paese e rimasi nell'odore di chiuso della cucina ad ascoltare storie. Danda era sempre più vecchia, anche se pareva impossibile. Le gonfiavano le gambe, certe volte si addormentava proprio in mezzo a una frase, ma era lucida, mica rimbambita.

Infine morì. Vittorio mi portò una scatola di latta, di quelle per la cotognata, con un'etichetta scritta a mano che portava il mio nome, nome e cognome, senza possibilità d'equivoco.

"Ha detto che ti voleva lasciare questo perché sei sempre stata ad ascoltarla."

Dentro c'era un anello del tipo che portano gli uomini in campagna, in una lega povera con una pietra finta, rosso vivo, e gli orecchini d'oro che avevo sempre visti annegati nei lobi grassi di Danda. 

"Come avete fatto a toglierglieli?"

Vittorio si strinse nelle spalle.

"Io non c'ero mica."

Chiusi la scatola e gliela porsi.

"Non la voglio. Dalla a qualche parente."

"Non ci sono parenti. Poi è per te, non puoi rifiutarla. Perché vuoi essere così cafona con una morta?"

Mi venne una rabbia furiosa. Non volevo regali da Danda, non volevo esserle riconoscente, non volevo essere costretta a custodire le sue memorie. Non volevo dover pensare ai suoi denti finti con tenerezza.

Buttai la scatola in fondo a un cassetto, nascosta sotto una pila di vecchi fazzoletti che non usavo, e cercai di dimenticarla.

Ci riuscii benissimo. In un trasloco la persi, o forse no, chi si ricorda? Non ha nessuna importanza.

Per questo, ora, qui, scrivo di Danda. Per dimostrarle che mi ricordo le storie e le puzze anche se non ho mai portato i suoi orecchini.

Per farle sapere che sono diventata una cantante rock e nessun cavallo mi ha mai presa a calci. 

 


venerdì 16 aprile 2021

Un libro diverso, un libro necessario e vero: Adriana Ferrari, Lelegìa o contabilità del sorriso

 In questo periodo il mio blog è piuttosto polveroso e pieno di ragnatele,
prima di tutto perché leggo poco e mi sono imbattuta in alcuni mattonazzi che non mi hanno dato alcun piacere né desiderio di scriverne, ma non ho potuto mollarli a metà in quanto la cosa mi ripugna (tanto per non fare nomi, I vagabondi di Olga Tokarczuk, premio Nobel 2018), e poi l'atmosfera generale e le circostanze non hanno una buona influenza sul mio cervello. Sono dispersiva e pigra. Ma poi, ecco che mi arriva dal cielo (no, non voglio esagerare, diciamo per corriere) un regalo inaspettato quanto gradito, la Lelegìa o contabilità del sorriso di Adriana Ferrari (Nino Bozzi Editore). Ora, le circostanze della mia amicizia con l'autrice varrebbero un racconto a parte, ma mi limito a dire che è iniziata con un altro dono preziosissimo: le Strade paralLele

Adriana è poeta, scrittrice e artista, autrice di magnifici collages, viaggiatrice e soprattutto una persona molto intelligente, simpatica e disponibile. Se Strade paralLele mi aveva conquistato è perché rappresenta la poesia come piace a me, discorsiva, narrativa, ironica, razionale, aliena da lirismi e voli pindarici (per rimanere nel campo dei Nobel, oggi mi gira
così: à la Wislawa Szymborska), ma non ne avevo parlato esaustivamente perché di poesia ne so troppo poco, non sono in grado di analizzare un testo di questo spessore e profondità. Ma Lelegìa, in quanto prosa, è più alla mia portata.  

E' un libro molto diverso da quello che siamo abituati a leggere di solito. Non è un romanzo e nemmeno è un libro di ricordi. Ha l'andamento, e il suono, di una chiacchierata, di una lunga ciancia a cuore aperto su un tema che per l'autrice è il perno della vita: Lele Luzzati e i loro incontri, le parole e i sorrisi scambiati, le occasioni perse e quelle afferrate al volo, i doni e le scoperte, le osservazioni dal vivo di quell'esplorazione continua che fu la loro amicizia. 

Uso questa parola, amicizia, sapendo bene che è al tempo stesso troppo e troppo poco. Quello che ci viene narrato in modo accattivante, ben lontano dal dramma come dallo scavo psicologico, è l'assedio a una fortezza più scivolosa che imprendibile, ben decisa a non lasciarsi invadere ma pronta a cedere ogni tanto, a rinunciare alla difesa di un bastione per non scoraggiare l'assalitore. Un assedio mai aggressivo, oscillante tra gioiosa determinazione e dolorosa fatica. Dopo il primo incontro avvenuto quando entrambi erano decisamente maturi, per molti anni, fino all'inevitabile epilogo, Adriana scruta e spia Lele, spinta da un'adorazione che rasenta l'ossessione, conquistandone a poco a poco la fiducia e un burbero affetto certo poco espansivo ma innegabile, che trapela dalle parole del grande artista e soprattutto dall'agognato sorriso che le dedica; e Adriana ne tiene conto, gli dedica appunto la contabilità del sorriso. C'è anche, in queste pagine, una contabilità del dono, fatto o ricevuto, che ho trovato particolarmente commovente perché vera. Chi non conosce l'importanza dei piccoli regali scelti con cura e dati con timore che si scambiano con le persone che contano veramente, ha perso un piacere profondo.

Adriana racconta questi anni con coinvolgente passione e disarmante sincerità. Narra le conquiste ma anche le sconfitte, le conversazioni e i silenzi, le cortesie ma anche le parole pungenti e le mortificazioni. Questa cronaca minuziosa ma piena di andirivieni sia nel tempo che nello spazio (tra Genova e Imperia, su e giù per la Riviera di Ponente) si legge con un grande piacere, lo stesso piacere che si prova quando un'amica ci racconta le sue vicende esistenziali. Neanche l'ombra del pettegolezzo, del sentito dire, dell'illazione avventata, ma un continuo affrontarsi e specchiarsi di due anime, quella di Adriana aperta e ansiosa di mettersi in comunicazione, quella di Lele meno comprensibile, forse semplicemente meno bisognosa di contatto. Attorno si aggirano molti personaggi, noti e meno noti, sullo sfondo di mostre, musei, rappresentazioni teatrali, conferenze, scambi e incontri, tutto un mondo che ferve di cultura e bellezza, un'atmosfera stimolante che fa sognare il lettore, in netto contrasto con questi tempi stagnanti e cupi. 

Ma quella di Adriana è una guerra vinta, perché Lele l'aveva ammessa nella sua casa e nel suo mondo. L'aveva riconosciuta tra le persone della sua vita. E a noi rimane questo bel libro, sincero e a tratti illuminato dall'ironia dell'autrice, pervaso dall'ammirazione per l'opera di un grande del Novecento come è stato Lele Luzzati, e potente stimolo a andare a ricercarne le opere per ritrovarci almeno un po' della magia che ha ispirato una simile passione.           

venerdì 26 marzo 2021

Un incontro online per parlare di "Alcune ipotesi di vita al femminile"


 La diretta sarà online sulla pagina di Nora Books & Coffee: non serve prenotare e non è necessario avere un link per accedere!

venerdì 19 marzo 2021

Un racconto autobiografico per la festa del papà: Mio padre è un libro aperto

MIO PADRE È UN LIBRO APERTO

             Per me, padre si traduce libro e viceversa.


             Non riesco a ricordare la mia vita prima dei libri. O meglio, delle storie. La meraviglia dei libri, secondo me, è che sono fatti di parole. Senza mattoni né pietre né cazzuola né malta, senza effetti speciali né facce bellissime di attori né technicolor, parola dopo parola, aprono mondi e ti portano via, dove vogliono loro. Cattedrali di parole sontuose o ignobili, fresche o vecchie come il mondo, non hanno limiti legati ai materiali di costruzione, dicono quello che vogliono e tacciono quello che non gli interessa. Con la minima spesa possono tutto, e anche se oggi viviamo nell’età dell’immagine, rimangono il regno inarrivabile dell’economia fantastica. L’immaginazione esiste anche senza l’immagine, e prospera grazie alla parola.

             Mio padre aveva l’abitudine, quando ero piccolina, di raccontarmi l’Iliade a puntate, però dal punto di vista dei troiani. Quando, molti anni più tardi, scoprii che in realtà gli eroi di quella storia erano i Greci invasori che arrivavano da lontano con le loro navi e i loro inganni, rimasi basita. Ma come? Il povero Ettore mi faceva molta più simpatia di quello sbruffone di Achille, e così via. E ancora adesso non riesco a convincermi. Quando sono stata a Troia e sull’isola di Tenedos, scrutavo il mare con paura e diffidenza. E a Samotracia avrei voluto scalare il monte Fengari, per seguire le sorti dell’assedio insieme a Poseidon da quel punto di vista privilegiato.  

Mi faceva anche fare lunghi viaggi sugli atlanti: viaggi a puntate, oggi andiamo dall’Italia alla Grecia, domani arriviamo in Persia, poi in India. Di ogni paese mi raccontava tutto quello che sapeva, lui che aveva viaggiato pochissimo e si era fatto le sue conoscenze sui libri ma era curiosissimo. Ecco, non riesco a scindere i libri dal viaggio. Sono stata una viaggiatrice abbastanza precoce e baldanzosa per i tempi, e ogni luogo che ho visitato mi mostrava una faccia che aveva lunghe, forti radici nelle letture fatte quando non sapevo neppure che i luoghi di cui leggevo fossero reali, raggiungibili, gremiti di persone vive. Di questo, lo so per certo, è responsabile mio padre con la sua biblioteca. La strada su cui mi ha accompagnata tenendomi per mano è quella su cui continuo a camminare, e al cui selciato ho contribuito anch’io come sapevo. E oggi, che mio padre è morto da tanto, ogni volta che mi precipito a cercare su internet ogni nome, ogni notizia, ogni luogo che non conosco, penso a lui che ogni volta che sentiva un nome, una notizia, un luogo che non conosceva tirava fuori un volume d’enciclopedia (la sua prediletta era un’antica Larousse illustrata), e andava a cercarli esattamente come faccio io ora. Oh sì, mio padre avrebbe adorato internet e le infinite possibilità di conoscenza che offre. Ma allora non c’era: e da lui ho imparato che nei libri c’è tutto. La conoscenza prima di tutto, ma anche l’avventura e la fantasia, il viaggio senza confini né limiti. Il viaggio in ogni angolo della Terra e oltre. 

Più tardi cominciò a leggermi a voce alta i romanzi di Emilio Salgari, che mi sono entrati nel sangue, proprio, e hanno nutrito la mia fantasia per anni e anni. Mi sono precocemente innamorata del Corsaro Nero: non riuscivo nemmeno a nominarlo tanto mi emozionava. Carmaux e Van Stiller, le battute scipite che mi parevano geniali (“Chi va là?” “Il diavolo!”), il fratellino sacco di carbone, i lamantini che affioravano nel buio ricordando al Signore di Ventimiglia i fratelli morti, “Guarda! Il Corsaro nero piange”, i turni di guardia di notte, la Folgore, gli arrembaggi, le navi nemiche arpionate e Honorata Van Guld, potrei continuare per venti pagine a accumulare ricordi che ancora mi fanno tremare il cuore. Da lì nasce la mia passione per i viaggi, per l’Oriente, l’India dei marabù e dei Thug, le pagode e i vicoli di Benares, i misteri della jungla nera, i fuochi nella notte, i babirussa, le tigri, i manghi che hanno il gusto di mille sorbetti, l’albero del pane e chi più ne ha più ne metta. Sono stata molte volte in India e certamente Salgari ne è responsabile, ma la cosa più incredibile è che ho potuto verificare che c’era tutto quello lui mi aveva promesso. Non ho incontrato mai Tremalnaik né il fedele maharatto Kammamuri, la tigre Darma e il cane Punti, la folle Ada né ho mai sentito il ramsinga dei thug ma solo perché non ho cercato bene. La casa della mia infanzia aveva due piani e io avevo paura a fare le scale, un po’ perché erano buie e un po’ perché c’era appesa una stampa di Fouquet che mi guardava male (e che ora, benevolo nume, mi tiene compagnia nel mio studio), per cui chiamavo sempre mio padre che mi aspettasse di sotto quando dovevo scendere. Lui si divertiva a fingere di suonare il ramsinga (quale strumento sia in realtà non l’ho mai saputo) terrorizzandomi, e insieme riempiendomi di piacere.

Salgari è un vero esponente del decadentismo, i suoi personaggi sono febbrili, nevrotici, tormentati, si innamorano di bellissime quindicenni che comunque muoiono subito. Poi è profondamente libertario, anticolonialista, capace, in tempi in cui i bianchi portavano in giro con orgoglio il loro fardello di razza superiore uccidendo e depredando con disprezzo in nome della civiltà, di eleggere a eroi indiani, malesi, filippini e cinesi, corsari e deportati in fuga dalle prigioni di Port Blair. Non c’è angolo del mondo su cui non abbia scritto. Qualche anno fa, visitando il sito di Angkor in Cambogia, ho scoperto che era nientemeno che La città del Re Lebbroso. A Sandokan, principotto malese, ha fornito un aiutante tuttofare portoghese, l’ineffabile Yanez che fuma l’ennesima sigaretta sdraiato sul canapè. Si può essere di più larghe vedute? Chi ha lo ha letto nell’infanzia non potrà mai essere razzista. Salgari ha contato più di un amore, più di quello che ho studiato e letto negli anni successivi. Ė una pietra miliare, un demiurgo della mia immaginazione e di tante esperienze che ho inseguito sulle sue tracce. Ho per lui una riconoscenza totale. Senza Salgari, probabilmente, la mia vita sarebbe stata diversa.

A casa mia c’erano due biblioteche: una vera, il regno di mio padre, una grande sala con un tavolo al centro e intorno armadi a vetri, e un’altra per bambini, composta da uno scaffale rosso pieno di libri squinternati nella stanza dove studiavo e giocavo, e un armadio di legno scanalato, scrigno di meraviglie inenarrabili, nell’anticamera al primo piano. Questa seconda biblioteca era il mio libero terreno di caccia. Ho potuto usufruire dell’eredità di quattro fratelli maggiori, più quelli che mi appartenevano davvero, un territorio praticamente infinito da cui forse non sono mai uscita. Ora cerco nei mercati dell’usato i libri della mia infanzia, tesori sepolti che so esistere ma di cui non ho la mappa. Ogni tanto ho qualche emozione felice, esaltante, quando sollevando un volume qualsiasi scopro uno dei miei amici perduti. Lo vivo come un miracolo, il segno di un destino che di colpo mi sorride contento, sapendo di farmi un grandissimo favore. Ancora ne desidero molti, ma ormai ho la speranza di imbattermi in loro prima o poi, quando meno me lo aspetto, in certi giorni fausti per congiunzioni astrali che non conosco e in cui non credo, ma agiscono di sicuro indirizzandomi al banchetto giusto.

Leggevo come una furia da bambina, ma questo non mi impediva di giocare anche come una furia con amiche e amici furiosamente amati. Ero molto libera pur avendo genitori anziani, probabilmente perché essendo l’ultima si erano un po’ stancati del ruolo. Mi guardavano vivere, dandomi regole e sicurezze ma anche una fiducia illimitata. La serie meravigliosa di Karin Michaelis, Bibi, una bimba del Nord, che aveva i disegni più belli che abbia mai visto, per esempio, oggi sarebbe improponibile tanto Bibi è libera, priva di paure e paranoie, sempre pronta a partire da sola e ficcarsi in situazioni pericolose come farsi ospitare da un gruppo di zingari nel loro carrozzone. Nessun genitore contemporaneo, iperprotettivo e ansioso, metterebbe in mano ai figli dei libri così, li considererebbe antieducativi, ma io ho imparato molto da Bibi, e quando intorno ai vent’anni ho cominciato a viaggiare da sola in Grecia, Egitto, Tunisia, Algeria, Portogallo e altro, non ha mai provato a impedirmelo. Mi scriveva al fermo posta e mi dava consigli tipo “cerca di non bere l’acqua del rubinetto”.

Quando avevo dieci anni mio padre, che mi nutriva di libri e immaginazione, decise che potevo passare a letture da grandi e cominciò con I Malavoglia. Mi piacque enormemente. Ho sempre apprezzato i libri che non capivo fino in fondo: mi costringevano a pensare, a interrogarmi sulle parole che mi risultavano oscure, e mi spingevano a fantasticare a lungo. Per questo non ho mai creduto che ai bambini si debba fornire solo letteratura calibrata, quelle tremende classificazioni “dai nove ai tredici anni”, “dagli undici ai quattordici e cinque mesi”, come se ci fossero degli ingranaggi che scattano, clic clic, a ogni compleanno. Il troppo facile non aiuta a crescere. Non so che cosa capii a quella prima avventura nel mondo complesso della vita adulta, ma so che rileggendo I Malavoglia anni dopo mi piacquero altrettanto. Fui presa, stregata ancora una volta e non mi fermai più. Cominciò, per mio padre, un tormentone che non ebbe fine fino a quando non fui abbastanza grande da comprarmi i libri che volevo: “Papà, che cosa leggo?”. Andavamo in biblioteca e lui cercava, sfogliando i volumi su cui, all’ultima pagina, scriveva con una matita con la mina dura a pressione la data dell’ultima volta che l’aveva letto (non era raro ci fossero tre, quattro date) e un “Sì” o un “No” che volevano dire adatto o non adatto, in base a una pruderie sessuale legata alla sua educazione. Mio padre era un uomo d'altri tempi, e non mi negò mai un libro perché troppo difficile, troppo problematico, ma solo perché, a suo parere, era troppo scollacciato. Devo dire che i suoi standard non erano severi. Non mi diede mai Zola ma Balzac, Stendhal, Flaubert, moltissimi romanzi inglesi e russi, storie che della vita parlavano eccome, in tutti gli aspetti, solo che non usavano certe parole né descrizioni precise. Ricordo ancora con dispiacere e vergogna quando per Natale gli regalai, ero ormai più che ventenne, Fattaccio a Buenos Aires di Manuel Puig. Non l’avevo letto ma ero stata incuriosita da una recensione. Ne fu scandalizzato, e rivedo l’espressione mortificata con cui mi chiese: “Ma tu l’hai letto?”. Risposi, sinceramente, di no, lui non fece commenti e non ne parlò più. Di Puig in seguito ho letto alcuni romanzi che ho trovato molto belli, ma capisco che non erano adatti per mio padre, proprio per niente.

Mio padre, industriale, in politica conservatore, uomo molto colto, profondamente liberale e rispettoso degli altri ma certo non in sintonia con i rivoluzionari, era in letteratura un amante dell’avanguardia. Leggeva Joyce in inglese ben prima che fosse tradotto in italiano, adorava Gadda, Musil, era di una curiosità senza prevenzioni quando si trattava di libri. Ricordo di essere corsa alla mitica libreria Hellas di Angelo Pezzana, l’unica libreria moderna nella Torino della mia giovinezza, per comprare su sua commissione Il tamburo di latta appena tradotto, molto prima del Nobel che rese famoso Gunther Grass. Senza che mai me l’avesse insegnato, da lui ho imparato a leggere le recensioni e capire se quello di cui si parla può diventare un “mio” libro. Le recensioni indirizzano i miei acquisti, e raramente mi sbaglio. Forse per questo adesso scrivo volentieri di libri, ma faccio fatica a occuparmi di quelli che mi hanno delusa. Stroncare non mi sembra utile né mi interessa. Se invece un libro mi è piaciuto ne parlo, ne scrivo e vorrei farlo leggere a tutte le persone che amo. Adoro imprestare i libri, mi provoca una profonda soddisfazione essere diventata per alcuni amici una sorta di biblioteca circolante, almeno finché non ho cominciato a leggere prevalentemente in digitale. Anche se come autrice può sembrare che mi dia un po’ la zappa sui piedi, sono convinta che ogni libro prestato diventerà, prima o poi, un libro comprato in più.

L’adolescenza è stata la fase dei grandi romanzi cui mi lasciavo andare con totale adesione. Da bambina amavo portarmi da leggere nel prato in fondo al cortile per godere insieme dello straniamento spaziale e di quello immaginativo, oppure restavo in camera mia sdraiata sul letto come faccio ancora oggi. Ora frequento spiagge solitarie dove non ci sono lettini né ombrelloni, e anche sulla sabbia, sui ciottoli o su uno scoglio la lettura mi sembra più completa, o nelle sale d’aspetto degli aeroporti, nelle camere d’albergo, in treno. Non mi piace leggere in poltrona. Eppure a casa mia, dove la televisione è arrivata tardissimo, la sera in salotto stavamo in sette, cinque figli e due genitori, ognuno con il suo libro, e la domanda più frequente era: che cosa stai leggendo? Ho cominciato molto presto a leggere tutto quello che potevo nella lingua originale, senza dizionari, sforzandomi di capire le parole sconosciute dal contesto. Leggevo romanzetti francesi per signorine, Mon oncle et mon curé, o Mon cousin Guy, o La folle histoire de Fridoline, e a ogni riga chiedevo il significato di una parola a uno dei miei fratelli, che vuol dire moine? abbaye? e loro, annoiati, alzavano lo sguardo dalla pagina e mi dicevano: ma perché leggi in francese se non lo sai? Invece è proprio così che ho imparato inglese e francese, più tardi anche lo spagnolo, leggendo. Anche in questo ho seguito le orme di mio padre che affrontò anche il portoghese senza mai sapere la pronuncia, ma scavando ostinato nelle parole che lo affascinavano.

Anche se la poesia non la frequentava tanto, è da mio padre che ho imparato ad amare Guido Gozzano. Ingiustamente inchiodato alle piccole cose di pessimo gusto, per chi non lo conosce frequentatore del salotto di nonna Speranza, è raffinatissimo maestro di metrica e disincantato cantore della rinuncia alla vita, intellettuale che si guarda agire con occhio ironico, antiromantico per eccellenza nei temi e romantico per condizione esistenziale, condannato dalla tisi a una morte precocissima. Molti dei suoi versi mi tornano alla mente spesso perché riassumono esperienze quotidiane. Di un altro poeta ho ricordi infantili, Palazzeschi, perché mio padre ogni volta che ero troppo lenta a salire una scala mi diceva: salisci, mia Diana, salisci codesto scalino, lo vedi, è bassino, o cloppete cloppete clop davanti a qualche spruzzo di fontana un po’ sputacchiante. Sotto forma di volume ben rilegato in pelle se ne stette a lungo sul tavolo del salotto dove ebbi tempo e modo di sfogliarlo, finché sparì di colpo quando, avendo letto il verso puttane, ma strane, care puttane! chiesi spiegazioni su quella parola nuova. In seguito ho letto tutte le sue poesie, e mi rallegro di non aver incontrato, nei miei anni più freschi, i fiori parlanti del suo giardino e soprattutto di non aver chiesto a mio padre quali lavoretti con la bocca sapesse fare così bene la violacciocca.

Questa religione del libro in cui sono cresciuta mi ha influenzato pesantemente quando ho cominciato a scrivere. Per molto tempo ho avuto in testa il desiderio di farlo, ma fino all’8 dicembre 1982 avevo scritto solo diari, tanti, lettere, anche, temi, la tesi e una serie di itinerari geografici per un testo scolastico. Quel giorno mi misi alla macchina da scrivere (non ho mai scritto a mano da quando ho cominciato con la narrativa cosciente di sé, e sono passata prestissimo al computer, verso il 1987) e buttai giù un racconto, Quattro storie di viaggio. Ora lo trovo illeggibile ma allora ne fui soddisfatta e stupita: avevo scritto quello che volevo scrivere nel modo che desideravo. Certo vi si trovavano già, in nuce, molti dei temi che mi appartengono. Fu l’inizio di una passione che con il tempo è cresciuta fino a diventare dominante, predominante, soddisfacente più di qualsiasi amore e molto più tormentosa, ma insieme liberatrice perché non dipende dalla volontà di un altro, è mia e solo mia. Comunque mi sentivo tremendamente colpevole di presunzione: consideravo, e forse considero, scrivere la più alta delle attività umane, e osavo farlo! Mi pareva un atto di hubris per il quale avrei potuto essere amaramente punita. Per almeno dieci anni non ho avuto il coraggio di confessarlo a nessuno, nemmeno alle persone con cui avevo maggiore confidenza. Mia madre è morta senza saperne niente, mio padre, che forse se ne sarebbe rallegrato, era morto già da tempo. Ma anche se la cosa gli fosse dispiaciuta, avrei potuto rispondergli con uno dei proverbi che gli piaceva citare: chi è causa del suo mal pianga se stesso, perché se sono quella che sono, e ho vissuto come ho vissuto, è perché lui ha spalancato per me la porta del mondo più meraviglioso che ci sia: la biblioteca.