domenica 20 dicembre 2015

Istanbul e il venditore ambulante che ama le strade di notte: Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa

Ha ragione a ridersela così Orhan Pamuk, è sicuramente uno scrittore di gran successo, ha avuto il Nobel, è tradotto in quaranta lingue, e ha suscitato in me un amore totale, di quelli che non temono il ridicolo, tanto che all'incontro cui ha partecipato qui a Torino, al Carignano, non mi sono vergognata di fare la coda per ottenere una firma su un vecchio notes - fianco a fianco a quello dell'altro mio amore letterario, Mo Yan. Sono o non sono una ragazza fortunata? J'ai deux amours, cantava quella tale, e io anche, e tutti e due hanno avuto il Nobel, e di entrambi posseggo un autografo da stringere al cuore nei momenti bui. E poi basta tergiversare, bisogna parlare di La stranezza che ho nella testa, appena uscito da Einaudi con la traduzione di Barbara La Rosa Salim.

Allora. Premesso che è Istanbul, solo lei, la protagonista senza rivali di tutto il libro, il personaggio attorno al quale ruotano le molte vicende narrate nel romanzo è Mevlut Karataș, nato nel 1957 nelle vicinanze di Beyșehir, nell'Anatolia centrale, e immigrato a Istanbul nel 1969. Tra questa data e il 2009, con una breve incursione nel 2012, seguiamo le storie intrecciate di molti personaggi (opportunamente elencati, con riferimento alle pagine, in un esemplare paratesto che comprende anche una cronologia ampia e dettagliata) tra cui i principali sono il padre di Mevlut Abdurrahman Effendi, venditore ambulante di yogurt, lo zio Hasan Aktaș e i cugini Korkut e Süleyman, le sorelle Vediha, Rahyia e Samiha, Ferhat l'alevita, tutti immigrati nella metropoli in cerca di fortuna; il losco imprenditore edile Hamit Vural il Pellegrino e i mafiosi che gli gravitano intorno; le figlie di Mevlut e i figli dei suoi cugini; e qui mi fermo perché il numero è veramente sterminato. Nel 1969 Istanbul conta circa tre milioni di abitanti, e la grande corsa all'inurbamento dall'Anatolia povera e agricola è appena cominciato. Gli immigrati si distribuiscono in base alla provenienza, e quelli di Beyșehir e dintorni si dividono due colline che si fronteggiano, Kultepe e Duttepe, ben presto diversificate per posizione politica negli anni che precedono il golpe militare del 1980: di sinistra Kultepe, dove vivono Mevlut e il padre, e di destra religiosa Duttepe, dove vivono gli Aktaș. Ma ciò che divide le due famiglie, e insieme le unisce in un vincolo di necessità per Mevlut, è che gli Aktaș fanno fortuna sulle orme di Vural il Pellegrino, mentre Mevlut non riesce a combinare niente, arriva a stento a sbarcare il lunario ostinandosi a fare il venditore ambulante di cibo per le strade diurne e di boza di notte. 

La storia di Mevlut comincia, e si avvoltola, intorno a un equivoco, o meglio a un inganno: innamoratosi perdutamente di una sorella della sposa con cui ha scambiato uno sguardo intenso al matrimonio di Korkut, per tre anni le indirizza lettere appassionate con il nome di Rahyia indicatogli da Süleyman. La ragazza non risponde mai ma si suppone gradisca, tanto che alla fine i due cugini organizzano un rapimento consenziente. Però, al momento in cui finalmente Mevlut vede il volto della ragazza, si rende conto che non è quella cui lui credeva di indirizzare le sue lettere d'amore: in qualche modo, di cui si dibatterà sovente nel corso del romanzo, è Rahyia, la sorella maggiore, brutta, della bellissima Samiha vista tre anni prima, che si trova a dover sposare, in un matrimonio molto felice nonostante tutto. I due hanno subito una figlia, poi un'altra, Mevlut ama il suo lavoro di venditore di strada, tutto andrebbe per il meglio ma lui non vuole rendersi conto che i tempi cambiano vertiginosamente e vivere come ambulante diventa sempre più difficile; soprattutto si ostina, e continuerà a ostinarsi fino alla fine, a vendere di notte la boza, bevanda fermentata quasi dimenticata che, ai tempi degli ottomani, permetteva di aggirare il divieto del consumo di alcolici.  
Le vicende private dei personaggi sono molte e complesse ma non mi sogno di raccontarvele, limitandomi a esprimere qualche considerazione generale, premettendo che se volete innamorarvi anche voi di Orhan Pamuk è meglio che scegliate un altro romanzo, ma se volete leggere un gran libro su Istanbul, denso di notizie e illuminante sulla Turchia e le sue contraddizioni, non lasciatevelo sfuggire.  

Mevlut forse rappresenta lo spirito di Istanbul, legato alle tradizioni ma anche aperto alla modernità, tenace e dispersivo, rispettoso della religione, tentato dal misticismo ma legato al concreto e alla realtà, ingenuo, sognatore. Mevlut è il vecchio, il passato, che inesorabilmente sparisce. E' sognante, debole, influenzabile, immaginoso, non pratico, attaccato a valori non scelti ma accettati senza riflessione. Prova ne è la sua romantica ostinazione a continuare a vendere la boza tutte le notti dopo il lavoro diurno, anche se ne smercia pochissima, nessuno gliela chiede più. 
Però a mio parere Mevlut è un personaggio non all'altezza del suo compito, che sarebbe farci appassionare a 584 pagine di vicende mediocri e ripetitive. Non ha particolari attrattive, e anche gli altri personaggi sono privi di quelle doti che spingono il lettore a seguirli con piacere, sono sfuggenti, evanescenti, persino quelli femminili, Vediha, Rahiya e Samiha, Fatma e Fevzyie, non hanno corpo né spessore psicologico, sono prive di una vera personalità ma piene dei tradizionali cliché di invidia, gelosia, al massimo astuzia.
La volontà di rappresentazione di tutte le trasformazioni politiche e sociali spinge l'autore a tirare per le lunghe delle vicende personali poco interessanti e parecchio deprimenti, meschinerie, malintesi nei rapporti tra sorelle, fra amici, e via dicendo    

C'è un'esplicita volontà enciclopedica, e questa è l'enciclopedia di Istanbul, ma priva del fascino struggente di Istanbul. Qui c'è una Istanbul frenetica, in continua evoluzione, pronta a cancellare se stessa e il proprio passato in nome della modernità ma soprattutto dei soldi, del guadagno, dell'avidità speculatrice. Affascinante è la minuziosa topografia dei quartieri e delle loro trasformazioni, che mi ha fatto passare ore sulla mappa della città per rintracciarli; però forse chi non ci è mai stato può perdere molte sfumature. In primo piano ci sono tutte le problematiche derivate dall'inurbamento e dalla conseguente, selvaggia speculazione edilizia, la complicata questione delle concessioni e dell'occupazione del suolo, la mafia e le criminalità locali che se ne impadroniscono immediatamente e i loro regolamenti di conti, e via via le vicende legate alla privatizzazione dell'elettricità, la nascita di un'azienda elettrica, gli allacciamenti abusivi, gli esattori che conoscono personalmente tutti gli abitanti dei vari quartieri, e ancora le ruberie, gli illeciti, i favoreggiamenti, la corruzione a tutti i livelli. 
E in effetti, essendo stata per la prima volta a Istanbul nel 1970, posso dire che allora le case di legno con giardini pieni di grandi alberi erano dappertutto, le rovine in centro erano abitate, nelle mura c'erano fabbriche e magazzini, nelle piazze venditori di acqua con otri di pelle di capra, sul Corno d'oro in barchette a remi si vendevano panini pieni di pesce con sale e cipolla serviti a mani nude, yogurt e ayran erano venduti sciolti in bicchieri di vetro. E anche adesso a Ankara si possono vedere colline coperte di casette e baracche a un piano circondate da alberi da frutta, mentre su altre desolate colline sorgono le sitesi della speculazione edilizia, agghiaccianti agglomerati di palazzoni di dodici piani intorno ai quali non c'è niente, né alberi né negozi né altro. 

Ma non c'è solo quello nel monumento alla vera capitale turca: ci sono i locali notturni, i branchi di cani randagi che si impadroniscono delle strade di notte. I cimiteri. I funerali. I matrimoni. I rapimenti, le fuitine, che permettono di evitare il pagamento ai padri per ottenerne le figlie in spose
Il raki che scotta e scende in gola come ancora di salvezza per stare meglio, per trovare il coraggio. Anche le donne bevono, in casa. I venditori ambulanti e le loro storie, il Fortunello, una scatola in cui si pesca un numero e un dono che Mevlut e Ferhat bambini vendono per le strade.
Ci sono anche elementi che rimandano a libri precedenti, un virtuosismo che Pamuk ama particolarmente: come il giornalista Celal Salik di Il libro nero, che compariva anche in Il museo dell'innocenza, o l'occhio che lo segue dovunque (ancora Il libro nero), o Kars, la meravigliosa città di Neve che qui si limita a essere il luogo in cui Mevlut svolge il servizio militare. C'è il sogno, c'è la mente e le strade, ci sono i personaggi particolari come Sua Eccellenza Ibn Zerhani (anche chiamato lo Sceicco o il Calligrafo) venerato e seguito dai fedeli che si radunano nel quartiere di Fatih, con cui Mevlut discetta sulle ragioni delle labbra e quelle del cuore. Gli aleviti e le persecuzioni. 

Più che un'enciclopedia, qui troviamo anche un bignamino della storia politico sociale della Turchia tra il 1969 e il 2012, vista da Istanbul e dal basso. C'è tutto: i ripetuti colpi di stato militari, i movimenti comunisti, i curdi, l'inurbamento, la cementificazione, le traformazioni urbane, la corruzione a tutti i livelli, le privatizzazioni, la nascita del movimento islamico (i "religiosi") poi AKP, il partito di Erdoğan (che non viene mai nominato, ma spesso i nativi di Rize, come Erdoğan, sono definiti delinquenti e mafiosi ), le usanze che spariscono. 
E' troppo evidente, scoperta l'intenzione di parlare di tutti gli aspetti (spingendo l'autore talvolta a usare 
goffi espedienti come quello di spiegare la legge sull'aborto tramite un colloquio tra Vediha e Rayiha). Ahimè ahimè ahimè La stranezza che ho nella testa non riesce a evitare il peggior difetto che un libro possa avere, la noia. Mentre in Il museo dell'innocenza la lentezza e la ripetitività di certe parti erano indispensabili e bellissime per entrare nell'ossessione amorosa di Kemal per Füsun, e proprio la mancanza di esistenza di Füsun era il suo ruolo nella storia, il suo personaggio era solo la superficie in cui si rifletteva Kemal, qui rivoltolarsi nei meschini intrecci dei personaggi in certi momenti pesa un po'

La stranezza che ho nella testa è artificioso, programmatico, ma rimane un gran lavoro, un gran romanzo. Manca la scrittura che affascinava in quasi tutti gli altri libri di Pamuk, li rendeva irresistibili, e che affiora solo ogni tanto, con la sognante nostalgia delle ombre nelle strade e nei vicoli di Istanbul.   
La descrizione della solitudine di Mevlut quando la notte gira per le strade vuote è il pezzo migliore (cap. 13, Mevlut è solo). La boza è la nostalgia, il grido del venditore nella notte risveglia i nostalgici che la comprano solo per quello. La boza e le strade di notte, le luci di Istanbul viste dall'alto di un palazzo, ci regalano gli unici sprazzi di quella prosa meravigliosa, poetica e onirica, nostalgica e triste, che mi ha incantato in altre opere. Qui non si tratta di quandoque bonus, è proprio la volontà di esaurire ogni argomento legato alla città e a quegli anni che rende la scrittura così rigida in molte parti.  
Bello è anche il pezzo in cui si parla della solitudine negli appartamenti di chi era abituato a avere una baracca con giardino, qualche pollo, i suoi alberi, a scambiare visite con i vicini, a vedere la vita intorno, mentre ora dalle finestre può scorgere solo altre case, e i più fortunati ai piani alti possono solo indovinare il Bosforo da un luccichio lontano.

Per un libro così importante si doveva fare uno sforzo in più nella versione italiana, non altrettanto sorvegliata quanto nei precedenti romanzi, che presenta parecchie goffaggini e sciatterie, e anche qualche errore (basti come esempio di questo diritto avevano giovato o andrai in escandescenze; le espressioni come andare al militare). O vorrei sapere perché İstiklâl Caddesi, che è una strada urbana anche piuttosto stretta, viene definita viale, che in italiano indica una via larga e affiancata da alberi, e tutti gli alberi, invece che con il loro nome come gelso o fico, si chiamano albero di more o albero di fichi. Suppongo che ci sia una ragione, che solo la mia ignoranza mi impedisce di vedere.

martedì 1 dicembre 2015

E' un luogo ma anche un romanzo, è inventato ma reale... Un tributo d'amore a Orhan Pamuk, che quando è grande lo è sul serio: Il museo dell'innocenza

Siccome sono un'ammiratrice totale di Orhan Pamuk (di come scrive, non sempre di quello che scrive, certe volte non lo capisco) ma un'ammiratrice sul serio, vorrei essere una sua frase per avere la certezza di essere bella e necessaria, insomma per amore, sono andata a vedere il Museo dell'Innocenza che Pamuk ha voluto costruire in onore del romanzo eponimo Il museo dell'innocenza (2006). Che non ho letto, quindi queste mie note si limitano a considerazioni esteriori e generali. Avrei voluto leggerlo, e prima di partire l'ho cercato sotto forma di ebook ma non l'ho trovato. 

Comunque. Si trova a Beyoglu, nella parte cosiddetta europea di Istanbul, non lontano da Taksim. In Çukurcuma, in una stradina precipite e fascinosa, tra vecchie case di legno abbandonate e botteghe di antiquari, un edificio di tre piani fuoriterra, dall'aspetto non antico, dipinto di rosso scuro, tipo sangue secco. Leggo in una recensione che è un palazzo del 1897 che Pamuk ha fatto ristrutturare da un architetto per adattarlo alla funzione di museo, al quale lo scrittore ha lavorato per quasi quindici anni. L'entrata (biglietteria a finestrino su strada) costa 25 Tl, circa 12 €, in un paese in cui l'entrata in un sito archeologico è di 3 TL, meno di 1,50 €. Però se ti presenti con la tua copia del romanzo entri gratis, bontà loro. I visitatori sono avvisati di parlare piano, non telefonare, non fare foto né video. 

Al piano terreno c'è una grande parete coperta di cicche di sigarette, 4213, quelle fumate da Füsun, la donna follemente amata dal protagonista Kemal, da lei raccolte e annotate una per una da Pamuk. Al primo e al secondo piano parecchie vetrine relative ai capitoli del romanzo, con brevi citazioni incise su targhette rétro, in turco e inglese, e spesso impossibili da leggere perché piazzate molto in alto e pochissimo illuminate. Gli oggetti riuniti nelle vetrine sono in effetti fascinosissimi, e tutto sommato sono stata contenta di non poterli situare nella storia, così li ho visti nella loro sognante incongruità. Davanti a me due ragazze turche, molto giovani, esaminavano a lungo vetrina per vetrina, sussurrandosi riconoscimenti e scoperte. C'erano foto, molte, ritagli di giornali, documenti d'identità, capi d'abbigliamento, e soprattutto oggetti di uso quotidiano: bicchieri, bottiglie, portacenere, accendini, tazzine, posate, pezzi di bambole, scarpe spaiate, un vestito a fiori, bricchi per il caffè, eccetera eccetera con tutto quello che riuscite a immaginare. A ogni gruppo di oggetti, vecchi ma non antichi, si accompagnava la sua citazione, a volte evidente, a volte del tutto sorprendente per chi non sapesse fare un immediato collegamento. Il tutto in un'atmosfera tra l'ecclesiastico e il tombale. Al terzo piano, una mansarda, la ricostruzione della stanza in cui Kemal trascorse gli ultimi anni della sua vita e narrò la vicenda del suo amore a Pamuk che poi scrisse il romanzo. 

E qui, ammetto, sono schiattata d'invidia, come chiunque scriva, anche se non ho mai coltivato questo tipo di ambizione: non è un monumento smisurato all'ego di chiunque potere costruire un mondo fisico e materiale scaturito da quello mentale? Cercare e trovare tutti gli oggetti, a uno a uno, che quel mondo hanno nutrito e affollato? Sceglierli tu, continuare a aggirarti nel tuo mondo mentale, così difficile da abbandonare quando si finisce di scrivere una storia e bisogna staccarsene? Orhan Pamuk deve avere un Ego gonfio come una mongolfiera e nemmeno la più piccola ombra, il minimo sospetto, di senso dell'umorismo, per essersi inventato questo museo. Eppure, che fantastico atto d'amore per la letteratura, che atto di fede nella parola creatrice: davvero qui il verbo si fa, non tanto carne, ma carta, metallo, cuoio, stoffa, vetro, pane, caffè, raki...  

Nel seminterrato una fanciulla cortese ma indifferente vende libri, manifesti e cartoline, ma non c'è niente sulla genesi del museo se non un costoso e mastodontico librone in turco. Alla richiesta se c'è un sito del museo cui fare riferimento, mi sono sentita come se avessi preso sottobraccio la regina a un ricevimento a Buckingham Palace. Ma aveva ragione la ragazza, la mia domanda era più che cretina, era assurda: il Museo dell'Innocenza è l'esatto opposto di un sito internet. Ne è la negazione e l'antitesi.
Però, con il senno di poi, tanto per smentire la gentile ragazza, ecco il link al sito del Museo.  



Il romanzo-mondo: Orhan Pamuk, Il Museo dell'innocenza


Che grande, magnifico scrittore è Orhan Pamuk, pazzo per le parole, con una fede incrollabile nelle parole, nella potenza evocativa delle parole, anche quando sembra che chieda aiuto agli oggetti per ricostruire il mondo che le sue parole hanno edificato. Anche quando non lo capisco (La nuova vita, Il libro nero) o mi annoia (Il castello bianco) c’è sempre in lui una fedeltà senza cedimenti al mondo straricco, coerente, necessario e solido che vive nella sua testa. Alla fine della lettura delle cinquecentosettantacinque pagine di Il Museo dell’innocenza (del museo come luogo fisico ho parlato prima), questo ambiziosissimo romanzo balza ai primi posti delle mie preferenze pamukiane, insieme a Istanbul, Il mio nome è rosso, Neve

Ambiziosissimo anche se all’apparenza il tema è quello molto abusato dell’amour fou, della passione fatale e dei tempi sbagliati, in realtà si tratta di una Recherche, sia nell’aspetto immediato (i parallelismi con Un amour de Swann non sembrano casuali) sia nella ricostruzione minuziosa, ossessiva, onnivora, di un mondo e di un tempo perduti; e in effetti Proust è nominato più di una volta. Però in prima istanza si parla della felicità dell’amore, della sofferenza della perdita dell’amore, dell’impossibilità di sostituire l’oggetto d’amore – e qui mi fermo: perché si parla anche della possibilità di sostituire l’amore con gli oggetti. È un romanzo insistito, maniacale, ma mai prolisso; l’ossessività è necessaria perché le parole non possono sostituirsi al sentimento, e per dare conto dell’intensità abbiamo solo la ripetizione, l’insistenza. Rende bene l’ossessività di chi soffre per un amore perduto e diventa ripetitivo, noiosissimo: l’innamorato deluso è soprattutto noioso, poi ridicolo e solo alla fine tragico. Di questi tempi uno scrittore che si concede cinquecentosettantacinque pagine dedicate esclusivamente all’esplorazione di un sentimento, dove non succede quasi niente e non c’è nemmeno un delitto, un detective mangione, un po’ di molestie sessuali nell’infanzia, o almeno qualche lamentazione sociale o di genere, è un eroe, un titano (che potrebbe diventare un Titanic, ma non Pamuk!). Inoltre, in queste pagine l’autore erige un altro monumento a Istanbul e ricostruisce un mondo, quello della società istambuliota, e per estensione della società turca, dal 1975 a oltre la metà degli anni ’80 (un esempio: i frequenti accenni ai provinciali con le mogli velate, che fanno pensare alla riscossa degli anatolici filoislamici di cui Recep Tayyp Erdogan, all'epoca ancora un giovinotto di belle speranze che giocava a calcio con profitto, è il capofila). Con notazioni che mi hanno dato qualche brivido, come il passaggio delle cicogne alla fine dell’estate, spettacolo davvero indimenticabile che ho avuto la fortuna di vedere l’estate scorsa.

Quanta strada ho fatto a causa di Orhan Pamuk! In macchina per attraversare l’Anatolia e arrivare a Kars (Neve) e a piedi, su e giù per Nişantaşı, alla ricerca dei suoi luoghi metropolitani. Con effetti di serendipity veramente fantastici, come quando sono finita nel cimitero cristiano-cattolico, che non appare neanche sulle cartine di Istanbul ed è luogo carico di storia, con tombe medievali, dell’epoca della Rivoluzione Francese (con tanto di berretti frigi e “citoyen” sulle lapidi), il sacrario dei soldati italiani feriti nella guerra di Crimea e morti a Istanbul dove erano stati trasportati in cerca di cure, di italo-levantini e cattolici armeni, assolutamente deserto e con un ingresso ben nascosto.

È nel maggio del 1975, a Istanbul, che comincia la storia di Kemal, ricco imprenditore trentenne, impegnato sentimentalmente con Sibel, figlia di un ex ambasciatore, con la quale sta per fidanzarsi ufficialmente. Ma il destino gli fa incontrare Füsun, lontana parente che non vede da quando era bambina, diciottenne bellissima e povera, costretta a lavorare come commessa in una boutique. Tra i due scoppia una passione che per Füsun pare quasi inconsapevole, ma sarà fatale per Kemal, che accumula errori e passi falsi finché lei sparisce. Da quel momento la sua vita è una rincorsa dell’amata, l’espiazione della colpa di non avere capito quanto era importante per lui Füsun né la necessità di sacrificare tutto all’amore; dapprima attraversa una specie di lungo inferno, l’assenza totale, poi un malinconico purgatorio nel quale gli è concesso contemplarla ma lei rimane irraggiungibile. Infine sembra che la lunga penitenza stia per finire, la felicità è a portata di mano ma ancora una volta qualcosa si frappone: e chissà se è ancora il destino o la volontà... Intanto abbiamo assistito alla nascita dell’ossessione che lo porta a appropriarsi di qualsiasi cosa sia stata a contatto con lei, anzi a rubare letteralmente gli oggetti che le appartengono o che semplicemente gli richiamano alla mente qualche punto di contatto con Füsun. E saranno gli oggetti esposti nel Museo che Kemal più tardi deciderà di aprire; e sono quelli che si possono vedere oggi nel Museo che Orhan Pamuk ha aperto a Istanbul, in una casa rossa di Çukurcuma.

All’inizio, confesso che, pur ammirandolo molto, Il museo dell’innocenza non mi ha incantato, non mi ha coinvolta: troppo evidente la volontà di dire tutto sull’argomento, il virtuosismo (non la maniera, in cui finora Pamuk non è mai caduto). Ero stupefatta per la bravura: sa usare tutti gli artifizi, compreso il patetico, vedi la scena della prima cena a casa di Füsun, che mi ha fatto ritornare in mente un altro mio appassionato amore, Lucio Battisti in Fiori rosa fiori di pesco (posso stringerti le mani / come sono fredde tu tremi / dimmi ch’è vero...), e questo è un grande complimento per Orhan Pamuk. Anche se verso pagina trecento prende un leggero scoramento, l’effetto ipnotico prevale e mai nemmeno per un attimo mi è venuta voglia di abbandonarlo. Poi ci sono definitivamente caduta dentro, la perversione passivo-aggressiva di Kemal è diventata mia, e non mi sarei schiodata dalle malinconiche cene a casa di Füsun nemmeno se fosse scoppiato un incendio. E sono diventata anch’io schiava della contemplazione di Füsun: di come spegneva le sigarette, del modo come si appoggiava alla finestra per guardare fuori la salita di Çukurcuma, delle mollette nei suoi capelli, delle affettuosità infantili che scambiava con la madre... che poi è tutto ciò che sappiamo di lei. 

Füsun non esiste, è un pretesto, una superficie riflettente, e l’autore lo sa bene, è ovviamente un effetto voluto. Nulla conosciamo di quello che pensa e quello che sente. Se mai, il vero oggetto d’amore è come sempre Istanbul, scrutata nei suoi umori, nelle sue malinconie, nei suoi momenti di euforia e bellezza, nella pioggia e nei cinema di periferia, nei quartieri popolari e nei ristoranti di lusso, e centinaia di altre pieghe nascoste o offerte alla vista. Anche al Museo lei non c’è, è rappresentata di sbieco attraverso gli oggetti. Non c’è nessuna sua foto, mentre ad esempio ci sono quelle dei genitori di Kemal (che poi sono i veri genitori di Pamuk, e la foto è pubblicata in Istanbul). Füsun è assolutamente insondabile: come il Bosforo. Anche la gelosia di Kemal nei suoi confronti c’è solo quando è finta, di testa, pura immaginazione: quando sarebbe normale e giusto che ci fosse, non viene neppure nominata, se non in un accenno finale un po’ pretestuoso. L’ambizione di diventare attrice che anima Füsun è occasione anche di un appassionante excursus nell’industria cinematografica turca, la Yeşilçam, nei suoi riti e i suoi miti, che riempiva i cinema all’aperto con i suoi melodrammi strappacuore di cui ben ricordo un esempio, con tanto di protagonista che moriva incompresa e calunniata e poi ricompariva al marito pentito sotto forma di faccione sul caminetto... 

Alla fine, l’ossessione per Füsun è sostituita dall’ossessione per gli oggetti, e infine per i musei. Agli oggetti Kemal attribuisce un valore magico, e tutto diventa madeleine: qualsiasi oggetto può ricreare il passato, recuperare un sentimento, un’emozione. Tutto il mondo è un’enorme madeleine per chi tiene più al passato che alla vita. In fondo, questo è il succo del Museo dell’innocenza: il mondo è il museo delle nostre vite, che dobbiamo preservare se non vogliamo che tutto si perda, si cancelli con il decadere degli oggetti che della nostra vita sono stati spettatori e attori. Per questo una molletta di Füsun ha un valore inestimabile, che la rende degna di figurare in un museo allo stesso livello della Venere di Milo o della Gioconda. Ma se Füsun ha avuto la fortuna di incontrare Kemal-Orhan che ha eretto un monumento che le sopravviverà, chi salverà i nostri oggetti? che ne sarà del museo della nostra vita, se nessuno si prenderà la pena di spolverarli e spiegarne la storia ai visitatori? 

Questo è un romanzo sommamente ingannevole. Come ho già detto all’inizio, mimetizza la sua natura sotto l’apparenza ingenua di un romanzo d’amore ma nasconde strato sotto strato una serie abissale di significati. È ingannevole il gioco, apparentemente autoreferenziale e intellettualistico, tra Kemal io narrante e Orhan Pamuk narratore e personaggio del romanzo, dove appare per la prima volta nella lunga scena del fidanzamento (pg. 128: Al quarto dei sette tavoli che ci dividevano c’era l’irrequieta famiglia Pamuk [...] Nel ventiquattrenne Orhan, che fumava senza sosta, seduto con la sua bella madre, il padre, il fratello maggiore, lo zio e i cugini, non riuscii a vedere niente che fosse degno di nota, a parte il fatto che era nervoso e impaziente, e si sforzava di sorridere con sarcasmo.) e poi si ripresenta alla fine, svelandosi per bocca di Kemal come l’autore materiale del libro: una mise en abîme che fa un po’ girare la testa. Insieme alla famiglia Pamuk al ricevimento all’Hilton compaiono personaggi di altri libri di Pamuk, il signor Cevdet e i suoi figli, soprattutto il giornalista Celâl Salik, uno dei protagonisti dell’enigmatico (e noioso) Il libro nero. Probabilmente ci sono molti altri riferimenti e incroci di questo tipo tra personaggi, forse anche reali, che non sono in grado di afferrare. E tuttavia i personaggi secondari sono vivissimi, Sibel, gli amici, i frequentatori dei caffè e dei ristoranti, gli anonimi passanti che affollano le vie di Istanbul, soprattutto i genitori dei due protagonisti Kemal e Füsun; le madri presenti, impiccione, rumorose, i padri, che spariscono presto, assenti o silenziosi, segreti, ma tutti umanamente pieni di contraddizioni.  E il tema dell’incontro-confronto tra Oriente e Occidente, sempre vivo in Pamuk (Il mio nome è Rosso, Il castello bianco), è qui costantemente ripreso, anche attraverso frasi ricorrenti: essere moderni, vivere all’europea, flirtare all’europea...

Il silenzio è importantissimo: vi sono silenzi ricorrenti (vedi il meraviglioso capitolo 69, che eguaglia per bellezza il capitolo X di Istanbul, secondo me una pietra miliare della scrittura), improvvisi, che lacerano il tessuto di parole lasciando davvero intravedere al di là la possibilità dell’infinito, o della morte. E ci sono le sirene delle navi sul Bosforo, simbolo e manifestazione della struggente malinconia che è un marchio di fabbrica di Pamuk.

La bella traduzione è di Barbara La Rosa Salim.

La prossima volta che vado a Istanbul tornerò di sicuro a visitare il museo, che è anche la casa in cui si trasferiscono Füsun e la sua famiglia, dove si svolgono le interminabili cene e le serate davanti alla televisione cui Kemal non riesce a strapparsi; l’intreccio tra libro e museo mi era sfuggito in parte la prima volta. Io credevo che nel museo fossero esposti gli oggetti di cui si parla nel libro, mentre invece il libro descrive gli oggetti esposti nel museo che non c'è ancora... insomma, una roba molto perversa. Certo, che, si può dire? l’interno della testa di Orhan Pamuk fa un po’ paura: uno che è riuscito a creare un simile intreccio tra realtà, finzione letteraria, identità sdoppiate, materia e parole, non è esattamente rassicurante. 
Al termine del loro giro, i visitatori del museo testimonieranno al mondo intero che la relazione tra tra Kemal e Füsun non è una semplice storia d'amore, come quella tra Leyla e Mecnun o Hüsn e Aşk: è la storia di un mondo, o in altri termini, la storia di Istanbul.        

domenica 22 novembre 2015

L'Iran di ieri e di oggi nelle parole di una grande scrittrice: Goli Taraghi, La signora melograno

Insomma, quello con le edizioni Calabuig è stato veramente un incontro benedetto. Dopo lo struggente Hotel Madrepatria di Yusuf Atılgan ho acquistato La signora melograno di Goli Taraghi, e non potevo fare cosa migliore. Non conoscevo Goli Tarachi, non l'avevo mai sentita nominare anche se le Edizioni Lavoro hanno pubblicato il suo Tre donne con la traduzione di Anna Vanzan nel 2009. E' tradotta in inglese e francese, ma in italiano al momento l'unico titolo disponibile è questa bellissima raccolta di sette racconti, anch'essa tradotta da Anna Vanzan.


Goli Taraghi si è trasferita in Francia nel 1979, ma lei stessa dice (cito una sua intervista) Ho trascorso gli ultimi trentaquattro anni in un viaggio perpetuo tra Occidente e Oriente, spostandomi tra Parigi e Teheran. Scrive in persiano, e l'Iran, Teheran, sono sempre presenti nelle sue pagine con una vivezza, una precisione e una concretezza che mi hanno fatto capire più cose di anni di articoli giornalistici. Con una tecnica narrativa che consiste nello scrivere in prima persona ma tenersi, come narratrice e come personaggio, ai margini, più o meno nell'ombra, mettendo al centro le figure davvero indimenticabili di persone che incontra o ricorda, ci racconta storie autobiografiche di una donna che sa guardarsi attorno con curiosità, con gli occhi spalancati sul mondo, senza sentimentalismi nè psicologismi, attenta ai particolari concreti e capace di sintesi folgoranti.

La signora melograno è il commovente ritratto di una donna di campagna sperduta e ciarliera in viaggio per raggiungere i figli in Svezia, davvero incredibile per la tenerezza e la precisione dei particolari che costruiscono un personaggio che fa un po' stringere il cuore e tremare per la sua sorte, come succede alla narratrice; Gentile, ma ladro getta luce sulle condizioni della borghesia urbana dopo la rivoluzione komeinista, attraverso un grottesco tentativo di furto e una fantastica figura di ladro educatissimo e pronto al pentimento; Quell'altro disegna la figura di una strana madre e di due gemelli separati che dialogano a distanza con un flauto, mentre La gara non finita intesse ricordi d'infanzia con la meravigliosa descrizione di un viaggio con l'Iran Air tra Parigi e Teheran, l'imperatrice Soraia e il ping pong, la paura dei funzionari della dogana irrazionali e corrotti, finché tutto si acquieta nella pace del ritorno a casa. Se Madame Lupo parla delle difficoltà di inserimento a Parigi e sa riconoscere il dolore che talvolta si nasconde sotto l'ostilità, nel fascinoso I fiori di Shiraz si ritorna all'adolescenza felice e spensierata a Teheran, liberissima e divertente, tra lezioni di ballo e corse in bicicletta, la gelateria Vigo e il ponte di Tajrish dove la narratrice e i suoi amici si radunavano vivendo i primi amori, e si prende il tempo di tratteggiare le figure di un padre e una figlia uniti dalla tragedia in una strana e pacifica follia.

Infine, il lungo In un altro posto richiede un discorso a parte. Qui viene meno la freschezza, l'immediatezza dell'osservazione della realtà a favore di quella che si può immaginare come una grande, dettagliata metafora non facilissima da interpretare. La storia di Amir Ali che perde il controllo del proprio corpo e lo riacquista solo abbandonando la sua vita ricca e sostanzialmente falsa (come ci dice l'immagine delle persone con la faccia di cartone) per vagabondare in macchina nella natura, libero da tutto, dalle convenzioni sociali, dagli obblighi, dalle pressioni, dalle aspettative degli altri, tornato a uno stato di natura, a una quasi infanzia in cui tutto è ancora possibile, è incentrata sul punto di vista del protagonista e della moglie, anche se qua e là compare una figurina di quelle cui ci ha abituato l'autrice, per esempio lo zio colonnello. L'artificio della voce narrante in prima persona rimane sullo sfondo in maniera un po' pretestuosa e molto reticente. Viene da chiedersi se il riferimento sia alla situazione dell'Iran, alla sua tormentata vicenda politica, ma è solo un'ipotesi, perché l'intento, se c'è, è molto ben mimetizzato. A questo proposito piacerebbe che il già lodevole paratesto (Notizie su Goli Taraghi e un Glossario) desse qualche indicazione sui racconti presenti, la data di composizione o almeno di pubblicazione, per potere capire se la differenza è solo una scelta autoriale o rappresenza un'evoluzione nella scrittura di Goli Taraghi.

Quello che viene fuori da La signora melograno è un ritratto della vita in Iran davvero inedito per me, e vivissimo è il contrasto tra la libertà sognata nei ricordi di prima della rivoluzione e gli stratagemmi per sopravvivere conservando qualche piacere nel cupo clima del dopo, per aggirare le leggi repressive senza essere beccati dalla polizia religiosa, il vino fatto in casa di nascosto, l'oppio per dimenticare, le feste a porte e finestre chiuse e la corruzione onnipresente, sia spicciola che a alto livello. Goli Taraghi è una grande scrittrice che in storie dove la trama è quasi impalpabile riesce a costruire un mondo di una vivezza incredibile, creando davanti ai nostri occhi personaggi a tutto tondo, una città, una società, senza mai dare giudizi espliciti né mostrare nostalgia o rimpianti.

  
       

domenica 15 novembre 2015

La buona novella: è nata Buckfast Edizioni, giovane, colorata, allegra e grintosa

Allora, ogni tanto ci sono notizie che fanno scendere una lacrima di commozione sul ciglio anche a vecchie pellacce come me, notoriamente arcinemica delle emozioni. Una di queste è ovviamente l'annuncio di una nascita: se poi la neonata è una casa editrice, le lacrime saranno almeno due. E diventano pianto dirotto quando si scopre che a averla fondata è una donna, anzi una ragazza, una giovanissima coraggiosa editrice: Elisa Labanca.
Qui di seguito alcune notizie, prese dalla pagina facebook di Buckfast Edizioni, nata nel settembre 2015 a Pecetto Torinese. 

La giovane casa editrice Buckfast Edizioni ha la finalità di pubblicare libri e creare prodotti editoriali. Prende il nome da una tipologia di ape regina, selezionata all'inizio del XX secolo da padre Adam, un monaco dell'abbazia benedettina di Buckfast, nel Devon (Inghilterra), che si occupava di apicoltura all'interno del monastero. Quest'ape, frutto dell'incrocio tra una regina italiana e fuchi di ceppo inglese, richiede un controllo permanente per rimanere una razza selezionata nelle sue caratteristiche positive.
L'analogia tra l'operosità di questa tipologia di ape regina e la meticolosità e la cura con cui cerchiamo di produrre il nostro "oro degli dei" è alla base della mission di questa piccola casa editrice. Convinti che il libro, come forma cartacea di cultura e luogo di interessi, resterà ancora in auge per molti anni e diverrà nel tempo sempre più un oggetto prezioso, la Buckfast Edizioni si propone di pubblicare prodotti di nicchia ma di grande qualità, selezionati e lavorati proprio come un'ape regina meticolosamente lavora all'interno della sua famiglia. Ricerchiamo autori che condividano con noi la nostra mission, ma che al contempo credano ancora nell'importanza della divulgazione di contenuti ad alto valore culturale. Un ambiente giovane e dinamico che vuole dar spazio ad una pluralità di voci, ricercando gli autori più meritevoli e riversando nell'attività passione, idee e creatività e soprattutto... sogni, perché il sogno è alla base del libro: amato, desiderato, ricercato, consumato, portato con sé nelle avventure della propria esistenza, compagno di un viaggio infinito che è la vita di ciascuno di noi. Vogliamo dare voce agli autori, più o meno conosciuti, curando il rapporto personale con ciascuno di loro e creando un prodotto di alta qualità.

I titoli già usciti sono: Franco Luigi Carena, Cavallermaggiore. Personaggi e dintorni
AA VV, Cajorata 3, raccolta di poesie brevi (nove versi) di dodici autori provenienti da tutt'Italia
Antonio Tavella, Pa mach ëd fioca. I racconti di Natale di Toni, con le illustrazioni di Gianfranco Conforti (Paco). 

Info: buckfastedizioni@yahoo.it 



Gli uomini soli combinano un sacco di guai: "Hotel Madrepatria" di Yusuf Atilgan, e "Rams - Storia di due fratelli e otto pecore" di Grímur Hákonarson

Non conoscevo la casa editrice Calabuig ed è una grave colpa, perché ha già un anno (appena compiuto) e un catalogo dei più appetitosi che si possano immaginare; inoltre il nostro primo incontro mi ha incuriosita al punto da indurmi a comprare un libro cartaceo, cosa che ormai mi capita molto raramente. Be', ne valeva davvero la pena. Hotel Madrepatria di Yusuf Atılgan, per la prima volta in italiano nella bella traduzione di Rosita D’Amora e Şemsa Gezgin, è uno di quei libri che lasciano il segno, avvolgendo il lettore in una storia e un'atmosfera che non permettono più di abbandonarli, anche se non c'è quasi azione a movimentare la vicenda.

Siamo in una cittadina senza nome in Turchia (ma è Manisa, la città natale dell'autore, riconoscibilissima da molte indicazioni - prima di tutte la memoria continua del grande incendio che l'ha distrutta quasi completamente, per mano dei greci in ritirata alla fine della guerra greco turca del 1919-1923), negli anni Venti del secolo scorso. Protagonista unico, dal cui punto di vista seguiamo i fatti in un flusso di coscienza continuo e aggrovigliato, è Zebercet, trentenne scapolo che gestisce un albergo vicino alla stazione ferroviaria. L'Hotel Madrepatria non è grande, una decina di camere su tre piani in un antico konak, un palazzo ottomano scampato all'incendio, di proprietà di una famiglia che ha lasciato Manisa per Istanbul cui Zebercet è legato da complessi legami di sangue. Zebercet è un solitario, metodico e quasi recluso dietro al bancone della reception da dove controlla arrivi e partenze dei clienti. Ogni tanto usa sessualmente la donna di servizio che si occupa delle stanze e della cucina, ma lei quasi non se ne accorge, continua a dormire senza mostrare piacere né disgusto. In questa routine ovattata e priva d'aria qualcosa si spezza improvvisamente, quando una cliente senza nome né carta d'identità, "la donna arrivata con il treno in ritardo proveniente da Ankara", trascorre un'unica notte in una stanza che da quel momento diventa una specie di tempio del ricordo e dell'attesa, in cui Zebercet si rifugia a annusare le tracce lasciate da lei. Da quel momento in poi è un crescendo via via più febbrile e aggrovigliato di pensieri che si avvoltolano tornando sempre all'ambiguità dei ricordi di un passato complesso e impossibile da ricostruire, mentre lui aspetta che la porta si apra e la donna ritorni.

Il flusso di coscienza di Zebercet è inaffidabile, lo capiamo da particolari all'inizio trascurabili, come quello di baffi: neppure lui è sicuro se li ha oppure no, non bastano lo specchio, il barbiere o lo sguardo altrui a garantire la realtà. I suoi occhi chiusi guardano all'interno di sé. Ma questo non impedisce a Yusuf Atılgan di costruire attorno a Zebercet un mondo concretissimo e sfaccettato, di rappresentare la vita di una cittadina turca minore e sonnolenta ma formicolante di personaggi indimenticabili, visti attraverso gli occhi opachi di Zebercet o filtrati dai suoi ricordi, dalla torpida e sventurata donna di servizio all'ufficiale in pensione, dal ragazzo incontrato al combattimento di galli al barbiere, dalle prostitute che emergono dalla foschia del passato ai compagni di naia e amici d'infanzia, l'uomo incontrato al cimitero trasformato in parco e  i confusi antenati dai comportamenti mitologici, la famiglia padronale cui Zebercet forse appartiene per vie oscure, gli avventori delle modeste trattorie che frequenta, gli osti, i clienti dell'albergo... 
Veniamo così attirati in una spirale irresistibile come un incantesimo, in cui si desidera solo accovacciarsi su un divano nell'aria viziata della hall dell'Hotel Madrepatria, a fantasticare su chi sarà il prossimo a spingere la porta con la lunetta di vetri smerigliati, lasciando passare il tempo in silenzio, seguendo le circonvoluzioni del cervello ondivago del gestore, arrovellandosi e attorcigliandosi sul passato e sul quel poco di realtà che filtra dalle finestre opache e tra il fumo di sigaretta. E quando la tragedia, incomprensibile ma non inaspettata, si intrufola nello scricchiolante konak non possiamo che continuare a seguire Zebercet tra bettole fumose e i caffè dove si tengono i combattimenti di galli, o su e giù per le scale dell'albergo. Alla seconda tragedia lo accompagniamo senza stupore, sapendo che è inevitabile. 

Sia nelle Notizie su Yusuf Atılgan poste in fondo al volume che spigolando in rete, ho trovato il nome di questo autore accostato a quello di William Faulkner. Ora, io Faulkner non l'ho mai frequentato quindi non posso dire assolutamente nulla sulla questione, non so se l'accostamento significa subordinazione, imitazione. Posso dire solo che Hotel Madrepatria mi ha colpita al cuore e aspetto con fiducia (e gran curiosità) che Calabuig continui l'opera meritoria traducendo anche Aylak Adam (Il fannullone) di cui sono riuscita a individuare solo le versioni francese e spagnola oltre a quella turca.  

E se volete scoprire quali altri guai possono combinare gli uomini soli, andate a vedere il bel film Rams - Storia di due fratelli e otto pecore dell'islandese Grímur Hákonarson. Qui gli uomini soli sono due, fratelli appunto, Gummi, più integrato nella minima società locale e Kiddi, ubriacone e scorbutico, che pur vivendo fianco a fianco in due isolatissime fattorie nel nord dell'Islanda, non si parlano da quarant'anni. Quando Gummi scopre che il montone di Kiddi, anche se ha vinto il concorso per la migliore bestia dell'anno, ha una malattia tremenda, la scrapie, non gli par vero di potersi vendicare del successo del fratello. Ma la tragedia si scatena contro tutti, e tutte le pecore della valle devono essere abbattute. Per i due il colpo è tremendo, e ciascuno reagisce cercando una strategia per sopravvivere diversa e opposta, tutta esteriore quella di Kiddi e tutta nascosta, quasi seppellita, quella di Gummi. Quando non sarà più possibile continuare così, anche i rapporti tra di loro saranno ribaltati e in un crescendo finale di quasi intollerabile potenza emotiva, torneranno a una vicinanza infantile, primigenia. La parte finale di questo film è una delle cose più belle e più forti che io abbia mai visto al cinema. Certo, Rams è un film che non dirà niente a chi non è disposto per una volta a rinunciare a facce note, a kiss kiss bang bang, a effetti speciali e ambientazioni lussuose. Qui troverete la solitudine e il silenzio dell'Islanda, ma anche due personaggi che sarà difficile dimenticare. E che mi hanno fatto ricordare, naturalmente, il meraviglioso Bjartur di Gente indipendente di Halldor Laxness.   

martedì 3 novembre 2015

Il ragazzo che si pavoneggiava in uniforme e gli orrori della guerra civile in Nigeria: "Sozaboy, il soldato bambino" di Ken Saro-Wiwa

Quanto ne sappiamo della Nigeria? Io, confesso, pochissimo. Per questo Sozaboy. Il bambino soldato, di Ken Saro-Wiwa, è un libro di cui vorrei poter dire tutto il bene possibile, perché è ambientato in Nigeria negli anni della guerra civile (1967-1970) seguita al tentativo di secessione del Biafra, è scritto da un personaggio straordinario e tratta temi di importanza universale. Ma non ci riesco, e spiego perché. 


Pubblicato nel 1985, si tratta del racconto in prima persona dell'odissea di Mene, ragazzo ingenuo del villaggio di Dukana presso Pitakwa (Port Harcourt, sul delta del Niger), pieno di vita, di prospettive (lavora come apprendista di un trasportatore in attesa di prendere la patente), di sogni anche d'amore come tutti i ragazzi della sua età. Dukana appare un tranquillo eden di campagna abitato da agricoltori che coltivano igname, banane, plantain dando retta al capo e al prete, bevendo e ballando. La storia è semplice e terribile: sedotto dal fascino dell'uniforme, spinto dal desiderio di fare colpo sulla bella Agnes che ha appena sposato, convinto dai discorsi degli abitanti di Dukana che chi non è soldato non è un vero uomo, senza sapere che guerra si sta combattendo, chi sono i nemici e perché lo sono, attraversa fronti, eserciti e ogni sorta di orrori senza capire, così come non capiva quando ha pagato per potersi arruolare, portare una bella divisa, essere ammirato e amato. La sua è una storia di formazione, un'educazione al dolore che non lo porta da nessuna parte se non a riconoscere l'inutilità, l'assurdità e la crudeltà senza limiti della guerra. 

Sozaboy lo dovrebbero leggere tutti perché come ho già detto, delle guerre in Africa non sappiamo (non so) niente, leggendo i titoli dei giornali proviamo un brivido di virtuosa compassione poi passiamo a articoli più comprensibili. Ma è una storia in prima persona e proprio quello secondo me è il punto: l'autore l'ha scritto in un particolare pidgin english, l'inglese che i popoli sottomessi usano per comunicare con i padroni, (il titolo originale è Sozaboy, A Novel in Rotten English), estremamente creativo, una lingua inventata l'hanno definita. Il bravo, anzi l'eroico, traduttore Poberto Piangatelli si è trovato davanti a un compito quasi impossibile che ha affrontato con coraggio, ma il risultato è una lingua che non esiste. Nessuno parla come Mene, e questo alla lunga oltre a sconcertare diventa irritante. A questo proposito consiglio di leggere prima l'interessantissima e esauriente postfazione della curatrice Stella Vivan, Nota critica, che chiarisce molti interrogativi. Naturalmente man mano che si va avanti si dimentica un po' il fastidioso accumulo di mica, ben bene ecc che si alternano a congiuntivi e condizionali improbabili nel contesto. Insomma il realismo disperato della vicenda è pesantemente disturbato, mentre la poetica ingenuità e la spontaneità del personaggio diventano ridicole. Capisco che il compito, ripeto, era davvero immane.

La prima parte risulta un po' lunga e insulsa, molto virata al comico nel riportare gli oziosi discorsi degli abitanti di Dukana mentre alcuni personaggi si distinguono per originalità e verità, poi la vicenda decolla quando Mene entra in contatto con la vita militare e si addentra negli orrori della guerra. Non ci sono mai indicazioni precise, fatti storici, il nemico non viene mai definito né i nomi delle tribù esplicitati, ma in filigrana si comprende l'insensatezza, la corruzione a ogni livello, si intravede il piccolo gruppo di individui che decide di approfittarne mentre la popolazione viene distrutta. Nell'incomprensibilità della spirale di crudeltà e degrado, la persistenza di un sostrato magico viene alla luce e diventa un elemento di orrore in più. 

L'autore Ken Saro-Wiwa (1941-1995) è stato un personaggio davvero straordinario. Molto noto in patria e all'estero, fu scrittore, commediografo, uomo di televisione (scrisse la prima sit-com africana, che ebbe grandissimo successo), ricoprì incarichi istituzionali e fin dagli anni '80 si fece portavoce del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni da lui fondato, interpretando le rivendicazioni del popolo ogoni il cui territorio fu devastado dalla scoperta e dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel delta del Niger. Tra le multinazionali interessate, la Shell deteneva il 20% e l'Agip il 10%. Nel 1995 fu arrestato, sommariamente processato e impiccato l'11 novembre insieme a altri otto attivisti per ordine del dittatore Abacha. Recentemente la Shell è stata chiamata in giudizio in USA per la morte di Saro-Wiwa e di altri sei intellettuali, e pur negando le proprie responsabilità ha patteggiato pagando 15 milioni di dollari.

Oltre alla già citata, fondamentale postfazione di Stella Vivan, l'edizione Baldini & Castoldi offre un Glossario (da cui si apprende che soza è una corruzione dell'inglese soldier) e una prefazione di Roberto Saviano vagamente retorica, ma è difficile evitare la retorica su un testo simile e una vicenda umana come quella del suo autore. Un testo, ripeto, di non facile lettura ma che restituisce molto di più della fatica che si affronta per leggerlo, e vivamente consigliato, con le avvertenze del caso.    

lunedì 2 novembre 2015

Il viaggiatore solitario che sa ascoltare le storie: Luiz Ruffato, Fiori artificiali

E dopo tante ragazze parliamo del bellissimo libro di un cinquantaseienne brasiliano, Luiz Ruffato, Fiori artificiali. Usando una struttura complessa in cui compare un manoscritto inviato a Ruffato da un lettore anche lui brasiliano, Dorio Finetto, che diviene contemporaneamente scrittore e personaggio, l'autore riesce a compiere il miracolo di consegnarci una serie di ritratti di persone di varie nazionalità incontrate in giro per il mondo e narrate con una lingua viva, concreta, semplice e insieme estremamente efficace e piena di immagini splendenti. E' come una collana di racconti che attraggono e appassionano, ognuno dei quali riassume un pezzo della storia del Novecento senza nessuna pretesa didascalica, ma esemplificando l'intreccio tra la vita dell'individuo e quella della società e del momento storico in cui si muove, ognuno incentrato su un incontro tra un personaggio e Dorio Finetto e rielaborato da Luiz Ruffato, che attribuisce all'autore originario uno stile burocratico di cui talora si avverte il retrogusto.

Si incomincia con Una storia inverosimile, l'episodio più lungo, in cui si racconta la vita di Bobby William Clarke, inglese di origine scozzese, soldato contro i Mau Mau, mercenario, vissuto tra Africa e Brasile tra inenarrabili peripezie che lo portano sempre più in basso, fino a incontrare il narratore alla "zuppa di mezzanotte" che un ristoratore compassionevole prepara con tutti gli avanzi del giorno per i più poveri di una cittadina brasiliana di Minas Gerais. Il presente assoluto si svolge a Buenos Aires, protagonista una professoressa francese alla ricerca dell'esperienza assoluta; Il gordo è un brasiliano incontrato a Dolores, in Uruguay, che invita Dorio Finetto a casa, gli fa conoscere la famiglia, lo accoglie con incredibile ospitalità, lo porta a trascorrere una domenica sul fiume. Sotto la cordialità nasconde un dolorosissimo passato, sofferenza e solitudine, all'inseguimento di un'idea del padre sparito quando era bambino e mai più trovato - ma la realtà non è mai quella che appare. In Un pomeriggio all'Avana appare la tristissima Nadia, ragazza mezzosangue russo-cubana, sola e struggente nel suo volonteroso tentativo di fare la puttana. Poi ancora Mangiare sushi a Beirut, protagonista un argentino solitario, professore di sociologia a Tolosa, figlio di emigrati italiani a Buenos Aires, grassone ridanciano che racconta a Dorio la storia della sua famiglia, dal nonno anarchico sparito in un golpe all'agiatezza raggiunta dai genitori, coppia anaffettiva che lo condanna alla solitudine e che rappresenta un nodo con cui non si è mai riconciliato, mentre la sua vita si intreccia strettamente con le turbolenze politiche che attraversano l'Argentina finché si rifugia in Brasile e infine va a Parigi. Susana si svolge a Timor, dove la bellezza maledetta di una ragazza portoghese ha lasciato una traccia d'amore e rimpianto quasi mitologici. E Porto Rico per L'uomo che non sapeva dove morire, un americano veterano del Vietnam, è solo una sosta nel viaggio senza fine in attesa di morire, perché non appartiene a nessun paese.

Infine nel Memoriale descrittivo tutte le tappe della vita da giramondo di Dorio Finetto raccontate fino a quel momento si ricompattano nella biografia di un figlio di emigrati italiani bigotti, con la filosofia del lavoro, che assiste allo sfasciarsi della famiglia, studia, si laurea, va a lavorare Banca Mondiale, gira per il mondo ascoltando la voce dei solitari che dappertutto sembrano aspettarlo per raccontargli le proprie vite, che lui infine offre all'autore perché ne faccia quello che vuole. Il suo viaggiare e lavorare gli appaiono come un lungo sonno, e quando si svegliò, il Novecento era finito E Luiz Ruffato li trasforma in questo libro straordinario, forte nei fatti e delicato nelle parole, ricchissimo di umanità, uno di quei libri che è una fortuna incontrare. Bella traduzione di Gian Luigi De Rosa e Giorgio de Marchis.