mercoledì 27 luglio 2011
Christos Tsiolkas, Lo schiaffo & Kari Hotakainen, Via della Trincea
Ma quello che mi ha fatto accostare questi due romanzi è il trionfo del pettegolezzo inteso come passione per ficcare il naso nei fatti altrui. Se i personaggi de Lo schiaffo hanno la scusante dell'amicizia o della parentela, Matti Virtanen, protagonista di Via della Trincea, spia ossessivamente i proprietari di case unifamiliari, che rappresentano l'oggetto del suo desiderio. Anche qui la vicenda è narrata in capitoli alterni con la voce dei vari personaggi, e ruota intorno a Matti, convinto che l'unico modo per riconquistare moglie e figlia sia comprare una casetta con giardino dove ricomporre la famiglia e vivere felici facendo il barbecue, anche loro. E anche qui all'origine di tutto c'è un atto di violenza, un pugno invece che uno schiaffo, dato da Matti alla moglie in un momento di esasperazione. Qui l'occhio del narratore c'è e si vede, la narrazione è ellittica, nervosa, sovreccitata, dolorosa e comica insieme, soprattutto grottesca, deformata. Matti è soprattutto pazzo: una pazzia umana che suscita empatia ma non si può proprio condividere. Spia, perseguita malcapitati che hanno l'unica colpa di essere agenti immobiliari o proprietari di case, minaccia, si riempie di illusioni, si dà da fare (come un matto, appunto), corre, e noi lo seguiamo con una certa fatica, stentando a interessarci alla sua ossessione. A sua volta è spiato da vicini di casa matti come lui, e altrettanto incapaci di appassionarci. Qui la società è monoliticamente finlandese, immigrati non se ne avvistano nella periferia di villette a schiera e casette con il giardino, la veranda, l'altalena e il melo, ma anche qui pare che il pettegolezzo sia un'attività importantissima, sia per chi lo pratica che per chi cerca affannosamente di difendere la propria piccola, egoista, asfittica oasi conquistata con fatica. Con mutui ventennali, sacrifici e rinunce. Entrambi questi romanzi hanno avuto un grande successo in patria, Via della Trincea ha persino influito sul mercato immobiliare. E' facile supporre che questo successo sia dovuto al fatto che sono romanzi che ritraggono rispettivamente la società australiana e quella finlandese in maniera particolarmente efficace, e i lettori di questi due paesi vi si siano specchiati. Be', posso dirlo? Non mi pare che dovrebbero esserne troppo fieri. Nessuno dei due è un gran libro ma il problema non è solo questo. E' che l'immagine che viene fuori è agghiacciante. Vale la pena di essere una nazione melting pot come l'Australia per poi passare il tempo a occuparsi dei fatti degli altri per sparare giudizi e pregiudizi e interferire nelle vite altrui come il padreterno? Né consola balzare dall'altra parte del mondo per vedere che tra laghi, betulle, saune e zanzare non cambia niente. In sostanza, nel villaggio globale l'attività più diffusa e appassionante pare che sia quella di spiare i vicini con il binocolo.
mercoledì 6 luglio 2011
Ian McEwan, Solar
Il professor Michael Beard, che ha ottenuto il Nobel per la fisica in giovane età, giunto alla cinquantina è un disastro totale: più nessuna idea, cinque matrimoni di cui anche l'ultimo sta arrivando alla fine con drammi e tradimenti, cattiva alimentazione, troppo alcol, e salute in pericolo. E bisogna dire che fa di tutto per peggiorare la situazione, mosso sempre dal suo quasi incolpevole egoismo, dall'appetito insaziabile per le donne, dall'irrefrenabile tendenza a non affrontare niente, a scappare, a rimandare i problemi a dopo, a negare le cattive notizie. È uno strano romanzo questo di McEwan, leggero, cattivo e molto divertente. Man mano che il professor Beard accumula atti avventati e autentiche cazzate, non si può fare a meno di simpatizzare con lui. L'autore è perfido con i suoi personaggi, tutti mossi da impulsi meschini, violenti o stupidi; le donne in particolare sono assolutamente negative, in preda a una specie di ossessione del possesso di quest'unico, disastroso esemplare di maschio. E in effetti non si capisce bene la ragione di tutto questo successo di Beard, se non con la conferma di una mia vecchia teoria: per avere successo con le donne bisogna chiedere (io pensavo a qualcos'altro, ma il prof. Beard chiede di andare a cena. A tutte. E sul numero, non gli va affatto male). Le altre sono femministe ottuse, pericolosissime in quanto "postmoderne" qualunque cosa voglia dire, pronte a sputtanarlo facendolo apparire un nazista mengeliano, o squinternate figlie dei fiori. Certo Beard se le attira, ma non riesce a apparire del tutto colpevole. Un altro aspetto importante del romanzo è l'esibizione erudita di teorie fisiche, che l'ineffabile Beard non si perita di rubare a sventurati stagisti. Questo aspetto è veramente postmoderno, e a momenti anche un po' stucchevole. Il divertente è che Beard, una vita spesa a combattere il riscaldamento terrestre escogitando fonti alternative di energia pulita, di fronte a un ingaggio sufficientemente lucroso non fa una piega all'idea di promuove il nucleare. Insomma un romanzo che non è certo dei più profondi o coinvolgenti di McEwan, ma acchiappa e diverte sempre. Alcuni episodi sono veramente esilaranti, per esempio quello della spedizione nei fiordi norvegesi. Un finale che mi ha lasciata soddisfatta perché non avrei sopportato di vedere il vecchio impunito perdere la faccia. Una lettura ottima e particolarmente adatta alle vacanze al mare, dà un sacco di argomenti per le discussioni da ombrellone sui cambiamenti climatici.
domenica 3 luglio 2011
Gossip e Corano: quanto sono glamour le ragazze saudite! Rajaa Alsanee, Ragazze di Riad
Le loro storie sono esemplari. Tutto inizia al matrimonio di Quamra, la meno carina e brillante che però ha avuto la fortuna di un ottimo partito. Peccato che si accorga subito di qualcosa di strano: lo sposo non si sogna di deflorarla, è necessario che sposa ci metta tutta la sua buona volontà per raggiungere lo scopo, con poca soddisfazione. I due vanno a vivere in America dove lui studia, e qui Quamra, dopo mesi di umiliazioni e solitudine a due, scopre che il marito ha un'amante da anni, che ama molto, ma ha sposato lei per la pressione familiare. La povera Quamra smette la pillola che il marito la costringeva a prendere, resta incinta e affronta l'amante: risultato, il marito divorzia da lei e chi s'è visto s'è visto. Condannata da quel momento in poi a fare la vita da divorziata con un figlio cui l'ex marito non provvede e neanche va mai a vedere.
Non va meglio a Lamis, anzi. Notata alle nozze di Quamra dalla madre di un ricco giovanotto, viene chiesta in moglie, si fidanza e poco dopo viene firmato il contratto di matrimonio dopo il quale è legalmente sposata, ma per andare a vivere con il marito deve attendere la cerimonia vera e propria. Siccome è una brava studentessa chiede che questa venga posposta agli esami finali, lui accetta ma si vede che è un po' deluso. Lei allora decide di concedergli qualcosa per compensarlo, lui accetta ben lieto (quanto conceda non si capisce perché il testo è molto castigato e reticente) poi se ne va un po' agitato, non si fa più vivo, stacca il telefonino, la suocera si nega al telefono. Dopo tre settimane Lamis riceve le carte per il divorzio. Umiliata e disperata, va a Londra (dove la sua famiglia possiede un appartamento a Kensington) da sola, per distrarsi. Qui fa anche uno stage in banca e conosce un connazionale più grande, brillante politico, con cui intrattiene un rapporto amoroso (platonico) strettissimo per quattro anni, finché lui le annuncia che sta per sposarsi con una ragazza scelta dalla famiglia (ha più di quarant'anni) perché non può sposare una divorziata. Più tardi, con la moglie incinta, la cerca di nuovo e le chiede se vuole diventare la sua seconda moglie.
Michelle, americana per parte di madre, conosce un ragazzo che ama molto ma non può sposarlo perché la madre di lui glielo proibisce in quanto lei non appartiene a nessuna tribù (credo situazione analoga a quella di un legame tra un nobile e un borghese nell'Ancien Régime). Va a fare l'università in America e stringe un rapporto con un cugino ma non se ne parla nemmeno perché lui è americano.
L'unica che se la cava secondo i canoni è Sadim.
Non si capisce perché queste ragazze, così libere di andare, fare e stare quando sono fuori dell'Arabia Saudita mentre in patria non possono neppure uscire da sole, se ne tornino poi sempre a casa. A questo proposito è divertente, al di fuori delle intenzioni dell'autrice, la descrizione dei viaggi di ritorno in aereo, quando a uno a uno i viaggiatori, maschi e femmine, vanno alla toilette in abiti occidentali e ne riemergono in abiti sauditi, in bianco gli uomini, in nero e totalmente velate le donne.
Scritto in modo brillante, vivace, volutamente scanzonato, si presenta come un'accorata ma blanda critica alle tradizioni che impediscono ai giovani di scegliere liberamente il compagno o la compagna del proprio cuore, ma in realtà apre una finestra orrorifica sulla condizione delle donne in Arabia Saudita, siano pure le più ricche, istruite, padrone dei mezzi tecnologici più moderni, abituate a viaggiare e conoscere il mondo. Se ne esce con i brividi nella schiena, ma vale veramente la pena di leggerlo perché non è un romanzo scritto per la pubblicazione all'estero, per gratificare i pregiudizi degli occidentali raccontando quello che si aspettano di leggere come l'orrido Cacciatore di aquiloni. E' un romanzo scritto per il pubblico saudita, che si sforza molto di essere contemporaneo, il che lo rende straordinariamente significativo. Non mi risulta che ci sia un ebook e non so se è ancora in distribuzione, ma se per caso lo trovate, magari su una bancarella, acchiappatelo senza esitare.
E alla fine, ovvio, noi ragazze ci si congratula per la nostra fortuna di non essere nate in Arabia Saudita.
martedì 17 maggio 2011
ELISABETTA CHICCO VITZIZZAI, DIO RIDE
Una vera sorpresa questo veloce e densissimo romanzo di Elisabetta Chicco Vitzizzai che affronta con levità e ironia argomenti di grande presa emotiva e pregnanza storica. A sorprendere non è certo la bellezza (conosco le opere di questa autrice da tempo, e so che cosa aspettarmi) né l’argomento, ma l’originalità con cui è affrontato. Daniel Avigdor, ventenne ebreo torinese, in un pomeriggio di primavera del 1953 viene incaricato di andare in farmacia a procurare una medicina indispensabile per il padre agonizzante. Daniel ha alle spalle esperienze pesantissime, una madre uscita di casa nel 1943 e mai più ricomparsa, un padre severo, anni di paura, fughe, privazioni estreme in condizioni intollerabili. Però ha anche vent’anni: e la primavera riempie l’aria di polline e luci. Così comincia un vagabondaggio quasi involontario per le vie della città, con il naso per aria e l’imperativo di trovare una farmacia un po’ accantonato in un angolo della mente. Pare di vederlo seguire le uste che man mano il capriccio, o il destino, gli propone, in un percorso dalla topografia e dalla toponomastica di una precisione sbalorditiva. Il suo pomeriggio si dipana alternando parti in prima persona e altre in terza, ricordi che ci rivelano il suo passato e impressioni legate al suo presente, incontri, ricordi di grande sensualità, svagatezze e dolori profondi, finché sul far della sera si imbatte nella tentazione definitiva, quella che il Talmud condanna: “Meglio camminare dietro a un leone che dietro a una donna”. Ma Daniel, tutto preso da quell’ondeggiare rotondo, non solo segue la bella Ada ma trova anche il coraggio di abbordarla. È una donna ma è anche un deus ex machina: in quell’incontro, nel quale getta il denaro per comprare la medicina per il padre, Daniel trova tutto quello che andava cercando da tempo, intimità, scambio, verità e coraggio. Improvvisa e folgorante la verità, amara ma rasserenante come ogni prova severa. Il destino gli presenta la soluzione dei misteri della sua infanzia, ma non dirada la nebbia che li avvolge. Il ritorno dal padre lo rende definitivamente adulto dandogli la consapevolezza che non può assolvere né condannare, ogni colpa porta in sé anche una parte di virtù, l’amore ha tante facce e non è mai innocente.
La lezione finale di questo romanzo di formazione che si dipana con ammirevole equilibrio tra la freschezza svagata dei vent’anni e l’oscura, definitiva angoscia delle persecuzioni contro gli ebrei, è forse che bisogna lasciarsi alle spalle i genitori per crescere. I loro dolori, le loro colpe, e anche i loro bisogni. Il gesto di Daniel, che usa i soldi delle medicine per offrire un frappè a Ada, è una metafora che mi incanta. Come si potrebbe esprimere meglio la grazia, oltre che oltre che l’ineluttabilità, della vita che si libera del passato per correre verso se stessa?
mercoledì 11 maggio 2011
Jón Kalman Stefánsson, PARADISO E INFERNO
giovedì 5 maggio 2011
Marino Buzzi, Confessioni di un ragazzo perbene
Michele, trentenne plurilaureato in fuga da una famiglia ottusa e opprimente, campa di lavoretti precari a Bologna. Solo la nipote Cristina, che come tutti i bambini è più intelligente e aperta dei gradi, si dimostra curiosa di lui e della sua vita. È ben inserito nella vivace e festaiola comunità gay dove conta molti amici con cui trascorre serate allegre ma non beve, non indulge in avventure sessuali, non fa uso di droghe, è insomma il bravo ragazzo del titolo. L'unica stranezza, per così dire, che si concede è incantevole: ha una bambina immaginaria, Mara, di cui si occupa amorevolmente, le compra tutite rosa e la imbocca a tavola, gettando nello sconcerto i presenti. Un’eredità improvvisa lo rende comproprietario di una villa insieme ai suoi amici. Incontra ragazzi di cui s’innamora o che si innamorano di lui, subisce grandi delusioni ma tutto si accomoda sempre in quel gruppo di chiacchieroni che si vivono addosso spettegolando e intervenendo, per affetto, nelle reciproche.storie. La simpaticissima Cristina, fuggita da casa per insofferenza, adotta il gruppo e ne viene adottata con grande disponibilità. Anche la famiglia d’origine al momento decisivo si rivela molto migliore delle apparenze e accoglie con benevola naturalezza il coming out di Michele. Alla fine, con un doppio salto mortale narrativo, Michele non ha forse l’amore ma la sua bambina sì, anzi due.
Romanzo discorsivo, ottimista e di facile lettura.
martedì 26 aprile 2011
Andrea Camilleri, Gran Circo Taddei
Certo Camilleri ha scelto di rappresentare un mondo dove il male non è mai del tutto tale, dove la mafia sta sullo sfondo, prevale il teatrino sul dramma, l'atmosfera non è noir ma vivacemente colorata. Per me questo non è certo un limite, anzi, fa sì che io abbia sempre voglia di leggerlo, e che mi metta di buon umore. La sua grande maestria è nell'uso della lingua, che sa piegare a ogni necessità (anche qui abbondano le esilaranti lettere scambiate tra le autorità fasciste), nella capacità di disegnare personaggi credibili e fortemente caratterizzati pur tenendosi lontanissimo
da qualsiasi accenno di psicologismo, nell'occhio benevolmente cinico e capace di trovare un filo di divertimento in qualsiasi umana vicenda, per quanto immonda e oscura possa essere.
Non ha senso cercare nei suoi scritti quello che lui non vuole metterci. E nel suo campo è un grande, inimitabile e bravissimo.
