mercoledì 15 novembre 2017

Gradisce un assaggino? Piccola anticipazione da "Il cuore in ballo", che sta per arrivare


            I love Paris in the springtime 
– I love Paris in the springtime – cantò Angelica, allacciandosi un paio di scarpe da ginnastica rosse con le stringhe bianche, – I love Paaaris trallala!
Dalla finestra aperta le rispose un allegro stridore di freni, sbattere di portiere e nervosismo di clacson. Un pullman rombò a tempo.
– I love Paris too – frusciarono i pneumatici sull'asfalto.
Che giornata magnifica, per Angelica. Che profumo di tigli e sambuchi saliva fino al sesto piano, a saperlo riconoscere, tra i fumi di scarico del corso. Che incantevole effluvio di felicità. Neanche il fetido sudore dei cassonetti verdi schierati lungo il marciapiedi riusciva a cancellarlo.
– La mer, qu'on voit danser… pom pom pom pom, a des reflets d'argent…
Perché mai sei così contenta, Angelica? Contaci un po', che fa piacere a tutti vedere una ragazza bella e felice in una mattina piena di sole.
– Que reste–t–il de nos amours, que reste–t–il de ces beaux jours…
Eh no, questa canzone non va bene. Conservala per una giornata d'autunno, quando il cielo sarà rigato di lacrime e il tuo cuore anche. Magari per quando avrai qualche capello bianco, un paio di rughe attorno alla bocca, lo sguardo più duro e persino un po' di cellulite sull'alto delle cosce, dove adesso i pantaloni bianchi scivolano disinvolti senza incontrare alcun impedimento.
Ma poi spiegami questo, Angi: dove le hai scovate delle tali anticaglie musicali? Da un rigattiere? Al Balun? Magari rovistando nella soffitta di tua nonna? O alla radio, nella rubrica L'angolo della nostalgia?
Nello zainetto trova posto l'agenda zeppa di foglietti scritti in fretta, il cellulare, un modesto portafogli – anche il contenuto è modesto –, un assorbente che non si sa mai, fazzoletti di carta, spazzola, matita per gli occhi, burro di cacao (non c'è bisogno di truccarsi tanto quando si hanno vent'anni e l'amore in tasca), ma anche, che cosa vedo? un paio di mutandine di ricambio, dentifricio e lo spazzolino da denti. Dove stai andando, Angelica? Se rispondi a lavorare, non ci crede nessuno.
Al portinaio che la salutava sorrise senza parole. Posta non ce n'era, ma tanto la notizia – l'unica notizia che importasse – era arrivata via email: vieni alla stazione domattina alle nove e trenta, salta sul treno che andiamo a Milano insieme. Je t'aime beaucoup, passeremo una notte in albergo – ho un  colloquio di lavoro, poi torniamo insieme e mi fermo da te per qualche giorno. Senza firma, ma ce n'è bisogno? Leo è qui. Leo mi vuole con sé. Leo arriva per amarmi e rendermi preziosa come il sole all'alba, come la luna di sera. Come una meringa, perché mi guarda affamato di me come fossi una meringa, bella piena di panna e bianca e dolce. Proprio lì in mezzo alle gambe Angelica si sente importante, unica. Non è lì che si concentra tutto? Come l'occhio del ciclone, come lo scarico della doccia in Psycho, come il centro del bersaglio quel punto magico attira tutto ciò che gli ruota intorno e lo inghiotte.
– L'ombelico del mondooo…
Adesso basta con le canzoni, Angelica.

– Tu capisci, Lori, una settimana intera senza dormire, tra amore, prove, amore, quel minimo di tempo per mangiare e dare un'occhiata al giornale, poi di nuovo amore, una volta siamo persino andati al cinema…
– Quando dici amore, intendi sesso?
– Ma che sesso! Era amore, estasi, purissimo elevarsi allo stato più alto dell'essere. Compenetrazione di anime e corpi, fusione perfetta.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?
– Lori, come fai a non capire? Hai mai scopato con qualcuno che riesce a trasformare un banale coito in un'esperienza mistica?
– No, mai. Io sono una ragazza abbastanza fortunata. Quelli con cui scopo io sono brave persone, che prima si danno da fare poi gli viene voglia di due chiacchiere, due tenerezze, un caffè, una sigaretta, al massimo un grappino o uno spinello. Una volta uno ha voluto a tutti i costi andare a fare una passeggiata notturna lungo il Po, ma al secondo tossico ha capito che era meglio tornare indietro. Siamo andati in birreria e ha pagato lui.
– Beh… –. Angelica si scompigliò i capelli cortissimi e si sfregò gli occhi spargendosi il rimmel sulle guance. – Leo è diverso. Quando arriva è come se si appropriasse della mia vita e ne facesse un cartoccio. Ma è un cartoccio pieno di caramelle al miele.
Lori la guardò ammirata.
– E adesso, quando vi vedete?
– Chi lo sa? E' impegnato con uno spettacolo a Parigi per un mese, poi andrà in tournée. Io sono bloccata qui fino a settembre. Forse riusciremo a incontrarci per qualche giorno, ma…
– Ne avete parlato?
– Oh insomma! Lori, certe volte mi fai proprio scappare la pazienza. Non è una storia così, lasciamo tutto al caso, all'estro… Un giorno o l'altro mi telefona o mi manda un'email e io salto su un treno e lo raggiungo.
– E se sei tu a telefonargli?
Angelica tirò fuori diecimila lire, agitò lo scontrino verso il cameriere e pagò il conto. Ormai il loro tavolino era stato raggiunto dal sole e faceva troppo caldo per rimanere nella piazza polverosa, dove le vampe di afa stingevano la quinta di colline in una foschia giallastra.
– Adesso devo andare, scusa. Ti chiamo io appena ho tempo. Non ti offro un passaggio perché sono a piedi.
Ci sono volte in cui anche le migliori amiche sono più simpatiche nell'immaginazione che nella realtà. Angelica riconobbe che sarebbe stato molto meglio ripassare i ricordi da sola, invece che cercare di riassaporarli in un franco e intimo colloquio femminile.

Sotto la doccia, Angelica insaponava con furia le lunghe braccia magre, i gomiti a punta, le gambe muscolose, i piedi ossuti, il collo sottile (Sembri Alice quando il collo le cresce a dismisura, e il piccione grida: un serpente! un serpente! stai cercando di mangiare le mie uova! e non accetta ragioni, non vuole credere che sia una bambina), tutto tranne dove la memoria di Leo si è incisa a fuoco. Sui seni la spugna passa con cautela, tra le gambe esita a fregare. Solo a sfiorarli, la pelle comincia a pulsare, i capezzoli diventano sensibili, un calore dolente e inquieto si irradia giù per le cosce e su per il ventre dal centro di tutti i piaceri.
– Quando dici amore, intendi sesso?
E vaffanculo, Lori. Anche l'estasi di tutte le Sante Terese del mondo, con i loro occhi rovesciati, le frecce angeliche puntate verso il pube, il deliquio e il venire meno, sappiamo benissimo che cominciano proprio di lì, da quel punto rovente e capriccioso e vorace. Posso chiamare quello che voglio come voglio? Era sesso ma anche esperienza mistica. Te lo giuro, ho visto il sole roteare e le stelle, la luna, la via lattea, tutto quel che ti viene in mente di astronomico, in pieno giorno e in piena notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Ho visto dio e la madonna e mio padre buonanima, ho capito il mistero dell'universo e l'origine del mondo. Tutto in una scopata, sì, proprio tutto nel dolce su e giù, in quella cosa che quando la faccio con Renato al massimo mi esce un sospiro – ah, sì amore – e invece con Leo mi lascia muta, pietrificata e santificata insieme, sciolta come un gelato in una sera d'agosto e trasparente come un ghiacciolo in gennaio. Non me lo spiego, ma è così.
Angelica si avvolse nell'asciugamano più ruvido che aveva, se lo sfregò sulla schiena, si asciugò in fretta e si rivestì in un baleno. Il minimo possibile. Mutandine, bermuda, canottiera e infradito. C'erano un sacco di cose da risolvere, dopo la vacanza d'amore. Due esami da preparare. Bollette, conti, scadenze, telefonate a cui rispondere, e soprattutto ricominciare a esercitarsi, trovarsi con i colleghi del gruppo, lavorare allo spettacolo che stavano allestendo, ma non era ancora il momento. Sdraiata sul parquet fresco, braccia e gambe aperte come una stella di mare dimenticata dalla marea, Angelica si sforzò di pensare.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?

Piccola anticipazione da Il cuore in ballo  

lunedì 6 novembre 2017

Amici nella steppa: Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi

Jan Brokken con Emilia Lodigiani, fondatrice delle edizioni Iperborea
Alla base del bel romanzo di Jan Brokken che racconta in prima persona l'amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij, ci sono le lettere che i due si sono scambiati, in parte conservate e utilizzate dall'autore per ricostruire l'amicizia che li legò negli anni trascorsi in Siberia e oltre. Giovanissimo magistrato von Wrangel che si trova a Semipalatinsk per scelta, poco più che trentenne Dostoevskij, prima ai lavori forzati poi confinato per motivi politici e già abbastanza noto come scrittore, il loro incontro diventa presto un'amicizia, protettiva da parte del più giovane nei confronti dell'amico più sfortunato.
Il giardino dei cosacchi da cui prende il titolo il romanzo è una dacia poco fuori dalla città dove gli amici trovano rifugio durante le bollenti estati siberiane, coltivando il giardino e l'orto, ricevendo donne e ragazze, fumando pipe tranquille e parlando di sé, della vita e del mondo, proprio come ci si può immaginare due personaggi della letteratura russa, sempre impegnati in eterne discussioni sui massimi sistemi.

Ma siccome sono maschi giovani parlano molto anche d'amore e delle donne che amano. Ecco, le donne in questo libro meritano un discorso a parte. Possiamo dire che non ne escono benissimo. Si dividono grosso modo in due categorie: le prostitute e le adultere. Ora io non penso che l'appartenenza a nessuna delle due categorie abbia qualcosa di disdicevole, anzi, è indice di intraprendenza, coscienza del proprio valore e curiosità, ma qui, essendo il punto di vista esclusivamente maschile, il risultato è un po' riduttivo. Alla prima categoria appartengono le ragazze siberiane, tutte pronte a vendersi per qualche copeco e in genere (con eccezioni come la povera e bellissima Marina O) piuttosto allegre e sfrenate; mentre della seconda fanno parte le donne amate dai protagonisti. Entrambe di ottima famiglia, sposate e madri (Madame X, l'oggetto della passione di von Wrangel, ha sei figli), maggiori di età, si giostrano disinvolte tra amanti (numerosi), mariti e obblighi familiari e mondani, mentre i due amici spasimano, soffrono e le inseguono nelle steppe della Siberia e poi a Pietroburgo, dove alla fine arrivano tutti. E intanto si scambiano buoni consigli, cercando di scoraggiarsi a vicenda perché ognuno dei due è convinto che la donna dell'amico non sia adatta né degna di lui.

Poi ci sono i matrimoni, ma non voglio raccontare troppo qui. Man mano che la vita li allontana sono le lettere a tenerli uniti, e sporadici incontri. Intanto vediamo anche la genesi di alcune opere di Dostoevskij, e il suo rapporto con la scrittura. Vale assolutamente la pena di leggere il romanzo, che comincia un po' sottotono (l'autore deve darci una certa mole di informazioni per poter muovere i suoi personaggi) ma poi decolla e acchiappa e ci trascina sulle strade della steppa, nei saloti rococò della capitale, nelle dacie solitarie e nelle vie polverose delle cittadine siberiane.
Un accurato apparato di note e un paio di mappe aiutano il lettore chiarendo molti nodi, mentre la    
bella traduzione è di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo.

mercoledì 25 ottobre 2017

Di che cosa chiacchierano gli scheletri tra di loro: Yu Hua, Il settimo giorno

Un altro amore importante che non frequentavo dai tempi di Brothers e Arricchirsi è glorioso è Yu Hua, i cui romanzi preferiti per me rimangono Vivere! e Cronache di un venditore di sangue. Ora ho letto Il settimo giorno, strano racconto ambientato in un aldilà dall'atmosfera soffice, ovattata, in cui i morti privi di tomba sono respinti dalla Camera Ardente, crematorio oltre il quale c'è l'eterno riposo concesso solo a coloro che dispongo della proprietà tombale, metafora di un capitalismo che non ha pietà per i nullatenenti, e si aggirano scambiandosi narrazioni della propria vita e della propria morte. Tra di essi c'è anche il protagonista, Yang Fei, morto senza rendersene conto.

I defunti che si incontrano in questo luogo privo di confini e di caratteristiche hanno una loro concretezza materiale, sono scheletri di cui si può intuire se sono morti di recente o da lungo tempo dalla carne che ancora si trova attaccata alle ossa, indossano vestiti e chi, come Yang Fei, non ha nessuno che lo pianga, porta al braccio una fascia nera da lutto. E sono molti i personaggi in cui Yang Fei si imbatte, confusi e incerti, in cerca di un'identità. Smarriti in un limbo senz'aria, si chiedono l'un l'altro: chi sono io? e chi sei tu? Tra tutti spicca la luminosa figura del padre adottivo, capostazione attaccato al lavoro e al dovere, esempio di amore disinteressato, altruista e totale, che letteralmente rinuncia due volte a vivere per un figlio che non è suo. D'altra parte la vita di Yang Fei è dominata dal caso, dalla grottesca nascita alla morte senza preavviso, all'amore non cercato e presto perso.

Gli altri personaggi, una miriade tra cui molti suicidi, sono i più disparati, dai bambini buttati nel fiume che cantano come uccellini alla vicemadre del protagonista, spesso toccati da una vena grottesca e surreale, come Topina che si suicida perché il fidanzato le ha regalato un iPhone taroccato e si cuce da sola la veste funebre, ma accomunati da una dolce e affettuosa solidarietà che contrasta con la durezza, la freddezza e la pericolosità del mondo dei vivi. Dove si verificano fatti spaventosi e incontrollati come gli abbattimenti forzati di immobili, mentre le campagne si trasformano in periferie, i centri commerciali prendono fuoco e i ristoranti scoppiano, in un accumulo dove si riconosce la predilezione di Yu Hua per il grottesco, il surreale, il favoloso, l'ironia e naturalmente, come tutti sottolineano sempre, la critica al capitalismo in salsa socialista alla cinese e all'"auri sacra fames" che divora l'ex patria dell'ugualitarismo maoista.

Un romanzo piuttosto veloce con aspetti molto godibili, come la rappresentazione del limbo degl'insepolti, ma mio parere un po' frammentario, meno coinvolgente di altre opere di Yu Hua, e molto pessimista. Però forse questo dipende dal fatto l'ho letto male, senza mai immergermi totalmente e abbandonarmi alla storia, cosa che in questo periodo, per motivi contingenti, mi riesce molto difficile. Comunque, Il settimo giorno è un romanzo che vale sicuramente la pena di leggere.
Bella traduzione di Silvia Pozzi.         

mercoledì 18 ottobre 2017

Il vero amore supera anche le delusioni: Orhan Pamuk, La donna dai capelli rossi

Confesso che mai avrei pensato di poter scrivere quello che sto scrivendo, ma La donna dai capelli rossi (traduzione di Barbara La Rosa Salim) del mio amatissimo Orhan Pamuk non mi è piaciuto per niente. E dirò di più, non mi è interessato per niente, ma questo può dipendere da un mio limite, il fatto che il tema centrale mi ha lasciata freddina. La storia è presto detta, evitando lo spoiler sul finale che comunque qualsiasi lettore appena sveglio (nel senso letterale di non addormentato durante la lettura) si può immaginare senza difficoltà: il protagonista Cem, adolescente borghese che parla in prima persona, abbandonato dal padre militante marxista, per potersi mantenere agli studi passa un'estate come aiutante di uno scavapozzi, Mahmut Usta, in una località di campagna, Öngarën.

Tra i due si stabilisce uno stretto rapporto, e si raccontano a vicenda storie ossessivamente legate al tema padre - figlio, dichiarato fin dalla prima pagina. Cem racconta l'Edipo di Sofocle, Mahmut Usta il Rostam e Sohrab di Firdusi stabilendo l'inizio di una contrapposizione che è il tema di tutto il libro. La sera i due hanno l'abitudine di recarsi al villaggio a prendere un tè. Qui Cem vede una donna per strada e zac! se ne innamora perdutamente. Avrebbe anche un nome, ma Pamuk decide di chiamarla per tutto il libro la Donna dai Capelli Rossi, il che non aiuta a rendere più credibile e coinvolgente la storia. Il destino fa i suoi giochi, e molti anni dopo Cem, diventato un imprenditore edile di successo, torna a Öngarën,


dove tutto è cambiato, Istanbul si è tanto allargata che la campagna è diventata periferia residenziale, ma comunque i nodi si sciolgono e nell'ultima parte è la Donna dai Capelli Rossi a parlare in prima persona, fornendo la sua chiave di interpretazione dei fatti. I temi di fondo, molto insistiti e ribaditi in dialoghi piuttosto innaturali, esprimono tutti un contrasto o un confronto: padre - figlio, ubbidienza - libertà, oriente - occidente, laicismo europeizzato - fede in dio, modernità - ubbidienza.

In realtà il romanzo è pieno dei temi tipici di Pamuk che riaffiorano qua e là: i lavori scomparsi, l'allargarsi irrefrenabile di Istanbul (La stranezza che ho nella mente), le antiche miniature persiane (Il mio nome è Rosso), la contrapposizione oriente-occidente (Il castello bianco), i movimenti politici e i colpi di stato (La casa del silenzio), la donna vagheggiata, elusiva, misteriosa e in fondo  inconsistente (Il museo dell'innocenza), con una variante perché qui la donna parla, il sottosuolo, fa una comparsa stile "cameo" per iniziati persino l'occhio in cielo che tutto segue (Il libro nero), non manca qualche cenno al cinema turco della Yeşilçam (Il museo dell'innocenza) ma per qualche ragione mancano di seduzione.

Ma mancano anche i motivi fondamentali per cui Orhan Pamuk è diventato uno degli autori che amo e ammiro di più: l'ineffabile e meravigliosa sensazione di nostalgia che pervadeva gli altri romanzi, anche quelli per me incomprensibili (l'inverno silenzioso di Kars (Neve), il capitolo decimo di Istanbul, le strade struggenti dell'Anatolia in La nuova vita, gli squarci meravigliosi come la descrizione del Bosforo prosciugato in Il libro nero), e soprattutto manca la bellissima scrittura, le frasi così necessarie e perfette da far venire voglia di accucciarvisi dentro. In parte dipende certo dalla traduzione piuttosto piatta (ovvio che non mi riferisco alla sicuramente ottima conoscenza del turco della traduttrice, ma all'italiano in cui si esprime), ma anche il testo iniziale non è eccezionale, pieno di ripetizioni come se l'autore avesse paura che il lettore non capisca bene, frettoloso in certe parti e sbrodolato in altre (per esempio tutta la prima parte a Öngarën è francamente noiosa).

Certo non rinnego il mio amore per Orhan Pamuk, né mai mi pentirò di tutto quello che ho fatto al suo inseguimento. Mi limito a dire che se il nostro incontro fosse cominciato con questo libro non ne avrei letti altri, ma so per certo che avrei fatto malissimo: come tutti i veri amori il nostro è fatto di alti e bassi, di momenti di incomprensione e riavvicinamenti, e adesso aspetto con fiducia e piacere anticipato il prossimo regalo di riappacificazione da parte del mio amato. A uno che ha scritto Neve Istanbul, Il museo dell'innocenza e Il mio nome è Rosso posso perdonare qualsiasi cosa. 

mercoledì 11 ottobre 2017

Ill professore che amava la musica: Orazio Di Mauro, Il principio della minima azione

Insolito nei contenuti e nel modo di affrontarli, 
Il principio della minima azione di Orazio Di Mauro (con prefazione di Giancarlo Genta) è un romanzo breve, veloce e dinamico come una jam session tra amici.  

L'autore ha insegnato a lungo fisica nelle scuole superiori, come il protagonista Michele Owen che racconta in prima persona. La trama è ingannevolmente semplice: un gruppo di maturi ex musicisti - o forse è meglio dire di ex giovani aspiranti musicisti - si dà da fare per rimettere insieme la band giovanile che, a suo tempo, ha prodotto un singolo, Sonia, che ha conosciuto un certo successo alla fine degli anni sessanta. Siamo nel 1994, la vita dei quattro componenti della band è cambiata, ma la richiesta di suonare la canzone per un motivo molto romantico, i vent'anni di matrimonio di una coppia che si è innamorata su quelle note (e guarda caso la donna si chiama proprio Sonia), li riporta improvvisamente al passato.

La narrazione si dipana su due piani: da una parte le dinamiche scatenate dall'incontro con gli amici di gioventù, il rimescolio di ricordi e rapporti non risolti, le reazioni dei familiari di Michele, ovviamente coinvolti nell'avventura; dall'altra il resoconto ironico e disincantato delle lezioni in cui l'insegnante si sforza di far capire ai suoi allievi, recalcitranti o annoiati, le leggi della fisica con esempi tratti dall'esperienza quotidiana, e l'applicazione delle medesime leggi, nella fattispecie quella del titolo, ai casi della vita. L'esperienza diretta dell'autore gli permette di tratteggiare le scene di vita scolastica con efficace e divertito realismo. 

Non farò a Il principio della minima azione il torto di rivelare troppo degli scarni fatti: anche se il pregio del libro non sta nell'intreccio, c'è una traccia di mistero che non va anticipato né rivelato. Ma il piacere della lettura di questo romanzo sta nella prosa vivace e frizzante, percorsa da un'ironia che sa trasformarsi, quando ci vuole, in sarcasmo gentile (vedi la descrizione della madre dell'allievo con i jeans stracciati) o in un pudico abbandono alla nostalgia dei ricordi, dei sogni e delle passioni della gioventù. Le pagine, dense di dialoghi, sono costellate di osservazioni e riflessioni sulla società e sulla vita, ondeggiando in un continuo confronto tra realtà attuale e aspettative giovanili. Un grande pregio è che Michele Owen dà al lettore gli strumenti ma nessuna chiave, lasciandolo libero a interpretare la storia.          

domenica 8 ottobre 2017

La dura vita delle sorelle Hillock: Beverly Jensen, Il mondo oltre la baia

Ho comprato Il mondo oltre la baia (traduzione di Massimo Ortello) incuriosita dalle informazioni sull'autrice, Beverly Jensen, di questa opera postuma, una storia familiare trattata in forma di romanzo, che si ispira alla vita della madre, Idella Hillock, e della zia, Avis, dalla loro infanzia alla morte.

La vicenda inizia nel 1916 sulle coste del Canada e si conclude negli Stati Uniti, nel 1987. E' una storia corposa anche se frammentaria, che alterna momenti appassionanti con altri abbastanza noiosi, in quanto la vita delle due sorelle non ha molto di eccezionale, soprattutto quella di Idella, indiscussa protagonista. Interessante la descrizione della vita durissima e abbastanza selvaggia che la famiglia Hillock conduce in Canada, dove la madre muore prematuramente di parto lasciando tre figli, un maschio di cui non si parla molto, e le due sorelline di sette e otto anni. Il padre coltiva patate e pesca aragoste per mantenere la famiglia, beve e cerca di consolarsi come può con la ragazza assunta per occuparsi della casa. Crescendo, Idella non ce la fa più e si trasferisce in Maine, dove lavora come cameriera finché si sposa, ha quattro figlie, per poi dedicarsi alla gestione di uno spaccio commerciale. Si intrecciano alla sua storia quella del marito e della sua famiglia (uno dei personaggi più riusciti è la futura suocera, descritta nel primo, temutissimo invito a cena della fidanzata del figlio), e di altre persone le cui vite si incrociano con quelle delle due sorelle, c'è uno stralunato funerale e una rapina quasi comica, ma insomma l'insieme non convince del tutto e forse non tiene.  

Qui vorrei fare un  discorso che non so quanto possa interessare chi legge questa recensione, e soprattutto mi coinvolge in prima persona come scrittrice. E' chiaro, leggendo queste 368 pagine, che si tratta di parti slegate messe insieme dai curatori per farne un romanzo compiuto, perché ci sono episodi molto dilatati (la storia della francese Maddie, la rapina, il funerale) e parti assai più riassuntive, esplicative. Ora, questa è una tecnica che ho usato in parecchi dei miei libri (Irene a mosaico, Il cuore in ballo, l'inedito La danza dei fantasmi) anzi, l'ho portato molto più in là inserendo volutamente degli scarti narrativi, degli incisi, delle pause che sicuramente sconcertano il lettore, quindi dicendo che secondo me in questo romanzo, dove dopo tutto non ci sono scarti ma solo cambiamenti di ritmo, non fuziona molto, mi do la zappa sui piedi. Però questa è stata la mia impressione generale. Un romanzo molto ben scritto, con spunti interessanti, ma un po' piatto, senz'anima. Comunque consigliabile a chi ama le storie familiari, i rapporti complessi, le vicende quotidiane, e un'ambientazione curata.  

giovedì 5 ottobre 2017

I racconti di un Premio Nobel: Kazuo Ishiguro, Notturni

Che bella raccolta di racconti questi Notturni di Kazuo Ishiguro! Mi hanno riconciliato con l’autore che, devo dire, con Non lasciarmi mi aveva tirato un colpo basso. Qui ci sono cinque storie che si dipanano intorno alla musica e alla difficoltà dei rapporti tra uomo e donna. Alla fragilità dei matrimoni. Alla differenza tra ciò che siamo e ciò che crediamo di essere, tra ciò che vogliamo e ciò che riusciamo a essere. Alle parole che sprechiamo nell’illusione di dirci qualcosa. 

E malgrado gli argomenti sono anche molto spassose, il tono è leggero e distaccato, gli ambienti tratteggiati in modo vivido, i dialoghi naturali. Pensare che Ishiguro è uno dei pochi autori che sia riuscito a farmi lacrimare, per di più in luogo pubblico, cosa di cui mi sono vergognata caldamente e che non gli perdono tanto. Per la cronaca si trattava del finale di Quel che resta del giorno, io ero seduta in un caffè all’aperto di Diafani, nell’isola greca di Karpathos, c’era parecchia gente in giro e gli occhiali neri non sono bastati a nascondere le lacrime che mi gocciolavano giù. 
Altri suoi libri, a parte il già citato Non lasciarmi sul quale mi astengo, non mi hanno colpita particolarmente e me li ricordo poco. 

Nel primo racconto, Crooner, un musicista di un’orchestra da caffè in Piazza San Marco a Venezia incontra un famoso cantante giunto a una svolta nella sua carriera, e impara che certe volte nemmeno l’amore basta a tenere insieme due persone. Come rain or come shine è l’esilarante e malinconica fotografia di un matrimonio che si barcamena tra disperazione e incapacità di vedere più in là del proprio naso, e di un’amicizia altrettanto miope, rassegnata e bislacca. In Malvern Hills troviamo di nuovo una coppia di sposi vista attraverso gli occhi di un musicista distratto e egocentrico, che preferirebbe molto non sapere niente di quello che è costretto a ascoltare. Notturno è la più bizzarra, e anche la mia preferita: un musicista abbandonato dalla moglie si sottopone a un’operazione assurda, trascorre la convalescenza in un albergo di gran lusso, incontra un’attrice squinternata ma il suo testardo rifiuto di accettare la realtà disperde quel po’ di calore che si era creato tra di loro. In Violoncellisti un suonatore da caffè racconta la storia di un’altra stralunata coppia di musicisti, un giovane ungherese e una matura americana, che nasconde una sorpresa di quelle che fanno ridere e lasciano un po’ d’amaro nel cuore. 

Bei racconti, ripeto, capaci di mantenersi sul filo del rasoio di una narrazione distaccata eppure di sottile pathos. Bella traduzione di Susanna Basso.  
(pubblicato su questo blog il 7/3/12)

Un mondo da scoprire: Mia Alvar, Famiglie ombra

Di tanto in tanto ci si imbatte in uno di quei libri che ti avvolgono con le loro parole, ti portano in un mondo nuovo e ti aprono orizzonti sconosciuti. Mi è accaduto con Famiglie ombra di Mia Alvar, scrittrice filippina nata a Manila, cresciuta in Bahrein, con studi a Harvard e alla Columbia, che ora vive a New York.

Sono racconti bellissimi, precisi e vividi, che spaziano su una vita, o seguono i personaggi in lunghi periodi. Non sono facili perché richiedono attenzione e un minimo di conoscenza della storia delle Filippine, anzi, molto meglio, costringono a andare a cercare notizie su personaggi per noi praticamente sconosciuti. Per esempio, io che sono ignorante, ho letto tutto un racconto senza rendermi conto che la protagonista era Corazon, Cory, Aquino, la discussa undicesima presidente delle Filippine, narrata nella sua quotidianità di donna, moglie e madre prima che l'uccisione del marito la proiettasse nella politica in prima persona. Complessa è anche la costruzione sapiente che alterna di continuo i piani temporali, però segnalati chiaramente con le date. Mia Alvar sa disegnare con coinvolgente vivezza personaggi e luoghi che toccano la diaspora filippina. Le storie si svolgono a Manila, nel Bahrein, a New York, e le protagoniste sono donne che lavorano o stanno a casa ma comunque si arrabattano e hanno un vivo senso della comunità e dell'identità di provenienza, anche quando non riescono a dimenticare le differenze sociali.

I personaggi sono indimenticabili. Il ragazzino senza gambe e con una madre discussa che subisce crudelissime persecuzioni dai compagni di scuola, la casalinga Cory Aquino che pensa a tutti tranne che a se stessa nella cornice estranea di un'università degli Stati Uniti vissuta in un  quartiere strettamente filippino, l'infermiera moglie del giornalista in carcere di Milagros, il più corposo dei racconti, le ricche mogli dei tecnici emigrati in Bahrein che si illudono di essere democratiche invitando le compatriote lavoratrici una volta la settimana nelle loro case lussuose, e riescono a tenere in piedi la finzione finché una delle beneficiate non scompagina le carte, la quarantenne incolore e senza storia che si imbatte prima un amore inaspettato poi nella più crudele e ingiusta delle sorprese, sono tutti profondi, sfaccettati e dotati di una vita che va al di là delle pagine loro dedicate.   

Si sente che Mia Alvar è una che ha letto tutti gli scrittori del momento, ha frequentato le giuste scuole ma per fortuna ha tra le mani un materiale talmente nuovo e interessante che la salva dai cliché  letterari statunitensi contemporanei, sovente insopportabili e sempre stucchevoli. Ma è una grande narratrice che sa come attirare e rendere accoglienti le sue pagine e ipnotiche le storie. Spero che riesca a continuare così (anche se il racconto delle due torri, con il fastidioso vezzo della narrazione in seconda persona, è quello che mi è piaciuto di meno e fa un po' temere): questi sono racconti notevolissimi, totalmente riusciti, pieni di cose da dire, insomma necessari.

Mia Alvar è una scrittrice che seguirò volentieri e cui auguro il successo che merita (e ha già avuto negli Stati Uniti e altrove) anche in Italia, dove i filippini sono molti ma tutto sommato poco visibili e poco conosciuti. E grazie, ovviamente, a Racconti Edizioni per averla pubblicata anche qui, con la traduzione di Gioia Guerzoni. Finirà che dovrò aprire un secondo blog dedicato esclusivamente a questa casa editrice, già sono tante le recensioni che ne ho scritto e a vedere le prossime uscite ne prevedo una raffica in tempi brevi...

martedì 19 settembre 2017

Una visita interessante: l'antica Pidna, in Macedonia

Un consiglio a chi per caso si trovasse dalle parti del delta dell'Aliakmonas, tra Salonicco e Katerini. Non perdetevi, a Methoni, il sito dell'antica Pidna. Le rovine sono soprattutto bizantine (resti di una basilica sul modello di Santa Sofia a Costantinopoli) ma la posizione è magnifica, sul golfo disseminato di allevamenti di cozze, solcato dai voli di innumerevoli uccelli uccelli marini e con il luccichio di una salina sullo sfondo. Inoltre i custodi sono cortesissimi, pronti a scortarvi nella visita agli scavi e a spiegarvene il significato. E vi faranno anche
una foto da mettere sulla loro pagina Facebook, Ancient Pydna.

domenica 10 settembre 2017

Due no e un sì: Petros Markaris, Il prezzo dei soldi; Stuart MacBride, Apparenti suicidi; Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Rey

Le letture che si fanno in viaggio sono importanti perché acquistano profumo e sensi dai posti che ci stanno intorno. In questi giorni non sono stata fortunatissima - su tre libri che ho letto, due sono dei bei no rotondi e uno un sì.

Cominciamo dai no. Visto che mi trovo in Grecia, mi sono fatta tirare a leggere l'ultimo Petros  Markaris, Il prezzo dei soldi (ediz. originale 2017), tradotto in italiano da Andrea Di Gregorio, che mi ha confermato i motivi per cui, dopo l'entusiasmo iniziale, ho smesso di leggerlo: una trama tutta telefonata (non succede niente se non degli ammazzamenti), un pensiero piuttosto elementare (qui si tratta della ripresa della Grecia, inizialmente attribuita a un voto fatto dalla moglie del commissario Charitos di digiunare per tutta la quaresima, poi spiegata con loschi spostamenti di denaro sporco - e qui sta tutto il succo) e per il resto uno stanco ripetersi  sulle beghe tra colleghi poliziotti (di interesse veramente men che minimo), Adriana con i suoi proverbi e le sue ghemistà, i cenni al passato e il comunista in disarmo Zizi, Caterina e le sue banalissime vicende (nel prossimo volume sarà sicuramente incinta). Insomma, tempo sprecato e basta. Per fortuna è corto, e adatto a una lettura spezzettata.

Peggio mi sento con Apparenti suicidi di Stuart MacBride, tradotto da Fracesca Noto, una serie di
brevi racconti thriller (o noir? non ho mai capito la differenza) legati da un'unità di luogo, Oldcastle in Scozia, e di tempo, i giorni precedenti il natale, e collegati circolarmente l'uno all'altro da personaggi che rispuntano e si sviluppano. E questo, l'aspetto strutturale, è il più interessante. Per il resto le storie, tutte raccontate dal punto di vista della vittima o del cattivo, sono abbastanza prevedibili e soprattutto talmente caricate di paradossale violenza, cattiveria, sfiga, coincidenze sovrabbondanti e intrecci esagerati, da risultare stucchevoli e emanare sovente un fastidioso sentore di moralismo. Ma soprattutto il troppo stroppia, e MacBride esagera davvero con la sua programmatica perfidia, di modo che man mano che si va avanti nella lettura l'interesse diminuisce e l'attenzione crolla.

Per fortuna c'è il sì, che proviene dalla (ri)lettura di un classico che a suo tempo mi aveva incantato e questa volta mi ha di nuovo pienamente convinta: Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder. Un libro strano, complesso, per niente ruffiano né legato alla contemporaneità. Ma la ricostruzione delle vite spezzate come, nel 1714 a Lima in Perù si spezza il ponte di vimini costruito dagli Incas, è affascinante come il mondo remoto che ne scaturisce. Nulla accomuna la nobildonna pazza all'orfanella né agli altri crollati nell'abisso se non il momento della morte, e questo spinge frate Ginepro, che è scampato al disastro, a interrogarsi sul disegno divino che sta dietro all'accaduto. Ma nel romanzo prevalgono l'aspetto umano, le vicende palesi e i sentimenti segreti dei personaggi. Un gran bel romanzo, la cui edizione originale è del 1927, tradotto da Maurizio Bartocci.


domenica 27 agosto 2017

Notizie da troppo vicino: Rohinton Mistry, Lezioni di nuoto; Lesley Thomson, The dog walker; Shubha Sarma, Racconti dall'India

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Rohinton Mistry
In questa lunga estate cittadina, che definire bollente è un eufemismo, non ho solo poltrito e cristonato: ho lavorato molto, ho concluso una cosa che non speravo più di riuscirci (l'anacoluto è una scelta cosciente) e ho letto un po', ma poco e senza impegno. Dopo la bellissima scoperta di Philip Ó Ceallaigh il resto è stato un po' in discesa.

Per non farla tanto lunga, comincio da Rohinton Mistry, Lezioni di nuoto (delle sempre meravigliose Racconti Edizioni). Nativo di Bombay quando ancora si chiamava così e emigrato in Canada, molto premiato, narra le vicende intrecciate degli abitanti di un comprensorio abitato in grande maggioranza da Parsi, come Parsi sono tutti i protagonisti dei racconti, borghesi colti e benestanti. Questo è il principale motivo di interesse del libro, dato che della comunità Parsi, malgrado tutta la mia frequentazione fisica e letteraria dell'India, le uniche cose che avrei saputo nominare erano le Torri del Silenzio e i camion Tata. In realtà questi vivaci racconti non mi hanno particolarmente convinta né mi hanno aperto nuovi orizzonti. Sono molto leggibili, gradevoli, ma a mio gusto l'autore calca troppo la mano sull'esoticità, il colore locale, forse per rispodere ai gusti del pubblico del suo paese d'elezione. Comunque, se amate l'India, se i Parsi vi incuriosiscono e non avete voglia di una lettura troppo profonda, Lezioni di nuoto va benissimo. Limpida traduzione di Chiara Vatteroni. 
Ma per me il più bel libro che abbia letto su Bombay rimane Narcopolis di Jeet Tahyil.
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Lesley Thomson

Mi ha acchiappato molto, come sempre, Lesley Thomson con il suo The dog walker (letto in inglese non per snobismo ma perché l'autrice non è ancora tradotta in italiano - il motivo mi sfugge, in quanto secondo me è molte spanne al di sopra dei soliti nordici o di altri, non numerosi in verità, thriller che ogni tanto mi capita di leggere). In questo romanzo continua la serie The detective's daughter che ha come protagonista Stella Darnell, figlia del senior detective della polizia metropolitana di Londra Terry Darnell, che gestisce un'impresa di pulizie e risolve misteri a tempo perso, insieme al bizzarro Jack Harmon, guidatore di metropolitana dalle abitudini discutibili ma dall'innnegabile abilità. Continua il contrasto tra i due caratteri diametralmente opposti di Stella, pratica e priva di immaginazione, e Jack, pieno di oscuri segreti e legato ai segni e alle intuizioni. Continua anche il viaggio di Lesley Thomson di romanzo in romanzo, lungo il Tamigi in direzione ovest, prima sulla riva nord e da un paio di libri su quella sud, a partire da Hammersmith per arrivare a Kew. L'ambiente fisico è per me il maggior motivo di attrazione: una descrizione precisa, atmosferica e concreta, di luoghi fascinosissimi in cui il Tamigi è sempre centrale, personaggio alla pari con gli umani. Qui a essere importantissimi sono anche i cani, amati e accuditi e soprattutto condotti a passeggiare lungo l'argine di notte, e si sa che di notte lungo i fiumi ne succedono... Un oscuro mistero con radici che risalgono a trent'anni prima, personaggi sorprendenti e sorprese inquietanti, insomma uno di quei libri che rendono un piacere l'idea di tornare a casa per continuare la lettura. Certo, se fosse in italiano sarebbe molto meglio. Gli altri romanzi di Lesley Thomson non sto a taggarli ma li ho tutti recensiti su queste pagine e potete trovarli facilmente.

Invece Racconti dall'India di Shubha Sarma è stato tradotto dagli  allievi del corso Tradurre la Letteratura XIX edizione sotto la supervisione di Anna Mioni, e questo è l'unico motivo per cui lo nomino. Leggetelo se proprio siete in carenza di India, Shubha Sarma è piatta come la pianura del Gange ma non altrettanto interessante. Mi incuriosiva l'idea dell'esperimento di traduzione, e direi che nell'insieme è molto ben riuscito (a parte un rospo che gracchiava, ma forse in India è così... i rospi gracchiano e le rane cinguettano).  

lunedì 31 luglio 2017

Davanti a ognuno di noi c'è una porta che abbiamo paura di aprire: Una porta come tutte



Non ho nessuna recensione pronta (ho appena finito di leggere Lezioni di nuoto di Rohinton Mistry, raccolta di racconti molto masala ambientati all'interno di un condominio abitato da una comunità parsi a Mumbay) e così pubblico Una porta come tutte, che diventerà un racconto appena avrò tempo di andare avanti, ma per il momento lo condivido qui. E mi piacerebbe molto se mi arrivassero suggerimenti e confessioni di chi ha una sua porta di cui parlare.  

E nella sua immaginazione avveniva quel fenomeno consueto per cui il viso di una persona amata,
rivisto dopo molto tempo, dopo averci colpito per i mutamenti esteriori verificatisi durante l’assenza, poco per volta ridiventa assolutamente usuale a com’era molti anni prima, svaniscono tutti i mutamenti e davanti agli occhi dello spirito emerge solo l’espressione fondamentale dell’esclusiva, irripetibile personalità spirituale.
Lev Tolstoj, Resurrezione
Traduzione di Emanuele Guercetti  


Fuori sembrava una porta come tutte le altre. Legno marrone scuro, lucida, liscia, solo una placchetta d’ottone in cui era inserita la serratura. Dentro, c’era il paradiso. La libertà, l’amore, le risate, l’amicizia, il calore. Il presente senza fine. Le finestre, da cui nessuno si ricordava di guardare fuori.
Ma loro forse, non se n’erano mai accorti. Troppo presi dai loro squisiti dolori, dal desiderio, dalle idee veloci e mutevoli, dall’idea di mondo che avevano in testa. Troppo allegri, troppo ciucchi, raffreddati o di corsa. Per esempio, per Billa c’era solo un grande tavolo coperto di bicchieri con il fondo macchiato di vino rosso dove era bello stare a discutere tutti insieme malgrado l’odore di fritto e di conserva, molti letti sempre occupati da qualcuno che scopava, un bagno in cui non si poteva perdere tempo a leggere giornalini, due divani sfondati coperti da mezzeri indiani e briciole di biscotti. Billa desiderava proprio quello. Voleva poter entrarci tutti i giorni, e anche se la sera era costretta a uscire per rientrare da un’altra porta, la sicurezza che l’indomani era ancora tutto lì, sicuro e stabile e in continua trasformazione, le dava il senso di essere piantata su questa terra. Con radici profonde ben ancorate che la tenevano in equilibrio anche se fuori c’era il vento. Anche se lei si faceva sbatacchiare dal vento, e ne provava un piacere pieno di brividi.
Dietro la porta chiusa c’era anche una passeggiata nei boschi, in una domenica di novembre piena di sole. Quando spirava un po’ di vento si era avvolti da una nevicata di foglie che facevano un rumore di pioggia sul vetro. E proseguendo per quella stradina nel bosco disseminata di suole di gomma spaiate, bordata di calcinacci, bottiglie vuote, sacchi neri e persino un frigorifero, si arrivava a una radura quasi rotonda con un lato in salita, in cima al quale troneggiava una sedia di plastica bianca. C’erano due o tre o quattro conifere evidentemente piantate e non spontanee, i resti di un forno rudimentale e un pozzo chiuso da una botola. Al di là si vedeva un noccioleto rinselvatichito, con arbusti dai molti tronchi grandi e lisci. E da un ramo pendeva un osso di prosciutto attaccato a un filo finissimo che sembrava parte della cotenna, coperto di mosche, che girava lentamente su se stesso nelle folate intermittenti. Anche i rami dei noccioli si muovevano e schioccavano, sbattevano come se ci fosse una piccola tempesta intrappolata nel folto, ma a guardare meglio risultava subito chiara l’origine dell’agitazione: c’era una coppia che scopava con molta energia proprio sul tappeto di foglie appena cadute, e scuoteva i rami mezzi spogli come se quello che li muoveva fosse stato un vento impetuoso, un vento caldo e felice di baci e risate rimandate a dopo, quando ci sarebbe stato il tempo di riandare col pensiero all’impresa appena compiuta.  

E chissà quando ci sarebbe stato tempo: perché il tempo corre veloce, non si fa acchiappare volentieri. In un attimo ci si ritrova all’età delle rimpatriate, delle tremende cene con i compagni di scuola.

In realtà non sempre le cene con i compagni di scuola sono tremende. In fondo bisogna ammettere che si vedono con piacere, perché sono la prova che si è stati giovani. Gli unici testimoni che siamo stati giovani. Li si vede giovani, e questo conferma che lo si è stati anche noi.
Invece quando si conosce qualcuno da adulto, non si riesce a immaginarlo giovane. Gli si attribuisce uno status da adulto. Ovviamente succede lo stesso nei nostri confronti, e è una cosa molto frustrante. Quando si è stati giovani insieme a qualcuno, lo si è per sempre. Quello che prevale non è lo shock del cambiamento, è la continuità che traspare dai lineamenti. Dopo il primo momento le due immagini, di ieri e di oggi, si sovrappongono e si confondono. Ma se non ci piace come eravamo allora, non possiamo avere voglia di vedere i vecchi compagni di scuola. Non ci interessa per niente che ci rimandino quell’immagine di allora.
Ma dentro, dentro siamo uguali sempre. E quando ci svegliamo di notte e il cuore ci si stringe al pensiero di (tutto) quello che abbiamo perso lungo la strada della vita, è lo stesso cuore di quando le facce dei nostri compagni ci erano così familiari, di quando dormire era facile e svegliarsi un dispiacere, di quando si correva dietro al tram seminando fogli e matite.
Per fortuna il tempo aggiusta tante cose, quasi tutte, almeno quelle che non distrugge.   

E se dietro alla porta ci fossero solo bucce d’arancia, spine, puzza e fazzoletti sporchi? Forse dipende da quando si abbassa la maniglia. Se è mattina presto e il sole arriva un po’ di sbieco, pieno di una ferocia che anticipa ore calde e chiare, scommetto che dentro ci si potrebbero trovare drappeggi di seta cangiante su sfondo di pareti bianche. Al tramonto quando tutto si confonde e si stempera nell’oro e nell’arancio, il pavimento sarebbe coperto di foglie secche che frusciano via ammucchiandosi negli angoli. Forse al chiaro di luna che penetra dai vetri sporchi si troverebbero i tesori perduti dell’infanzia, sorprese delle uova di pasqua, una catenina di palline d’acciaio, bilie di vetro con dentro l’arcobaleno, soldatini di plastica, una coroncina di fiori di stoffa che qualcuno ha portato da un’isola d’Oriente… forse persino una boccetta di cristallo sfaccettato senza tappo, ma con l’etichetta d’oro. Cose che non potrebbero diventare utili neppure su un’isola deserta.   
Lei pensa che forse preferirebbe che dietro non ci fosse niente. Abbassare la maniglia, spingere il battente e trovare uno spazio chiuso ma vuoto, quattro pareti e quattro angoli bianchi, una luce tutta uguale, senza fonti riconoscibili. Una finestra rettangolare senza infissi, chiara come il resto dello spazio. Dietro il vetro solo luce senza delimitazioni né ombre.
Le fa un po’ paura questa immagine. No, dietro la porta deve esserci calore e angoli bui con ragnatele e batuffoli di polvere. Mensole e scaffali coperti di libri e oggetti, vasi di fiori appassiti, mele morsicate, tazze con fondi di caffè rappresi e biscotti spezzati. Scarpe abbandonate sul pavimento, un golf tarlato, perle sfilate, fogli di carta unta. Un topo morto. Un profumo d’incenso vecchio, di caffelatte, di fiati, di vestiti mai lavati, e di essenza di rose. Mutandine sporche.
Mutandine! Sarà qui che sono finite tutte le mutandine che mi sono tolta, in tutta la mia vita? Volate via e ammassate in un angolo insieme ai ragni rinsecchiti, alle carte di chewing-gum e le sere passate a tirar tardi? Ma ci saranno di sicuro anche tutte le chiacchiere con le amiche, le chiacchiere tra donne, le chiacchiere davanti a un bicchiere di vino, le chiacchiere sul caffè, le chiacchiere piene di sonno e quelle disperate perché ci si aspettava una risposta diversa, e si vorrebbe rimangiarsi chili di parole in un boccone e farle andar giù con un sorso di lacrime.
La questione fondamentale, quella che bisogna affrontare per prima, è: la apro o non la apro? Voglio davvero scoprire quello che c’è dietro, o preferisco covare il piacere segreto di fantasticare, immaginando mucchi di tesori scintillanti e luce, calore, brezze profumate, rumore del mare?
Ci devo dormire sopra. I colpi di testa non portano mai da nessuna parte.

Appena scostata, la porta lascia uscire un raggio di luce che taglia in due il buio. L’aria pesante si fa subito fresca, tesa, carica di salsedine e di luccichii inquieti. Il mare. Le onde e il vento, uno sciacquio regolare, pieno di un’allegria sorpresa. Niente pareti, solo l’orizzonte azzurro e rosso del tramonto che si avvicina. Forse ci vuole qualcosa sulle spalle, per evitare che le folate che tingono di blu le onde ci facciano starnutire. Sulla sponda ci sono tante tamerici, un esercito di alberi spettinati che agitano le braccia in segno di benvenuto per me e di addio per la vela che si allontana nella bruma violacea della sera. Perché ormai è sera, il sole è sparito schiacciandosi in silenzio dietro le nuvole al largo, le tracce d’oro che si dondolano sull’acqua sono svanite a una a una, i gabbiani stanchi lanciano ancora un ultimo lamento prima di infilare la testa sotto l’ala per la notte. Nell’ombra agitata, tra le foglie magre, contro i tronchi ruvidi corrono ombre bianche di fantasmi, lasciando tracce sulla sabbia bagnata come piedi di uccelli o tracce di lucertole. Il buio a poco a poco cancella tutto, tranne le scie scintillanti dei fantasmi che danzano sotto i rami.
Tu sapresti riconoscere le forme che occupano l’orizzonte? Non sono facili da individuare. Sono isole ma anche nuvole che si disegnano appena sul cielo con sottili linee di fuoco. A me pare che quel profilo cangiante sia la montagna di Samotracia… o forse è la guglia di un castello di fate, o un grattacielo coperto di vetrate che scoppiano tutte insieme mentre le schegge feriscono la superficie del mare oscuro che rotola, rotola verso la spiaggia che forse non raggiungerà mai. Una spiaggia coperta di noci di cocco aperte e rinsecchite, di polvere tagliente di corallo, di conchiglie spaccate, di occhi di pesci e gusci di tartarughe e bottiglie di plastica che non portano nessun messaggio. Il vento fischia e spruzza in faccia la schiuma giallastra unta delle squame e delle interiora dei pesci senza occhi. Senti l’odore di salsedine e quello di putrefazione? Senti lo scricchiolio delle ossa degli annegati che si trascinano sui fondali neri come la pece?