mercoledì 27 luglio 2011

Christos Tsiolkas, Lo schiaffo & Kari Hotakainen, Via della Trincea

Due romanzi che più lontani non si può, il primo scritto da un australiano di origine greca, il secondo finlandese, eppure ci sono elementi in comune che mi hanno fatto riflettere. Lo schiaffo narra di un gruppo di amici nell'Australia di oggi, alternando i punti di vista dei personaggi nello svolgersi della vicenda. Tutto comincia a casa della coppia benestante formata da Hector, seconda generazione di immigrazione greca, e Aisha, nata in India. Durante un barbecue cui partecipano parenti e amici, Harry, cugino primo di Hector, dà uno schiaffo a un bambino insopportabile e pericoloso, scatenando la furia vendicatrice della madre Rosie, "australiana" come la definiscono gli altri, cioè anglosassone, e la riprovazione senza pietà di Aisha, amica di Rosie, e di Connie, adolescente collaboratrice di Aisha alla clinica veterinaria di cui è proprietaria. Ve la faccio breve sui complessi rapporti che intercorrono tra i molti personaggi, tutti intrecciati da amicizie, parentele, relazioni clandestine, desideri non espressi. Quello che all'autore preme sottolineare è la mescolanza multietnica dei presenti. Oltre ai greci, all'indiana, agli australiani, c'è un'ebrea di origine francese, un aborigeno sposato a un'australiana entrambi convertiti all'Islam, qua e là compare qualche mediorientale sparso, se mi ricordo bene cinesi e italiani sono assenti, ma insomma, Tsiolkas ci tiene che il lettore abbia sempre presente che l'Australia è grande e etnicamente variegata. E integrata, anche se ognuno continua a sottolineare, parlando degli altri, origine, religione e caratteristiche etniche. Inoltre presenta anche una variegata diversità sessuale - tipi tutti casa e famiglia, masochismi e violenze varie, scopatori di minorenni, minorenni che scopano senza tante storie, tradimenti una botta e via e amanti di lungo corso, e l'immancabile adolescente gay in cerca di un'identità sessuale. Tutti, indiscriminatamente, bevono come spugne e fanno uso frequente e abbondante di droghe. Hanno come valori i soldi, per comprare Suv, case con giardino e piscina per fare barbecue con gli amici, andare al pub, in vacanza a Bali, e per averli lavorano moltissimo, fin dalla prima giovinezza come i due ragazzini Connie e Richie che pur studiando regolarmente fanno anche due lavori per volta. L'altro valore che li muove è un feroce moralismo, che li spinge a giudicare, cercare vendetta, interferire pesantemente nelle vite degli altri provocando guai a non finire. Ognuno sa che cosa è bene per gli altri, e soprattutto che cosa è bene in assoluto. Quello che manca totalmente è l'ipocrisia, o in termini più clementi la capacità di distogliere gli occhi dall'intimità altrui. Dopo un po', leggendo Lo schiaffo, manca il fiato: per la meschinità di personaggi e vicende, per la mancanza di un qualsiasi orizzonte un po' più ampio di questa periferia residenziale, per la minuziosità con cui viene raccontato tutto, ma proprio tutto. Come un lungo, lunghissimo pettegolezzo tra persone limitate, può incuriosire all'inizio ma poi viene voglia di prendere una boccata d'aria. Il tutto è raccontato in maniera straordinariamente realistica ma piatta, in presa direttissima, senza nessun filtro narrativo. Non parliamo di stile per carità, ma neanche di un occhio del narratore in grado di interpretare, digerire un pochino la materia narrativa bruta prima di passarla al lettore. Neanche lo stratagemma dell'alternanza dei personaggi nei vari capitoli (in terza persona) riesce a differenziarli, l'impressione è che abbiano negli occhi una telecamera che riprende diverse situazioni ma le restituisce tali e quali. Insomma, confesso che ben presto questo tomazzo di 537 pagine mi ha annoiato. Amici noiosi che ti contano i fatti loro e tu aspetti che tirino il fiato per cambiare discorso. Senza che mai, neanche per sbaglio, nel loro sproloquio intervenga un filo di ironia o leggerezza.
Ma quello che mi ha fatto accostare questi due romanzi è il trionfo del pettegolezzo inteso come passione per ficcare il naso nei fatti altrui. Se i personaggi de Lo schiaffo hanno la scusante dell'amicizia o della parentela, Matti Virtanen, protagonista di Via della Trincea, spia ossessivamente i proprietari di case unifamiliari, che rappresentano l'oggetto del suo desiderio. Anche qui la vicenda è narrata in capitoli alterni con la voce dei vari personaggi, e ruota intorno a Matti, convinto che l'unico modo per riconquistare moglie e figlia sia comprare una casetta con giardino dove ricomporre la famiglia e vivere felici facendo il barbecue, anche loro. E anche qui all'origine di tutto c'è un atto di violenza, un pugno invece che uno schiaffo, dato da Matti alla moglie in un momento di esasperazione. Qui l'occhio del narratore c'è e si vede, la narrazione è ellittica, nervosa, sovreccitata, dolorosa e comica insieme, soprattutto grottesca, deformata. Matti è soprattutto pazzo: una pazzia umana che suscita empatia ma non si può proprio condividere. Spia, perseguita malcapitati che hanno l'unica colpa di essere agenti immobiliari o proprietari di case, minaccia, si riempie di illusioni, si dà da fare (come un matto, appunto), corre, e noi lo seguiamo con una certa fatica, stentando a interessarci alla sua ossessione. A sua volta è spiato da vicini di casa matti come lui, e altrettanto incapaci di appassionarci. Qui la società è monoliticamente finlandese, immigrati non se ne avvistano nella periferia di villette a schiera e casette con il giardino, la veranda,
l'altalena e il melo, ma anche qui pare che il pettegolezzo sia un'attività importantissima, sia per chi lo pratica che per chi cerca affannosamente di difendere la propria piccola, egoista, asfittica oasi conquistata con fatica. Con mutui ventennali, sacrifici e rinunce. Entrambi questi romanzi hanno avuto un grande successo in patria, Via della Trincea ha persino influito sul mercato immobiliare. E' facile supporre che questo successo sia dovuto al fatto che sono romanzi che ritraggono rispettivamente la società australiana e quella finlandese in maniera particolarmente efficace, e i lettori di questi due paesi vi si siano specchiati. Be', posso dirlo? Non mi pare che dovrebbero esserne troppo fieri. Nessuno dei due è un gran libro ma il problema non è solo questo. E' che l'immagine che viene fuori è agghiacciante. Vale la pena di essere una nazione melting pot come l'Australia per poi passare il tempo a occuparsi dei fatti degli altri per sparare giudizi e pregiudizi e interferire nelle vite altrui come il padreterno? Né consola balzare dall'altra parte del mondo per vedere che tra laghi, betulle, saune e zanzare non cambia niente. In sostanza, nel villaggio globale l'attività più diffusa e appassionante pare che sia quella di spiare i vicini con il binocolo.

mercoledì 6 luglio 2011

Ian McEwan, Solar

Ian McEwan, Solar
Il professor Michael Beard, che ha ottenuto il Nobel per la fisica in giovane età, giunto alla cinquantina è un disastro totale: più nessuna idea, cinque matrimoni di cui anche l'ultimo sta arrivando alla fine con drammi e tradimenti, cattiva alimentazione, troppo alcol, e salute in pericolo. E bisogna dire che fa di tutto per peggiorare la situazione, mosso sempre dal suo quasi incolpevole egoismo, dall'appetito insaziabile per le donne, dall'irrefrenabile tendenza a non affrontare niente, a scappare, a rimandare i problemi a dopo, a negare le cattive notizie. È uno strano romanzo questo di McEwan, leggero, cattivo e molto divertente. Man mano che il professor Beard accumula atti avventati e autentiche cazzate, non si può fare a meno di simpatizzare con lui. L'autore è perfido con i suoi personaggi, tutti mossi da impulsi meschini, violenti o stupidi; le donne in particolare sono assolutamente negative, in preda a una specie di ossessione del possesso di quest'unico, disastroso esemplare di maschio. E in effetti non si capisce bene la ragione di tutto questo successo di Beard, se non con la conferma di una mia vecchia teoria: per avere successo con le donne bisogna chiedere (io pensavo a qualcos'altro, ma il prof. Beard chiede di andare a cena. A tutte. E sul numero, non gli va affatto male). Le altre sono femministe ottuse, pericolosissime in quanto "postmoderne" qualunque cosa voglia dire, pronte a sputtanarlo facendolo apparire un nazista mengeliano, o squinternate figlie dei fiori. Certo Beard se le attira, ma non riesce a apparire del tutto colpevole. Un altro aspetto importante del romanzo è l'esibizione erudita di teorie fisiche, che l'ineffabile Beard non si perita di rubare a sventurati stagisti. Questo aspetto è veramente postmoderno, e a momenti anche un po' stucchevole. Il divertente è che Beard, una vita spesa a combattere il riscaldamento terrestre escogitando fonti alternative di energia pulita, di fronte a un ingaggio sufficientemente lucroso non fa una piega all'idea di promuove il nucleare. Insomma un romanzo che non è certo dei più profondi o coinvolgenti di McEwan, ma acchiappa e diverte sempre. Alcuni episodi sono veramente esilaranti, per esempio quello della spedizione nei fiordi norvegesi. Un finale che mi ha lasciata soddisfatta perché non avrei sopportato di vedere il vecchio impunito perdere la faccia. Una lettura ottima e particolarmente adatta alle vacanze al mare, dà un sacco di argomenti per le discussioni da ombrellone sui cambiamenti climatici.

domenica 3 luglio 2011

Gossip e Corano: quanto sono glamour le ragazze saudite! Rajaa Alsanee, Ragazze di Riad

Un libro veramente interessante e istruttivo, ben al di là delle intenzioni dell'autrice di cui il paratesto non dà la minima notizia, e anche Wikipedia non si spreca. Figura come una serie di mail inviate da un'anonima ragazza di Riad a una mailing list che man mano si ingrossa sempre di più. L'argomento è prettamente rosa: patimenti amorosi e aspettative matrimoniali di quattro ragazze della ricca borghesia, ma il risultato è più simile a un racconto dell'orrore. La narratrice gioca sul suo anonimato, finge di ricevere risposte (quasi esclusivamente maschili) di profonda critica, più raramente di approvazione. Inizia ogni mail con una citazione, poetica o religiosa, qualche parola di commento poi passa alla narrazione vera e propria. Questa parte è la meno interessante anche se probabilmente funzionale per la pubblicazione in patria per dimostrare che l'autrice sa di trattare argomenti scottanti. Molto ricche, tutte universitarie, abituate a viaggiare e anche sveglie, le ragazze Quamra, Lamis, Sadim, Michelle hanno un'unica aspirazione nella vita: trovare un marito. La cosa agghiacciante è che malgrado gli esempi che hanno davanti agli occhi, anche in casa, da un marito si aspettano di trovare la felicità, il rispetto, la parità nel rapporto, la libertà, mentre tutto quello che trovano (e non dipende dagli individui, è implicito e inevitabile date premesse sociali e culturali), è la cancellazione di se stesse in quanto persone e una feroce necessità di adeguarsi ai più assurdi e crudeli dettami della tradizione.
Le loro storie sono esemplari. Tutto inizia al matrimonio di Quamra, la meno carina e brillante che però ha avuto la fortuna di un ottimo partito. Peccato che si accorga subito di qualcosa di strano: lo sposo non si sogna di deflorarla, è necessario che sposa ci metta tutta la sua buona volontà per raggiungere lo scopo, con poca soddisfazione. I due vanno a vivere in America dove lui studia, e qui Quamra, dopo mesi di umiliazioni e solitudine a due, scopre che il marito ha un'amante da anni, che ama molto, ma ha sposato lei per la pressione familiare. La povera Quamra smette la pillola che il marito la costringeva a prendere, resta incinta e affronta l'amante: risultato, il marito divorzia da lei e chi s'è visto s'è visto. Condannata da quel momento in poi a fare la vita da divorziata con un figlio cui l'ex marito non provvede e neanche va mai a vedere.
Non va meglio a Lamis, anzi. Notata alle nozze di Quamra dalla madre di un ricco giovanotto, viene chiesta in moglie, si fidanza e poco dopo viene firmato il contratto di matrimonio dopo il quale è legalmente sposata, ma per andare a vivere con il marito deve attendere la cerimonia vera e propria. Siccome è una brava studentessa chiede che questa venga posposta agli esami finali, lui accetta ma si vede che è un po' deluso. Lei allora decide di concedergli qualcosa per compensarlo, lui accetta ben lieto (quanto conceda non si capisce perché il testo è molto castigato e reticente) poi se ne va un po' agitato, non si fa più vivo, stacca il telefonino, la suocera si nega al telefono. Dopo tre settimane Lamis riceve le carte per il divorzio. Umiliata e disperata, va a Londra (dove la sua famiglia possiede un appartamento a Kensington) da sola, per distrarsi. Qui fa anche uno stage in banca e conosce un connazionale più grande, brillante politico, con cui intrattiene un rapporto amoroso (platonico) strettissimo per quattro anni, finché lui le annuncia che sta per sposarsi con una ragazza scelta dalla famiglia (ha più di quarant'anni) perché non può sposare una divorziata. Più tardi, con la moglie incinta, la cerca di nuovo e le chiede se vuole diventare la sua seconda moglie.
Michelle, americana per parte di madre, conosce un ragazzo che ama molto ma non può sposarlo perché la madre di lui glielo proibisce in quanto lei non appartiene a nessuna tribù (credo situazione analoga a quella di un legame tra un nobile e un borghese nell'Ancien Régime). Va a fare l'università in America e stringe un rapporto con un cugino ma non se ne parla nemmeno perché lui è americano.
L'unica che se la cava secondo i canoni è Sadim.
Non si capisce perché queste ragazze, così libere di andare, fare e stare quando sono fuori dell'Arabia Saudita mentre in patria non possono neppure uscire da sole, se ne tornino poi sempre a casa. A questo proposito è divertente, al di fuori delle intenzioni dell'autrice, la descrizione dei viaggi di ritorno in aereo, quando a uno a uno i viaggiatori, maschi e femmine, vanno alla toilette in abiti occidentali e ne riemergono in abiti sauditi, in bianco gli uomini, in nero e totalmente velate le donne.
Scritto in modo brillante, vivace, volutamente scanzonato, si presenta come un'accorata ma blanda critica alle tradizioni che impediscono ai giovani di scegliere liberamente il compagno o la compagna del proprio cuore, ma in realtà apre una finestra orrorifica sulla condizione delle donne in Arabia Saudita, siano pure le più ricche, istruite, padrone dei mezzi tecnologici più moderni, abituate a viaggiare e conoscere il mondo. Se ne esce con i brividi nella schiena, ma vale veramente la pena di leggerlo perché non è un romanzo scritto per la pubblicazione all'estero, per gratificare i pregiudizi degli occidentali raccontando quello che si aspettano di leggere come l'orrido Cacciatore di aquiloni. E' un romanzo scritto per il pubblico saudita, che si sforza molto di essere contemporaneo, il che lo rende straordinariamente significativo. Non mi risulta che ci sia un ebook e non so se è ancora in distribuzione, ma se per caso lo trovate, magari su una bancarella, acchiappatelo senza esitare.
E alla fine, ovvio, noi ragazze ci si congratula per la nostra fortuna di non essere nate in Arabia Saudita.

martedì 17 maggio 2011

ELISABETTA CHICCO VITZIZZAI, DIO RIDE

Una vera sorpresa questo veloce e densissimo romanzo di Elisabetta Chicco Vitzizzai che affronta con levità e ironia argomenti di grande presa emotiva e pregnanza storica. A sorprendere non è certo la bellezza (conosco le opere di questa autrice da tempo, e so che cosa aspettarmi) né l’argomento, ma l’originalità con cui è affrontato. Daniel Avigdor, ventenne ebreo torinese, in un pomeriggio di primavera del 1953 viene incaricato di andare in farmacia a procurare una medicina indispensabile per il padre agonizzante. Daniel ha alle spalle esperienze pesantissime, una madre uscita di casa nel 1943 e mai più ricomparsa, un padre severo, anni di paura, fughe, privazioni estreme in condizioni intollerabili. Però ha anche vent’anni: e la primavera riempie l’aria di polline e luci. Così comincia un vagabondaggio quasi involontario per le vie della città, con il naso per aria e l’imperativo di trovare una farmacia un po’ accantonato in un angolo della mente. Pare di vederlo seguire le uste che man mano il capriccio, o il destino, gli propone, in un percorso dalla topografia e dalla toponomastica di una precisione sbalorditiva. Il suo pomeriggio si dipana alternando parti in prima persona e altre in terza, ricordi che ci rivelano il suo passato e impressioni legate al suo presente, incontri, ricordi di grande sensualità, svagatezze e dolori profondi, finché sul far della sera si imbatte nella tentazione definitiva, quella che il Talmud condanna: “Meglio camminare dietro a un leone che dietro a una donna”. Ma Daniel, tutto preso da quell’ondeggiare rotondo, non solo segue la bella Ada ma trova anche il coraggio di abbordarla. È una donna ma è anche un deus ex machina: in quell’incontro, nel quale getta il denaro per comprare la medicina per il padre, Daniel trova tutto quello che andava cercando da tempo, intimità, scambio, verità e coraggio. Improvvisa e folgorante la verità, amara ma rasserenante come ogni prova severa. Il destino gli presenta la soluzione dei misteri della sua infanzia, ma non dirada la nebbia che li avvolge. Il ritorno dal padre lo rende definitivamente adulto dandogli la consapevolezza che non può assolvere né condannare, ogni colpa porta in sé anche una parte di virtù, l’amore ha tante facce e non è mai innocente.

La lezione finale di questo romanzo di formazione che si dipana con ammirevole equilibrio tra la freschezza svagata dei vent’anni e l’oscura, definitiva angoscia delle persecuzioni contro gli ebrei, è forse che bisogna lasciarsi alle spalle i genitori per crescere. I loro dolori, le loro colpe, e anche i loro bisogni. Il gesto di Daniel, che usa i soldi delle medicine per offrire un frappè a Ada, è una metafora che mi incanta. Come si potrebbe esprimere meglio la grazia, oltre che oltre che l’ineluttabilità, della vita che si libera del passato per correre verso se stessa?

mercoledì 11 maggio 2011

Jón Kalman Stefánsson, PARADISO E INFERNO


Ogni volta che penso che gli islandesi sono circa 320.000 (e alla fine dell’800 erano 80.000) provo una specie di vertigine. Chissà se qualcuno ha mai calcolato il numero di scrittori in percentuale e li ha confrontati con quelli di altre più popolose nazioni. Comunque non è il numero che mi stupisce, è l’eccellenza. Ancora sotto l’effetto provocato sulla mia santissima ignoranza dalla recente scoperta del Nobel Haldór Laxness con i due meravigliosi romanzi Gente indipendente e Il concerto dei pesci, divertita e interessata dalle storie di donne di Kristín Marja Baldursdóttir in Il sorriso dei gabbiani (tanto per parlare degli ultimi che ho letto), ecco che l’amica traduttrice Silvia Cosimini mi fa conoscere Jón Kalman Stefánsson e il suo Paradiso e inferno, e resto ancora una volta folgorata.
La trama è veloce: un ragazzo senza nome, segnato dall’infanzia da un destino di lutti e solitudine, lavora come pescatore in un insediamento nel nord-ovest dell’isola. Due baracche isolate e poco lontano un altro gruppo più grande, una trentina, in ognuna delle quali vivono sei marinai e una cambusiera, dormendo tutti insieme in un sottotetto, due per letto a annusare l’odore di piedi del compagno. E se il capo vuole un attimo di intimità con la moglie, è sui mucchi di pesce salato del magazzino che se lo deve conquistare. Si esce in mare su barche a remi, sperando che non arrivi una tempesta e il mare permetta il ritorno alla spiaggia bianca di neve. Si buttano le lenze e si attende che i merluzzi abbocchino, spiando il colore dell’orizzonte e perdendosi nei pensieri, tanto sotto la chiglia fragile, nei calmi abissi del mare, dove non penetrano le intemperie [e] gli unici uomini che si vedono sono gli annegati, e si possono dire tante cose sugli annegati, ma di certo non che pescano pesci, non pescano niente se non il chiaro di luna sulla superficie del mare. E se poi il mare è clemente, il vento e le onde non rovesciano la barca, il ghiaccio non copre tutto, basta amare troppo la poesia per dimenticare di prendere la cerata e morire di freddo. Nella seconda parte il ragazzo fugge al Villaggio: ottocento anime che vivono in case di pietra, confrontandosi con i loro segreti, i loro drammi e le loro complesse ossessioni. La morte, prima di tutto, e lo sforzo della vita che deve continuare malgrado i fantasmi e gli omini neri che abitano nel cuore del capitano ubriacone che non ama più la moglie dagli occhi di cavallo, e ne ha dimenticato il nome, e pensa a un’altra e per dimenticare i sensi di colpa beve. Tra i molti personaggi, sfaccettati e difficili da dimenticare, spiccano la misteriosa Geirþbrúður dagli occhi neri e le efelidi, che accoglie i diseredati senza far domande, e Snorri, il commerciante troppo fiducioso che fa credito a tutti e dimentica la rovina solo con la musica. Non è vero che è subito sera, è buio sempre ma tutti vogliono vivere.
In questo fascinosissimo romanzo si parla proprio di morte e di vita, di luce e di buio, cecità e occhi troppo grandi, della lotta instancabile e coraggiosa della vita che vuole continuare in una situazione estrema. Dove regnano il freddo, la neve, il mare nero, il confine tra vita e morte è labile, e bisogna lottare per non farsi risucchiare dai fantasmi che ti aspettano, ti spiano, ti guardano con occhi vuoti e con le loro labbra blu chiedono allora, quanto tempo dovrò aspettarti?
Eppure non è un libro cupo. I personaggi sono profondi e ricchi di umanità. La vita è potente e potenti sono le parole, la poesia può uccidere ma è anche salvezza e piacere nel grande buio dell’inverno. Jón Kalman Stefánsson, nato a Reykjavik nel 1963, è stato prima poeta che narratore, e si sente. La sua prosa intensa e rapsodica, benissimo resa dalla traduzione di Silvia Cosimini, si illumina continuamente di immagini che sorprendono il lettore e lo conquistano. Paradiso e inferno è il primo volume di una trilogia che la più che benemerita casa editrice Iperborea continuerà a pubblicare. E questo, come lettrice, mi rallegra e mi riempie di aspettativa.

giovedì 5 maggio 2011

Marino Buzzi, Confessioni di un ragazzo perbene

Michele, trentenne plurilaureato in fuga da una famiglia ottusa e opprimente, campa di lavoretti precari a Bologna. Solo la nipote Cristina, che come tutti i bambini è più intelligente e aperta dei gradi, si dimostra curiosa di lui e della sua vita. È ben inserito nella vivace e festaiola comunità gay dove conta molti amici con cui trascorre serate allegre ma non beve, non indulge in avventure sessuali, non fa uso di droghe, è insomma il bravo ragazzo del titolo. L'unica stranezza, per così dire, che si concede è incantevole: ha una bambina immaginaria, Mara, di cui si occupa amorevolmente, le compra tutite rosa e la imbocca a tavola, gettando nello sconcerto i presenti. Un’eredità improvvisa lo rende comproprietario di una villa insieme ai suoi amici. Incontra ragazzi di cui s’innamora o che si innamorano di lui, subisce grandi delusioni ma tutto si accomoda sempre in quel gruppo di chiacchieroni che si vivono addosso spettegolando e intervenendo, per affetto, nelle reciproche.storie. La simpaticissima Cristina, fuggita da casa per insofferenza, adotta il gruppo e ne viene adottata con grande disponibilità. Anche la famiglia d’origine al momento decisivo si rivela molto migliore delle apparenze e accoglie con benevola naturalezza il coming out di Michele. Alla fine, con un doppio salto mortale narrativo, Michele non ha forse l’amore ma la sua bambina sì, anzi due.

Romanzo discorsivo, ottimista e di facile lettura.

martedì 26 aprile 2011

Andrea Camilleri, Gran Circo Taddei

Sono una ammiratrice di Andrea Camilleri, leggo buona parte di quel moltissimo che pubblica, mi piace quasi sempre e comunque mi dà sempre piacere. Confesso che ho una netta preferenza per i non-Montalbano, senza per questo trascurare le vicende del commissario. Mi piace tantissimo Vigata, il mondo su una capocchia di spillo. Ho una passione per i racconti, per cui non potevo certo perdermi questo nuovo libro. E non sono rimasta delusa, anzi, mi ha divertito un sacco, sia per le trame "grassottelle", pervase di sana e allegra sensualità, gusto per la beffa, figure femminili sempre astute e piene di risorse. La congiura è appunto il racconto di una beffa crudele organizzata dalle un gruppo di donne nei confronti di una loro simile che se la merita appieno. In Regali di Natale un giovanotto sveglio e fortunato trae vantaggio da un violento imbroglio contro un gruppo di ricchi, tanto scemi quanto appassionati al gioco d'azzardo. Il protagonista di Il merlo parlante è il tipico piffero di montagna, che credendo di essere più furbo degli altri finisce per farsi fregare (anzi, trattandosi di una storia di sesso, per farsi tradire). Gran Circo Taddei mette in scena una frenetica commedia degli equivoci dove, tra avidità di sesso, di cibo e di denaro e con l'ausilio di un leone, un altro piffero viene pifferato. La fine della missione narra dell'insolita vocazione di un pio benefattore, mentre Un giro in giostra è la malinconica storia della vita di un nato sfigato. La trovatura è il mio preferito: una maga scalcinata ma fortunatissima trova l'amore facendo del bene anche a distanza di anni dopo la sua morte. La rivelazione è ambientato dopo la liberazione della Sicilia da parte degli americani nel 1943, quando i comunisti rientrati da carcere e confino cercavano di riorganizzare le sezioni e ogni militante aveva il suo peso, anche se la sua vita aveva preso una svolta inaspettata.
Certo Camilleri ha scelto di rappresentare un mondo dove il male non è mai del tutto tale, dove la mafia sta sullo sfondo, prevale il teatrino sul dramma, l'atmosfera non è noir ma vivacemente colorata. Per me questo non è certo un limite, anzi, fa sì che io abbia sempre voglia di leggerlo, e che mi metta di buon umore. La sua grande maestria è nell'uso della lingua, che sa piegare a ogni necessità (anche qui abbondano le esilaranti lettere scambiate tra le autorità fasciste), nella capacità di disegnare personaggi credibili e fortemente caratterizzati pur tenendosi lontanissimo
da qualsiasi accenno di psicologismo, nell'occhio benevolmente cinico e capace di trovare un filo di divertimento in qualsiasi umana vicenda, per quanto immonda e oscura possa essere.
Non ha senso cercare nei suoi scritti quello che lui non vuole metterci. E nel suo campo è un grande, inimitabile e bravissimo.