domenica 31 maggio 2020

Storie di Stupinigi: la madonna, gli scoiattoli e tutto il resto

Ogni tanto bisogna tornare a Stupinigi, per aggiornarsi sulla Madonna appariscente e gli altri abitanti di quei boschi, così domenica 24 maggio ci sono andata a fare la prima passeggiata della Fase2. E non sono rimasta delusa, anzi! Prima di tutto, la madonna sta benissimo, il luogo è lussureggiante e ben curato, tra rose, file di panchine in cerchio, qualche rosario abbandonato qua e là, cartelli informativi e la statua della medesima che sovrasta tutto. 
Poi la vegetazione, quest'anno particolarmente verde e folta, una ricchezza estiva con colori ancora
primaverili. Una minilepre ci ha dato il benvenuto, ma non ho visto in tutto il tempo che ho passato a camminare nei boschi dalle due parti della statale, un solo scoiattolo. Questo mi ha molto turbato: ma dove sono andati? Ce n'erano a centinaia, indaffaratissimi e sfrontati, sempre tra i piedi e su e giù per le querce. In inverno erano meno, ma qualcuno circolava sempre. In questo clima di pedissequa imitazione di tutto ciò che è yankee, avranno fatto come le anatre del Central Park? Ma non era inverno, il laghetto non era gelato e soprattutto non c'era nessun laghetto. Li avranno sterminati come le nutrie del Po? Se qualcuno ha notizie, gli sarei molto riconoscente di rispondermi. Sono veramente preoccupata per loro. Del resto, anche i simpatici rospi sporcaccioni che si accoppiavano nello stagno sono spariti, e lo stagno pure.
In compenso c'erano ciliegi carichi di frutti, magnifici scorci e stradine, letti di ruscelli in secca, e misteriose rovine di un tempio dorico di cui restano solo alcune colonne nel folto più selvaggio, ornate di graffiti struggenti.
Tra le molte famigliole intente ai loro picnic e barbecue, o a pedalare alacri sbandando sulle orme dei cavalli che tagliano il fango secco come piccoli crepacci, i traffici erotici che di solito movimentano l'ambiente erano meno evidenti, ma comunque c'era un bel giro di personaggi all'inquieta ricerca di qualcosa, e poi ho trovato questo magnifico reperto archeologico della civiltà boschiva di Stupinigi.


  
Siccome ho parlato più volte delle vorticose vicende dei boschi di Stupinigi, potete trovare le puntate precedenti qui: Apparizioni mariane e rospi in amore a Stupinigi   o qui Aggiornamento sulle apparizioni mariane  oppure anche qui
Eravamo tutti qui    e qui   Lo stato delle cose  






                                                                                 

















                 

martedì 26 maggio 2020

Un racconto breve per parlare un po' di donne: Il sesso di Fidia


Per ingannare il tempo in attesa di un libro di cui parlare, un reperto archeologico: un racconto del 1986
                                    
IL SESSO DI FIDIA

Musei capitolini (Roma) - Amazzone 1.jpgLe luci si riaccesero nell'aula e gli studenti si mossero sulle sedie. Durante la proiezione delle diapositive il silenzio era stato perfetto, ma ora si sentiva un brusio confuso e rumore di quaderni che sbattevano, borse che venivano chiuse, fruscio di cappotti.
"Se qualcuno ha delle domande da fare, sono a vostra disposizione" disse il professore fregandosi gli occhi per riabituarsi alla luce.
Il silenzio che seguì era vagamente imbarazzante, e tutti si sentirono sollevati quando una ragazza delle ultime file si alzò per parlare. Era molto giovane; questo mi stupì perché in genere il corso di storia dell'arte greca non veniva seguito dalle matricole.
"Professore, vorrei sapere" esordì con voce sottile ma sicura "se Fidia era una donna sposata, con una casa, dei figli, una vita regolare insomma, o se va considerata un'irregolare, una che dovette rinunciare alla sua vita di donna per seguire la vocazione artistica. Insomma, in una società misogina come quella greca, una donna come Fidia veniva accettata, sia pure per l'eccezionalità del suo talento, o era emarginata perché non rispondeva al modello di donna dell'epoca?"
Le ultime parole della ragazza furono coperte da una risata che cominciò in sordina, raggiunse un livello irrefrenabile e si smorzò a poco a poco, man mano che gli studenti si accorgevano dell'espressione del professore, il quale, con gli occhi spalancati e gli occhiali davanti alla bocca aperta, sembrava sul punto di cadere svenuto. Mi volsi a guardare meglio la ragazza. Era piccola, minuta, graziosa in un modo un po' provinciale e impacciato, vestita in modo anonimo, con un paio di jeans e una felpa azzurra su una camicia bianca. Gli studenti seduti accanto a lei cominciarono a parlarle tutti insieme, e la sua espressione, all'inizio stupita e un po' indignata, cambiò rapidamente in una smorfia di confusa disperazione; si chinò ad afferrare una giacca appoggiata allo schienale della sedia, e stringendola tra le braccia insieme a libri e quaderni, uscì di furia dall'aula senza scusarsi né salutare nessuno.
Il professore non era ancora riuscito a chiudere la bocca, ma si era rimesso gli occhiali sedendosi di schianto sulla poltrona dietro la cattedra.
"Ci sono altre domande?" riuscì alla fine ad articolare, e quando nessuno degli studenti rispose, mormorò: "Allora andate pure, le lezioni riprenderanno come sempre lunedì prossimo alla stessa ora."
Tutti uscirono ridendo e commentando ad alta voce l'episodio. Io ero assetata e mi diressi al bar interno; dopo aver fatto la coda alla cassa e al banco, cercai un posto per sedermi. Non vi erano tavolini liberi, ma vidi la ragazza che aveva fatto quella ridicola domanda seduta da sola davanti a un bicchiere di coca-cola. Deposi tazza e teiera e mi sedetti accanto a lei, decisa ad attaccare discorso per scoprire qualcosa di lei. Mi incuriosiva moltissimo. Notai che aveva una fede alla mano sinistra e che era meno giovane di quanto mi era sembrata nella penombra dell'aula; aveva i capelli scuri e un po' arricciati, tagliati senza grazia. Mi guardò con aria depressa e tirò su col naso; forse aveva pianto. Non sapevo quale pretesto trovare per attaccare discorso, ma fu lei a cominciare a parlare.
"Secondo te" disse con quella sua vocina che ricordavo benissimo "i professori si ricordano della faccia degli studenti che vedono a lezione?"
"Non saprei" risposi "probabilmente di quelli che frequentano sempre, sì."
"Ma di uno studente visto una volta sola, e che ha fatto una domanda che li ha colpiti in modo particolare?"
Decisi di fingere di non sapere a che cosa volesse alludere, per non metterla in imbarazzo.
"Magari si ricorderanno la domanda, e non lo studente."
La ragazza rimase un po' in silenzio, con l'aria sempre più depressa.
"Ho fatto una figura terribile" disse infine "proprio col professore al quale avevo l'intenzione di chiedere la tesi. Mi sono iscritta solo quest'anno all'università perché mi sono sposata presto e ho anche un bambino, e ho appena cominciato a frequentare adesso, con lo scopo preciso di laurearmi in storia dell'arte greca. Ma adesso dovrò cambiare programma, non avrò mai più il coraggio di presentarmi davanti al professore dopo questa figuraccia!"
"Raccontami, forse non è così grave come sembra."
La ragazza raccontò, e io ipocritamente la stetti ad ascoltare; devo confessare che, anche raccontata con quel tono angosciato dalla protagonista, la storia mi sembrò veramente assurda, e le scoppiai a ridere in faccia.
"Be', io ho fatto le magistrali, il greco non l'ho mica studiato, e neanche la storia dell'arte. Ma sono stata in viaggio di nozze in Sicilia, ho visitato Segesta, Agrigento e Selinunte e così ho pensato che dovesse essere una bella materia da studiare, mio marito mi ha incoraggiata, e io ci tenevo molto..."
Mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi e temetti che scoppiasse a piangere al  bar, per una storia così ridicola, oltre tutto. Alla fine si riprese e ricominciò a parlare con voce lamentosa.
"Avevo anche pensato che sarebbe stato un bel nome, e di buon augurio, per una bambina! perché voglio una bambina, appena Marco andrà all'asilo. Ero così contenta di averle già trovato il nome!"
"Puoi sempre chiamarla Enea" dissi, pentendomi non appena ebbi chiuso la bocca.
Lei mi lanciò uno sguardo sospettoso e scosse il capo.
"Non mi sembra un bel nome," mormorò, come se non volesse offendermi "però lo terrò presente."
Mi sentii un verme e decisi che la conversazione era durata abbastanza.
"Devo andare" dissi "ho una lezione tra dieci minuti. Non te la prendere troppo per questa storia, se lasci passare un po' di tempo il professore non si ricorderà certo più di te, e ti darà la tesi senza fare difficoltà."
Ma anche se ne dimentica il professore, pensai, se ne ricorderanno gli altri studenti, questa storia entrerà di sicuro nella leggenda e sarà tramandata da generazioni di universitari. Mi dispiaceva per la ragazza, così sciocchina e mortificata, ma anche il diritto di essere stupidi si paga, ed è giusto così.
"Ti ringrazio di avermi ascoltata" disse "mi sei stata di grande aiuto. Avevo veramente bisogno di parlare con qualcuno. Spero di non essere stata troppo noiosa. Adesso vado anch'io, la baby-sitter deve andarsene alle sei. Non avrò mai il coraggio di raccontare a mio marito che cosa ho combinato il mio primo giorno di università."
Pensavo anch'io che era meglio se non raccontava niente. E se continuava a frequentare, era meglio che non facesse più domande. Ma non dissi nulla, la salutai e me ne andai, senza avere il coraggio di chiederle il suo nome: come avrei potuto spiegarle che mi chiamo Consuelo?

domenica 3 maggio 2020

Letture in quarantena 5 - Vivere e basta: ma basta per vivere? Yusuf Atılgan, Lo sfaccendato

Dello scrittore turco Yusuf Atılgan ho amato senza riserve il bellissimo Hotel Madrepatria
pubblicato in patria nel 1973, di cui questo Lo sfaccendato del 1959 è un po', per certi versi, la prima stesura, nel senso che se la vicenda è molo diversa e i luoghi dell'azione anche, il protagonista C. ha molti punti di contatto con Zebercet, nella rinuncia a incidere sul mondo circostante e la scelta di osservarlo come dal di fuori.

Siamo a Istanbul, percorsa seguendone minuziosamente la topografia, con ogni mezzo a disposizione: taxi, tram, funicolare, e ovviamente a piedi. Sui passi del protagonista (che non ha nome, nei discorsi degli altri si chiama C.) entriamo negli studi dei pittori, nei ristorantini e nelle pasticcerie, nel suo appartamento, nei cinema dai palchi profondi dove si svolgono attività misteriose, nelle pensioni sulle spiagge del Bosforo, in mare, a letto. L'intero romanzo è uno svagato girovagare, una ricerca senza necessità di trovare, un perdersi per non ritrovarsi. C. è sfaccendato in quanto è ricco, non ha bisogno di lavorare, condizione di cui si vergogna ma che prende alla lettera. Gira per la città osservando con minuziosa attenzione le persone, il loro abbigliamento, le espressioni sul volto, l'interno dei ristoranti e i camerieri, si sposta, ma nessuna delle sue azioni ha un fine pratico. Perché in realtà C. è alla ricerca della donna, dell'amore. Seguiamo un paio di questi incontri, con Ayşe, che in realtà è un ritorno, e con Güler, che non è all'altezza delle aspettative di C., mentre sempre sfiorata e sempre perduta è B., forse l'unica che avrebbe potuto amare. Güler racconta la sua storia con C. nelle lettere all'amica B., Ayşe scrive un diario in cui registra pensieri e avvenimenti, e così veniamo a conoscenza dei loro sentimenti, delle paure, illusioni e delusioni. Di C. sappiamo tutto perché siamo dentro di lui dalla prima all'ultima pagina, ma in realtà non sappiamo niente fino alla fine, quando decide di raccontarsi con sincerità sorprendendo sia noi che la sua interlocutrice, e in fondo deludendo entrambi.

Un romanzo tutto narrato al passato prossimo, scandito secondo le stagioni, dove non succede molto al di là di questo ossessivo girovagare, ma profondamente ipnotico e avvolgente. Yusuf Atılgan ha una scrittura concreta fatta di piccoli particolari che si accumulano, talvolta carichi di un significato che scopriamo solo più tardi, altre volte testimoni solo di se stessi. Certo risente dell'atmosfera letteraria degli anni '50, forse c'è un po' di Freud, ma non è assolutamente "datato", anzi, la narrazione è senza tempo e affascina inchiodando alla lettura. C. è un personaggio che non chiede empatia al lettore, ma gli presta i suoi occhi per (ri)vedere una città meravigliosa e vitale come Istanbul, in un'epoca ormai lontana ma sorprendentemente contemporanea.

Le donne sono importanti per Lo sfaccendato, e oltre a comparire nei suoi occhi e nei suoi pensieri, parlano in prima persona. L'epoca in cui è stato scritto era ancora laica, il rinascimento islamico di Erdogan ben al di là da venire; e queste ragazze, che pur vivono in casa con i genitori e quindi sottostanno al loro controllo, sono notevolmente indipendenti, come sempre, pur essendo sorvegliate  e legate alla loro condizione, riescono in fondo a fare quello che vogliono finché non lo fanno troppo pubblicamente. Una è pittrice e l'altra è studentessa universitaria, entrambe sono parecchio libere nei movimenti, non si fanno problemi a sperimentare il sesso con C. e non sembrano avere grandi scrupoli morali o religiosi. Invece, subiscono il controllo sociale e ne pagano le conseguenze. L'abbigliamento era quello tradizionale, ora riadottato dalle nuove ortodosse, e tutte portavano il pardessus, come con termine francese viene indicato in Turchia il soprabito leggero (qui tradotto come impermeabile) indossato sulla gonna lunga o sui pantaloni. Di veli, naturalmente, non c'è neanche l'ombra.

Se conoscete Istanbul, se avete preso il Tünel, se sapete distinguere Tophane da Eminönü, sarà un piacere aggiunto aggirarvi di pagina in pagina nei luoghi percorsi da quell'anima in pena del protagonista. Se non ci siete mai stati, fatevi ispirare e quando sarà di nuovo possibile, andate a vedere di persona una delle città più belle del mondo. Se di Istanbul non vi importa niente, leggete Lo sfaccendato perché è un romanzo straordinario, assolutamente diverso dai romanzi turchi di maniera che tanto successo hanno da noi, fingete che il protagonista sia finlandese e funzionerà altrettanto bene. Lasciatevi prendere dalle spirali del suo contorto pensiero, e ne sarete ricompensati dalla bellezza della scrittura e dall'originalità del tema. 
Bella traduzione di Rosita D'Amora e Semsa Gezgin.   

mercoledì 22 aprile 2020

Come i cadaveri portano benessere e altre storie: Ylljet Aliçka, Compagni di pietra

Prima di parlare di I compagni di pietra di Ylljet Aliçka, libro che mi è piaciuto moltissimo, vorrei fare una piccola riflessione. Questo libro, di un autore albanese non molto noto in Italia ma ampiamente tradotto e pubblicato in inglese e francese, uscito nel 1999 in Albania e in Francia, nel 2006 in Italia per Guaraldi, è attualmente introvabile: nessuna versione ebook, si può volendo acquistare, usato, su Amazon per 45€ (se leggete in francese vi va meglio, ce n'è una copia usata a 39,99€), su IBS non è disponibile, sul sito della casa editrice non so ma ci vuole troppo tempo a cercarlo, ho rinunciato. Allora, che senso ha che ne parli qui? Intanto potrebbe invogliare qualcuno a leggere altro di suo, non che ci sia molto in italiano, due libri tradotti da Rubettino, di cui uno solo anche in versione digitale. Ma quello che mi interessa è sottolineare l'estrema mortalità dei libri cartacei. Se è il prodotto di un autore famoso, ristampato e riedito, la cosa può essere diversa, ma quanti anni di vita ha il libro di un autore valido ma non necessariamente molto commerciale? Qualche mese in libreria, poi qualche anno in depositi polverosi, e poi via, sparito. Ma una versione digitale, almeno, sarebbe la soluzione più semplice.

Comunque, io ne voglio parlare perché è un bel libro e anche una rarità, visto che di letteratura albanese non è che ne circoli tanta da queste parti. Io amo tantissimo Ismail Kadarè, per esempio La città di pietra o The file on H e ho letto qualche altro romanzo, Rosso come una sposa e Non c'è dolcezza di Anilda Ibrahimi, e sicuramente anche altro che sul momento non ricordo. Amo anche molto l'Albania, e negli ultimi dieci anni ci sono ritornata molte volte, scoprendo sempre nuovi motivi d'interesse. Per cui quando ho trovato questo libro, probabilmente al Salone del Libro, mi sono affrettata a comprarlo, poi è finito nello scaffale dei libri da leggere, e il tempo è passato. Comunque se lo trovate non ve lo fate scappare. Vale la pena. Inoltre si tratta di una raccolta di racconti, e, lo ripeto per l'ennesima volta, io amo tantissimo i racconti.

Ylljet Aliçka ha cominciato come insegnante elementare, poi si è occupato di editoria scolastica, poi ha intrapreso una carriera politica che lo ha portato a essere ambasciatore in Francia, Portogallo e Monaco, ha scritto libri di successo, è sceneggiatore, insomma un tipo versatile. Come scrittore è conosciuto soprattutto per Gli internazionali. Diplomatici in carriera, reperibile in italiano sia in cartaceo che in digitale. Io l'ho comprato, e prima o poi lo leggerò e ne parlerò.

I compagni di pietra è composti di quindici racconti veloci, incisivi, senza sbrodolamenti né riflessioni didascaliche, da cui trapela la capacità di sceneggiatore di Ylljet Aliçka. Molti dialoghi, niente descrizioni se non di qualche personaggio, una netta prevalenza del grottesco implicito, molta empatia per qualche personaggio più patetico in un paio di storie. Sono tutte ambientate nell'epoca di Enver Hoxha o negli anni dopo la sua morte, e arrivano fino alla crisi finanziaria e i disordini del 1997. Molto presente la morte, ma come spinta a mettere in luce situazioni paradossali e ridicole come la gestione dei cadaveri in Storia di un decesso, o insolita fonte di guadagno in Confessione di un poeta, o spia rivelatrice della disumanità del sistema e degli uomini che ne fanno parte in Buche per piantare gli alberi e Storia d'amore. Non mancano naturalmente la burocrazia ottusa e la dirigenza assurda, nell'esilarante Slogan, da far leggere a tutti gli insegnanti nostrani, in cui si racconta dell'obbligo imposto ai docenti di scrivere uno slogan politico, assegnato dal direttore, con sassi imbiancati a calce sulle pendici montane e dell'obbligo di averne cura insieme ai propri alunni, con tutte le conseguenze del caso. Tipi strani, geniali e folli, sono i protagonisti di Una storia (quasi inverosimile) di nobili e Semplice cerimonia (il cui protagonista è un italiano che non ci fa una gran bella figura), mentre invece i protagonisti di Triste storia di paese (forse il mio preferito), La madre del carcerato, fulminante apologo sul potere e la paura, Invito a nozze commuovono e sono intensamente attraenti nella loro ingenuità e sincerità fuori dal tempo, mentre Un anno difficile è una commedia grottesca che si destreggia tra dramma e comicità nel 1997, l'anno dell'anarchia sociale.

Insomma, mi ripeto, un libro che consiglio vivamente a chiunque ami i racconti ben scritti ma non compiaciuti, abbia curiosità per il mondo in cui viviamo e per le realtà meno conosciute anche se vicinissime, che spero avvicini il lettore all'Albania e ai suoi abitanti, con l'augurio che possiate procurarvelo in qualche modo.
La traduzione è di Amik Kasaruho, e avrebbe avuto bisogno di una energica e accurata revisione. 

   

lunedì 13 aprile 2020

Letture in quarantena 4: Kate Chopin, Il risveglio

Uno di quei libri che hai lì da chissà quando, e chissà se verrà mai il momento giusto per leggerli... Invece finalmente il momento è venuto e devo dire che Il risveglio di  Kate Chopin 
è stato una vera sorpresa (non sempre i libri famosi, a leggerli, sono poi quel gran piacere...). Mi è piaciuto tantissimo, posso dirlo? anche se forse non sarebbe il modo giusto per cominciare una recensione. Ma io non faccio recensioni, condivido solo le mie impressioni di lettrice, e questa volta sono pienamente soddisfatta.

The awakening, uscito negli Stati Uniti nel 1899, pubblicato da Einaudi nel 1977 con traduzione e prefazione di Erina Siciliani, è un libro breve, veloce nello svolgimento e nella scrittura, estremamente moderno e importante. Non so se sia vero che "a suo tempo suscitò scandalo", come si legge praticamente di qualsiasi libro del secolo scorso che tratti argomenti ancora piuttosto scottanti. Kate Chopin nella sua breve vita (morì a cinquantaquattro anni) visse per lo più in Missouri, ma trascorse anche una decina d'anni in Louisiana dove assorbì la cultura creola, molto importante nelle sue opere, che consistono soprattutto di racconti.

La protagonista, Edna Pontellier, è una giovane donna della borghesia di New Orleans, che ha fatto tutto quello che la società si aspettava da lei: si è sposata presto senza soverchio amore, ha due figli per i quali alterna trasporto e indifferenza, fa vita sociale nella sua bella e grande casa, e trascorre le vacanza estive a Grand Isle, in una dimora signorile trasformata, di direbbe oggi, in resort. Nelle casette che lo compongono vivono altre famiglie, o persone singole, della medesima classe sociale, che si ritrovano lì tutte le estati, mentre nella casa principale vive Madame Lebrun, la padrona con i due figli, tra cui il maggiore, Robert, stringe un legame di amicizia con Edna. Nel contesto limitato di Grand Isle c'è il controllo sociale, il controllo, il pettegolezzo, la discriminazione, tutto raccontato con sicurezza e con penna lieve e veloce. Si cena insieme e insieme si va a nuotare, si passano le ore sulle verande, le amicizie sono le stesse della città, tutto è sotto gli occhi di tutti.

Ma quello che succede a Edna è soprattutto nella sua mente. Tutto il romanzo più che di fatti è intessuto di sensazioni, pensieri ondeggianti, e la trasformazione di Edna è più profonda che vistosa. Eppure è una trasformazione, è appunto un risveglio dopo il lungo sonno dei suoi ventisette anni di vita. Comincia a sperimentare insofferenza e attrazione, ma soprattutto voglia di affermazione di sé. Non dirò altro dei fatti se non che intervengono alcuni personaggi, il già nominato Robert Lebrun, la bellissima Adèle Ratignolle, una spinosa pianista fuori dagli schemi, Mademoiselle Reisz, il bellimbusto Alcée Arobine e altri, sostanzialmente marginali rispetto alla vera avventura che è quella che si svolge appunto dentro Edna, nel suo cervello, nel suo cuore e anche nel suo corpo. C'è un risvolto amoroso che però non è centrale come ci si potrebbe aspettare. E' un romanzo, in questo senso, decisamente diverso e assai più moderno degli innumerevoli bei romanzi con una donna come protagonista. Quello di Edna è un risveglio a tutto tondo, che non consiste solo nella rivendicazione di amare chi vuole, ma esige l'indipendenza, l'autonomia, l'accettazione di sé come individuo libero. Troppo avanti sui suoi tempi, alla fine.

Non a caso Il risveglio e la sua autrice, tutto sommato dimenticati, sono stati riportati alla luce dal movimento femminista nella seconda metà del secolo scorso. Ma secondo me il fascino di questo bel romanzo, oltre alla presa della scrittura e alla perizia della costruzione, sta nel fatto che non c'è niente di didascalico, di esemplare nella storia di Edna Pontellier. Non è un romanzo a tesi, non c'è intento missionario o né volontà di dimostrare qualcosa. Ma vale assolutamente la pena di leggerlo abbandonandosi alla storia, al fascino dell'ambientazione e del personaggio, in una parola, perché è bello.  

       

      

mercoledì 8 aprile 2020

Letture in quarantena 3: Daniel Everett, Don't sleep, there are snakes

Va be', mi rendo conto che questo è un consiglio di lettura molto selettivo, che può apparire snob, ma in realtà si tratta di un libro assai godibile per chi si interessa di linguistica e di etnografia, e anche per
chi ama leggere di paesi insoliti e mondi poco conosciuti, senza essere né difficile né eccessivamente tecnico. L'unico vero problema è che io non sono riuscita a trovare una traduzione in italiano, e penso si trovi solo in digitale (ma ci sono in rete dei pdf gratuiti), o in qualche remainder's molto ben fornito. Parlo di Don't sleep, there are snakes (Non dormire, ci sono serpenti) di Daniel Everett, uscito con successo nel 2008.

La biografia dell'autore è anch'essa molto interessante, tanto quanto il libro. Convertitosi al cristianesimo a diciott'anni e sposatosi alla stessa età con una correligionaria, linguista e missionario, si trasferì in Brasile con la moglie e i tre figli per studiare la lingua della tribù amazzonica dei Pirahã per incarico del SIL. Dopo anni passati in mezzo a questa popolazione, felice e serena ma refrattaria a qualsiasi tentativo di evangelizzazione, si allontanò dalla fede e abbandonò il missionarismo, tagliando i ponti con la famiglia.

Quella dei Pirahã è una popolazione molto piccola (le cifre che trovato variano ma stanno tra i 240 e i 380 individui), divisa in varie comunità lungo il fiume Maici, tributario del Rio delle Amazzoni, interessantissima sia nelle sue abitudini di vita e sussistenza, sia per la lingua, unica del suo ceppo. Daniel Everett descrive con brio ma anche con estrema precisione le sue avventure. Ci butta immediatamente nel mezzo della foresta e sul fiume raccontando le vicissitudini di un viaggio intrapreso quando sua moglie e la sua figlia maggiore prendono la malaria (lui pensa che sia tutt'altro, ma i Pirahã che se ne intendono lo capiscono subito), e parla della vita del villaggio con grande rispetto, empatia e chiarezza. Si è fatto degli amici che lo aiutano nelle sue ricerche linguistiche, importantissimi tramiti con la popolazione disseminata nella foresta, ma sempre lungo il fiume.

Una parte notevole del libro è dedicata a questioni linguistiche, a volte un po' troppo astruse per le mia scarse conoscenze ma in genere curiose e interessanti. Per esempio, i Pirahã usano solo due numeri, uno e due, non distinguono singolare e plurale, non hanno termini per definire i colori. E hanno abitudini insolite per la nostra mentalità, non sono interessati alla proprietà privata, non dormono mai più di due ore di fila perché è pericoloso (appunto, ci sono i serpenti), per cui parlano, gridano e fan casino per tutta la notte. Ma non voglio riassumere riducendo a banali curiosità i contenuti interessantissimi di Don't sleep, there are snakes. Un libro che - ribadisco che vi deve interessare l'argomento - dà moltissimo, anche se l'ultima parte, in cui polemizza in particolare con Noam Chomsky e le sue teorie, in qualche punto si fa pesante. Ma rimane la simpatia per l'autore, l'ammirazione per la sua sincerità, e una grande riconoscenza per averci aperto un mondo assolutamente sconosciuto e affascinante.        

lunedì 6 aprile 2020

Letture in quarantena 2: Karen Blixen, Ehrengard

Karen Blixen è una scrittrice che ammiro moltissimo, e il motivo principale, oltre alla bellezza della scrittura e all'originalità delle vicende narrate, è che non parla mai alla pancia ma solo al cervello.
Ultimamente è stata un po' dimenticata, non è particolarmente interessata alla questione femminile e questo fa sì che non venga inserita nel mazzo delle venerate maestre del pantheon femminista. Al massimo si ricorda La mia Africa (il suo romanzo che ho amato meno) in quanto autobiografico, o Il pranzo di Babette, bellissimo racconto ma non il suo più straordinario, e ne ha scritti molti. Il primo dei suoi libri che ho letto, Sette storie gotiche, mi ha incantata e stregata (ho messo il link al risvolto di copertina perché non saprei dire di meglio). Ho amato moltissimo anche Racconti d'inverno, ma qui parlerò solo del racconto lungo Ehrengard, a mio parere perfetto. Ecco, in Karen Blixen, si parva licet, mi riconosco un poco, o meglio, e con meno presunzione, riconosco le mie aspirazioni. Prima di tutto privilegia il racconto, che secondo me è la forma perfetta di narrazione. Poi pratica lo straniamento, l'altrove, sia temporale che locale. Infine non teme la magia e il mito, in una parola il fantastico.

In Ehrengard non c'è nulla di fantastico ma tutto l'insieme, dall'ambientazione in una piccola corte del centro Europa, alla caratterizzazione dei personaggi, al sapore di apologo e la drammatica ironia della conclusione, ci tiene ben lontani dal quotidiano e dal realistico. La vicenda ruota intorno a un segreto di corte da proteggere, una vergine guerriera integerrima anche se non particolarmente sensibile, appunto Ehrengard, e un pittore un po' diabolico, Cazotte, che per puro spirito dissacrante e puntiglio intellettuale vuole farla cadere - sedurla senza amore, farla arrossire, lei così innocente e algida. La vicenda è complessa e esemplare, e naturalmente Cazotte sarà sconfitto (non temo di fare spoiler, la conclusione è implicita fin dall'inizio) e il fenomeno che voleva provocare, l'Alpenglühen, cioè il rossore delle cime delle montagne dopo il tramonto, si verificherà comunque, ma in modo molto diverso da come l'aveva immaginato. 
Uscito postumo nel 1963 e in italiano nel 1979 con la traduzione di Adriana Motti, neppure cento pagine nell'esiguo formato della Piccola Biblioteca Adelphi, è una lettura secondo me imperdibile, una lettura che fa bene al cervello, e pur parlando di un tentativo di indurre un'emozione in un personaggio poco reattivo, non mira a suscitarla nel lettore, ma solo al suo piacere intellettuale. Un racconto perfetto, appunto.
     

domenica 5 aprile 2020

Letture in quarantena 1: Kader Abdollah, Un pappagallo volò sull'IJssel

Ho trascurato il mio blog in maniera vergognosa, ma con quello che succede, sembra impossibile,  anche a stare chiusa in casa il tempo vola tra telefono, social, Netflix, scrivere e leggere... insomma la povera Anaconda sarà pure Anoressica ma ha bisogno di un po' di nutrimento. Non ho letto tantissimo, ma tre libri di cui vale la pena parlare ci sono.

Oggi comincio da Kader Abdolah, Un pappagallo volò sull'IJssel. Avevo appena letto La casa della moschea per cui mi sono addentrata volentieri in un altro romanzo dell'autore iraniano naturalizzato olandese. Che non mi ha delusa, anzi mi è molto piaciuto, anche se all'inizio ho creduto per un po' che si trattasse di un libro scritto in un periodo anteriore, un po' per la scrittura molto semplice e talvolta trasandata, un po' per la semplicità delle vicende (la ripetizione è voluta). Invece è uscito nel 2014 in Olanda e nel 2016 in Italia, sempre per Iperborea. Comunque, racconta le peripezie dei richiedenti asilo in Olanda negli anni precendenti all'11 settembre, alle guerre in Medio Oriente e all'assassinio di Theo van Gogh. Molti sono i personaggi, a cominciare da Memed, fuggito dall'Iran con un passaporto falso per poter far curare la piccola figlia gravemente ammalata, che all'inizio pare il protagonista ma poi si perde un po' nel corso del romanzo. Nella piccola città dove viene mandato incontra altri rifugiati provenienti da paesi islamici, e le loro storie intrecciate costituiscono la trama. L'Olanda è molto ospitale e attenta a fornire servizi perché l'Islam non è ancora stato individuato come il grande nemico.

Molto importanti sono le donne, Lina la traduttrice, intelligente e determinata, che riesce a vivere vicende amorose e politiche in contemporanea, Pari, che paga a duro prezzo la sua ricerca di indipendenza e felicità, la moglie del colonnello siriano divisa tra presente e passato, ma anche i dodici anziani che rappresentano la continuità con la cultura e le tradizioni del paese di provenienza, Khalid il pittore miniaturista e infine il pappagallo donato a Pari da una guaritrice olandese, che tutto vede e prevede dall'alto svolazzando lungo le rive dell'IJssel... Le vite dei rifugiati si intrecciano con quelle degli olandesi che li accolgono e non hanno paura di mescolarsi con loro.

Abdolah non rifugge dagli elementi di sapore fiabesco o magico, che aggiungono un aroma di spezie orientali alla narrazione. Tutta la prima parte, che tratta un periodo in cui i rifugiati erano relativamente pochi e soprattutto suscitavano interesse e non paura, ha un andamento lieve e sognante malgrado la forte presa sulla realtà e una certa accattivante ingenuità, ma il ritmo si accelera e l'atmosfera si incupisce nella parte finale, come già succedeva in La casa della moschea. Un romanzo che prende e fa girare una pagina dopo l'altra con gran piacere e curiosità, complice la struttura a capitoli brevi e l'abilità nel delineare i numerosi personaggi, ognuno dotato di personalità e caratteristiche ben distinte. Adattissimo alla lettura in questi giorni un po' svagati e un po' inquieti.  Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo.


domenica 23 febbraio 2020

Un grande romanzo sempre attuale: Kader Abdolah, La casa della moschea

Scritto in olandese nel 2005 e pubblicato in Italia nel 2008 da Iperborea con la bella traduzione e l'illuminante postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo, La casa della moschea  di Kader Abdolah è uno di quei romanzi che danno moltissimo con semplicità e generosità. Ambientato a Senjan, cittadina iraniana non lontana dalla città santa di Qom, ruota intorno a un antico complesso formato una moschea, un cortile e una casa che appartengono da tempo immemorabile alla famiglia di Aga Jan, ricco mercante di tappeti e capo del bazar. Per tradizione della famiglia fanno parte sia l'imam che il muezzin, entrambi fratelli di Aga Jan al momento dell'inizio della vicenda, e i numerosi altri membri, con la servitù, vivono attorno al cortile.  

L'inizio ha un tono fiabesco, la casa è uno scrigno di tesori e sorprese:

"Era una grande casa, con trentacinque stanze. Lì, per secoli, famiglie dello stesso sangue avevano vissuto al servizio della moschea. Ogni stanza aveva una funzione e un nome corrispondente a quella funzione, come la stanza della cupola, la stanza dell’oppio, la stanza dei racconti, la stanza dei tappeti, la stanza dei malati, la stanza delle nonne, la biblioteca e la stanza del corvo. La casa sorgeva dietro la moschea, addossata al suo muro. In un angolo del cortile una scala di pietra portava al tetto piatto, dal quale si poteva raggiungere la moschea. E al centro del cortile c’era una howz, una vasca esagonale dove gli abitanti della casa si lavavano le mani e il viso prima della preghiera. Adesso la casa ospitava le famiglie di tre cugini: Aga Jan, il mercante a capo del bazar tradizionale della città, Alsaberi, l’imam della casa e guida della moschea, e Aga Shoja, il muezzin".


Questa casa dove Kader Abdolah ci accompagna ascoprire ogni angolo più riposto resterà a lungo nella mente e negli occhi del lettore. E si vive tanto sui tetti, attorno alla cupola o sui minareti dove ci si ritrova a scrutare il vicinato e commentare i fatti del giorno, quanto sottoterra, nelle stanze misteriose in cui grandi bauli ne conservano la memoria, le storie e i tesori. Lo spazio è chiaro e ordinato, e insieme sfumato come in una fiaba. I personaggi sono molti, ognuno con un ruolo e un carattere ben definito. Aga Jan è il centro, il perno fisso intorno al quale ruotano, si avvolgono, si separano e si allontanano i destini personali degli altri abitanti o frequentatori della casa. C'è chi ama stare nella bilioteca della moschea, chi fa vasi in un seminterrato, chi gioca intorno alla howz e chi ci cade dentro. I ragazzi di casa subiranno grandi trasformazioni negli anni e faranno scelte molto diverse e dolorose.
Ci sono anche molte donne, e sono molto importanti. Non solo come custodi dell'esistente, ma anche narratrici di storie del passato e capaci di abbracciare il nuovo fino all'aberrazione. Poi ci sono alcuni piccoli personaggi indimenticabili, come le nonne che coltivano un sogno segreto spazzando in silenzio le stanze e il cortile, il vasaio cieco, o Lucertola, il bambino diverso che si insinua dappertutto, anche nel cuore dei parenti.  

Le vicende all'inizio si snodano pigramente a partire dal 1969, anno in cui l'uomo sbarca sulla Luna e la televisione entra per la prima volta nella casa della moschea. C'è un'atmosfera serena anche se c'è chi soffre, ma ognuno sa chi è e chi sono i suoi compagni di vita. Intorno c'è l'Iran dello Scià, delle prime modernizzazioni, i primi cinema, ma la società è ancora coesa, con un forte senso dei vincoli di comunità, tanto che anche una donna squilibrata (bellissimo personaggio) che si aggira per la città da sola lasciandosi toccare e raccontando a tutti quello che vede entrando nelle case altrui, viene difesa e sostenuta da tutti gli abitanti. E' un mondo forse finito che l'autore ricostruisce con gli occhi nostalgici dell'esule, il mondo dell'Islam dal volto umano, tollerante, amoroso, con le braccia aperte, rigoroso nei suoi principi ma pronto a accogliere e comprendere, rappresentato perfettamente da Aga Jan. Certo a nessuno piace lo Scià Reza Palhavi, i suoi rapporti con gli americani, gli sprechi e gli armamenti, lo strapotere dell'esercito. Poi il tempo incomincia a accelerare, cominciano arresti e stragi, la storia irrompe con tutta la sua violenza e crudeltà anche nel cortile della moschea, nessuno spazio della casa è immune, il sangue scorre sulle pietre, nella vasca, sulle stanze, sulle scale che portano al tetto. C'è la rivoluzione khomeinista, la fuga dello Scià, il governo islamico, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein, uccisioni, attentati, massacri, esecuzioni senza processo, e il vecchio mondo conosciuto e amato si sgretola a poco a poco per crollare dolorosamente. Si giunge fino agli anni post Khomeini, e niente è più lo stesso, anche il bazar ha perso la sua centralità, i bei tappeti che Aga Jan faceva annodare alle donne dei villaggi delle montagne che appartenevano alla sua famiglia non interessano più a nessuno, la riccheza e l'importanza della famiglia scemano del tutto e anche la moschea non gli appartiene più. Rimane forse l'amicizia, forse qualche legame familiare, ma troppi sono i membri del clan che hanno fatto scelte diverse e sicuramente molto drastiche. Però alla fine "La storia della casa della moschea è lungi dall'essere conclusa, ma è come la vita: ognuno deve pur scendere da qualche parte. C'è una frase che ritorna sempre alla fine degli antichi racconti persiani: -La nostra storia è finita, ma il corvo è lungi dall'aver raggiunto il suo nido."

Nelle parole dell'autore: Ho scritto questo libro per l’Europa. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere... un Islam moderato, domestico, non quello radicale. Per concludere non posso che ripetere quello che ho detto all'inizio: un romanzo davvero importante e davvero appassionante, scritto in una lingua semplice e diretta, che non è la lingua materna dell'autore ma sicuramente lo è diventata, tanto che La casa della moschea nel 2007 è stato scelto dai lettori come il secondo miglior libro olandese di tutti i tempi.        


 

sabato 8 febbraio 2020

Da Kathmandu a Lhasa via terra, resoconto di viaggio


---------------------------------------------------------------Il lungo resoconto di un viaggio di trentadue anni fa, che non ricordavo neppure di avere scritto, così come non ricordavo di avere fatto molte foto. La medesima strada (chiamata Friendship Road, costruita e regalata ai nepalesi dai cinesi) fino al confine con la Cina e ritorno, una gita in giornata, l'avevo fatta in pullman la prima volta che ero stata a Kathmandu, nel 1977, quando era nuova e perfettamente agibile. 

                              DA KATHMANDU A LHASA VIA TERRA 

Dopo una decina di giorni passati a Kathmandu in relativa inattività, in attesa che si formasse
Davanti al Potala (dal People's Park)
un gruppo sufficiente di persone per poter avere il visto cumulativo per la Cina e per organizzare il viaggio, ero veramente impaziente di mettermi in strada per percorrere i 953 chilometri che separano la capitale del Nepal da Lhasa. Si sapeva che vi erano frane lungo la strada, ma era impossibile capire, dalle informazione discordanti che davano le agenzie, quanti chilometri si dovevano percorrere a piedi. All'agenzia dove, unica del gruppo con cui sarei partita, mi ero rivolta, qualcuno sosteneva che si sarebbe dovuto camminare per un paio d'ore, altri si tenevano più sul vago.
Kathmandu
Nemmeno alla riunione con gli altri partecipanti che si svolse qualche giorno prima di partire, riuscii ad avere informazioni più precise, e più tardi capii anche perché: prima di tutto le frane erano in continuo movimento ed era impossibile dire da un giorno all'altro quali parti della strada fossero ancora percorribili; secondo, probabilmente se avessimo saputo la verità, ben pochi dei componenti del gruppo sarebbero partiti. Così, dopo aver bevuto un'aranciata tiepida gentilmente offerta dall'agenzia, lasciai la riunione ancora all'oscuro di quello che mi aspettava. Comprai diligentemente il cibo che mi era stato consigliato ai Cold Stores, che sono ben forniti: zucchero, nescafè in bustine, formaggio, scatolette di paté, crackers e biscotti; mi comprai un paio di scarpe da ginnastica dell'esercito cinese, di tela verde, alte alla caviglia e con la suola di gomma, un bicchierino di plastica, cucchiaio e forchetta, e preparai il bagaglio sperando in bene. Un pomeriggio lo trascorsi battendo tutto il bazar alla ricerca di foto a colori del Dalai Lama, che sapevo preziose per i tibetani. Dai viaggiatori più cinici e profittatori avevo sentito storie di anziani monaci indotti  a concedere accesso alle parti proibite dei monasteri, permessi di fotografare eccetera in cambio di una sola, ambitissima fotografia. La partenza era fissata per il 10 agosto 1988.
     L'appuntamento era alle sette di mattina alla Kathmandu Guest House, da cui la mia più
Mobile Public Toilet, Khatmandu
modesta guest house distava forse trecento metri. Ci avevano raccomandato di essere puntuali, perché si contava di arrivare in giornata al confine per pernottare a Zangmu, il primo villaggio raggiungibile in territorio tibetano. L'agenzia aveva promesso di mandarmi una macchina per accompagnarmi fino alla Kathmandu Guest House, e anche se la cosa mi sembrava un po' esagerata, avevo accettato volentieri. Alle sette meno cinque la macchina non si vedeva ancora, per cui mi incamminai col mio zaino pieno di provviste, sguazzando con le scarpe da ginnastica cinesi nel fango della strada - come tutte le notti, aveva piovuto tantissimo e la strada era un pantano. Quando girai nella stradina privata che portava alla guest house sentii dietro di me un rumore - era la macchina che mi avrebbe dovuto accompagnare. Ringraziai l'autista e mi risparmiai una mancia. Nel cortile della KGH c'era un pulmino parcheggiato, ma non si vedeva anima viva. Erano le sette e un quarto. Entrai nella sala del ristorante e trovai tutti i miei compagni di viaggio che facevano colazione, distribuiti in vari tavoli a seconda delle nazionalità e delle formazioni di gruppo. Mi sedetti anch'io a prendere un caffè; verso le sette e mezzo fummo convogliati sul pulmino, e dopo un quarto d'ora destinato a caricare i bagagli finalmente partimmo. Faceva ancora fresco, ma la giornata si annunciava soleggiata.
     Mi accorsi subito con un certo rincrescimento di essere l'unica rappresentante della razza latina. C'era un gruppo di inglesi, composto da una capogruppo con fidanzato (che doveva accompagnarci solo fino al confine), una coppia riservata di mezz'età, due ragazze di cui una simpatica obesa e una biondina altezzosa in shorts inguinali lucidi, e infine due amici, uno stempiato e silenzioso e uno scozzese giovialone che da quando mise piede sul pullman si sentì in dovere di divertire la compagnia con un fuoco di fila di battute. Siccome il mio inglese non è all'altezza delle battute di uno scozzese, questo mi prese subito in antipatia perché non ridevo mai, anche se poi mi rivelai in grado di sostenere una conversazione nella sua lingua. Eppure giuro che avrei voluto essere capace di ridere anch'io! Semplicemente, non capivo una parola di quello che diceva (e mi era anche antipatico, come tutti gli esibizionisti di qualunque lingua). Questo gruppo doveva proseguire da Lhasa per la Cina, per poi passare in Pakistan e ripartire di lì per l'Inghilterra. Poi c'erano due ragazze tedesche sulla trentina, con scarponi di cuoio e l'aria simpatica; un signore tedesco sulla sessantina che non parlava una parola in nessuna lingua oltre la sua; un australiano belloccio e arrogante; un giapponese giovanissimo che parlava solo giapponese; una olandese con lunghi denti e l'aria molto cordiale; e io. La compagnia non mi parve delle più appetitose. Le guide nepalesi erano due ragazzetti sui vent'anni, che dovevano accompagnarci fino al confine, dove ci avrebbero preso in consegna delle guide cinesi.
     Fin dai primi chilometri la conversazione si fece generale, con l'esclusione del giapponese, dell'anziano tedesco, e di me. L'olandese tenne banco raccontando che prima di arrivare in Nepal aveva fatto quindici giorni su una barca alle Maldive; lo spunto per raccontare la sua impresa fu dato dalla maglietta che portava, su cui campeggiava l'inequivocabile scritta "Maldives". Capii fin da quel primo momento che poteva anche aver l'aria cordiale, ma era una gran rompiscatole. Parlava un inglese perfetto e scioltissimo, come anche una delle due ragazze tedesche; l'altra invece non lo parlava quasi. Tutti facevano grandi sorrisi al giapponese, ma a me nessuno rivolgeva la parola, cosa che mi era di grande sollievo.
Kathmandu
     Attraversammo Kathmandu ancora addormentata, almeno per quel che riguardava i turisti: gli abitanti cominciavano ad affollare le strade, con carichi per lo più misteriosi, diretti verso le zone di mercato, a piedi, in bicicletta o su carretti trainati da buoi. Appena fummo fuori dal centro, in una zona semirurale, il pulmino si fermò. "Very sorry" dissero le guide. Il nostro mezzo di locomozione era rotto.
Prima sosta
     Scendemmo tutti, mentre si radunava una piccola folla di bambini di ottimo umore e di adulti pieni di buone intenzioni. Cinque o sei persone si stesero sotto il pullman, alcuni dei passeggeri si disseminarono nella vegetazione già folta che ci circondava per compiere i primi doveri mattutini, io trovai un tea-stall in cui rifugiarmi. La situazione sembrava seria, ma era sicuramente interessante visto il gran numero di persone che partecipavano alle nostre vicissitudini. I maschi del gruppo si unirono a quelli che alternativamente si introducevano strisciando sotto al pulmino per poi emergerne scuotendo la testa. Io ebbi tutto il tempo di ritirarmi a mia volta tra i cespugli, non ripartimmo prima di un'ora. Non so quale fosse il problema, non provai nemmeno a informarmi. Chiaramente era una questione per soli uomini, non volevo essere indiscreta.
     Finalmente ripartimmo. Avevo già percorso quella strada nel 1977, e allora, in giornata ero arrivata e tornata dal Friendship Bridge, il ponte costruito dai cinesi a Kodari, una estremità del quale è nepalese e l'altra cinese. Il paesaggio era lo stesso: vallate stupende, di vegetazione splendida, nelle quali ananas e banani crescevano a un'altitudine in cui dalle nostre parti cominciano i pascoli. Anche i villaggi erano gli stessi, baracche di legno lungo i bordi della strada, con pavimenti di terra battuta, in cui si beve tè in bicchieri di vetro spesso; bambini scalzi esultanti al passaggio di qualunque mezzo di locomozione, scorci bellissimi di risaie a terrazze e case intonacate di rosso con i tetti scuri di paglia in mezzo al verde brillante. Ma non tutto era come undici anni prima. A mezzogiorno il pulmino si fermò. "Very sorry" dissero di nuovo le guide nepalesi, e finalmente sapemmo come stavano le cose. Sessanta chilometri di strada erano stati spazzati via dal fiume. C'era tempo per uno spuntino, e poi bisognava camminare.
     La prima frana era vicinissima, ma non si vedeva, perché era dietro una curva. Non si poteva
Traffico in strada
attraversarla, bisognava aggirarla dall'alto. Cominciammo la salita attraverso un bucolico paesaggio di risaie a terrazze, in cui non c'era sentiero, ma si camminava lungo l'orlo esterno cercando di non cadere nell'acqua, anche perché i contadini che incontravamo per strada non avevano affatto l'aria di fidarsi di noi, e sorvegliavano ogni nostro passo in silenzio. La salita era molto ripida e il caldo tremendo, visto che avevamo cominciato a salire proprio verso le due del pomeriggio. Le due ore  trascorse dall'arrivo erano state impiegate in un'attività molto rumorosa e interessante: la scelta dei portatori. Decine di uomini e ragazzi vestiti con una giacca stretta alla vita e a gambe e piedi nudi si erano contesi a lungo l'onore di trasportare i nostri zaini. Le due guide nepalesi, che conducevano le trattative, si erano divertite a gridare e contrattare con tutte le loro forze, mentre i componenti del gruppo avevano consumato un pasto sotto una tettoia che fungeva da ristorante (e le conseguenze si fecero notare dopo poche ore) o più prudentemente, come me, avevano bevuto un tè. Per cui la salita era faticosa, ma per fortuna non dovevamo portare bagagli. Ogni tanto avevamo la visuale dei nostri zaini fortunosamente agganciati alle cinghie che i portatori tenevano attorno alla fronte, due o tre ciascuno, oscillanti su precipizi e fiumi fangosi, ma quel tanto di fede nella magia che l'educazione occidentale ci aveva lasciata faceva sì che fossimo tutti fiduciosi di ritrovare i nostri spazzolini da denti e le nostre lenzuola alla prossima tappa.
   
Frana sulla strada di Kodari
 
La salita fu massacrante, dritta come una funivia. L'inglese in short, Paula, camminava spedita davanti a tutti, ma la sua amica obesa si sentì male e rimase indietro, affidata alle cure di un gentile ragazzo nepalese che non era stato scelto tra i portatori ma ci seguiva comunque con alcuni altri, che si rivelarono ben presto molto utili. La poveretta, vicina a scoppiare per il caldo e la fatica, divenne un puntino paonazzo sempre più piccolo e infine sparì dietro a una svolta del sentiero. Non mi parve vero quando arrivammo in cima alla salita e vedemmo sotto di noi un bel pendio scosceso che finiva per costeggiare un torrente fangoso. Subito dopo, il sentiero raggiungeva la carrozzabile e ci trovammo a camminare in piano, su di una strada sassosa e fangosa, ma pur sempre in piano.
    
Frana
Dopo qualche chilometro sulla carrozzabile, trovammo un camion che era rimasto bloccato tra due frane e raccoglieva viandanti per trasportarli a pagamento. Essendo sola, feci fatica a salire sul cassone già strapieno di nepalesi, cassette di bibite, e membri del mio gruppo, e così mi trovai a fare il viaggio in piedi in bilico sull'orlo esterno, precariamente attaccata a una catena che pendeva a un lato del camion. La strada era quasi del tutto franata, e si procedeva sull'orlo di un burrone che dava direttamente sul fiume. Non mi vergogno di dire che feci tutto il tragitto a occhi chiusi. Avrei preferito mille volte camminare piuttosto che vedere continuamente la terra e la ghiaia che franavano sotto le ruote esterne. Non ricordo niente del paesaggio di quel tratto di strada; ricordo solo che mi chiedevo quale stupida incoscienza mi avesse fatto abbandonare il confortevole fango di Kathmandu per imbarcarmi in quella impresa insensata.
     Più tardi, camminammo ancora, sotto la pioggia, per qualche chilometro. La valle era bellissima; la vegetazione era rigogliosa, tropicale, malgrado fossimo ormai vicini ai duemila metri. Il fiume gonfio e marrone scorreva profondamente incassato, formando di tanto in tanto spiaggette di sabbia gialla intorno a qualche masso levigato, mentre sui pendii scoscesi ai due lati alti bambù si alternavano a risaie verdissime. Lungo la strada si incontravano numerosi nepalesi e tibetani che camminavano carichi, e incrociammo anche un gruppo di turisti tedeschi dall'aria distrutta, provenienti dal Tibet, che ci dissero che la strada era impraticabile fino a Zangmu, il primo villaggio tibetano, a qualche ora dalla frontiera, togliendoci le ultime illusioni. Trovammo ancora un taxi bloccato tra due frane che ci trasportò per qualche chilometro; anche questo tratto fu molto spiacevole, sia per la guida che per la strada, e il pezzo più sgradevole fu l'attraversata di un ponte in cemento di cui rimaneva solo il lato destro, mentre tutta la parte sinistra era crollata, e in qualche punto lo spazio era molto più ristretto di quello richiesto dalle quattro ruote di un'automobile. Ma arrivammo sani e salvi fino alla prossima frana.
Ponte dimezzato








































































































































































































































































































































































































































































































































































































































Tatopani
     Ormai era quasi buio e pioveva forte. Per raggiungere il villaggio di Tatopani, in cui dovevamo trascorrere la notte, bisognava passare un'ultima imponente frana, ancora in movimento. Non era rassicurante camminare nel buio sentendo sotto di sé i massi che rotolavano nel fiume. La terra era scivolosa sotto i piedi e la pioggia peggiorava le cose. Quando giungemmo, in ordine sparso, a Tatopani, la sensazione generale era di sollievo, ma l'aspetto del villaggio non era invitante. La cosa più notevole del luogo era sicuramente il fatto che fosse letteralmente costruito su di uno spesso strato di immondizie. Le strade erano pavimentate di immondizie, l'acqua vi scorreva allegramente sopra, nei rigagnoli ai lati stagnavano entrambi, tutto il paese era solo questo: acqua e immondizia. Le nostre guide sembravano molto preoccupate, le locande erano tutte piene di gente che percorreva la strada a piedi con noi, pareva impossibile trovare un posto per dormire. Infine fummo convogliati in una locanda che si chiamava, incongruamente, Milan. Fuori della porta, nel fango, sotto la pioggia battente, stavano ammucchiati i nostri bagagli: e questa fu, tutto sommato, una consolazione.
     La locanda (Hotel Milan, era scritto sull'insegna) fu un tuffo nel medioevo. Al piano terreno
L'Hotel Milan di Tatopani
c'era una cucina, con tavoli di legno, in cui chi voleva poté consumare un pasto di riso e curry; io mangiai un po' di pane e formaggio che mi ero portata, con parecchi bicchieri di tè, dei quali mi pentii più tardi. Naturalmente non c'era luce elettrica in tutto il villaggio; in cucina però c'erano delle lucerne a petrolio. Al piano superiore vi era uno stanzone con due file di tavolacci di legno, alcuni forniti di materasso e trapunta, altri no. Qui non c'erano né lanterne né candele; si vedevano pile e accendini aggirarsi nel buio, nel tentativo di non finire in un letto già occupato. Io mi infilai proprio in fondo, dove un locale più piccolo ospitava solo un paio di tavolacci, ma presto giunsero Sophie  e il suo fidanzato, che con un'occhiata significativa mi fecero capire che la mia presenza non era gradita. Tornai nello stanzone; non avevo sacco a pelo, ma solo lenzuola, per cui mi appropriai di un materasso e di una trapunta e mi feci un letto confortevole accanto all'inglese stempiato, che guardò con invidia la mia pila per leggere. Il momento più difficile giunse quando il tè cominciò a fare il suo effetto naturale. A parte il fatto che al primo piano si accedeva da un ripidissima scala a pioli, alla richiesta di un gabinetto fummo convogliati nel cortile, che dava direttamente sul fiume, con uno strapiombo, buio e scivoloso; in basso si sentiva il rombo poco rassicurante delle acque infuriate. Il gabinetto era una specie di gabbiotto di legno, la cui entrata era schermata da quel che restava di una tenda di sacco, a metà strada tra lo spiazzo fuori della cucina e il fiume stesso; vi si accedeva per un sentiero diritto, disseminato di rocce su cui bisognava sedersi per calarsi in basso a forza di braccia. Dopo che mi fui resa conto di come si presentavano le cose, non ebbi scrupoli a servirmi dello spiazzo della cucina per le mie necessità, non volendo rischiare la vita per pudore, tanto più che la pioggia continuava a cadere violenta. Ma una delle due simpatiche tedesche, che aveva mangiato a mezzogiorno, durante la sosta, qualche specialità locale, fu colpita da un malessere ben noto ai viaggiatori; e la poverina passò la notte tra frequenti gite al gabbiotto, senza pila per paura di disturbare i compagni di camerata, rischiando più volte di morire sulle scale e ancora più di finire nel fiume senza che nessuno se ne accorgesse. Tra la minaccia delle frane dalla montagna incombente da una parte, e il fatto che la baracca di legno in cui stavamo sembrava pronta a crollare nel fiume da un momento all'altro, la notte si annunciava difficile; ma io ero così stanca che dormii benissimo, e mi svegliai di ottimo umore. Scoprii più tardi che vicino al paese c'erano delle sorgenti calde, dove Paula, Sophie e altri erano andati a bagnarsi la mattina presto; ma siccome nessuno mi parlava, non ero stata informata. Mi dispiacque, perché un bagno mi avrebbe fatto piacere e ne avevo bisogno.
    
La scelta dei portatori
La giornata era bellissima, e dopo aver fatto colazione ricominciò la cerimonia della scelta dei portatori. Mi sarebbe piaciuto sapere che ne era stato di quelli che ci avevano accompagnato il giorno precedente, visto che era impensabile che fossero tornati al buio e sotto la pioggia al loro villaggio; d'altra parte, a Tatopani non c'era più un buco in cui avrebbero potuto dormire. Chiesi loro notizie alle nostre guide nepalesi, ma non riuscii ad avere nessuna risposta (parlavano un inglese molto sommario) se non che probabilmente avevano degli amici lungo la strada che li avevano ospitati per la notte. Cercai di non pensarci e mi dedicai ad ammirare lo splendore mattutino dell'immondizia che formava le fondamenta del villaggio. La tedesca con la diarrea aveva una faccia terribile e si trascinava a stento. Partimmo con un sole splendido, anche se l'aria era fresca e frizzante; la strada all'inizio era in piano e si snodava tra foreste suggestive, lungo il fiume rabbioso.
Big danger
     Ben presto però le difficoltà ricominciarono. La strada era di nuovo stata spazzata via da una frana, solo che questa volta era impossibile risalire il pendio, troppo scosceso e coperto di vegetazione impraticabile. Non c'era altra soluzione che scendere fino al fiume e guadare il tratto in cui la strada mancava. Fu un'impresa veramente ardua. Non c'era sentiero e bisognava scendere in mezzo agli alberi, su un tratto di terreno praticamente verticale, scivoloso e privo di appigli. Un ragazzino molto volonteroso e gentile si impossessò di me e del piccolo zaino che utilizzavo al posto della borsa; era utile e mi teneva per mano indicandomi dove mettere i piedi volta per volta, ma ripeteva continuamente "Big danger" con voce preoccupata, il che mi agitava un po'. Infine raggiungemmo il greto del fiume, costituito da grossi massi lisci che dovevamo scalare a pancia in giù, strisciando come rospi, per poi scendere dalla parte opposta scivolando sul sedere. Incontrammo un torrente che affluiva nel fiume, e naturalmente non c'era nessun ponte: dovemmo attraversarlo a guado, entrando nell'acqua fino alla vita. Io non volli togliermi le scarpe perché il fondo era coperto di ciottoli e la corrente era forte, e avevo paura di scivolare e ferirmi ai piedi. Il mio piccolo accompagnatore mi fu di grande aiuto anche in questa situazione.
     La risalita fu più agevole, e la strada fino a Kodari, il villaggio di confine, tutta in piano, quindi il nostro morale si risollevò, anche se non era divertente camminare con delle scarpe da ginnastica piene d'acqua e bagnati fino alla vita. Prima di Kodari dovemmo attraversare ancora una grossa frana in movimento, ma potemmo farlo senza dover scendere al fiume o risalire la montagna. Sulla strada d'ingresso al villaggio un gruppo di giovani nepalesi stava bruciando il pelo di una mucca morta prima di scuoiarla, e si divertirono molto a vederci passare, infangati e bagnati come eravamo.
     Al villaggio ci fermammo una mezz'ora, per asciugarci, prendere un tè e riempire le schede da consegnare alla frontiera. L'anziano tedesco non si accorse della nostra sosta, proseguì e attraversò il primo posto di frontiera da solo, senza farsi timbrare il passaporto, e iniziò l'ultimo e peggiore tratto di salita da solo. Il resto del gruppo attraversò insieme il Friendship Bridge, costruito dai cinesi dopo l'invasione del Tibet, che ha un capo in Nepal e uno in Cina; i soldati cinesi si limitarono a metterci un timbro sul passaporto, tanto il vero posto di frontiera era molto più in alto, nel villaggio tibetano di Zangmu.
     Il mio angelo custode della mattina era scomparso dopo che gli avevo dato una mancia di
Una carovana di yak
venti rupie, ma me ne trovai ben presto al fianco un altro altrettanto solerte e prodigo di "Big danger". Aveva quindici anni e sapeva qualche parola d'inglese; veramente io gli avrei dato al massimo dieci anni, ma devo fidarmi di quello che mi disse. Mi raccontò anche che aveva frequentato per alcuni anni la scuola a Zangmu e tutti i giorni faceva il tratto tra Zangmu e Kodari, il che, anche quando la strada era ancora in funzione, voleva dire alcune ore di marcia. Non capii perché un ragazzo nepalese frequentava una scuola tibetana, il gap linguistico era troppo forte per sviscerare questo tipo di questioni. Durante la sosta a Kodari avevo anche fatto un po' di conversazione con l'amico dello scozzese burlone, mentre me ne stavo a piedi nudi per fare asciugare scarpe e calze vicino a un ruscello gelido in cui alcuni coraggiosi nepalesi si insaponavano vigorosamente. Questo inglese mi aveva parlato normalmente, senza aver l'aria stupita che un'italiana se ne andasse in giro per il mondo da sola, senza lo scialle nero sulla testa né un vasetto di basilico sotto il braccio, e senza neppure cantare "O sole mio" durante la marcia. Perciò durante l'ultima e più dura salita (tra Kodari e Zangmu c'erano almeno cinquecento metri di dislivello) ebbi qualcuno con cui scambiare due parole, e se la cosa mi tolse un po' di fiato, d'altra parte mi migliorò il morale.
     La salita era abbastanza tremenda. Neanche qui c'era un sentiero e bisognava arrampicarsi tra radici giganti, massi scivolosi e letti di torrenti non tanto in secca. Passammo anche un paio di frane in movimento che erano quello che mi faceva più paura. Il ragazzino nepalese mi precedeva dandomi la mano e indicandomi passo per passo dove dovevo mettere i piedi. A metà salita incontrammo il tedesco che arrivato a Zangmu era stato rispedito a Kodari a farsi timbrare il passaporto, e dal colore paonazzo della sua faccia ebbi paura che non l'avrei più visto. Invece, la sera ci raggiunse in albergo.
     La ragazza tedesca malata aveva assoldato un portatore perché la trasportasse sulla schiena per tutta la salita, ma questi rinunciò all'impresa dopo pochi metri, per cui la poverina fu costretta a fare tutta la strada sulle sue gambe, con frequenti soste, ma senza aiuto. Anche lei ci raggiunse piuttosto tardi in albergo. L'inglese obesa si era ripresa benissimo, e da quel momento in poi non ebbe più problemi.    
La salita mi sembrò eterna, e feci fatica ad apprezzare il panorama incredibile che ci si stendeva davanti man mano che salivamo, abbandonando in basso la valle e il fiume marrone. Sul pendio opposto c'erano ancora risaie e case di contadini nepalesi, con le loro pareti rosse e i tetti scuri di paglia, boschi di bambù e alberi altissimi. Non so che cosa ci fosse sul pendio che stavamo scalando. Io vedevo solo tronchi e radici e massi. Quando infine raggiungemmo quello che restava della carrozzabile e arrivammo in vista di Zangmu, non ero più in grado di apprezzare il paesaggio. Sulla strada, il nostro gruppo camminava in ordine sparsissimo, con Sophie, la guida inglese, e Paula alla testa; la coppia inglese (la cui metà femminile cominciava ad accusare i sintomi dello stesso malessere che aveva colpito la tedesca) era alla retromarcia, insieme alla ragazza grassa, che si chiamava Christine. Io mi ero attenuta su di una posizione onorevolissima, a metà; le due tedesche e il tedesco anziano non si vedevano da nessuna parte. In questa occasione mi meritai un gradevole complimento dallo scozzese, che mi rivolse per la prima volta la parola per dirmi che, anche se avevo le gambe corte, mi arrampicavo bene; al che risposi modestamente che al mio paese d'origine abitavo molto vicina alle Alpi e al Monte Bianco.
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Orrido di Zangmu
     Prima di arrivare al grosso villaggio di Zangmu, che si stendeva in file parallele di case a mezza costa, passammo su di un orrido molto suggestivo, verso l'alto scavato tanto profondamente nella roccia che non se ne vedeva il fondo, mentre verso il basso dava origine a una ruggente cascata. Il posto di frontiera era una baracca vicino a un arco accanto al quale stazionavano alcuni soldati cinesi. Le formalità non furono né lunghe né noiose, ma siccome avevamo un visto cumulativo dovemmo aspettare che arrivassero tutti prima di poterci riposare nell'albergo che si vedeva sorgere a pochi metri dall'arco di ingresso in Tibet. Era un edificio moderno, brutto e grandissimo, costruito sul pendio in modo che si entrava dall'ultimo piano e tutte le stanze erano più in basso. La vista sulla valle era spettacolosa. Le camere erano abbastanza confortevoli, anche se le lenzuola erano sporche e non c'era acqua calda, cosa particolarmente sgradevole perché avevamo raggiunto i duemilacinquecento metri e una doccia fredda non era l'ideale per rilassarsi dopo le fatiche della giornata. L'antipatica Sophie, separata ormai dal suo fidanzato cui i severi soldati cinesi non avevano permesso di accompagnarci all'albergo nemmeno per una birra (e che se ne era quindi ripartito per Kodari con aria depressa) aveva distribuito le chiavi delle stanze e aveva sistemato me, l'olandese e le due tedesche nella stessa stanza, che risultava piuttosto affollata. C'erano solo tre letti e una branda, e a me toccò la branda. La tedesca ammalata, Gunda, si infilò nel letto dove rimase fino alla mattina dopo, tranne che per le frequenti passeggiate in bagno. I letti avevano trapunte infilate in fodere di raso colorato con un buco in centro e l'aria piuttosto sospetta, ma eravamo tutte provviste di lenzuola. C'era una specie di veranda affacciata sulla valle a strapiombo in cui trovammo un thermos pieno di acqua calda, con cui potemmo farci un tè. Ma la giornata non era ancora finita; dovemmo rimetterci subito in movimento per raggiungere la banca e cambiare un po' di denaro. Fu un'altra salita, ma una passeggiatina in confronto alle precedenti esperienze; passando per le strade che erano piuttosto dei torrenti fangosi, sbirciammo nelle case tibetane, piccole e misere, che le costeggiavano. Comunque, il paese, essendo di frontiera, aveva caratteri molto misti e la popolazione sembrava per metà nepalese. I cinesi si vedevano solo alla banca e in albergo. Le costruzioni, misere e precarie com'erano, sembravano però tutte recenti; probabilmente il villaggio non esisteva o non aveva alcuna importanza prima della costruzione del ponte. Consumammo la cena in albergo, una cena cinese abbondante e variata. Fu l'unico pasto completo e di cucina locale (diciamo così) che riuscii a consumare in Tibet. Dopo cena, sarebbe stato ampiamente il momento di andare a dormire; ma siccome in tutto il territorio cinese vige l'ora di Pechino, che si trova molto più a est, avevamo perduto ben due ore e mezzo nel passare la frontiera, e anche se gli orologi ci dicevano che erano le nove, fuori il cielo era ancora chiaro e il sole illuminava il pendio opposto, per cui ci attardammo ancora una mezz'oretta nella cavernosa hall dell'albergo, in cui giovani arroganti cinesi, con grossi stereo all'orecchio e vistosi orologi al quarzo con decine di pulsanti al braccio, ciondolavano sui divani sfondati ridendo e guardandoci senza simpatia. C'era anche una saletta buia con separés in cui forse si vendevano alcolici, ma non mi ci avventurai. Andai a dormire col sole.
    
Xedar Dzong
Non ricordo in quale momento le nostre guide nepalesi ci avevano abbandonato, ma la mattina dopo la scelta dei portatori fu fatta da Sophie e Paula, con un'arroganza e un piglio coloniale che erano veramente insopportabili, soprattutto da parte di Paula con i suoi shorts assolutamente ingiustificati dal freschetto e dalla nebbia che si vedevano fuori dalle porte dell'albergo. I portatori tibetani erano assai più scalcinati e insistenti di quelli nepalesi, e intervenne anche qualche soldato per tenerli fuori dalla hall. Alcuni avevano facce che facevano veramente un po' paura, ma poi si allargavano in sorrisi allegri e dolcissimi.
     Quando cominciammo l'ultimo pezzo di salita per raggiungere le jeep che ci avrebbero trasportati per il resto del viaggio, bloccate molto sopra Zangmu dalle ultime frane, pioveva e il pendio opposto era coperto di nebbia che si stracciava lentamente in nastri e scialli attaccati alla foresta di bambù. La prima parte del cammino ci portò ad attraversare un paio di frane abbastanza difficoltose perché coperte di massi instabili, poi il sentiero puntò direttamente verso l'alto attraverso un fitto bosco. La salita fu penosissima sia per la difficoltà oggettiva del sentiero, sia perché incrociavamo continuamente file di portatori che scendevano, tra cui molte donne, carichi di enormi fagotti trasportavati col solito sistema della striscia di corda sulla fronte, il che li rendeva ciechi, inoltre per non perdere l'equilibrio mantenevano un passo veloce e costante, per cui bisognava scostarsi rapidamente per non essere travolti, e aspettare che la fila passasse prima di riprendere il cammino. Siccome il sentiero era stretto, questo talvolta voleva dire salire sulle radici di un albero o attaccarsi al tronco o mantenersi in equilibrio precario su di un masso. Non mi piacque affatto questa passeggiata, anche perché avevo paura delle sanguisughe che in quel periodo sono abbondantissime e non possono essere evitate se si sta troppo sotto gli alberi, ma per fortuna nessuna mi si attaccò.
Xedar Dzong
     Superammo infine anche questo ultimo tratto, e arrivammo sulla carrozzabile dove le nostre jeep erano in attesa, insieme a molti camion e qualche pullman. Ci dovevano distribuire quattro per macchina, come ci disse la nostra guida cinese, una robusta ragazzetta con i capelli tagliati in una foggia piuttosto avveniristica, accompagnata da alcuni accoliti di cui non capimmo mai la funzione. Io salii su una jeep qualsiasi (ma più tardi riformammo gli equipaggi, e io mi trovai permanentemente seduta sul sedile posteriore tra Bruce, l'australiano, e il giapponese, mentre Marianne, l'olandese, sedeva sempre accanto all'autista, non si sa in grazia di quale motivo - se non che era una rompiscatole prepotente) in cui mi trovai dietro a Christine, e mi accorsi immediatamente che era coperta di sanguisughe sul collo e sulle braccia. Questo causò una notevole agitazione, con la partecipazione di tutti gli astanti che avevano l'aria di divertirsi moltissimo e furono prodighi di consigli di ogni tipo; alla fine le sanguisughe furono estirpate dalle succose carni di Christine e potemmo partire.
     Ormai la parte principale della salita era compiuta, e ben presto abbandonammo i boschi rigogliosi che ci avevano accompagnato fino ad allora per inoltrarci nell'arido altipiano tibetano. Salivamo di continuo, ma la salita era lenta e la strada, non più costruita sull'orlo di uno strapiombo, attraversava declivi ingannevolmente dolci e ampie vallate. Il primo villaggio che incontrammo fu Nielamu, poco attraente e freddo sotto un cielo grigio, ma attraversato da una carovana di yak infiocchettati e carichi che ci affrettammo a fotografare. L'altitudine cominciava a farsi sentire.
    
Xedar Dzong
Il paesaggio era totalmente cambiato. Ora avevamo intorno spazi sconfinati di erba rada, completamente vuoti di costruzioni e presenze umane o animali; l'orizzonte era chiuso da nuvole grigie e fitte che di tanto in tanto si aprivano abbastanza da farci indovinare, dietro, la presenza di vette innevate tutt'intorno a noi. In quei rari momenti, clic clic, tutte le macchine fotografiche tiravano fuori i loro teleobiettivi e si sforzavano di squarciare la cortina impassibile di nuvole che ci circondava a destra, a sinistra, dietro, davanti, e sopra, e che non si aprì mai abbastanza da farci vedere qualcosa di più dei piedi bianchi e gelati delle montagne che pure, lo sapevamo, erano lì intorno. Valicammo due passi; il primo, il Nielamu Pass, a 3800 metri, e il secondo, parecchie ore più tardi, il Lalung Leh a 5050 metri. In teoria, da questo passo si sarebbero dovute vedere cinque cime di
Tra il Nielamu Pass e Xegar Dzong (e dietro, da qualche parte, l'Everest)
8000 metri, e tre di 7000. In realtà tutto quello che vedemmo furono molte nuvole, ma era sempre eccitante pensare che dietro di esse c'era, tra il resto, l'Everest. A quell'altitudine, trovavo difficoltoso persino fare i pochi passi necessari per appartarmi a fare pipì, e avevo nausea e mal di testa. Ogni tanto, nelle pianure, si vedevano cavalli che pascolavano accanto ai letti dei fiumi; sui pendii c'erano gruppi di yak.
     A metà pomeriggio arrivammo a Xedar Dzong, dove dovevamo passare la notte, a un'altitudine di 4350 metri. Il villaggio si trovava ai piedi di un'altura piuttosto scoscesa in cima alla quale sorgeva un monastero, piccolo ma pittoresco, almeno visto dal basso. Non me la sentivo di salire a visitarlo, perché continuavo a non sentirmi tanto bene. In effetti, gli unici che affrontarono l'impresa furono Paula (sempre in shorts), Sophie e la coppia inglese. Ci eravamo fermati per la notte a una specie di scuola o caserma trasformata in ostello. Ebbi una stanza con l'olandese, che cominciava già a raccontarmi il suo viaggio in Mongolia, per cui decisi di fare una passeggiata fino al villaggio, che distava un chilometro o poco più. Mi misi in cammino lentamente, cercando di non stancarmi con un passo troppo rapido od un eccesso di movimenti. La strada era dritta e desolata, tra campi e basse baracche a un piano che ospitavano negozi quasi vuoti con le insegne scritte in cinese. Quando fui vicino al villaggio, incontrai un gruppo di ragazzine con delle gerle sulla schiena che mi si affollarono intorno ridendo e toccandomi.
Erano particolarmente interessate ai miei orecchini e ai braccialetti di vetro nepalesi che portavo al polso. Me li sfilai e glieli  regalai rimpiangendo di non averne portati di più; se avessi saputo che erano così apprezzati, ne avrei portati alcune dozzine per regalarli. Le ragazze erano giovanissime, quindici o sedici anni; avevano facce allegre e bellissimi sorrisi, con denti bianchi e forti. Erano molto sporche, sia nei vestiti che nella faccia e portavano poveri braccialetti e anelli di nessun valore, però alcune avevano orecchini di corallo e turchesi, e le loro trecce avvolte sul capo erano ornate con nastri e fili di lana rossa e nera. Le gerle vuote erano trattenute sulla schiena da una corda trasversale che gli attraversava il petto. Ci facemmo moltissimi sorrisi e anche qualche franca risata, e anche se all'inizio si erano rifiutate, poi furono felici di farsi fotografare; ma fu impossibile farmi dare il loro indirizzo per poter mandare loro le foto. Proseguii per la mia passeggiata, e fui raggiunta dall'australiano e da Ute, la tedesca che stava bene. Anche loro erano provati dall'altitudine e si muovevano con precauzione.
Xedar Dzong
     Arrivati nel villaggio, però, fu impossibile mantenere la calma. Fummo immediatamente circondati da un codazzo di bambini vivacissimi, di una sporcizia incredibile, con lunghi mocci incrostati sul labbro superiore, vestiti con più strati di stracci e i pantaloni aperti sul sedere in modo che le loro chiappette pallide e striate di sporco occhieggiavano a ogni movimento. Raramente ho visto bambini più allegri e scherzosi. Ci saltavano intorno in parossismi di divertimento, toccandoci e tirandoci da dietro quando pensavano di non essere visti. In particolare, il più vivace era un ragazzino di quattro o cinque anni con un enorme berretto da soldato cinese con la stella rossa che non smetteva un secondo di ridere e farci scherzi. Ben presto giunsero anche le madri dei bambini, che però ci guardavano appena, continuando a filare la lana sui loro fusi mentre camminavano, anch'esse sporchissime, ma vestite di tutto punto e con un incredibile armamentario appeso alla cintura, chiusa da enormi fibbie di metallo, tra cui spiccava un grande mestolo di ottone. Le donne chiacchieravano tra di loro facendo finta di niente, poi alcune si sedettero a spidocchiarsi, voltando all'inizio il capo quando cercavamo di fotografarle, ma poi ben contente e prodighe di sorrisi appena vedevano una macchina fotografica voltata verso di loro. Erano belle e attraenti malgrado le ditate di sporco annoso che copriva le loro guance rotonde, e come tutti i tibetani, avevano sorrisi allegrissimi e contagiosi.
     Gli scherzi e i salti dei bambini però ci costringevano a muoverci con troppa violenza, e ben
Xedar Dzong
presto fummo tutti esausti. Non avevamo né caramelle né altri dolci da distribuire e Ute se ne andò dicendo che avrebbe portato qualcosa per loro, ma quando vedemmo che non tornava, anche Bruce e io ci ritirammo in buon ordine, camminando lentamente e senza più cedere alla voglia di divertimento dei piccoli vivacissimi monelli. Le donne parvero non accorgersi nemmeno della nostra partenza. Sulla via del ritorno incontrai le mie amiche con le gerle piene di erba, e ci scambiammo saluti affettuosissimi. Il villaggio era interamente costruito in stile tradizionale, con case a un solo piano precedute da un cortiletto, tetti
Xedar Dzong
piatti coperti da alti strati di fascine o sterco di animali, pareti bianche e gli stipiti delle porte e delle finestre dipinti di blu. Sui tetti delle case, sventolavano festoni di bandierine o si ergevano pali e frasche coperti di preghiere. Le strade non erano pavimentate e sembravano piuttosto il letto di ruscelli in secca. La vegetazione era praticamente inesistente, anche se sbirciando in qualche cortiletto vedemmo delle piantine spuntare tra le pietre. Quando rientrammo, avevo un tale mal di testa e una tale nausea che andai direttamente a dormire senza cena, dopo essermi sommariamente lavata in un catino riempito a un lavandino comune situato nel corridoio. Non esistevano bagni, solo gabinetti; ma fuori dalla porta di ogni stanza c'era un recipiente di metallo smaltato che non capii se era un vaso da notte o una sputacchiera.
Xedar Dzong
Tra Xedar Dzong e Xigatse
     La mattina ripartimmo con le nostre jeep e la giornata trascorse nell'attraversamento di grandi vallate aride, tra cavalli al pascolo e villaggi dall'apparenza talvolta fortificata e talvolta pacificissima, con le solite case a un piano dal tetto piatto ricoperto di sterpi e letame, circondate da bassi muretti e nessuna vegetazione. Nei fondo valle c'erano campi di orzo e senape e prati, qualche salice lungo i fiumi, e un traffico praticamente inesistente. Un paio di volte dovemmo attraversare dei punti in cui il fiume aveva coperto la strada, ma l'acqua era sempre bassa e non c'era alcuna difficoltà a guadare con la jeep. A mezzogiorno facemmo un pic-nic con uova sode, carne in scatola e pesce secco in bustine di plastica. Da bere, c'erano lattine di coca-cola, e il pane era rappresentato da orrendi panini cotti al vapore. Io riuscivo solo a mangiare le uova sode, perché la nausea continuava e qualunque cibo con un'aria appena esotica mi faceva venire voglia di vomitare. La sera, giungemmo a Xigatse, dove fummo alloggiati in un albergo dall'apparenza lussuosa alla periferia della città. Credo di non aver mai visto delle stanze così sporche, almeno in un albergo di lusso. I tappeti erano incrostati di sudiciume, le lenzuola tanto nere che persino ricoprirle con le nostre lenzuola non sembrava sufficiente e qualsiasi movimento minacciava di far entrare in contatto con zone pericolose, e in bagno niente funzionava, né la doccia né la luce né il gabinetto. Di nuovo saltai la cena, e senza rimpianti.
Xigatse
     Il giorno dopo andammo a visitare il monastero di Tashi Lumpu, sede del Panchen Lama, seconda autorità religiosa in Tibet, l'ultimo dei quali si è distinto come collaboratore dei cinesi. Il monastero era grandioso, una serie di vasti edifici bianchi e rossi circondati da un alto muro, dal quale sporgevano i tetti dorati e decorati delle sale da preghiera, e fui particolarmente colpita dal grande muro per l'ostensione dei drappi in occasioni delle feste principali che lo sovrastava. Ma la visita fu, per molti versi, una delusione. C'erano altri turisti, giunti in pullman da Lhasa, e quando entrammo in una sala da preghiera in cui era in corso una cerimonia, ci furono chieste circa ottomila lire per scattare delle foto. A me non interessava, ma pagai lo stesso e delle foto che scattai una sola venne, neanche tanto bella; giusta punizione per aver disturbato con il mio flash inadeguato il rituale mattutino dei monaci. Gli altri turisti scattavano come dannati, e uno mi apostrofò con un villanissimo "Hey, you!" perché mi permisi di muovermi mentre scattava. La sala era buia e affollata di sedili e monaci, che recitavano le loro preghiere incuranti della raffica di flash che li illuminava; ma ogni tanto qualcuno dei più giovani si distraeva e guardava i turisti, pur continuando a salmodiare. Un ragazzo cinese ci faceva da guida nel monastero, ma era chiaro che ne sapeva meno di noi sul lamaismo e sul buddismo in generale; inoltre parlava un inglese piuttosto generico. Nel grande edificio, in cui dovevano essere ospitati in origine circa ottomila monaci, ora ne vivevano seicento. Il cortile e gli edifici erano malamente degradati. Questo monastero era famoso per la sua stamperia, e sulla mia guida, pubblicata in Nepal da un professore nepalese, lessi che alcuni di essi si occupavano di ristampare gli antichi testi con gli stampi in legno della tradizione, ma io non posso dire di aver visto niente a questo proposito.
Xigatse - Tashi Lumpu
Vedemmo invece, in un grande cortile, alcuni monaci che, in piedi su cavalletti di legno, ridipingevano gli affreschi dei porticati che circondavano tutto il cortile. Era bello vederli ridipingere semplicemente i colori come erano, ricalcando i contorni delle figure, con un procedimento che avrebbe fatto urlare dal raccapriccio qualunque restauratore occidentale. Io trovai molto rasserenante questa continuità che non aveva niente in comune con la mania di conservazione che caratterizza le cure dedicate a qualsiasi monumento in occidente.
     Entrando nella sala di preghiera principale, a cui si accedeva da una scaletta a pioli ripidissima, rigorosamente a sinistra, per poi uscire da una scaletta analoga a destra, incontrai un gruppo di pellegrini che mi fecero molte feste, soprattutto le donne, una delle quali si infilò una mano in una tasca interna e ne tirò fuori delle albicocche secche, una mela vizza e dei semi che mi regalò con uno dei più bei sorrisi che avessi mai visto. Ciononostante, non ebbi il coraggio di mangiarli. L'interno della sala da preghiera era affollato di statue alte fino al soffitto intorno alle quali bisognava girare in senso orario, e statue più piccole in ogni angolo; davanti a esse vi erano decine di coppe d'ottone piene d'acqua e di burro fuso, e l'odore rancido del burro riempiva tutto l'ambiente e anche i vestiti dei pellegrini ne erano impregnati; dopo un poco diventava nauseante. La sala era buia, le pareti affumicate e coperte di drappi di seta e di broccato che pendevano anche dal soffitto. I pellegrini portavano grandi thermos di plastica da cui versavano le loro offerte nelle ciotole e pregavano con grandissima devozione. Erano tutti, uomini donne e bambini, vestiti molto miseramente, e avevano l'aria di venire da lontano, ma tranne il continuo scambio di sorrisi, la comunicazione con loro era impossibile. Vidi pochissimi monaci, a parte i dieci o dodici che avevamo sorpreso nella loro preghiera mattutina appena arrivati. Ve ne erano di anziani, ma anche di giovanissimi.
     Usciti dal Tashi Lumpu, ci recammo al mercato che si trova a poche centinaia di metri, anche se in macchina ci volle un po' ad arrivarci, a causa delle strade fangose e impraticabili persino in jeep. Xigatse, con quarantamila abitanti circa, si trova a 3900 metri di altitudine ed è la seconda città del Tibet. E' un vivace centro commerciale e il suo mercato è molto interessante.
Xigatse
Vi si vende dalla carne al burro, dalle valige alle antichità presunte, e i mercanti, per lo più donne, sono simpaticissimi. Non parlano inglese ma sono tutti muniti di calcolatrici su cui calcolano velocissimi cambi tra dollari, FEC (la moneta in uso tra gli stranieri) e Remnimbi (la moneta locale). Se appena si dà inizio a una contrattazione, poi è praticamente impossibile tirarsi indietro; e in effetti mi trovai in possesso di alcuni oggetti che non avevo mai pensato di acquistare. In tutte le guide c'è scritto che è meglio fare acquisti al mercato di Zigatse piuttosto che in quello del Bargkhor a Lhasa; ma la mia impressione è stata diversa, e anche se si dice che tutti gli oggetti in vendita a Lhasa sono prodotti dai Newar nepalesi, abilissimi artigiani in grado di imitare i manufatti tibetani, nel complesso io trovai molto più interessante quel mercato, più ricco e variato; inoltre, non mi parve molto difficile distinguere gli oggetti autentici da quelli contraffatti. Ma anche in questo, può darsi che mi sbagli. In ogni caso, ci buttammo tutti negli acquisti, e tutti, io per prima, fummo certamente imbrogliati dagli abilissimi e ridanciani mercanti locali. Ma lo spettacolo e l'atmosfera del mercato valevano i pochi dollari che ci furono estorti. La folla che lo frequentava era composta da donne tibetane vestite con i soliti grembiuli rigati e vezzi di corallo e turchese, qualche cinese in blu, e superbi giovani dai lunghi capelli intrecciati con fili di lana rossa che terminavano in ciuffi sulla fronte, giacche portate sulla spalla come ussari, alti e belli, con collane d'osso e turchese. Le case che circondavano il mercato erano belle, a due o più piani, bianche, con il tetto piatto e le porte e le finestre circondate da cornici dipinte a fiori, in blu o in grigio, e sormontate da festoni bianchi; sui tetti sventolavano bandierine bianche o colorate.
     Partimmo verso le due del pomeriggio e in un paio d'ore fummo a Gyantse, a 3950 metri di altitudine, la più graziosa e interessante delle cittadine che vidi nel tragitto per Lhasa. L'albergo, grande, molto bello, era completamente fuori dall'abitato, in piena campagna; le pareti dell'atrio, grandissimo e luminoso, erano coperte di piante rampicanti di plastica che gli davano un'aria fiabesca; in centro si trovava un altarino coperto di piccoli mucchi di cereali in cui erano infilati bastoncini di incenso.
Albergo a Gyatse
     La stanza che dividevo con la noiosissima olandese era chiara e lussuosa, arredata in stile tibetano: cioè con letti fatti solo di tappeti (ne dovetti eliminare un paio per riuscire a dormire), mobili di legno dorato e dipinto a fiori di colori vivaci, un altarino simile a quello della hall e la televisione. Era pulitissima e c'era persino della carta da lettere intestata di cui feci subito uso, anche se non mi fidai a imbucare la mia lettera in albergo. Subito dopo aver preso possesso delle stanze, ci recammo nel villaggio per vedere il monastero.
     Il paese era piccolo, ma con una fisionomia del tutto particolare. Forse c'era anche una parte cinese, con le solite strade alberate ed edifici moderni, ma in questo caso si trovava lontano dal centro antico e dalla vasta strada rettilinea che portava al monastero, il cui portone d'ingresso la sbarrava al fondo. Ai due lati sorgevano belle case del tipo tradizionale, bianche con le finestre colorate e i tetti piatti, a due piani, che ospitavano alberghi molto modesti (e con l'aria di essere disabitati) con grandi cortili su cui si affacciavano le camere, e negozi semivuoti, sui cui banchi e scaffali polverosi si vedeva qualche pezza di stoffa e utensili per la cucina, per lo più di plastica, tutti di produzione cinese. Di un albergo, che come gli altri aveva un'insegna trilingue, in cinese, tibetano e inglese, ricordo il nome: Warm Heart Hotel. Qualche casa al primo piano aveva balconi o verande sorretti da colonnine dipinte e intagliate. Nella strada sedeva per terra un gruppo di pellegrini o viaggiatori dall'aria molto allegra, riuniti in circolo attorno a una radio che trasmetteva musica. Vi erano le solite biciclette, ma molti si muovevano a cavallo, su cavallini piccolissimi, e avevano cappelli di feltro che davano loro un'aria da cow-boys.
Gyantse
A un vecchino dal viso intenso, con la gerla piena di erba e una zappa in spalla, diedi una delle fotografie a colori del Dalai Lama; mi fece un sorriso sdentato quasi incredulo e attese contento che lo fotografassi. Aveva una giacca e una camicia tutte strappate e orecchini di turchese, e anche lui portava un cappello di feltro marrone. Nelle strade laterali erano legati cavallini che aspettavano ubbidienti i loro padroni, grufolando come maiali tra l'immondizia.
    
Gyantse
Il monastero, costruito sul pendio arido di una collina, era molto meno grandioso di quello di Xigatse: si vedeva l'edificio della sala da preghiera principale, quello in cui abitavano l'abate e i monaci, e un bellissimo tempio a otto piani, con cornici esterne dipinte e un tamburo sovrastato da una specie di cupola a ombrello. Il monastero era chiuso ma potemmo entrare nel cortile e girare liberamente. Dava un'impressione desolata, così vuoto e deserto, con il grande cortile selciato in cui si aggiravano solo qualche cane e dei bambini che ci seguivano passo passo. In mezzo al cortile sorgeva un altissimo palo coperto da ciuffi di pelo di yak e bandierine. In alto, sulla collina, c'erano i resti di un forte e una grande muraglia accompagnava tutta la cresta per chilometri. Anche qui, dietro gli edifici costruiti sul pendio sorgeva un maestoso muro per l'esibizione dei tanka cerimoniali. L'insieme era molto suggestivo e solitario.

Monastero  di Gyantse
     La sera, in albergo, cenai con una scatoletta di paté e del pane in cassetta. Stavo meglio, ma continuavo a avere la nausea. Durante il giro del paese, avevo incontrato una turista sola, avvolta in uno scialle a righe, che chiedeva notizie sugli alberghi; le avevamo consigliato quelli della città vecchia perché il nostro sembrava molto caro, e avevo sentito una fitta d'invidia nei suoi confronti. Mi ripromisi di tornare in Tibet dalla Cina, per poter girare per conto mio, con i mezzi pubblici.
    
Tra Gyantse e Lhasa
Il giorno dopo partimmo per Lhasa, che distava da Gyantse otto ore di macchina; si annunciava un tragitto molto interessante. All'inizio, la strada si snodava attraverso le solite valli ampie e aride, ma ben presto si cominciò a salire e ci trovammo sull'impressionante Karola Pass, a 5010 metri di altitudine, in cui la strada passa proprio sotto un ghiacciaio che incombe come un muraglione di ghiaccio sulla destra. La nebbia nascondeva la parte alta del ghiacciaio, ma vedere sopra di sé quella massa di ghiaccio che pareva ancora in movimento, anche se in realtà era il ritratto di tutto quello che c'è di più immobile, faceva veramente impressione. Ho visto molti altri ghiacciai, ma nessuno con l'aria furibonda come questo. Dall'altra parte ci doveva essere un alto muro di roccia, ma la nebbia impediva di vedere alcunché.
Ghiacciaio del Nazin Khang La
Qualche yak pascolava sugli stenti prati sotto il ghiacciaio. Ci fermammo pochi minuti e anche solo fare due passi mi stese, in preda alla nausea e al mal di testa. Il giapponese sembrava molto provato e continuò a chiedere "One aspirin, please" per molto tempo dopo. Dopo il passo, che sta tra due cime, l'una di più di 7000 metri e l'altra di più di 6000, scendemmo verso il lago Yamdrok, di cui avevo letto molto e che ero ansiosa di vedere. Il suo nome significa lago di turchese e in effetti le sue acque sono azzurre e le sue rive molto ridenti. E' tortuoso, si divide in moltissimi bracci e golfi e la strada che lo costeggia è davvero scenografica. Molti yak pascolavano sulle sue rive e sulle pendici delle montagne che lo circondano, ma in basso c'erano anche mucche e bufali. C'erano grandi campi di segale e di senape fiorita, che facevano macchie gialle di bellissimo effetto, soprattutto quando le nuvole si squarciavano e il sole li illuminava improvvisamente. C'erano anche dei bei villaggi di pescatori, con le reti stese, e in uno vedemmo un pullman di turisti parcheggiato. La strada poi abbandonò il lago per salire nuovamente verso il passo di Kamba La, ma finché le nuvole non lo nascosero alla vista, potemmo vedere ancora a lungo il lago sotto di noi, con le sue acque azzurre e i campi di senape in fiore.
     Sulla strada per il passo gli yak stavano arrampicati in posizioni assurde, e c'era una vegetazione un po' più fitta. In alto c'erano i soliti mucchietti di pietre incise con preghiere e festoni di bandierine: poi la strada prese a scendere verso la valle di Lhasa, in fondo alla quale scorreva gonfio e scuro il Brahmaputra.
     Ben presto fummo nell'ampia valle coltivata, con grandi villaggi e campi di cereali e patate. Nei dintorni di un villaggio vedemmo un gruppo di ragazzi e ragazze, divisi in due file che si fronteggiavano, che battevano il grano con dei bastoni piatti in una specie di balletto sincronizzato, con una perfetta alternanza che faceva sì che nessun bastone incontrasse mai quello del dirimpettaio, mentre cantavano una loro canzone. Ci fermammo e scendemmo per fare delle fotografie, e naturalmente i ragazzi smisero immediatamente il loro lavoro per guardarci tra molte risate. Un gruppo di bambini ci circondò, e uno di loro si tirava dietro con un cordino una macchina fatta con una lattina di coca-cola e quattro ruote di legno; questo è forse l'unico giocattolo che ho visto in mano a un bambino tibetano. Lui ne era molto fiero e aveva l'aria di divertirsi a tirarselo dietro. I bambini erano come sempre molto graziosi, con tonde guance sporche e rosse e sorrisi allegrissimi.
Tra Gyantse e Lhasa
     La valle si faceva sempre più larga, e presso le colline lungo il fiume c'erano grandi dune di sabbia gialla. Vedemmo le barche rotonde di pelle di yak, ma non ci fu il tempo di provarle, e io non me ne dispiacqui.
    
Bhramaputra (Tsang-po)
Vicino a Lhasa il fiume era straripato, ma la strada era agibile; passammo accanto a un grande Budda scolpito in bassorilievo lungo una specie di stagno formato dal fiume e ci fermammo dopo il ponte sul Brahmaputra a mangiare qualcosa (sempre pane e formaggio per me). Infine, nel pomeriggio, arrivammo a Lhasa, dove alloggiavamo un po' fuori dalla città, vicino al Norbu Linka, all'Holiday Inn.
     A Lhasa rimasi quattro o cinque giorni. Stare all'Holiday Inn era un grave handicap, prima di tutto perché era lontano dal centro, e poi perché era un albergo internazionale completamente anonimo che faceva da schermo tra noi e il paese che stavamo visitando. Era un bell'albergo, pulito, lussuoso e comodo, e fui molto lieta di poter mangiare sempre piatti più o meno occidentali, perché continuavo ad avere problemi di stomaco e avrei sofferto se avessi dovuto mangiare nei ristorantini cinesi che erano l'unica alternativa; ma comunque, avrei preferito vivere di gallette e frutta, piuttosto che essere nel ghetto anonimo in cui eravamo confinati. C'erano almeno tre ristoranti nell'albergo, alcune donne tibetane che se ne stavano permanentemente a tessere tappeti nella hall, una boutique sempre chiusa, servizio di lavanderia, cambio e posta; e la sera, in una specie di piano bar, alcuni giovani cinesi suonavano Mozart e Schubert per quei turisti che avevano voglia di far tardi su una birra o un bicchiere di vino cinese, dolce e appiccicoso. Ebbi una stanza con la solita olandese e per la prima volta dalla partenza dal Nepal avemmo acqua calda per fare la doccia. Ciononostante, avrei preferito stare in uno degli alberghi tibetani che si trovavano in centro, intorno al Barkhor. Fummo presi in carica da una nuova guida cinese, una ragazza adenoidea notevolmente stupida e antipatica, che non sapeva assolutamente nulla di Lhasa né del Tibet in generale e che soprattutto non aveva nessuna voglia di portarci a vedere niente, così ci fece perdere un sacco di tempo. Inoltre non parlava quasi inglese ed era molto difficile spiegarle quello che volevamo fare; l'unica cosa che le interessava era cambiare remnimbi con FEC e farsi regalare sigarette occidentali per il suo fidanzato. Rimpiangemmo la ragazza robusta con il taglio di capelli moderno, che almeno, se non era simpatica, era intelligente e parlava inglese.
Potala
     Ci furono subito problemi con l'agenzia statale di viaggio, perché la guida che ci aveva accompagnato fino a Lhasa ci aveva fornito, non richiesta, dei pasti (che io, per esempio, non avevo mai consumato) per cui ci fu chiesto di pagare un conto spropositato. Gli inglesi, che dovevano continuare il viaggio servendosi dell'agenzia, pagarono, ma gli altri semplicemente si rifiutarono e la cosa finì lì. Inoltre, i tedeschi, io e l'olandese, che volevamo tornare in Nepal in aereo, dovemmo contrattare il prezzo del biglietto perché ci fu chiesto più di quello che ci avevano detto di pagare a Kathmandu. Anche in questo caso, discutemmo con il funzionario che doveva riscuotere i soldi, e semplicemente ci rifiutammo di pagare di più di quello che ci era stato detto. Ci costò una mattina di trattative, ma la spuntammo, e il tutto ci diede un'opinione piuttosto negativa dell'agenzia di viaggio di stato cinese.
    


Potala

Potala
Le cose da vedere a Lhasa, naturalmente, erano moltissime, a cominciare, senza dubbio, dal Potala, il palazzo d'inverno del Dalai Lama. Questa fu la prima visita che effettuammo, e ci avvicinammo tutti a un luogo così illustre con qualche tremore e molte aspettative. Il Potala a Lhasa è come l'Acropoli ad Atene o... non ho altri paragoni: qualcosa di incombente, visibile da qualsiasi posto, un punto di riferimento al quale non si può sfuggire dal momento in cui si arriva in vista della città. La sua posizione su di una collina al centro della città lo rende cospicuo, e la maestà delle sue forme e degli edifici che lo compongono, oltre che del carico di storia che si porta dietro, lo rende veramente impressionante. L'attuale palazzo è stato edificato nel seicento, con aggiunte e modificazioni posteriori, ma il suo fascino è dovuto anche al suo aspetto senza tempo, e al fatto che per secoli è stato un luogo misterioso, proibito agli stranieri. Io avevo letto così tanto a proposito di questo palazzo-monastero, luogo santo per eccellenza per la permanenza nelle sue stanze dei Dalai Lama, che devo ammettere che ci entrai con una sensazione quasi di sacrilegio. E questo sensazione fu ulteriormente confermata dalla visita che compimmo all'interno, attraversando camere private e santuari famosi trasformati in musei, anche se ancora attraversati e santificati dalla devozione dei pellegrini che li visitavano con fede intatta.
Potala
     Giungemmo al palazzo per una via secondaria, e incongruamente la visita finì nel cortile d'entrata, forse per la stupidità della nostra guida. Però c'erano dei pellegrini, gente modesta con i suoi thermos pieni di acqua e di burro per le offerte, che percorrevano la nostra stessa strada. La visita fu lunga, anche se naturalmente solo una minima parte del Potala è aperto al pubblico; visto dall'esterno, con la sua massa bianca e rossa che domina la città ed è visibile da qualunque punto, sembra più che altro una fortezza, grandiosa e compatta, ma l'interno è un intrico di salette e camere piccole e buie, inframmezzate da cortili, scale e grandi sale di preghiera su più piani. E' il sogno di qualunque fotografo e viene benissimo da qualunque angolo lo si riprenda, ma all'interno non si possono fare fotografie, neanche usando la potente arma di corruzione delle foto del Dalai Lama; ciononostante, tutti i componenti del mio gruppo riuscirono a scattare qualche immagine proibita, e se no si sfogarono nei cortili e sul tetto, da cui si aveva una visione completa della città, con la sua piccola parte antica raccolta intorno al Potala e al Jokhang, e i vasti viali, estesi tutt'intorno, della nuova città cinese, che arriva fino al Norbu Linka e ha cancellato il circuito di preghiera esterno. Oltre alle sale di preghiera, coperte come sempre di drappi preziosi che scendevano dal soffitto e dalle pareti affrescate (ma la mancanza di illuminazione rendeva difficile apprezzare gli affreschi) e piene di statue enormi, mi piacque la sala, assai più piccola e bassa di soffitto, in cui si trovano numerosi chorten dei precedenti Dalai Lama, dorati e decorati di pietre preziose, soprattutto turchesi, coralli e perle, donati dai fedeli in occasione della loro costruzione, e le sale private dei Dalai Lama, soprattutto quella dell'attuale, modesta e scura, con piccole finestre e sedili per pregare e meditare, altari e numerosissime statue. Sul tetto piatto, dalle balaustrate decorate di aste coperte di peli di yak, oltre alla bella vista, era notevole lo spettacolo dei turisti occidentali (pochi) e cinesi, soprattutto militari, che fotografavano in continuazione, il panorama e gli altri turisti, facendosi a loro volta fotografare in una sarabanda di clic che finiva per sembrare una cerimonia o una recita rituale. I pellegrini, invece, non solo non fotografavano, ma neanche salivano sul tetto, intenti com'erano solo a pregare e lasciare offerte davanti agli altari. L'odore di burro era nauseante e insopportabile come negli altri luoghi di culto, e con la nausea che continuava ad accompagnarmi, finì per diventare una costante del mio soggiorno in Tibet.
     Infine uscimmo nel cortile principale, dove si tenevano le danze e le rappresentazioni sacre, cui il Dalai Lama assisteva da un balcone verandato al primo piano. Ebbi anche l'occasione di visitare i gabinetti per il pubblico, che erano veramente primitivi e soprattutto notevolmente sporchi. Purtroppo non si poteva visitare alcun locale di servizio, né le cucine né le celle dei monaci né altro.     
    
Jokhang
Ma devo dire che se il Potala mi fece una triste impressione, di un luogo del passato, la cui carica emotiva era esclusivamente legata alle memorie che rinchiudeva, e tristemente decaduto rispetto al ruolo che aveva rivestito prima dell'arrivo dei cinesi, la vera emozione fu rappresentata dalla visita al Jokhang, che continuava a essere il centro della devozione del Tibet e della vita di Lhasa e l'unico luogo della città in cui la presenza dei cinesi non era incombente. L'ampia piazza antistante al tempio era essa stessa uno spettacolo dei più vivaci che io abbia mai visto. La piazza è molto grande, rettangolare, e delimitata da begli edifici in stile tradizionale, alte case bianche con le solite finestre decorate e i tetti coperti di bandierine, tutti ben tenuti; ospitavano alberghi, case di abitazione, negozi e l'ospedale tibetano che visitammo in seguito. Proprio in fondo alla piazza si trova il tempio.
Entrata del Jokhang
Tutt'intorno, una folla vivacissima e occupata nelle più diverse attività. C'erano molti venditori, anche se il mercato vero e proprio si sviluppa nelle strade che circondano il Jokhang. Un uomo faceva ballare una scimmia tenuta al guinzaglio, e questo spettacolo richiamava una folla come deve essere successo per secoli nel medesimo luogo. Una vecchia faceva degli stampini di terracotta con la figura di Budda, che poi colorava con porporina. Ne acquistai uno per poche lire. Altri incidevano su pezzi di lavagna le sacre sillabe "Om mani padme um" e le vendevano ai pellegrini che poi le ammassavano accanto a un altare a forma di uovo posto davanti al cortile antistante l'entrata al tempio. C'erano anche venditori di ginepro, seduti per terra davanti ai loro fasci odorosi, che venivano poi bruciati sull'altare a uovo. Alcune donne ornate di file di turchesi e coralli nei capelli, sul petto e alle orecchie cercavano di vendere i loro gioielli agli scarsi turisti. Sulle lunghe trecce annodate, uomini e donne portavano cappelli di paglia o di feltro o scialli avvolti a mo' di turbante. I vestiti di tutti erano miseri ma colorati e fantasiosi; anche qui i giovani uomini erano bellissimi, alti e slanciati, con le trecce nere intrecciate a fili di lana rossi che cadevano in ciuffi sulla fronte, e le giacche portate spavaldamente sulla spalla sopra le camicie bianche e i pantaloni scuri. Qua e là, qualche cinese o qualche tibetano si aggirava vestito alla cinese, pantaloni e giacca abbottonata blu, e spiccava in modo un po' sinistro in mezzo alla folla stracciona.
 
Jokhang
   
Lo spiazzo davanti all'entrata dal Jokhang era coperto di stuoie e drappi spessi su cui molti fedeli, soprattutto vecchi ma anche giovani, pregavano alternativamente in piedi e completamente sdraiati sulla faccia, lunghi distesi al suolo in un atteggiamento di completa devozione. Poi si rialzavano e si rigettavano al suolo, per ore di seguito, almeno per quello che potei vedere io. Erano  completamente assorti in quello che facevano, e non li disturbavano né gli sguardi né le macchine fotografiche dei turisti. Mentre pregavano in piedi, portavano le mani giunte davanti alla fronte. In mezzo ai devoti, decine di cani magri e gialli scorrazzavano indisturbati o si sdraiavano anche loro al suolo.
Jokhang
     L'interno del Jokhang era composto da cortili in cui giovani monaci svolgevano varie incombenze, come quella di innaffiare i fiori coltivati in vasi di terracotta, e una grande e armoniosa sala di preghiera, più luminosa delle altre che avevo visitato, con bellissime colonne di broccato e sete multicolori che pendevano dal soffitto e tremende statue colossali di divinità zannute. Nella sala da preghiera persi di vista il ragazzetto cinese, ignorante come tutti gli altri, che ci conduceva in giro e fui presa a carico, insieme ad altri due o tre del mio gruppo, da un giovanissimo monaco che parlava un po' di inglese. Poteva avere diciotto o vent'anni ed era così nervoso che ridacchiava continuamente. Fu un incontro provvidenziale, perché era molto più interessante e informato di chiunque altro abbia incontrato in Tibet. Ci raccontò che aveva studiato con un maestro inglese, che poi era stato allontanato da Lhasa dai cinesi nei disordini dell'anno precedente. Aveva la testa rasata e la tonaca gialla e rossa, con un braccio nudo malgrado non facesse affatto caldo, che portavano tutti gli altri monaci. Ci guidò in giro a vedere i vari altari e le statue che ornavano l'interno del tempio, compresa la famosa immagine del Budda ornato di turchesi dietro la sua griglia di ottone e quella del re Songetseh Gampo con le sue due mogli, la cinese e la nepalese. Ma la sua voce sussurrante e ingannevolmente allegra continuava a ripetere: "This is plastic, all plastic" e ci spiegò che la maggior parte delle sacre immagini, in questo come negli altri templi, erano delle copie ricostruite con l'aiuto dei fedeli per sostituire quelle distrutte durante la rivoluzione culturale dalle Guardie Rosse. "The revolution, you know" ripeteva a bassa voce, ridacchiando nervosamente. Era simpatico e amichevole, ma non abbandonava mai una specie di dignitoso riserbo che lo faceva parlare sempre a tutti insieme, senza mai stabilire un contatto personale né con gli occhi né con le parole. Sembrava preoccupato di non attirare l'attenzione della nostra guida cinese, e parlava sempre a bassa voce. Si dileguò senza salutare alla fine della visita, e ho pensato a lui molte volte, quando leggevo sul giornale di disordini a Lhasa, nei quali i giovani monaci erano in prima fila, e sovente le prime vittime.
    
Salimmo poi ai piani superiori, dove trovammo nell'angolo di una veranda un vecchietto che modellava figure di Budda nella terracotta, e ci aprì la porta di un fantastico deposito pieno di statue di terracotta ancora da dipingere, accatastate a centinaia. Sul tetto del Jokhang la vista della città era notevole, anche se non paragonabile a quella dal tetto del Potala. Nel tempio non incontrammo pellegrini, perché al pomeriggio era aperto solo per i turisti.
Jokhang
     Tutt'intorno al Jokhang si stende un mercato, detto Barkhor, che è anche un percorso di preghiera, e quindi va fatto in senso orario, partendo e ritornando alla piazza principale. Vi tornai più di una volta perché era un luogo affascinante. Vi si incontravano tipi e persone di ogni genere e provenienza, nomadi stracciati e coperti anche sul viso di sudiciume che, si vedeva benissimo, non aveva mai conosciuto acqua né sapone, mercanti e contadini venuti a fare acquisti in città; alcuni portavano pesanti cappotti di pelle di pecora rovesciata o la triste divisa cinese. Vidi anche tre bellissimi giovani, due ragazzi e una ragazza, vestiti in una foggia che mi parve più mongola che tibetana, alti, slanciati e puliti. Uscivano dal Jokhang chiacchierando tra di loro, eleganti e disinvolti. Forse erano dei nobili tibetani. Mi rimase la curiosità di saperne di più, ma apparvero e scomparvero come una visione, unici in mezzo alla folla colorata e stracciona.
     Molte delle donne erano belle, alte, con visi allungati dagli zigomi alti e bellissimi sorrisi. Altre avevano facce rubiconde da montanare. Il mercato era dei più interessanti, molto più fornito di quello di Xigatse, ed era facile distinguere tra gli oggetti di produzione moderna o importati e le antichità vere; inoltre, si trovavano merci di uso comune, oggetti di merceria e cartoleria e verdure, carne, riso, stoffe, tappeti e abiti. Avrei potuto passare un mese in quel mercato senza annoiarmi, guardando le merci ma ancora più i mercanti e i clienti. Tra le antichità si trovavano oggetti di ogni genere, contenitori per il cibo di rame, ottone e argento usate dai nomadi, tazze da tè, teiere e pesi, e naturalmente gioielli, per la maggior parte turchesi e coralli (molti dei quali finti), perle di fiume vendute a fili per poche lire da ragazzine cinesi e tibetane, ambra e argenti. Più tardi visitai anche un paio di negozi in città, di quelli cinesi detti "Friendship stores" in cui si paga solo in FEC, e la loro povertà era tanto più impressionante rispetto alla ricca vivacità di questo mercato.
Barkhor
Lhasa, Barkhor
Panettiere musulmano, Lhasa
Moschea di Lhasa
     A metà circa del percorso, proprio dietro al Jokhang, il mercato finisce e si incontrano solo i pellegrini che pregano camminando. Ne vidi uno che portava un grembiule di cuoio, aveva gli avambracci e le ginocchia protetti da pezze di cuoio e le mani da tavolette di legno, e che misurava tutto il percorso con il corpo: si buttava per terra lungo disteso, pregando, poi si rialzava per ributtarsi a terra esattamente dove prima era arrivato a toccare col capo. La gente lo guardava appena sorridendo, e alcuni gli davano dei soldi. Una volta che passeggiavo in questi luoghi con Ute, ci infilammo in via viuzza trasversale che si inoltrava nella città vecchia, bordata da botteghe modestissime, molte delle quali tenute da musulmani, riconoscibili dai tratti somatici (sono originari del Kashmir) e dal berrettino di cotone bianco lavorato all'uncinetto che portano in testa, oltre che dalla barba corta e folta. Avevamo fame, e in un forno comprammo del pane; per la monetina che demmo al fornaio, avemmo cinque o sei grosse pagnotte piatte di pane simile a focaccia, che poi regalammo a un gruppo di monaci che suonavano seduti per terra, con tamburi e flauti, chiedendo l'elemosina. La strada finiva in una piazzetta in cui sorgeva una piccola moschea. Questa aveva un'entrata in stile cinese, dipinta e decorata, e un piccolo minareto a forma di torre a tre piani con un tetto conico verde. Entrammo nel cortile esterno e poi in quello interno, piccoli e tenuti come cortili di una casa privata, con vasi di fiori e bambini che giocavano. Un vecchio ci accolse molto gentilmente; aveva l'aria contenta di vedere dei turisti e ci portò a vedere la sala di preghiera dall'esterno. Tutto era molto piccolo e modesto. Ritornando al Barkhor, dato che era l'ultimo giorno che avrei passato in Tibet e mi restava una foto del Dalai Lama, la regalai a un vecchietto che camminava pregando con il suo mulinello d'ottone in mano. Non se l'aspettava, visto che non mi aveva chiesto niente, e ne fu così stupito e felice che rimase con la bocca sdentata spalancata in un sorriso di felicità, e poi si nascose la foto nell'interno della giacca, in fretta, come se avesse avuto paura che cambiassi idea. In Tibet nessuno chiede l'elemosina direttamente, ma tutti, adulti e bambini, appena vedono un turista cominciano a implorare "Dalai Lama" perché sanno che i turisti sono in genere forniti delle preziose fotografie, che sul posto sono introvabili; però su tutti gli altari se ne vedono molte; l'occhialuta e sorridente quattordicesima reincarnazione è una presenza costante, e sempre davanti a lui ardono lumini a burro e brillano coppe piene d'acqua.
Barkhor
Barkhor
     Dovemmo esplicitamente chiedere alla nostra antipatica guida cinese di portarci a visitare l'ospedale tibetano, perché lei non ci aveva pensato, e fece anche qualche difficoltà. L'ospedale, come ho già detto, sorge proprio sulla piazza davanti al Jokhang e occupa una delle belle case bianche a tetto piatto che lo circondano. Fummo prima portati all'ultimo piano, dove ci furono fornite delle ciabatte per entrare nella sala di preghiera e biblioteca, che aveva una vista bellissima sulla piazza e sul Potala. Le pareti erano coperte da grandi tavole che illustravano il decorso di varie malattie e la fisiologia del corpo umano secondo la medicina tradizionale. Vendevano anche un volume in cui erano riprodotte le tavole in mostra e molte altre, a quarantamila lire, che era pochissimo per la ricchezza e l'interesse del libro, ma era molto ingombrante e troppo pesante da trasportare. Poi visitammo le corsie, in cui i malati erano curati con l'agopuntura secondo il metodo cinese, come ci spiegò un medico, perché quello tibetano, che prevede un solo punto di applicazione degli aghi, era considerato insufficiente. Era tutto molto modesto, ma i locali erano puliti e non troppo affollati. La più interessante era la farmacia, in cui grandi scaffali a cassetti erano pieni di pillole tutte uguali all'apparenza, ma ognuna con un impiego diverso. I pazienti stavano fuori, da uno sportellino presentavano la ricetta, e in cambio ricevevano un cartoccino di pillole accuratamente scelte e dosate tra quelle distribuite tra i vari cassetti. Medici, infermieri e impiegati, tutti vestiti con camici bianchi, non persero tempo a guardarci e continuarono il loro lavoro, e anche il medico che ci accompagnava, pur essendo molto gentile, aveva l'aria di volersi sbarazzare di noi in fretta per tornare al suo lavoro, come era naturale.
Lhasa
     Una mattina ci recammo a visitare il grande monastero di Drepung, passando lungo la strada presso il tempio di Nechung, già sede dell'oracolo di stato e ora in rovina. Drepung, che si trova a cinque chilometri a ovest di Lhasa, è grandioso e un tempo ospitava circa diecimila monaci. Ora ha un aspetto quasi deserto e anche l'interno è piuttosto desolato, con sale sguarnite e poche statue nuove per sostituire quelle che sono state distrutte dalle guardie rosse. C'è un grande muro per i tanka e sia per la sua posizione in mezzo a colline dirupate, sia perché pioveva quando lo visitai, mi ha lasciato l'impressione di un posto piuttosto lugubre. In una vasta cucina buia e fumosa, tra bagliori di fuochi e pentoloni ribollenti, si svolgeva una attività che non riuscii a decifrare: pellegrini muniti dei soliti grossi mestoli di ottone entravano e ne uscivano forniti di quello che sembrava semplice acqua calda, ma forse invece ricevevano anche del cibo. L'interno era suggestivo come un quadro del seicento, ma altrettanto lontano: è frustrante vedere davanti a sé delle persone vive e non riuscire a capire che cosa stanno facendo. In una stanzetta scura in cui si conservava una santa reliquia, era appeso un drappo ricoperto di spilli, aghi e mollette da capelli, lasciati da pellegrini troppo poveri per poter fare offerte d'altro tipo.
Monastero di Sera
     Mi piacque molto di più la visita di Sera, l'altro grande monastero nei pressi di Lhasa, circa tre chilometri a nord. Sera, che aveva settemila monaci e ora ne ha un centinaio, era un'università e i suoi monaci erano guerrieri e sovente utilizzati come guardie del corpo dai nobili. E' meno grandioso di Drepung, ed è piacevolmente costruito nel verde, con cortili pieni di alberi in cui circolavano contadini con capre. Ancora oggi Sera funziona da scuola per i monaci; sulle balconate coperte che circondavano i cortili interni c'erano ragazzini e bambini di sette od otto anni seduti su dei panchettini con la faccia al muro che studiavano ad alta voce, con l'aria annoiata di tutti i bambini che studiano, e pronti a distrarsi al nostro passaggio. Gli regalammo dei pennarelli e loro ci fecero dei timidi sorrisi, senza osare di smettere di ripetere al alta voce le loro lezioni.
Sera
In un cortile alberato c'era un padiglione di legno su cui sedevano dei monaci anziani, e sotto gli alberi due gruppi di monaci giovani seduti per terra intenti in discussioni teologiche. In mezzo ai due gruppi c'erano dei monaci in piedi che ponevano delle domande a quelli seduti, accompagnandosi con dei gran gesti delle mani che battevano abbassando le braccia mentre curvavano il corpo in avanti e alzavano una gamba indietro. I monaci che facevano le domande erano serissimi e concentrati, ma quelli seduti si distraevano facilmente; alcuni non portavano gli stivali di pelle ricamata, ma erano a piedi nudi, e si toccavano le dita dei piedi, altri si lanciavano sassolini come monelli, altri ancora si perdevano a guardarci mentre noi a nostra volta li fissavamo come animali in uno zoo. Nell'insieme, era una scena animata e allegra, ma poco mistica.

In una stanzetta un vecchio monaco tutto solo suonava con faccia impassibile uno strano strumento, contemporaneamente a fiato e a percussione. Non batté ciglio quando entrammo nella stanza, intascò senza smettere di suonare la foto del Dalai Lama che gli allungò lo scozzese e si lasciò fotografare (benché fosse proibito) sempre con l'aria di non essersi accorto della nostra presenza.
    
Il Potala dal People's Park
Nel nostro albergo c'erano molti gruppi di turisti, tutti del genere che è stato in qualunque parte del mondo, ma sempre con dei viaggi organizzati. Moltissimi erano gli italiani, ricchi, eleganti e rumorosi. C'era anche un gruppo di americani che si preparava a scalare l'Everest proveniente da Houston, che si chiamava "Cow-boys on the Everest". Mi dava sempre più fastidio soggiornare all'Holiday Inn, e pensai di trasferirmi in un albergo tibetano e fermarmi a Lhasa ancora qualche giorno per conto mio; non c'erano problemi per quel che riguardava il visto, ma poi cambiai idea perché continuavo a risentire l'altitudine (Lhasa si trova a 3600 metri) e non ero attrezzata per il freddo. Tutte le notti pioveva e la mattina l'umido era fastidiosissimo. Inoltre, devo dire che mi stava diventando insopportabile l'idea di fare la turista in un paese occupato, in cui visitavo solo resti e rovine, anche se apparentemente templi e monasteri continuavano la loro vita. Ma l'impressione di assistere all'assassinio di una cultura era troppo forte, e mi rendeva la permanenza a Lhasa quasi dolorosa, per quanto interessante fossero la città e i suoi abitanti. La presenza cinese era troppo fastidiosa, per cui decisi di non prolungare la mia visita.
    
Visitammo ancora un tempio che trovai molto suggestivo, nei pressi del Potala, il Bhari Lhuboog, scavato nella roccia della collina e frequentato da molti pellegrini, lungo la cui strada d'accesso degli scalpellini incidevano le pietre piatte con le sillabe sacre "Om mani padme um" per i devoti che volevano lasciarle poi sui mucchietti e i muri fuori dal tempio. A un giovane pellegrino nomade, che mi chiese
Il Potala dal Bhari Lhuboog
la solita foto del Dalai Lama di cui ero sprovvista, regalai delle sigarette. Era molto probabile che non avesse mai fumato in vita sua, ma mi fece un sorriso carezzevole, quasi affettuoso, sgranando dei denti bianchissimi in una faccia grigia per la sporcizia. Visitammo anche il Norbu Linka, residenza estiva del Dalai Lama, in mezzo a bei giardini molto ben
Bhari Lhuboog
tenuti, dove si può vedere l'alloggio privato del quattordicesimo Dalai Lama, arredato con brutti mobili kashmiri, che è rimasto così come l'ha lasciato lui la notte che fuggì in India. C'era anche un bagno di tipo occidentale, con vasca e lavandino, ma molto spartano, che il Dalai Lama si era fatto installare quando si fece costruire la sua residenza nel parco del Norbu Linka, nell'insieme piuttosto modesta. Si vedeva anche la stanza (senza bagno) della madre del Dalai Lama.
Norbu Linka
     Infine venne il giorno della partenza, che doveva avvenire in aereo; nel frattempo la strada tra Lhasa e Kathmandu era divenuta impraticabile, e nella bacheca degli avvisi ai turisti dell'Holiday Inn c'era un biglietto che comunicava ai gruppi che intendevano percorrerla, che era meglio scegliere l'aereo. Partimmo la mattina col buio, tutti ammassati su pullman e pulmini, dopo essere stati costretti a malincuore ad abbandonare i nostri bagagli che furono caricati tutti insieme su di un camion che partì per conto suo, cosa che non ci piacque affatto. La nostra guida non si era nemmeno alzata e dovetti parlamentare, a nome dei miei compagni di viaggio, con un gruppo di turisti italiani che non ci volevano far salire sul pullman su cui si trovavano con il pretesto che quel pullman l'avevano sempre usato loro e quindi non ci volevano altre persone sopra. Cercai di spiegargli che il trasporto fino all'aeroporto non era un'escursione, ma non volevano sentire ragione e la loro guida cinese mi si rivolse in modo villano, per cui andai infuriata a svegliare la nostra cretinetta che dormiva pacificamente in una stanza dell'albergo con la testa coperta di bigodini. Protestò debolmente ma riuscii a trascinarla fuori senza darle il tempo di togliersi i bigodini, e infine partimmo con gli antipatici italiani, che nel frattempo avevano fatto ammassare nel fondo del pullman i miei compagni. Io mi sedetti vicino a una tipa che aveva l'aria di vergognarsi un po' della generale stupidità e villania del suo gruppo, e venni a sapere che erano dei lombardi, in maggioranza insegnanti, che provenivano dalla Cina e avrebbero ancora "fatto" Kathmandu prima di rientrare in Italia.
     La strada per l'aeroporto era parzialmente allagata dal Brahmaputra in piena, e così ci mettemmo un bel po', almeno un'ora e mezza, ma infine giungemmo a una baracca che fungeva da terminal, dove fummo ammassati in uno stanzone per passare la dogana e il controllo dei passaporti. I bagagli erano arrivati indenni. Di lì ci convogliarono in un cortiletto, dove fummo caricati sui pullman che ci fecero attraversare la strada camionabile, al di là della quale si trovava il nostro aereo della CAC, la compagnia di bandiera cinese.
Tra Lhasa e Kathmandu
     Eravamo tutti affamati perché non c'era stato modo di fare colazione prima della partenza, per cui ci si allargò il cuore quando ci venne distribuita, non appena fummo seduti, una scatola di cartone a disegnini che supponevamo contenesse qualcosa da mangiare; ma invece si trattava di un gentile omaggio della compagnia aerea, una bella scatola di lacca su cui erano dipinti diversi tipi di fiori. Finalmente, dopo la partenza, ci vennero forniti da hostess cinesi con grembiulini ricamati, nell'ordine: una mela verde; un pacchetto di gallette; una tavoletta di cioccolato; un altro pacchetto di biscotti; tè, caffè e spumante. Fu una colazione davvero interessante.
     Volammo su di uno spesso strato di nuvole bianche e grigie, da cui ogni tanto spuntava qualche cima aguzza; ma sull'Everest non spuntava solo una cima, era un'intera cattedrale che forava il materasso grigio di nubi. Fu l'ultima orgia di clic a cui assistetti in quel viaggio. Poco più di un'ora dopo la partenza, atterravamo all'aeroporto di Kathamdu.