sabato 24 dicembre 2022

Natale ancora, un altro racconto cattivo e inedito (1990), e poi per quest'anno basta!

NATALE ANCORA 

"E' di nuovo Natale" disse Francesca cupamente, po­sando i pacchi che aveva trascinato su per le scale dal momento che l'ascensore era rotto. "Dal salumaio c'è un albero di plastica bianca coperto di salamini e dadi da brodo e in via Po tutti i negozi hanno fuori un altoparlante che diffonde nauseanti musichette natalizie."

     Alberto cominciò a sistemare i pacchetti nel frigorifero e nella dispensa.

     "Be'" rispose "che cosa ti aspettavi, che ci fosse un uovo di Pasqua? E' il cinque dicembre, e non c'è scampo. Tra venti giorni è Natale."

     "Che cosa vuoi mangiare?" chiese France­sca. "Puoi scegliere tra frittata e fagiolini surgelati, o spaghetti e formaggio, o una fettina al burro sempre con fa­giolini surgelati. Decidi tu."

     Alberto fece una smorfia. "Scelgo cotechino con lenticchie, o agnolotti al sugo di arrosto, visto che è Natale."

     Francesca fece l'aria offesa e lui le sorrise.

     "Fagiolini e fettina sono il mio ideale di cena prenatalizia. Teniamoci leggeri per i festeggiamenti che cominceranno tra poco."

     Davanti alla sua fettina, Francesca riprese il discorso.

     "Non ho ancora pensato a nessun regalo. Non riesco a immagi­nare nemmeno una cosa che potrebbe fare piacere a tua madre o alla mia, per non parlare dei padri, dei fratelli e degli amici. Vorrei addormentarmi stasera e risvegliarmi il venti­sei. Giuro, sarei disposta a rinunciare a venti giorni di vita per risparmiarmi questo strazio."

     Alberto annuì.

     "Ti capisco, ma non c'è scampo."

     "Ti ripeti, amore mio" disse Francesca in tono polemico, ma poi cambiò argomento, perché aveva un sacco di cose da raccontare sulla sua giornata.

     Quella notte sognò un enorme pacco avvolto in carta rossa da cui uscivano ributtanti salsicce rosicchiate e topo­lini bianchi, caramelle al rabarbaro e pezzi di formaggio ammuffito. Lei raccoglieva tutto e ringraziava a destra e a manca, distribuendo baci a una folla di volti senza linea­menti, le cui bocche senza labbra ripetevano in coro: buon Natale! Si svegliò con un tremendo mal di testa e di perfido umore, bisticciò con Alberto in bagno e arrivò in ritardo al lavoro.

    

A tempo debito, tuttavia, il tavolo dell'entrata di Alberto e Francesca si coprì di pacchetti colorati e infiocchettati, alcuni con il loro bigliettino o il nome scritto a pennarello, pronti per essere distribuiti o scambiati con pacchetti del tutto simili portati da visitato­ri inattesi. Si erano sforzati di ricordare tutti e di preve­dere tutti quelli che avrebbero potuto eventualmente compari­re con un regalo, per non farsi prendere alla sprovvista, senza nulla con cui ricambiare.

     In uno dei pacchetti Francesca aveva messo, con grande cura, i contenuti del suo sogno. Era stato facile pro­curarsi una salsiccia e del formaggio, come pure le cara­melle al rabarbaro; più difficile era stato trovare il topo­lino bianco, ma lei lo aveva sostituito con una cavia che aveva comprato viva e poi chiusa nel freezer per qualche ora. Il pacchetto era confezionato con la stessa carta rossa degli altri ed era difficile distinguerlo; infatti, Francesca non lo distingueva affatto, e l'aveva piazzato tra quelli senza nome, quindi poteva essere dato a chiunque. Ogni volta che ci pensava, Francesca aveva un brivido di eccitazione immaginando il momento in cui sarebbe stato aperto.

     Vennero i giorni di Natale e i pacchetti cominciarono a sparire, scambiati con pacchetti analoghi. Francesca e Alberto ebbero sciarpe in cambio di guanti, e guanti in cambio di sciarpe, grilletti e bicchieri in cambio di camicie da notte e pigiami. Il ventiquattro c'erano solo pochi pacchetti sul tavolo dell'entrata, quelli per i parenti con i loro bigliet­tini, che sarebbero stati presentati il giorno dopo al pranzo natalizio familiare, e un paio senza nome, an­cora in attesa degli ultimi donatori. Francesca era un po' delusa che a nessuno fosse toccato quello che secondo lei rappresentava il vero spirito natalizio, ma si consolò con l'idea che avrebbe sempre potuto aggiungerlo al dono preparato per la suocera, un sofisticato scialle da sera di seta rossa; o ancora meglio a quello per sua madre, che le sembrava davvero un po' modesto, perché consisteva solo in una cornice indiana di papier-maché contenente la foto dei donatori.

     Ma il destino volle altrimenti. All'ora dell'aperitivo, quando la coppia si stava preparando per andare a cena al ristorante e il rumore isterico di clacson e frenate che aveva riempito la città per tutta la giornata si era calmato fino a scompa­rire nel silenzio delle cene familiari e dei festeggiamenti casalinghi, suonò il campanello. Era la vicina con un piatto contenente una torta coperta da un tovagliolo. Francesca le dette un pacchetto e la donna non aprì sul momento, ma se ne andò ringraziando timidamente e rinnovando gli auguri. Francesca sperava ardentemente che il pacco che aveva scelto sul tavolo fosse proprio quello delle salsicce e della cavia, ma non cercò di controllare.

     Al momento in cui stavano già sulla porta, telefonò una vecchia amica, Franca.

     "Posso venire a farvi gli auguri?" chiese.

     "Ma stiamo andando al ristorante" rispose Alberto.

     "Ditemi dove andate e passerò un momento prima di andare a cena dai miei" disse Franca, e si presentò all'appuntamento con un pacchetto avvolto in carta d'argento.

     Alberto aveva preso, prima di uscire, l'ultimo pacco senza nome, e lo consegnò a Franca.

     "Lo aprirò domani mattina sotto l'albero" disse lei con un sorrisetto lezioso, e così Francesca fu defraudata dell'ultima possibilità di verifica­re l'effetto del suo specialissimo dono.

     La cena le piacque, soprattutto perché il ristorante era semideserto (lei si ricordava quand'era bambina, e sua madre diceva che la sera prima di Natale, in giro c'erano solo la piccola fiammiferaia, Oliver Twist e l'incompreso) e i pochi tavoli occupati ospi­tavano gruppetti di amici festosi che bevevano spumante scartocciando pacchetti. Lei e Alberto non avevano pacchetti né si scambiavano auguri, e bevevano birra, perché la sera­ta non fosse troppo festiva.

     Durante la notte, Francesca fece un altro sogno. Sotto un albero di Natale mastodontico, centinaia di pacchetti era­no completamente coperti da un brulicare di scarafaggi. C'erano un sacco di persone intorno all'albe­ro, che facevano esclamazioni deliziate, dicendo:

     "Che bello! Che idea splendida! Che decorazione azzeccata!"

     Svegliandosi, Francesca pensò che era effettivamente un'idea splen­dida, e proprio quello che mancava ai suoi regali per renderli perfetti. Per cui, mentre Alberto si radeva, scese velocemente in cantina con un sacchetto e lo riempì di scarafaggi, che poi attaccò con dello scotch sui pacchetti. Siccome erano ancora vivi, gli scarafaggi si agitavano e facevano un bellissimo effetto sulla carta rossa. Lei li sistemò nella grande cesta che aveva preparato a quello scopo, e quando Alberto fu pronto, sce­sero e presero la macchina per andare a pranzo dalla madre di Francesca. La vicina non uscì per ringraziarli del dono e neppure Franca telefonò.

     Prima del pranzo, ci fu lo scambio dei regali. Gli scarafaggi di Francesca erano indisciplinati, e qualcuno si era liberato dallo scotch, così lei dovette affannarsi a rimetterli al loro posto. Le zampine si agitavano spasmodica­mente disegnando ghirigori sulla carta natalizia. Ogni regalo fu consegnato al proprietario del nome scritto sul bigliettino, ognuno ringraziò adeguatamente e scartocciò il suo pacchetto con lo scarafag­gio. Nessuno osò dire niente: e Alberto e Fran­cesca ebbero i loro pacchetti in cambio, avviluppati in carta rossa, verde, viola e dorata, con fiocchi e ghiande e stelle di Natale, mentre i destinatari dei loro doni spalancavano gli occhi soffocando grida di ribrezzo. Ma nessuno disse nulla; i genitori e i suoceri si spinsero fino a ringra­ziare. Fratelli, cognati, nipoti e zii tacquero, e lasciarono i pacchetti aperti con le loro decorazioni di zampette mobili in un angolo senza più toccarli.

     "Francesca, stai bene?" disse sua madre.

     Alberto era impressionato, ma l'idea parve geniale anche a lui. Il pranzo fu in un certo modo un successo, perché tutti fecero finta di niente e mangiarono come se non fosse capitato niente di strano.

     Quando Francesca e Alberto tornarono a casa, nel pome­riggio, trovarono sullo stuoino una cavia morta e puzzolente accuratamente avvolta in carta rossa.

     "Allora è la vicina che ha avuto il pacco" disse Francesca, ma poi rifletté che anche Franca avrebbe potuto facilmente arrivare fino allo stuoino.

     Alberto era stupito: non sapeva niente dell'origina­le pacco natalizio confezionato da Francesca.

     "Che strane cose succedono a Natale" disse, "Francesca, sei sicura di stare bene?"

     Lei scoppiò a ridere e annuì.

     "E' il più bel Natale della mia vita" disse, e diceva la verità.

 

 

mercoledì 21 dicembre 2022

Un racconto di Natale, per chi non vede l'ora che arrivi il 26 dicembre

 Un reperto preistorico: è il secondo racconto che ho scritto, il 28/12/1982, e rappresenta abbastanza bene i miei sentimenti nei confronti della mitologia natalizia. Totalmente inedito, e mai letto da nessuno (e si capisce bene perché, mi direte).  

 


------------------------------------------------------------------D                                                    UN RACCONTO DI NATALE

Il salotto della vecchia casa sembrava veramente l'illustrazione di libro per bambini: le tende tirate, il camino acceso, le decorazioni natalizie tutte verde, rosso e oro, la tavola preparata e i mucchi di regali distribuiti in giro, ognuno con il nome del destinatario scritto su di un bigliettino; c'erano anche una nonna e dei nipotini, che aspettavano impazienti il momento di aprire i pacchi. La nonna veramente non aveva i capelli candidi, ma bruni e arricciati dalla permanente; i nipotini erano tutti belli, biondi e con le guance lustre.

"Nonna, raccontaci una storia" disse il più grande dei bambini, che aveva un mucchio di riccioli e si chiamava Luchino.

La nonna lo guardò perplessa: non aveva mai raccontato storie ai nipoti, e per quel che ricordava, nemmeno ai figli. Ma è difficile sottrarsi all'atmosfera natalizia, per cui rispose:

"Va bene, vi racconterò una storia, così almeno la smetterete di girare intorno ai regali; sapete benissimo che non si possono aprire finché non arrivano i vostri genitori. Che storia volete? Una che sapete già oppure una nuova?"

"Una che sappiamo già" gridarono i più piccoli.

"Una nuova" disse Luchino.

"Allora ve ne racconterò una nuova, fatta apposta per voi" disse la nonna. "Sarà molto più divertente.

C'era una volta un papà che lavorava in banca, e una mamma che lavorava in casa, faceva i dolci, le patatine fritte, i letti, e i bambini. E di bambini ne aveva fatti tre: due femmine e un maschio. Le femmine erano bionde, il maschio era bruno. Anche la mamma era bionda, e il papà era bruno. Una mattina, all'ora di andare a scuola, la bambina più grande, che si chiamava Mara, disse ai suoi fratellini:

"Io devo andare in cartoleria a comperare un quaderno; ci vediamo a scuola."

A scuola Mara non si vide per tutta la mattina, e all'ora di andare a casa i due bambini più piccoli se ne tornarono da soli. La mamma, quando vide che Mara era scomparsa, si preoccupò molto; fece un mucchio di telefonate, uscì a cercarla, andò persino alla polizia; ma i fratellini erano abbastanza contenti, perché Mara era una spiona, le sue pagelle erano sempre molto più belle delle loro, e non si sporcava mai.

Mara non ricomparve più. Qualche giorno dopo, tornando da scuola, i due fratelli incontrarono una bambina che le assomigliava moltissimo. Solo che Mara aveva la frangetta, i capelli lisci, gli occhiali e la macchinetta per i denti; questa bambina invece aveva i capelli tagliati alla punk, i buchi alle orecchie con due piccoli orecchini di brillanti, un giaccone imbottito rosa fragola tutto coperto di distintivi di gruppi rock.

"Sei Mara?" le chiesero i bambini.

"Ma va' là, scemi, io mi chiamo Myra, con la ipsilon," rispose lei, "non vedete come sono diversa da Mara, che portava sempre le gonne a pieghe e i mocassini? Io ho le scarpe da ginnastica verdi e rosa, e poi voi il sabato pomeriggio andate sempre con il vostro papà in centro a mangiare le paste in pasticceria, io invece vado al bowling, o in discoteca con il mio ragazzo che ha il motorino."

I due bambini rimasero con la bocca spalancata per dieci minuti, poi se ne tornarono a casa mogi; ma alla loro mamma non dissero niente.

Passarono degli altri giorni. Una mattina mentre tornavano da scuola, il bambino, che si chiamava Nicola, lasciò la mano della sua sorellina davanti a un semaforo verde e le disse:

"Tu comincia ad attraversare; io devo tornare indietro a cercare il berretto che mi è caduto."

La bambina attraversò, e si fermò dall'altra parte della strada ad aspettare il fratello. Passarono i minuti, passò mezz'ora e Nicola non si vedeva. La bambina incominciò a piangere. Un signore gentile si fermò e le chiese:

"Perché piangi, piccola? Come ti chiami?"

"Mi chiamo Cecilia," disse lei, "e piango perché mio fratello è andato a cercare il suo berretto, mi ha lasciata qui e non è più tornato. Io sono piccola, non so la strada per tornare a casa, ci sono tanti semafori e non mi ricordo mai se si passa col rosso o col verde."

Il signore gentile accompagnò Cecilia a casa; per la seconda volta la mamma si agitò moltissimo, fece un mucchio di telefonate e andò alla polizia, ma di Nicola non si seppe più nulla. Cecilia era contentissima. Nicola le faceva sempre i dispetti, la faceva piangere e qualche volta le tirava delle sberle; e siccome lei era piccola, adesso la mamma la accompagnava tutti giorni a scuola e la andava anche a prendere.

Una mattina, mentre, seduta su una panchina dei giardinetti davanti alla scuola, aspettava la sua mamma che era in ritardo, Cecilia vide un bambino che assomigliava moltissimo a Nicola. Era un piccolo zingaro e il suo collo era così sporco che sembrava portasse una sciarpetta nera.

"Ti chiami Nicola?" gli chiese Cecilia.

"No di certo," rispose lo zingarello, "mi chiamo Mirko, con la cappa, non so leggere né scrivere, non vado mai a scuola, rubo nei negozi e chiedo l'elemosina facendo finta di essere un bambino scappato di casa. E se la tua mamma non arriva presto a prenderti, ti rubo la cartella, ti strappo tutti i quaderni e poi vado a vendere i tuoi libri di scuola come carta straccia."

Cecilia scoppiò immediatamente in lacrime; ma quando arrivò la mamma, non volle dire perché piangeva.

E adesso, bambini" disse la nonna rivolgendosi ai nipotini che non avevano mai fiatato mentre lei parlava e alcuni dei quali avevano i lucciconi "come la facciamo continuare questa storia? Facciamo scomparire anche Cecilia?"

"No no" gridò una bambina, la più piccola e la più bionda, "io lo so un bel modo di fare finire la storia. Cecilia, il suo papà e la sua mamma vanno a fare una gita. Partono con la macchina e si portano i panini, e la coca-cola per Cecilia. Papà e mamma si siedono davanti e lei dietro con le sue bambole. Vanno sull'autostrada e a un certo punto c'è un tunnel. La macchina entra nel tunnel col papà, la mamma, Cecilia, la coca-cola, i panini e le bambole, e non esce mai più dall'altra parte. E così la storia è finita."

"Sì, mi piace" disse la nonna "è un bel finale, ma ce n'è ancora un pezzo.

Intanto, il loro appartamento era rimasto chiuso. Sui mobili lucidi si depositava la polvere, sui pavimenti tirati a cera si formavano quei riccioletti contro cui la mamma di Cecilia aveva sempre combattuto vittoriosamente. Nei lavandini l'acqua sgocciolava formando delle macchie marroni che ammuffivano; e da sotto l'acquaio in cucina uscivano lunghe file nere e silenziose di scarafaggi. Le tapparelle delle finestre rimanevano abbassate e dopo un po' un gruppo di zingari che giravano nella zona si accorse che quell'appartamento era disabitato, così decisero di svaligiarlo.

Forzarono la serratura con un piede di porco, entrarono in due o tre e portarono via tutto quello che si poteva trasportare: la televisione, il giradischi, il mangianastri dei bambini, le catenine della prima comunione, la pelliccia della mamma e persino il calcolatore e la radiosveglia di papà. Con gli zingari c'era anche un bambino - e non vi dico che collo sporco aveva! - che aprì un armadio nell'entrata, e prese una racchetta da tennis, un pallone e uno skate-board.

Nessuno vide i ladri andarsene, e quando il portinaio si accorse della serratura scassinata, chiuse la porta con un po' di scotch e non si preoccupò granché, tanto i padroni di casa non si erano più visti da molto tempo. Qualche giorno dopo, il ragazzino zingaro, facendo un giro con lo skate-board sul marciapiede attorno all'isolato, andò a sbattere contro una bambina con i capelli tagliati alla punk e gli orecchini di brillanti. La bambina riuscì a non cadere per miracolo e spalancò la bocca per piantare un urlo: ma quando vide in faccia il bambino, la richiuse velocemente per reprimere un sorriso. Poi, con una strizzatina d'occhio, corse a salutare un altro bambino che se ne stava seduto sul suo motorino fermo, poco lontano.

E questa volta la storia è finita per davvero."

Luchino, i cui occhi celesti erano gonfi per le lacrime trattenute, stringeva le labbra cercando di controllare il tremito del mento. Quando alla fine riuscì a parlare, protestò con grande energia:

"No, no e no! La storia non è finita per niente così! La macchina è entrata nel tunnel, e dentro era tutto buio ma si vedeva una luce in fondo. La macchina andava molto forte e così è uscita in fretta; la mamma si è girata per vedere se Cecilia stava bene, se non si era spaventata troppo per il buio. E ha visto che Cecilia aveva aperto la sua lattina di coca-cola, e stava bevendo; e vicino a lei c'erano seduti da una parte Mara, e dall'altra Nicola. L'autostrada era finita e c'era un prato bellissimo, hanno fatto merenda coi panini e poi sono tornati a casa; e non c'era nemmeno uno scarafaggio."

In quel momento arrivarono i genitori, e chiesero alla nonna:

"Sono stati buoni i bambini?"

"Degli angeli" rispose lei.

Finalmente si poterono aprire i pacchi e guardare i regali, poi tutti si sedettero a cena e i bambini fecero un gran casino e bevvero persino un po' di spumante.

Quando fu l'ora di andare a dormire, tutti i nipotini andarono a dare un bacio alla nonna e a ringraziarla per la buona cena, i bei regali e la bella serata; ma Luchino voltò la faccia dall'altra parte e non la volle baciare. E quando fu sulla porta di casa con il cappotto addosso, pronto per uscire, si girò veloce e le tirò fuori la lingua.

 

 


mercoledì 7 dicembre 2022

Quarant'anni fa... L'anniversario più importante

L'8 dicembre 1982 è una data importantissima per me, forse la più importante di tutta la mia vita.
In quel giorno, esattamente quarant'anni fa, ho cominciato a scrivere. Il mio primo racconto si chiamava "Quattro storie di viaggio", e conteneva già fin dal titolo l'essenza di quello che sarebbe stata la mia scrittura. Non me ne rendevo conto, non sapevo ancora esattamente quello che volevo scrivere, ma ne è la perfetta esemplificazione. Ero appena tornata da un viaggio in Indonesia, e la vicenda è ambientata a Parang Tritis, a Giava, esattamente il luogo ritratto nella fotografia. Senza rendermene conto, non avrei potuto fare di meglio se avessi voluto scrivere un manifesto della mia futura poetica. Ci sono quattro personaggi solitari che non si conoscono e si incontrano casualmente una sera in uno squallido losmen. Ognuno ha una storia dentro di sé, e le quattro vicende vengono esposte senza psicologismi né emotività, e poi ognuno riprende la solitaria strada che l'ha condotto fin lì.

Non voglio certo dire che sia una meraviglia, ma rileggendolo mi ha colpito tantissimo vedere come ci fosse già in nuce quello che volevo raccontare. E che ho raccontato, all'inizio (e per circa dieci anni) senza nemmeno confessarlo agli amici, poi cominciando a far leggere ai più vicini e infine ponendomi il problema della pubblicazione quando mi è parso di avere finalmente scritto quello che volevo con le parole che volevo usare. Va be'. L'argomento sarebbe vastissimo, ma oggi volevo solo sottolineare che l'8 dicembre 1982 ho finalmente affrontato la passione più importante e definitiva della mia vita. Mi ci sono dedicata corpo e anima, ma purtroppo non sono stata ricambiata con altrettanto amore... I miei libri non sono piaciuti, sono stati letti da pochissimi e nessuno ne ha parlato, ma almeno sono riuscita a essere fedele alla mia voce. Sono riconoscentissima agli editori che mi hanno sostenuta e mi hanno dato spazio, agli amici pazienti che mi hanno sopportata, a Brandinella, Alain, Olimpia, Angelica, Irene e gli altri mille personaggi, anche loro ormai amici pazienti e di lunga data malgrado le storiacce in cui li ho invischiati. 

E la mia figura solitaria sulla spiaggia di Parang Tritis rappresenta benissimo, secondo me, quello che è stato il centro e il significato della mia vita in questi quarant'anni. Un camminare nella sabbia in direzione dell'orizzonte, seguendo tracce che vedevo solo io e che un'onda o un soffio di vento potevano cancellare.


       

venerdì 25 novembre 2022

Per non dimenticare Elisabetta Chicco Vitzizzai, la donna e la scrittrice

Oggi è il 25 novembre, quindi sono in ritardo di una settimana (non per distrazione né per dimenticanza, ma per una serie di circostanze esterne), nel ricordare la scomparsa di Elisabetta Chicco Vitzizzai avvenuta il 19/11/17. E cinque anni sono tanti, ma certo non sono bastati per scordarla. Ogni volta che passo sotto casa sua, in via Cavour, alzo gli occhi ai suoi balconi e penso che non bisogna dimenticarla Elisabetta, e soprattutto bisogna continuare a leggere i suoi libri. Ripubblico il post che ho scritto in occasione della sua dipartita e invito a leggere anche gli altri che le ho dedicato (i link sono in fondo). E' una scrittrice da leggere e rileggere, soprattutto se si ama Torino e e si cerca una rappresentazione acuta, spiritosa ma anche critica e profonda di una città che non esiste più.


     

Questo è un post che non avrei mai voluto dover pubblicare. E mi viene in mente un solo modo per ricordare un'amica, una donna bellissima, una scrittrice tanto raffinata quanto ironica: parlare, e continuare a parlare, delle sue opere, cominciando dalla mia preferita.  

Il più bel vizio è la vita
Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. 

È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

Vedi anche L'amore come sai, Trasgressioni, Gli ossibuchi di Nietszche, Eros in bicicletta, Dio ride 

venerdì 26 agosto 2022

Franco Foschi, Black Comedy: un bel libro e un bel viaggio: che cosa c'è di meglio nella vita? Franco Foschi, Black Comedy

 È stato un gran brutto periodo per tutti e anch'io l'ho patito parecchio. Uno degli effetti più sgradevoli, dovuto sicuramente a ansia e depressione combinate, è che non riesco più a leggere da un bel po' e il mio amato blog è impolverato e trascurato come una vecchia soffitta. Ora, grazie al potere taumaturgico del viaggio e ai posti meravigliosi in cui mi trovo, le cose vanno un po' meglio. 

Naturalmente una gran parte del merito va ai libri che mi hanno risvegliata dal sonno analfabetico. Perciò sono molto riconoscente al mio amico Franco Foschi, autore del giallo sui generis "Black Comedy", che mi ha acchiappata, divertita e (per quel pochissimo di cui sono in grado) fatta pensare. Ho detto che si tratta di un giallo particolare perché non è un whodunnit, anzi, il presunto colpevole si autoaccusa dell'assassinio della moglie e il protagonista, l'avvocato Qualbuonvento, assistito dalla segretaria Clarissa detta Trudi e dal giornalista Bandoliera ha il suo bel da fare a cercare di discolparlo. Ovviamente non aggiungo altro ma la vicenda a modo suo è complessa, si sviluppa in dieci anni e tocca corde insolite, dando più spazio all'analisi profonda dei personaggi principali e agli aspetti morali che ai colpi di scena. Ma il fortunato lettore di questo bel romanzo, veloce e assolutamente privo di momenti di stanca, potrà godere di un bonus che, da solo, ne fa una fonte di piacere continuo: l'ironia, il ribaltamento di ogni affermazione troppo seria nel suo contrario, l'alleggerimento del dramma della morte nell'ineffabile ridicolaggine della vita. Insomma un libro che fa bene leggere. A me di certo ha fatto benissimo. 

Tra poco abbandonerò questi luoghi meravigliosi, riprenderò la strada di casa e tornerò in mezzo ai problemi e ai pensieri neri. Come sempre viaggiare mi ha fatto benissimo, e spero che almeno il piacere e la capacità di leggere non siano limitati alla vacanza. 


 

giovedì 7 luglio 2022

Lista dieci titoli straordinari


Ho pensato molto, prima di stilare questa lista, al significato da attribuire al termine "straordinario". E non sono riuscita a interpretarlo se non in base all'effetto che la lettura di questi libri ha avuto su di me (sul loro effetto generale ovviamente non sono in grado di dare un giudizio) che è stato davvero dirompente e duraturo. Per alcuni la straordinarietà coincide con il piacere che mi ha dato la lettura, ma non sempre. Ci sono i due libri che in assoluto vorrei avere scritto io (n. 1 e 2), ma altri li ricordo più per la sorpresa, gli orizzonti che mi hanno spalancato davanti che per un giudizio estetico. A questo proposito aggiungo due parole per ognuno.
1) Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie - perché rappresenta la strenua lotta della ragione che cerca di dare un senso all'imprevisto e all'insensatezza, cioè, in una parola, la vita umana
2) Panait Istrati, Kyra Kyralina - perché rappresenta la strenua ricerca di qualcosa che si è perduto per sempre, e lo strazio che ne deriva, in una parola la vita umana. E per la struttura a scatole cinesi che mi è molto congeniale come scrittrice 
3) Emilio Salgari, I misteri della giungla nera - perché mi ha aperto gli occhi sulle meraviglie che stanno nel mondo se alziamo gli occhi dal nostro ombelico comunicandomi il desiderio instancabile del viaggio per scoprire. Salgari è lo scrittore che ha avuto maggiore influenza sulla mia vita.
4) Maxim Gorkij, Racconti del Caucaso - perché racconta storie di vagabondi e di mari che non sono mari, riuscendo a stupirmi ad ogni pagina
5) Orhan Pamuk, Istanbul - perché racconta una città facendone un mondo intero, con una lingua così affascinante che sembra fatta di luce. Il cap. 10 andrebbe recitato a memoria ogni mattina da chiunque voglia scrivere.
6) José Saramago, Il memoriale del convento - per la scrittura cui bisogna solo arrendersi
7) Elias Canetti, La lingua salvata - un incontro che mi ha folgorata, e basta
8) Mo Yan, Sorgo rosso - perché mi ha fulminata con una scrittura che sa contorcersi, dilatarsi, stare in equilibrio sul filo e cadere sempre in piedi come un acrobata
9) Gunther Grass - Il tamburo di latta - perché Oskar Matzerath è un incontro straordinario
10) Gabriel Garcia Marquez - Cent'anni di solitudine - perché era il primo del realismo magico
Dei numeri 1, 2, 3, 4, 5, 7 ho parlato anche sul mio blog Anaconda Anoressica.