giovedì 25 giugno 2020

Visita guidata a Bolzaretto Superiore: A' chacun ses madeleines, racconto


                 
                           A CHACUN SES MADELEINES

    Proprio dietro al Mattatoio Comunale, dove comincia la campagna coltivata a meliga e
grano, a Bolzaretto Superiore c'era un grande spiazzo polveroso, dove in altri tempi si faceva la fiera del bestiame e approdava ogni tanto un carro di Tespi o un circo, di quelli con solo due leoni e qualche cavallo oltre ai giocolieri e agli acrobati. D'estate vi si teneva la fiera del santo patrono di Bolzaretto, San Rocco, a cui era dedicata una chiesetta sulla piazza davanti al castello. Ora lo spiazzo è tagliato a metà dalla circonvallazione su cui sfrecciano le macchine di chi se ne infischia di Bolzaretto e vuole soltanto allontanarsene per arrivare in fretta a Torino o all'autostrada che passa a qualche chilometro di distanza, ma un tempo ci si arrivava solo da una viuzza che partiva dalla piazza della Parrocchia; ed era bello sbucare dal buio nella luce polverosa delle bancarelle e delle giostre. Sul fondo una fila di pioppi stormiva in continuazione disturbando le rappresentazioni teatrali e facendo immaginare immensi spazi di campagna buia al di là, dove i bambini ogni tanto, smettendo di leccare gelati e tirare palle ai pesci, si buttavano ad acchiappare le lucciole.
    Quando arrivava il circo o una compagnia di attori girovaghi, chiunque avesse i soldi per il biglietto cenava presto e poi usciva munito di tutto quello che gli poteva servire per la serata: abiti caldi e scialli da mettere sulle gambe se era inverno, cuscini per le panche dure, cartocci di castagne abbrustolite o bollite da mangiare negli intervalli. I bambini andavano tutti, anche quelli piccoli che non pagavano perché stavano seduti sulle ginocchia della madre e poi nel bel mezzo di una scena drammatica o quando i tamburi rullavano prima del triplo salto mortale si mettevano a piangere urlando a gran voce che volevano andare a casa. Dopo lo spettacolo, le famiglie si fermavano fuori dal tendone per commentare quello che avevano visto, e s'intrecciavano dialoghi fitti di gomitate e "Ti', e quando..." o "Hanno lavorato proprio bene"; poi tutti rientravano, camminando svelti se era inverno, o perdendo tempo se era estate. I fidanzati si baciavano dietro ai cantoni, e gli altri giovani si davano gran spintoni ridendo forte.
    La festa patronale, poi, era il clou dell'estate, ne segnava il punto più alto e insieme avvertiva che stava per finire, la cartiera riapriva pochi giorni dopo e gli studenti dovevano decidersi a cominciare i compiti delle vacanze. Le giostre si fermavano per tre giorni, e per tre giorni lo spiazzo era tutto un roteare di gabbie e uno sventolio di altalene, e il terzo giorno c'era una gran processione per tutto il paese con la statua d'argento di San Rocco in testa, le bambine dell'oratorio vestite da angeli che lanciavano petali di rosa dai panierini, le Figlie di Maria vestite di bianco con il nastro azzurro sul petto, un gran recitare rosari e cantare inni nel caldo soffocante del pomeriggio. Le strade erano tutte pulite e dalle finestre e dai balconi pendevano copriletti di seta e damasco rosso, tovaglie di pizzo, e anche qualche stendardo con l'immagine del santo o della Madonna; fin dalla sera prima le edicole agli  angoli delle strade erano state ornate con mazzi di fiori e piante in vaso, e tutto il paese brillava di lumini  e file di lampadine colorate. Poi, la sera, certi anni si facevano anche i fuochi d'artificio; non sempre, perché il comune di Bolzaretto a quei tempi non era molto incline agli sprechi. La mattina dopo, lo spiazzo dietro al Mattatoio si riempiva di ragazzi che stavano lì a osservare in silenzio i giostrai e i bancarellari che smontavano i loro esercizi tra la polvere e lo stormire dei pioppi, e tutto ritornava alla norma.
    A tutto questo pensava Giacomo Rebaudengo, una mattina di agosto, mentre, sdraiato accanto alla moglie su di una spiaggia sarda, lottava inutilmente contro il vento per tenere aperto il giornale. Il mare era chiarissimo ma increspato, l'acqua fredda, e niente poteva essere più lontano del caldo senza requie di Bolzaretto in estate.
    "In questi giorni" disse rivolto a Flavia, la moglie, che se ne stava immobile a occhi chiusi, ma ben attenta a non strizzarli per non farsi venire le tremende rughette bianche che deturpano l'abbronzatura più accurata "a Bolzaretto Superiore si celebra la festa patronale di San Rocco."
    Flavia si voltò sulla pancia e gli rispose dal cerchio delle braccia su cui aveva   appoggiato la testa.    
    "Bolzaretto? E dov'è?"
    "Sai, il paese di mia nonna Maria, dove passavo sempre il mese d'agosto quando ero bambino. Era una bellissima festa."
    "Il paese delle mosche?"
  Lei era di origine romana, da bambina aveva sempre trascorso le
vacanze estive all'Argentario, e ne derivava una cosciente fierezza.
    "Il paese delle mosche, della meliga, e delle merde di vacca" rispose Giacomo con voce nostalgica "meglio definite come buse o druggia. Quando torniamo a casa ti porto una domenica a vederlo. Non ti piacerà, ma fa lo stesso, io ho voglia di andarci. Non ci torno da quasi trent'anni, da quando è morta la nonna e la sua casa è stata venduta."
    A settembre il rientro in città fu piacevole perché l'estate continuava con un tempo bellissimo e caldo, e anche il lavoro sembrava risentire ancora dei ritmi lenti dell'estate. I figli di Giacomo, ormai grandi, non avevano ancora ripreso gli studi ed erano in giro, ospiti di amici al mare o in montagna; Flavia era riposata e di buon umore perché la sua abbronzatura era un vero successo e si manteneva abbastanza bene. Così una domenica di sole radioso non fu difficile per Giacomo convincerla a fare una gita a Bolzaretto.
    "Ci sono certe trattorie sul Po" le disse per allettarla "dove fanno il pesce fritto o in carpione, mi commuovo solo a pensarci."
    Lei storse il naso all'idea di quel pesce pescato nel Po puzzolente e inquinato, poi si consolò pensando che era sicuramente surgelato.
    Giunsero a Bolzaretto a metà pomeriggio, quando il sole ancora alto illuminava la campagna creando ombre invitanti sotto i tigli che bordavano la strada e nei pioppeti ordinati che si alternavano ai campi.
    "E perché mai si chiama Bolzaretto Superiore?" chiese Flavia con tono polemico. "Non vedo che cosa ci possa essere di inferiore, qui è tutto piatto come un tavolo."    
    Giacomo rimase zitto, perché questa era una domanda che si era posto anche lui e non aveva mai trovato una risposta. In effetti la campagna era perfettamente piatta, le uniche cose emergenti erano gli alberi e qualche campanile; però all'orizzonte le Alpi si stendevano in un abbraccio maestoso, e il Monviso aveva una fisionomia del tutto diversa da quella che presentava a Torino. I campi di meliga quasi matura frusciavano come i pioppi, ma il rumore del motore non permetteva di sentirli.   
    Posteggiarono la macchina in un grande spiazzo asfaltato vicino al cimitero, e proseguirono a piedi sulla strada che si addentrava nel paese, tra motorini e motociclette e macchine; non c'era nessun altro che andasse a piedi. Faceva caldo e Flavia si sentiva sudata nella sua camicetta di seta. La piazza davanti alla parrocchia era intasata di macchine e due caffè avevano dei tavolini all'aperto, circondati da piante di ligustro e lauroceraso in grandi vasi di cemento, che non nascondevano la vista della gente seduta ai tavoli. Un gruppo di ragazzi a cavalcioni di grosse moto teneva i motori su di giri e chiacchierava a voce alta per superare il rumore.
    "Il Bar Evaristo!" disse Giacomo con entusiasmo, dirigendosi verso uno dei due recinti di piante. "Quando ero piccolo venivo sempre a prendere il gelato qui, la sera. Be', una sera ogni tanto." aggiunse, per amore di verità.  
    C'era un tavolino libero e sedettero, ordinando due bicchieri di tè freddo. Giacomo si guardava intorno, speranzoso di trovare una faccia nota, ma gli altri avventori erano per lo più giovanotti dai capelli pieni di gel e signorine infilate in vestitini di stretch viola o nero, squittenti davanti alle loro coppe di gelato decorate di ombrellini di carta.
    "Era molto diverso ai miei tempi" disse Giacomo sottovoce.
    "In effetti, di merde di vacca se ne vedono più poche" rispose Flavia bonariamente, assaggiando con precauzione il suo tè che era troppo zuccherato.
    In quel momento da una porticina della canonica accanto alla chiesa parrocchiale uscì un vecchio prete vestito con la tonaca nera, che attraversò la piazza a passo lesto per infilarsi sotto i portici della via principale.
    "Don Ferruccio!" esclamò Giacomo eccitato. "E' ancora vivo, pensa un po'! Quante sberle mi ha dato da bambino!"
    Flavia voltò il capo per guardare, ma non fece in tempo: don Ferruccio era già scomparso nell'ombra afosa dei portici.
    Tra i gas di scarico delle motociclette e il rumore dei motorini che caracollavano nella piazza, la sosta non era molto divertente, e così i due si alzarono e andarono a fare un giro per il paese. Giacomo, perso nei suoi ricordi, si abbandonava a rievocazioni di persone che a Flavia non dicevano niente; le vie erano calde e polverose, e fuori della piazza principale non si vedeva anima viva.
    "Ecco" disse Giacomo indicando il portale di pietra di una casa a due piani in una via laterale. "Qui abitava il farmacista, il dottor Veniero Callieri, quel genere di vecchio gentiluomo erudito e un po' strambo di cui una volta la provincia abbondava. Si diceva persino che fosse il padre naturale dello scemo del paese, ma io non ci ho mai creduto. Qui, in questo cortile, ci stava Tomalino, il mio migliore amico, figlio di un impagliatore di sedie e nipote del sacrista, chissà che fine avrà fatto?"
    Scrutò speranzoso i nomi sui citofoni a fianco del cancello di ferro grigio che chiudeva il cortile; ma erano tutti nomi sconosciuti e per di più suonavano un poco esotici per Bolzaretto: Vocaturo Vincenzo, Gerace Antonino... Giacomo scosse le spalle e afferrata Flavia per un braccio, la trascinò svoltando e risvoltando in corte strade fiancheggiate da casette nuove di due o tre piani, con facciate coperte di listelli di granito grigio o piastrelle marroni. Ogni tanto si intravvedeva qualche giardinetto fiorito di rose tardive e di dalie.
    "E pensare che qui c'erano solo casette di campagna, ognuna col suo giardino davanti, o col cortile interno, e in ognuna c'erano galline e conigli e un po' d'orto, dei pomodori che non ti dico... non sono mai più riuscito a mangiare dei pomodori cosi`."
    Flavia aveva caldo ed era annoiata, e pensava che anche quelle erano casette di campagna, in ogni caso.
    "Non penso che fosse molto igienico tenere i polli in paese" disse "puzzano così tanto."
    "C'era persino chi teneva delle mucche" disse Giacomo con tono bellicoso, "e nessuno si è mai lamentato."
    Improvvisamente sbucarono sulla tangenziale e furono di nuovo nel rumore delle moto sgommanti e delle macchine. Dalla parte opposta della strada c'erano villette unifamiliari con giardinetti fioriti di canne e aceri giapponesi, alcune costruite in cima a collinette di riporto ornate di rocce. Più in là, si vedevano due grosse costruzioni dalle facciate tutte vetri, sormontate da insegne mastodontiche: "Mobilificio Bauchiero" diceva l'una, "Casa del Lampadario" l'altra.
    Giacomo rimase fermo sull'angolo per qualche istante, poi si volse verso destra con aria determinata, tenendosi sul bordo erboso del fosso per non essere investito dalle macchine che passavano a forte velocità, e guardandosi alle spalle ogni volta che era costretto a scendere sull'asfalto per aggirare un paracarro. Flavia gli arrancava dietro maledicendo i sandali coi tacchi, messi perché le sembravano adatti alla cena in una romantica trattoria sul Po, che immaginava con tavole di pietra e ferro imbandite sotto grandi ippocastani da cui pendevano festoni di lampadine. Dopo qualche minuto, Giacomo si fermò di scatto, tanto che Flavia andò a sbattere contro la sua schiena. Davanti a loro c'era, sul lato del paese, uno spiazzo polveroso adibito a parcheggio, e dall'altra parte della circonvallazione un supermercato con le vetrine coperte di avvisi colorati e serrande di ferro.
    "Qui" disse Giacomo a voce bassa "si faceva la festa di San Rocco, e certe volte c'era il circo."
    "Il circo non mi è mai piaciuto" disse Flavia "tutti quei poveri leoni spelacchiati con l'aria stanca, e poi l'ho sempre trovato uno spettacolo noiosissimo." 
    Giacomo non disse nulla e riprese a camminare, infilandosi in una strada che portava all'interno del paese. Sbucarono in una piazzetta in cui si fronteggiavano una chiesetta gialla con il portale chiuso e un castello di mattoni rossi con un'alta torre cilindrica attorno alla quale centinaia di rondini volavano stridendo impazzite. In un angolo una pizzeria modesta aveva messo fuori tre o quattro tavolini di plastica grigia.
    Giacomo si avviò verso il cancello di ferro che interrompeva il muro di cinta del castello. Sui pilastri spiccavano le spie del sistema d'allarme e un videocitofono. Improvvisamente il cancello si aprì silenziosamente, azionato dal dispositivo di apertura elettronico, e ne uscì un fuoristrada giallo guidato da una ragazza molto giovane e abbronzata; Giacomo fece un balzo di lato per non essere investito e tirò giù una bestemmia. Si infilò in una stradetta che costeggiava il fianco della chiesa e Flavia gli arrancò dietro.   
    "Vieni" disse "qui c'è la casa di mia nonna. E' una di quelle case gialle col cortile sul fianco, e l'orto. E' a due piani e ci abitano più famiglie. D'estate, mia nonna che abitava al pianterreno tirava fuori una sedia e si sedeva in cortile, e le vicine che stavano al piano di sopra uscivano sul ballatoio e si appoggiavano con i gomiti alla ringhiera, e se ne stavano lì tutta la sera a chiacchierare tra un piano e l'altro. Noi bambini giocavamo in cortile, e qualche volta, quando volevano fare dei discorsi che noi non dovevamo sentire, ci davano i soldi per il gelato e ci spedivano in piazza."
    Camminava velocemente e svoltò in una strada laterale.
    Ma nella strada non c'era nessuna casa col cortile di fianco, solo due file di bassi condomini di mattoni rossi con una striscia di giardino comune davanti, tenuto a prato e in quel momento piuttosto rinsecchito, e balconi coperti di piante d'edera e vite vergine, molti gerani e tende di plastica. Giacomo fece ancora qualche passo, poi si voltò e prese Flavia per un braccio.
    "Torniamo alla macchina" disse "non c'è altro da vedere."
    Ormai era quasi il tramonto ma il caldo non era affatto diminuito. Dalle griglie chiuse del cimitero si vedevano le tombe ordinatamente disposte in file divise da sentierini ghiaiosi, mentre tutt'intorno, contro il muro di cinta, le cappelle delle famiglie più abbienti esibivano le loro architetture eterogenee, che nemmeno la luce dorata del sole ormai mezzo nascosto dalle montagne riusciva a rendere aggraziate.
    "Sono stanco" disse Giacomo, e Flavia aprì tutto il finestrino della macchina per fare uscire due mosche che ronzavano affaticate.
    "Almeno le mosche ci sono ancora" disse per consolare il marito, ma lui non raccolse la battuta e mise in moto senza parlare.
    Flavia si accorse che avevano preso la direzione di Torino, ma non disse nulla. Nella luce dorata che ancora illuminava i campi persino le foglie rigide della meliga assumevano contorni più dolci, e l'aria che entrava dal finestrino era più fresca e quasi profumata. Solo quando furono in vista del castello di Moncalieri e della verdeggiante quinta delle colline, si decise a chiedere:
    "Dove andiamo a cena? A casa non c'è niente, neanche un pezzo di pane."
    "Andiamo a una bocciofila in collina" rispose Giacomo "almeno fa fresco e si può mangiare qualcosa di leggero. Mi basta un'insalata, non ho proprio fame. Anzi, col caldo che ho preso, ho quasi la nausea."    
    Flavia sorrise, di colpo di buon umore.
    "Io ho una fame da lupi" disse. "Ci credo che hai la nausea, quel tè che abbiamo bevuto avrà avuto dentro mezz'etto di zucchero."    
    Gli dette un bacio veloce su una guancia e si passò un kleenex sulla faccia, per toglierne le tracce di polvere e sudore che il pomeriggio vi aveva lasciato.   

domenica 31 maggio 2020

Storie di Stupinigi: la madonna, gli scoiattoli e tutto il resto

Ogni tanto bisogna tornare a Stupinigi, per aggiornarsi sulla Madonna appariscente e gli altri abitanti di quei boschi, così domenica 24 maggio ci sono andata a fare la prima passeggiata della Fase2. E non sono rimasta delusa, anzi! Prima di tutto, la madonna sta benissimo, il luogo è lussureggiante e ben curato, tra rose, file di panchine in cerchio, qualche rosario abbandonato qua e là, cartelli informativi e la statua della medesima che sovrasta tutto. 
Poi la vegetazione, quest'anno particolarmente verde e folta, una ricchezza estiva con colori ancora
primaverili. Una minilepre ci ha dato il benvenuto, ma non ho visto in tutto il tempo che ho passato a camminare nei boschi dalle due parti della statale, un solo scoiattolo. Questo mi ha molto turbato: ma dove sono andati? Ce n'erano a centinaia, indaffaratissimi e sfrontati, sempre tra i piedi e su e giù per le querce. In inverno erano meno, ma qualcuno circolava sempre. In questo clima di pedissequa imitazione di tutto ciò che è yankee, avranno fatto come le anatre del Central Park? Ma non era inverno, il laghetto non era gelato e soprattutto non c'era nessun laghetto. Li avranno sterminati come le nutrie del Po? Se qualcuno ha notizie, gli sarei molto riconoscente di rispondermi. Sono veramente preoccupata per loro. Del resto, anche i simpatici rospi sporcaccioni che si accoppiavano nello stagno sono spariti, e lo stagno pure.
In compenso c'erano ciliegi carichi di frutti, magnifici scorci e stradine, letti di ruscelli in secca, e misteriose rovine di un tempio dorico di cui restano solo alcune colonne nel folto più selvaggio, ornate di graffiti struggenti.
Tra le molte famigliole intente ai loro picnic e barbecue, o a pedalare alacri sbandando sulle orme dei cavalli che tagliano il fango secco come piccoli crepacci, i traffici erotici che di solito movimentano l'ambiente erano meno evidenti, ma comunque c'era un bel giro di personaggi all'inquieta ricerca di qualcosa, e poi ho trovato questo magnifico reperto archeologico della civiltà boschiva di Stupinigi.


  
Siccome ho parlato più volte delle vorticose vicende dei boschi di Stupinigi, potete trovare le puntate precedenti qui: Apparizioni mariane e rospi in amore a Stupinigi   o qui Aggiornamento sulle apparizioni mariane  oppure anche qui
Eravamo tutti qui    e qui   Lo stato delle cose  






                                                                                 

















                 

martedì 26 maggio 2020

Un racconto breve per parlare un po' di donne: Il sesso di Fidia


Per ingannare il tempo in attesa di un libro di cui parlare, un reperto archeologico: un racconto del 1986
                                    
IL SESSO DI FIDIA

Musei capitolini (Roma) - Amazzone 1.jpgLe luci si riaccesero nell'aula e gli studenti si mossero sulle sedie. Durante la proiezione delle diapositive il silenzio era stato perfetto, ma ora si sentiva un brusio confuso e rumore di quaderni che sbattevano, borse che venivano chiuse, fruscio di cappotti.
"Se qualcuno ha delle domande da fare, sono a vostra disposizione" disse il professore fregandosi gli occhi per riabituarsi alla luce.
Il silenzio che seguì era vagamente imbarazzante, e tutti si sentirono sollevati quando una ragazza delle ultime file si alzò per parlare. Era molto giovane; questo mi stupì perché in genere il corso di storia dell'arte greca non veniva seguito dalle matricole.
"Professore, vorrei sapere" esordì con voce sottile ma sicura "se Fidia era una donna sposata, con una casa, dei figli, una vita regolare insomma, o se va considerata un'irregolare, una che dovette rinunciare alla sua vita di donna per seguire la vocazione artistica. Insomma, in una società misogina come quella greca, una donna come Fidia veniva accettata, sia pure per l'eccezionalità del suo talento, o era emarginata perché non rispondeva al modello di donna dell'epoca?"
Le ultime parole della ragazza furono coperte da una risata che cominciò in sordina, raggiunse un livello irrefrenabile e si smorzò a poco a poco, man mano che gli studenti si accorgevano dell'espressione del professore, il quale, con gli occhi spalancati e gli occhiali davanti alla bocca aperta, sembrava sul punto di cadere svenuto. Mi volsi a guardare meglio la ragazza. Era piccola, minuta, graziosa in un modo un po' provinciale e impacciato, vestita in modo anonimo, con un paio di jeans e una felpa azzurra su una camicia bianca. Gli studenti seduti accanto a lei cominciarono a parlarle tutti insieme, e la sua espressione, all'inizio stupita e un po' indignata, cambiò rapidamente in una smorfia di confusa disperazione; si chinò ad afferrare una giacca appoggiata allo schienale della sedia, e stringendola tra le braccia insieme a libri e quaderni, uscì di furia dall'aula senza scusarsi né salutare nessuno.
Il professore non era ancora riuscito a chiudere la bocca, ma si era rimesso gli occhiali sedendosi di schianto sulla poltrona dietro la cattedra.
"Ci sono altre domande?" riuscì alla fine ad articolare, e quando nessuno degli studenti rispose, mormorò: "Allora andate pure, le lezioni riprenderanno come sempre lunedì prossimo alla stessa ora."
Tutti uscirono ridendo e commentando ad alta voce l'episodio. Io ero assetata e mi diressi al bar interno; dopo aver fatto la coda alla cassa e al banco, cercai un posto per sedermi. Non vi erano tavolini liberi, ma vidi la ragazza che aveva fatto quella ridicola domanda seduta da sola davanti a un bicchiere di coca-cola. Deposi tazza e teiera e mi sedetti accanto, decisa ad attaccare discorso per scoprire qualcosa di lei. Mi incuriosiva moltissimo. Notai che aveva una fede alla mano sinistra e che era meno giovane di quanto mi era sembrata nella penombra dell'aula; aveva i capelli scuri e un po' arricciati, tagliati senza grazia. Mi guardò con aria depressa e tirò su col naso; forse aveva pianto. Non sapevo quale pretesto trovare per attaccare discorso, ma fu lei a cominciare a parlare.
"Secondo te" disse con quella sua vocina che avevo già notato poco prima "i professori si ricordano della faccia degli studenti che vedono a lezione?"
"Non saprei" risposi "probabilmente di quelli che frequentano sempre, sì."
"Ma di uno studente visto una volta sola, e che ha fatto una domanda che li ha colpiti in modo particolare?"
Decisi di fingere di non sapere a che cosa volesse alludere, per non metterla in imbarazzo.
"Magari si ricorderanno la domanda, e non lo studente."
La ragazza rimase un po' in silenzio, con l'aria sempre più depressa.
"Ho fatto una figura terribile" disse infine "proprio col professore al quale avevo l'intenzione di chiedere la tesi. Mi sono iscritta solo quest'anno all'università perché mi sono sposata presto e ho anche un bambino, e ho appena cominciato a frequentare, con lo scopo preciso di laurearmi in storia dell'arte greca. Ma adesso dovrò cambiare programma, non avrò mai più il coraggio di presentarmi davanti al professore dopo questa figuraccia!"
"Raccontami, forse non è così grave come sembra."
La ragazza raccontò, e io ipocritamente la stetti ad ascoltare; devo confessare che, anche raccontata con quel tono angosciato dalla protagonista, la storia mi sembrò veramente assurda, e le scoppiai a ridere in faccia.
"Be', io ho fatto le magistrali, il greco non l'ho mica studiato, e neanche la storia dell'arte. Ma sono stata in viaggio di nozze in Sicilia, ho visitato Segesta, Agrigento e Selinunte e così ho pensato che dovesse essere una bella materia da studiare, mio marito mi ha incoraggiata, e io ci tenevo molto..."
Mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi e temetti che scoppiasse a piangere al bar, per una storia così ridicola, oltre tutto. Alla fine si riprese e ricominciò a parlare con voce lamentosa.
"Avevo anche pensato che sarebbe stato un bel nome, e di buon augurio, per una bambina! perché voglio una bambina, appena Marco andrà all'asilo. Ero così contenta di averle già trovato il nome!"
"Puoi sempre chiamarla Enea" dissi, pentendomi non appena ebbi chiuso la bocca.
Lei mi lanciò uno sguardo sospettoso e scosse il capo.
"Non mi sembra un bel nome," mormorò, come se non volesse offendermi "però lo terrò presente."
Mi sentii un verme e decisi che la conversazione era durata abbastanza.
"Devo andare" dissi, "ho una lezione tra dieci minuti. Non te la prendere troppo per questa storia, se lasci passare un po' di tempo il professore non si ricorderà certo più di te, e ti darà la tesi senza fare difficoltà."
Ma anche se la dimentica il professore, pensai, se ne ricorderanno gli altri studenti, questa storia entrerà di sicuro nella leggenda e sarà tramandata da generazioni di universitari. Mi dispiaceva per la ragazza, così sciocchina e mortificata, ma anche il diritto di essere stupidi si paga, ed è giusto così.
"Ti ringrazio di avermi ascoltata" disse, "mi sei stata di grande aiuto. Avevo veramente bisogno di parlare con qualcuno. Spero di non essere stata troppo noiosa. Adesso vado anch'io, la baby-sitter deve andarsene alle sei. Non avrò mai il coraggio di raccontare a mio marito che cosa ho combinato il mio primo giorno di università."
Pensavo anch'io che era meglio se non raccontava niente. E se continuava a frequentare, era meglio che non facesse più domande. Ma non dissi nulla, la salutai e me ne andai, senza avere il coraggio di chiederle il suo nome: come avrei potuto spiegarle che mi chiamo Consuelo?