mercoledì 5 febbraio 2020

Una fiaba apocrifa in venti righe: Raperonzolo alla corte di Re Vissani


RAPERONZOLO ALLA CORTE DI RE VISSANI

C'era una volta una signora così povera che non aveva mai mangiato astice in vita sua. Perciò, una
volta che proprio stava per morire di fame, entrò in una gastronomia e rubò un aspic di astice e cipollotti dolci del Belice in salsa mordoré.
"Ottima scelta!" disse il suo convivente quando rientrò e trovò la tavola lussuosamente apparecchiata. "Che ci beviamo sopra?"
"Aspetta un attimo" rispose lei, scese di corsa alla Boutique del Vino sotto casa e rubò quattro bottiglie di Ferrari brut. Ma questa volta le andò male. Il vinaio l'afferrò per la collottola.
"Cash o carta di credito?"
"Facciamo così" propose la signora "le mando mia figlia, è molto carina e fa ottimi tortini di rape glassate alla crema di acciughe di Favignana e puntine di cerfoglio. Vedrà che successo se le mette a dadini come assaggio nell'angolo degustazione".
Detto fatto, la ragazza fu assunta con regolare contratto, il costo delle bottiglie le venne detratto dallo stipendio in sei mesi, senza Iva né interessi. Sposò il vinaio e insieme misero su un bistrot aperto tutta la notte. E vissero felici e contenti mangiando e bevendo, ma del tortino a me non me ne dettero nemmeno un pezzettino.

martedì 4 febbraio 2020

Una storiaccia ripescata dal fondo di un cassetto: Lezioni private


                                                               LEZIONI PRIVATE
Domenica mattina. Le tende spalancate, il sole che entrava a fiotti, rivelando la polvere negli angoli e qualche ragnatela vigliacca, nascosta sulla tappezzeria a fiori. Maria Mazzei si stiracchiò, sciabattò in cucina, mise la moka sul fuoco. Sul tavolo la aspettava il giornale comprato la sera prima da uno strillone. Un lusso, la domenica, avere il giornale senza dover uscire.
Poi, il rituale delle telefonate.
"Sì, mamma, sto bene. Non so ancora che cosa farò. Magari, se ho tempo, passo a trovarti più tardi."
"Ehi, Giovanna, ciao! Come è andata ieri sera?  Io sì, con Nicola mi diverto sempre. Va be', diciamo che sono stata bene. Però vorrei prendere un po' di distanza, non voglio farmi coinvolgere troppo. Magari due passi nel pomeriggio, fa così bello! Sì, richiamami."
"Oh Nicola, sei già sveglio? Sì, anch'io ti ho pensato. No, ho da lavorare. Eh, lo so che è un peccato con questo sole! Ma se non lavoro oggi, avrò una settimana infernale. Grazie di avermi chiamato. Ti telefono io."
"Chi, Paolo? Ci conosciamo? Ah, certo. No, mi spiace, non so andare in bicicletta, e poi ho mal di gola. Sì, va bene, ci risentiamo."
Una doccia, depilazione, crema su tutto il corpo, maschera di argilla, smalto sulle unghie.  Che cosa mi metto? Minigonna di stretch, camicia di seta viola, sandali con otto centimetri di tacchi, orecchini di strass a cuore e basta. Né mutande né reggiseno. Se mi vedesse il preside! Non direbbe niente, mi guarderebbe fisso, colando disapprovazione dagli occhi e dalla bocca. I miei allievi, invece, si darebbero gomitate ridendo.
E adesso che cosa faccio?
Maria Mazzei, professoressa di lettere in un liceo di tradizione, uscì nel sole sfolgorante del mezzogiorno e fece il giro dell'isolato. Per strada c'era poca gente. Qualche padre con un bambino per mano, due o tre signore anziane che tornavano da messa, il solito gruppo di adolescenti vocianti che stazionavano ai giardinetti, chiamandosi tutto il tempo a gran voce, come per paura di non riconoscersi l'un l'altro:
"Ale! Vale! Sami! Fede! Robi! Franci! Tizzi!"
Maria cambiò marciapiede; di adolescenti ne aveva abbastanza durante la settimana. Comprò un mazzo di fresie dalla fioraia davanti alla chiesa e tornò a casa. Sul portone incrociò il ragazzo del terzo piano, quello che incontrava quasi tutte le mattine in giacca e cravatta andando al lavoro. Ora portava una tuta e al suo fianco saltellava un cane, un bastardino allegrissimo, bianco e nero. Odio gli uomini in tuta, pensò Maria, ma questo è proprio un bel ragazzo. Come mai è solo, di domenica? Forse la sua morosa pranza in famiglia e si vedono al pomeriggio.
"Che carino questo cane."
"Non è mio, è di mia sorella. Lo tengo solo per due giorni. Ora mi tocca anche portarlo a passeggio."
"Con una così bella giornata."
Fermi davanti alla porta, si guardarono negli occhi per un attimo.
"Perché non viene a fare due passi?"
Ardito, il giovanotto. Perché no? Non ho niente da fare.
"Poso i fiori e torno."
La magia della giornata di primavera, la passeggiata al Valentino non ancora invaso dalla folla pomeridiana, il profumo dell'erba nuova, le chiacchiere fitte per conoscersi, scambiandosi informazioni appena abbellite su se stessi, l'ondeggiare di Maria sui tacchi inadatti alla circostanza, l'allegria sfrenata del cagnolino ubriaco di aria e di sole... Per fortuna il cielo si coprì e divenne necessario tornare a casa prima che scoppiasse il temporale.
"Vuoi venire a mangiare due spaghetti da me?"
Più tardi, nel letto disfatto, Maria osservò con irritazione che il suo smalto fresco si era rovinato. Il telefono aveva trillato tre volte senza che lei rispondesse. Andrea si era dato molto da fare, in maniera un po' ginnica ed esibita, aveva fornito, nell'insieme, un'ottima prestazione. Proprio quella parola le era venuta in mente sul più bello: prestazione. Aveva sorriso, e lui, subito: perché ridi? Ridi di me? Oh no caro, sorrido di piacere.
Adesso però mi piacerebbe che te ne tornassi al terzo piano. Invece, ci furono ancora due Martini, un paio di sigarette, nella penombra del crepuscolo grigio, poi finalmente Andrea se ne andò. Era un po' verboso, il ragazzo. Un po' compiaciuto, un po' troppo cosciente della sua rigogliosa giovinezza, ma nell'insieme simpatico, gentile, persino galante. Maria ridacchiò pensando a due o tre complimenti a doppio taglio che le aveva fatto. Devo sembrargli sull'orlo del crollo finale. Era sinceramente stupito che una come me possa permettersi di andare in giro senza reggiseno, che i miei gusti musicali si spingano al di là di Lucio Dalla, persino che abbia qualcuno dei libri che legge anche lui. Se avesse anche un filo di autoironia, sarebbe  veramente una conoscenza interessante. Va be', un modo piacevole di passare la domenica.
Da quel giorno se lo trovò sovente davanti alla porta di casa, un sorriso d'intesa sul volto ben sbarbato, ogni tanto due fiori o una bottiglia di vino in mano. Sempre vino rosso, che lei non poteva soffrire. La baciava, la spingeva in camera da letto, scopava con grande energia, e parlava, parlava mentre lei, svagata, pensava ai fatti suoi. Gli bastava un 'eh già' o un 'ma davvero?' ogni tanto. Maria aveva sempre trovato rilassanti gli uomini che parlano tanto. Erano piacevoli quegli incontri senza impegno, la distraevano dalle storie più complicate vissute con altri, uomini della sua età con un mucchio di problemi, mogli, figli, lavoro, curiosi di lei, pieni di richieste, esigenti. Andrea non aveva grandi esigenze: chiedeva solo un applauso per le sue esibizioni sessuali, un orecchio per le sue parole, un bicchiere di Martini. Non le faceva mai una domanda. Suonava alla porta, se lei rispondeva andava dritto allo scopo, se no scendeva al terzo piano e si ripresentava il giorno dopo.
Andrea aveva un vizio segreto: scriveva. Spesso le raccontava i suoi successi, l'applauso inebriante ricevuto alla premiazione del concorso 'Una poesia per la pace', il racconto pubblicato sulla rivista trimestrale 'Cultura e società', i complimenti della giuria, le proposte di pubblicazione a pagamento che gli erano piovute addosso dopo il premio. La prima volta lei aveva ascoltato con interesse,  poi a poco a poco era scivolata negli 'eh già' di sempre. Intanto pensava: 'e se mia madre quest'estate non trova nessuna amica con cui andare in montagna, io che faccio? Piuttosto che passare anche solo quindici giorni con lei, mi spacco volontariamente una gamba. Certo Nicola andrà al mare con i figli, non avrà nemmeno un giorno libero per me. E se mi chiamano per la maturità? Sono troppo stanca, non posso proprio lavorare tutto luglio. In California con Giovanna, manco a pensarci. Non mi sento né Thelma né Louise. Cazzo, ma un uomo gentile con cui fare un viaggio non esiste in nessun angolo del mondo? Che vita di merda la mia, quarant'anni e ogni anno lo stesso problema,  come passare le vacanze.'
Ogni tanto le arrivava una frase di Andrea, 'lui ha detto che con il mio talento non posso che sfondare presto', 'in fondo non è vero che solo chi è già nel giro riesce a pubblicare', 'ieri sera vedendo una falena ho pensato che', 'io sono fatto così', 'le voglio proprio provare tutte', 'non credi anche tu che un aquilone in cielo sia un'immagine bellissima?', 'ho in testa la storia di una barbona che capisce la poesia meglio di  qualunque critico'.
Oh certo, sì sì sì. Gli dava un bacino sul petto, allungava una mano in posti strategici, ansimava un po' ed ecco che lui ricominciava. Come sei riposante. Che fortuna averti incontrato quel mattino di aprile. Continua ad agitarti e a parlare, che va bene. Intanto io mi rilasso.
Un sabato sera ozioso (di solito non si vedevano di sabato, lei aveva altro da fare e lui se ne stava al computer, esaltato dalla musa e dal Martini fino alle ore piccole) Maria cedette a un impulso d'affetto. In fondo, l'aveva salvata da una serata di solitudine, suonando alla sua porta proprio quando Nicola le aveva appena detto che la moglie era andata al mare rifilandogli i ragazzi.
"Fammi leggere le tue cose" gli mormorò nel collo.
Lui corse al terzo piano e tornò in un baleno con un plico di manoscritti, una pila di riviste, con la stessa sollecitudine dei suoi allievi quando consegnavano un tema.
"Li leggo subito" disse lei, e si addormentò appena Andrea fu uscito.
La mattina dopo, alle nove, lui suonò alla sua porta. Maria, strappandosi a fatica da un sogno consolatorio, gli aprì in pigiama. Sulla faccia di Andrea c'era un'espressione che lei conosceva bene.
'Professoressa, ce li ha portati i temi?' le risuonò nelle orecchie.
Cazzo, i temi! Non ho proprio avuto tempo, ragazzi. Ma davanti alla faccia ansiosa di Andrea non osò dare la solita risposta. Mentre il caffè usciva gorgogliando dalla moka, le sue labbra formularono spontaneamente una bugia.
"Sono stata sveglia tutta la notte a leggere. Stupende le tue poesie, le preferisco persino alla prosa. Dammi qualcos'altro."
Solo che Andrea non era facile da distrarre come gli studenti. Le diede giusto il tempo di bere il caffè, poi cominciò a fare domande precise, 'che cosa esattamente ti è piaciuto, perché più le poesie dei racconti, ma non ti sembra che il personaggio del vecchio anarchico sia proprio ben riuscito? e della 'Canzone del rospo solitario', che cosa ne pensi? Ti sembrano più azzeccate le metafore o i paragoni? Io ho tutta una teoria sui paragoni, vediamo se l'hai capita bene, ne parla Caterina in 'Passeggiando con un gelato in mano''. Parlava e parlava, certo, ma si aspettava anche delle risposte. Maria non sarebbe stata all'altezza della situazione neanche dopo tre caffè e una brioche, figurarsi con solo mezza tazzina nello stomaco. Cominciò a sentirsi confusa e imbarazzata come all'università, quando tentava un esame senza essersi preparata, contando sulla presenza di spirito.
Dopo un po', Andrea smise di parlare e la guardò negli occhi.
"Ma allora non hai letto niente!"
A Maria si strinse il cuore vedendolo così dispiaciuto. Balbettò qualcosa, 'era tardi, ero un po' assonnata', ma lo sguardo ferito di Andrea la accusava di assassinio, rapina, stupro, malversazioni, percosse agli animali, strage nella metropolitana. Cercò di rimediare baciandolo. Inutile, lui la respinse, corse in camera da letto a ricuperare le sue opere, la spiaccicò sul pavimento con un 'bugiarda!' a mezza bocca, e uscì sbattendo la porta.
Maria rimise la moka sul fuoco, prese uno yogurt dal frigorifero e vi affondò il cucchiaino guardando il mattino pieno di sole fuori dalla finestra. Cominciava a provare un certo sollievo, insieme alla pena al pensiero di Andrea, solo nel suo appartamento polveroso, che certo stava sfogliando ansiosamente i suoi manoscritti, chiedendosi come aveva potuto affidarli a una simile sciacquetta.
Suonò il telefono.
"Sì, mamma, magari più tardi faccio un salto."
"Oh Giovanna, con una giornata così possiamo andare a mangiare qualcosa sul Po."
"Nicola, da dove chiami? Come stanno i ragazzi? No, non ho voglia di venire al cinema. C'è troppo sole."
"Paolo? Ne è passato del tempo! No, scusa, sembra che lo faccia apposta, ma sono allergica a tutto e con questo tempo sono costretta a restare tappata in casa. Dammi il tuo numero, ti richiamo io."
Mi sono persa un amante giovane e vigoroso, pensò facendo la doccia. Queste sono certo le parole con cui si definisce Andrea pensando a me: un amante giovane e vigoroso. Gliel'ho letto in faccia decine di volte mentre facevamo l'amore. Un amante giovane e vigoroso insieme a una donna di quarant'anni assetata di sesso. Speriamo che non scriva come pensa.
Uscì sul balcone che dava in strada per asciugarsi i capelli al sole. Andrea era lì sul marciapiede e stava buttando una borsa di plastica piena di carte nel cassonetto della spazzatura. Oh povero ragazzo! Ora lo chiamo e gli dico di non fare lo scemo, non è così grave che ieri sera io abbia trascurato i suoi parti letterari, se mi avesse dato tempo li avrei letti di sicuro. Per un attimo si sporse dal parapetto, poi nelle orecchie le risuonarono tutte le parole che lui avrebbe impiegato per spiegarle il suo tremendo delitto. Rientrò in casa e chiuse piano piano la portafinestra. Una lezione di vita, pensò. Potrà farne un racconto. Ci siamo fatti del bene a vicenda. Lui mi ha fatto risparmiare un sacco di Valium, e io gli ho dato un argomento su cui scrivere. Non si è professoresse per niente. 

(Non ho trovato la data di scrittura, ma immagino che possa situarsi intorno al 1990, più prima che dopo).  


  
    
 

sabato 25 gennaio 2020

Un romanzo gentile per raccontare una realtà tragica: Inaam Kachachi, Dispersi

Confesso che prima di leggere Dispersi di Inaam Kachachi non ho mai avuto particolari curiosità verso l'Iraq moderno, teatro di tragedie terribili ma meno note, meno internazionali di quelle dei paesi confinanti, Iran in primis. Per me l'Iraq era la Mesopotamia, i Sumeri, Ninive, Ur dei Caldei, Babilonia e i giardini pensili, Hammurabi e il suo codice, ziggurat e bassorilievi colorati... al massimo con qualche archeologo di Agatha Christie che spolverava tavolette cuneiformi qua e là. Poi, certo, Saddam Hussein, le guerre del Golfo, impiccagioni e bombe, ma in un certo senso era come se fosse sparito dal palcoscenico internazionale, schiacciato dalle sue tragiche vicende. Per questo mi sono accostata a Dispersi con molte aspettative, solo parzialmente soddisfatte: ma non perché il romanzo non sia valido, anzi, è che si tratta di qualcosa di differente da quello che pensavo fosse. Avendo appena letto Nadim Aslam, Il libro dell'acqua e di altri specchi, e 'Ala al-Aswani, Sono corso verso il Nilo, mi aspettavo una narrazione fortemente politica,  legata alla storia recente, ma invece mi sono trovata di fronte a vicende tormentate sì, ma su un registro del tutto individuale. Anzi, mi correggo, familiare. E narrate con grande delicatezza.

La famiglia ha una capostipite, Wardiya, giovane cristiana che viene indirizzata a studiare medicina perché riesce bene a scuola. Non è la sua scelta ma è seria, intelligente, empatica e capace, per cui diventa un punto di riferimento per le donne di Diwaniya, la cittadina nel sud dell’Iraq nel cui ospedale svolge il compito di ostetrica e ginecologa. Non importa di che religione siano, le donne si fidano di lei e lei sa come aiutarle a mettere al mondo i loro figli e curarle se si ammalano. In ospedale conosce il bel medico Girgis, se ne innamora e lo sposa. Avrà quattro figli, tre viventi, e una vita lunga e per quanto possibile ricca e piena. I figli sono costretti a lasciare l'Iraq dove la situazione è peggiorata di anno in anno, di guerra in guerra, tanto che non possono svolgervi il loro lavoro. Una figlia, Hinda, medico come lei, emigra in Canada dove con enorme fatica riesce a farsi riconoscere la laurea e accetta un incarico impegnativo ma soddisfacente nel Manitoba, a curare donne native che l'accolgono con affetto e grande fiducia. Un'altra figlia sposa senza amore un ricco iracheno emigrato a Dubai, e le sue uniche soddisfazioni sono spendere nei megastore della città in cui vive. Intanto la madre è tornata a vivere a Baghdad e continua a lavorare, in un ambulatorio molto noto e molto amato. Hinda insiste che la raggiunga in Canada, ma la madre resiste finché la situazione del paese è talmente degradata che si decide a emigrare in Francia dove c'è una nipote, con il figlio Iskandar, ragazzo di oggi abile informatico che crea un cimitero digitale in cui tutti riunisce tutti i dispersi, permettendo a ognuno di avere una tomba virtuale vicina a quella delle persone amate. E forse, sembra dire Inaam Kachachi, questa è l'unica possibilità per gli iracheni di superare la dispersione e illudersi di poter ricostituire una comunità.

Nel corso del romanzo si incontrano molti altri personaggi, tutti descritti con pochi tratti ma con grande efficacia. Gli episodi sono gustosi, non esiste una vera trama narrativa se non lo svolgersi a tratti faticoso e doloroso, a tratti sereno di molte vite strapazzate senza colpa. E' fortissimo il senso della famiglia, e anche se i protagonisti sono cristiani, l'autrice insiste molto sulla fratellanza delle confessioni e delle sette, sulla capacità di convivenza, ci parla di un Islam non integralista. La protagonista da piccola ha partecipato a una processione islamica insieme ai vicini, e lo ricorda con fierezza e piacere. Le donne sono il centro della vita familiare ma anche lavoratrici e studiose come Wardiya e Hinda, ma con grande naturalezza, non stanno tanto a contarsela e contarcela che sono donne forti eccetera. Sono donne, e tanto basta, e questo è uno degli aspetti che mi sono piaciuti di più del romanzo. Non c'è nessuna lamentela né vittimismo femminile né trionfalismo ideologico. La vicenda si dipana tra Baghdad, Diwaniya, il Canada, Parigi (dove Wardiya, ormai ultraottantenne e su una sedia a rotelle, viene invitata all'Eliseo e incontra Sarkozy), Dubai, ma ovviamente è l'Iraq il cuore e il motivo del romanzo. L'ultima parte, davvero trascinante, è un lungo e struggente repertorio di ricordi di ciò che costituiva la vita in Iraq e che hanno dovuto abbandonare, pieno di rimpianto, affetto e dolcezza. Un gran bel romanzo insomma, lieve malgrado l'argomento, molto ben scritto, e ben tradotto dall'arabo da Elisabetta Bartuli. Alla fine c'è un glossario e un elenco dei personaggi (curiosamente incompleto).  

     



martedì 14 gennaio 2020

Se vi volete bene, se sognate un matrimonio da favola, se le ragazze strambe vi sono simpatiche, ecco per voi Stefania Bertola, Divino amore

E per rimettermi dalle durezze degli ultimi due libri, a chi rivolgersi se non all'amatissima Stefania Bertola, penna incantevole per leggerezza e divertimento? E naturalmente Divino amore non mi ha delusa, mi ha dato un paio (o forse uno) di giorni di serenità come lettrice. E' un libro di 272 pagine che però sembrano molte meno, perché scivolano via lisce come un tè freddo in estate. Scritto bene, vivace, con un lieto fine a tutto tondo.

Divino amore è il nome dell'agenzia di wedding planner di Lucia Lombardi, dono d'addio (e risarcimento danni) del suo ex Tony Cosenza, famosissimo calciatore che lei non riesce a dimenticare da quindici anni. Intorno ruotano alcune ragazze di varia età, Gemma, Stella, Carolina, più qualche maschio assortito, Kevin, Rodrigo, legati oltre che dall'attività anche da una fitta rete di parentele. Ognuno ha il suo problema che naturalmente alla fine vedrà la soluzione, dopo che nell'arena sono entrate Linda, l'ex di Kevin che porta con sé una grossa sorpresa, le sorelle Corbani, Maria Elisabetta, famosa scrittrice, che si deve sposare ma non dirò con chi, e Maria Vittoria, grecista fidanzata con un biologo renitente al matrimonio ma molto romantico... E sullo sfondo spunta, come sempre nei romanzi di Stefania Bertola, anche una Maria Consolata. 

La vicenda è tutta fatta di incontri, coincidenze, desideri, malintesi che poi vanno a posto, e non sto a perderci tempo perché non conta particolarmente, vive nella lettura, nei dialoghi, nelle trovate che non fingono di non essere quello che sono né di mordere nella realtà. Esilaranti descrizioni delle spose e delle loro prestese, delle mamme delle spose, della moda demenziale dei matrimoni a tema, vivacizzano le pagine. Ecco, non è il tipo di romanzo che chiede la famosa "sospensione di incredulità": non c'è bisogno di crederci, basta lasciarsi andare al gioco, come fare inalazioni d'aria di montagna nello smog cittadino. E siccome teatro di tutto è Torino, di smog ce n'è parecchio. Curiosa la scelta della zona in cui vivono e si agitano i personaggi, intorno a Regio Parco e al Cimitero Monumentale, una zona che in effetti sta diventando velocemente fashion.

Molto più romantico e rosa che umoristico, Divino amore non raggiunge le vette di altri romanzi di quest'autrice, ma rimane un prodotto di ottima qualità, che fonde in giuste proporzioni una leggerezza totale con un occhio acuto e una voce narrante intelligente e complice, che non pretende di spacciare per vero quello che è chiaramente un allegro scherzo, e alla fine lascia il lettore del tutto soddisfatto.

In questo blog trovate le recensioni di Aspirapolvere di stelle, La soavissima discordia dell'amore, Ragione e sentimento, Solo Flora, Romanzo rosa, Ragazze mancine, Il primo miracolo di George Harrison.

lunedì 13 gennaio 2020

Ricordate la rivoluzione di Piazza Tahrir? 'Ala al-Aswani, Sono corso verso il Nilo

Un altro libro che raccomando vivamente, soprattutto per l'interesse delle vicende che racconta. Sono corso verso il Nilo di 'Ala al-Aswami non è un romanzo complesso come struttura anche se alterna punti di vista e personaggi, ma richiede molta attenzione e partecipazione perché i personaggi sono molti, e le vicende personali, già di per sé parecchio intricate, si intrecciano alle vicende politiche che sconvolsero l'Egitto nel 2011 portando alla rivoluzione di Piazza Tahrir al Cairo.

Il movimento comincia come spontanea rivolta contro la corruzione dei governanti, le condizioni di vita del popolo, l'ingiustizia e la violenza, e in 18 giorni di rivolta, a partire dal 25 gennaio 2011, porta alle dimissioni di Hosni Mubarak, presidente dell'Egitto da quasi trent'anni. Più di mille morti testimoniano la violenza degli scontri e soprattutto della repressione, immediata e spietata. E' la tragica storia di una rivoluzione mancata: Mubarak è stato sacrificato alla piazza, ma i poteri forti non mollano certo la presa, esercito e servizi segreti, alta finanza e i Fratelli Musulmani, gruppo politico islamista e fondamentalista, reagiscono alleandosi e operando a tutti i livelli per reprimere violentemente uccidendo, incarcerando, umiliando le donne, torturando i rivoluzionari, che, anche grazie ai numerosi canali televisivi finanziati da ricchi conservatori, vengono completamente screditati anche agli occhi delle classi sociali che all'inizio li vedevano con simpatia. La restaurazione trionfa.

In questa ambientazione storica, che non è solo una cornice ma il potente sfondo su cui si collocano le vicende dei personaggi, tutto sommato l'agitarsi dei singoli risulta meno incisivo. Così si seguono le vicende di Dania e Khaled dal tragico destino, di Asmaa e Mazen, del copto Ashraf e della sua domestica musulmana Ikram, della subdola arrampicatrice sociale Nurhan che si destreggia tra Islam e televisione e che è forse il personaggio meglio riuscito, ma quello che veramente risuona in queste pagine è il rumore di fondo delle manifestazioni, degli slogan, dell'eccitazione rivoluzionaria, dell'illusione di poter cambiare le cose partendo dal basso.

E' un romanzo che si legge bene, con piacere e interesse, e assolve egregiamente alla funzione di ricordare vicende non lontane nel tempo ma che, forse per l'accavallarsi delle notizie più o meno angosciose, rischiano di essere avvolte dalla foschia della storia di tutto ciò che non ci riguarda direttamente. La traduzione dall'arabo (sicuramente ottima e efficace, ma piuttosto sciatta per quel che riguarda l'italiano) è di Cristina Dozio e elisabetta Bartuli.

Dello stesso autore può interessare anche La rivoluzione egiziana, a cura di Paola Caridi, la raccolta dei numerosi articoli pubblicati dai pochi giornali d'opposizione e riuniti ora in questo libro che spiega quello che è successo prima e durante la rivoluzione del 25 gennaio.            

venerdì 3 gennaio 2020

Un libro che vale assolutamente la pena di leggere: Nadeem Aslam, Il libro dell'acqua e di altri specchi

Finalmente un romanzo magnifico, ma soprattutto importante, che mi ha risvegliata dalla sonnolenza da letture inutili che mi ha accompagnata negli ultimi mesi. Il libro dell'acqua e di altri specchi di Nadeem Aslam sveglierebbe la Bella Addormentata nel Bosco senza nessun bisogno di stare a baciarla, con la semplice forza della sua scrittura incantata e delle tremende vicende narrate, che miracolosamente si fondono in perfetta armonia. L'autore racconta storie oggettivamente tragiche, eppure piene di umanità e equilibrio nel dipingere un paese che vive in uno stato di continua violenza, corruzione, prepotenza, ingiustizia: ma abitato da personaggi veri e pieni di vita, umanità, capaci di dolcezza e di rigore, di rispetto e attenzione verso gli altri, di interessi e curiosità culturali. Si parla molto di libri, di biblioteche, di architettura, Nadeem Aslam descrive luoghi di incredibile fascino utilizzando una scrittura sapientissima che in certi punti vola verso la poesia, in altri è precisa e economica come una lama di coltello.

Siamo in Pakistan, nella cittadina (immaginaria) di Zamana. La coppia Nargis e Massud è formata da due architetti sulla cinquantina, islamici ma convintamente laici, intellettuali illuminati tanto che, essendo senza figli, hanno praticamente adottato Helen, figlia dei loro servitori cristiani Grace, uccisa da un musulmano in circostanze terribili, e Lily, ora guidatore di ricsciò, impegnandosi a pagarle gli studi fino alla laurea. Un giorno si trovano nel luogo sbagliato nel momento sbagliato, e Massud viene ucciso in una sparatoria tra ladruncoli in moto e un americano dall'ambigua identità. La situazione è molto più grave di quello che appare e presto la vedova e tutti quelli che le stanno attorno vengono travolti da una spirale di violenza statale, dei poteri occulti, della polizia, dei gruppi religiosi, di singoli terroristi. Non entro nei particolari della trama perché è davvero appassionante e orrifica, bisogna farsene avvolgere per avanzare passo per passo nella violenza senza speranza insieme ai personaggi il cui punto di vista si alterna accompagnandoci verso il finale.

La vita di tutti viene stravolta, devono nascondersi e fuggire, e in questa terribile realtà c'è posto per invenzioni letterarie incantevoli, come l'enorme biblioteca degli architetti in cui ci sono due stanze mobili che riproducono una la grande Moschea di Cordova e l'altra Santa Sofia di Istanbul e offrono riparo dai rigori invernali, mentre d'estate vengono sollevate fino al soffitto. O il libro distrutto e strappato dagli spietati agenti, che viene riparato cucendo ogni pezzo di pagina con filo dorato (come una coppa giapponese) fino a essere ricostruito interamente; o l'ignoto fustigatore di costumi che di notte diffonde dagli altoparlanti delle moschee i segreti degli abitanti esponendoli alla ferocia della punizione popolare. I personaggi sono costruiti con grande forza, attraverso parole e comportamenti, e affidando loro alternativamente il punto di vista narrativo. Oltre alla protagonista Nargis, donna forte ma minata da un segreto che la divora e non ha mai rivelato neppure all'amore della sua vita, Massud, e Helen, determinata e intelligente, hanno grande risalto Imran detto Mosca, giovane musulmano proveniente dal Kashmir (anch'esso dilaniato dalle lotte tra popolazione musulmana e governo indiano), Lily e la sua amante Aysha, figlia del chierico della moschea adiacente alla casa degli architetti, i vari emissati governativi e dei servizi segreti che minacciano, imprigionano, torturano e uccidono chiunque si metta sulla loro strada. Sullo sfondo ci sono i poteri forti, l'America che manovra e finanzia.
E' un romanzo potentissimo e estremamente avvincente, ricco di riferimenti culturali che non appesantiscono la lettura, dove l'intreccio è forte e l'ambientazione ipnotica, di grandissima attualità come argomento, ma insieme slegato dalla cronaca. E' tutto vero quello che ci racconta, ma, citando il disclaimer posto alla fine del libro, Questa è un’opera di finzione. Tutti i personaggi, gli eventi e le organizzazioni che vi sono descritti sono una creazione dell’autore. Nessuna somiglianza con persone vive o morte, né con organizzazioni o eventi passati o presenti, è intenzionale. Dello stesso autore, oltre al bellissimo Mappe per amanti smarriti che me l'ha fatto conoscere, altri libri che mi sento di consigliare sono (soprattutto) Note a margine di una sconfitta e La veglia inutile. L'impeccabile traduzione è di Norman Gobetti.    

martedì 17 dicembre 2019

Clamoroso ritrovamento archeologico rivela l'origine dell'Anaconda Anoressica: Anna a Natale, racconto inedito


Niente di meno che l'atto di nascita dell'Anaconda Anoressica, di Samantha la pittrice di città, Vana Gloria e Maso Sadomaso le danzatrici di strada, Denis e tutta la Torino underground e surreale di "Ragazza bella, ragazza brutta" nel racconto che ha dato origine a tutto, e che nel romanzo non è stato incluso perché non mi pareva in sintonia con gli altri, soprattutto per quel che riguarda la scrittura. Comunque è del 1991, quindi si tratta di un vero ritrovamento archeologico, totalmente inedito e per di più adattissimo al momento.
                       

          ANNA A NATALE

    La corsa al consumo natalizio era al culmine. Anna non era riuscita a finire i suoi acquisti prima che si scatenasse, per cui, approfittando del fatto che suo marito e i figli erano andati in montagna, decise di dedicare quel sabato pomeriggio di libertà alla ricerca degli ultimi regali. Alle quattro era già quasi buio, e nevischiava; indossò un giaccone giallo di tessuto impermeabile, si calcò in testa un cappello di feltro nero, si munì di libretto degli assegni, tessera del Bancomat e carta di credito, e uscì. In centro c'era un sacco di gente carica di sacchetti di plastica e buste di carta, affannata a correre da un negozio all'altro come se avesse paura di non trovare più niente sugli scaffali. Anna non aveva le idee chiare su quello che cercava, camminava sotto i portici tentando di trovare ispirazione nelle vetrine. Percorse via Roma e via Po scansando a fatica la folla che procedeva in senso opposto, talmente compatta che era difficile persino riuscire a sbirciare nei negozi.
    Ben presto ne ebbe abbastanza e svoltò in via San Massimo, dove la mancanza di portici e la neve ormai  molto fitta avevano assottigliato la calca. Riuscì a entrare in un'erboristeria e poi in una cartoleria elegante, e ne uscì anche lei con un paio di buste di carta piene di pacchetti. Era completamente buio e la neve si trasformava in fanghiglia appena toccava per terra. Anna, stanca e bagnata, guardava le vetrine con  interesse sempre minore. Tra un negozio e l'altro c'erano delle botteghe di artigiani, un calzolaio, un corniciaio, una tintoria, la gente sui marciapiedi portava borse della spesa e sacchetti del pane. Anna entrò in un bar per bere un tè e quando uscì vide che, dal lato opposto della strada, era stato aperto un portone di legno che prima non aveva notato.
    Attraversò tra le macchine che procedevano a passo d'uomo e si avvicinò al varco buio  tra una macelleria e un negozio di ferramenta. Si vedeva un vicolo scuro che si inoltrava tra due pareti di mattoni dove si aprivano finestre chiuse da ante di legno e portoncini di cantine o magazzini, con un tappeto di neve intatta per terra. Anna fu presa da reminiscenze di letture infantili, David Copperfield che scendeva verso il Tamigi attraverso vicoli umidi come quello e Oliver Twist che fuggiva disperatamente sotto una nevicata fitta. Non resistette alla tentazione di lasciare le sue orme nette sulla neve, ed entrò.
    Le fu sufficiente inoltrarsi di pochi metri perché i rumori e le luci della strada svanissero; i suoi passi sulla neve erano silenziosi come un volo e solo il chiarore giallastro del cielo si distingueva, in alto, dalle due pareti scure che la stringevano ai lati. Si voltò indietro per guardare i complicati disegni lasciati dalle suole di para delle sue scarpe, e vide in fondo al vicolo la parete compatta di macchine che si muovevano lentamente e l'insegna luminosa del negozio di fronte, che diceva: 'Antica Gastronomia Perotti'.
    Avanzò ancora alla cieca e si trovò di fronte un muro di mattoni viscidi di muffa. Non aveva voglia di tornare indietro, perciò cercò a tentoni se c'era un varco per proseguire; sulla sinistra trovò un passaggio ad arco, completamente buio, che si inoltrava nell'interno della casa. Non c'era neve ma era umido lo stesso, e Anna procedette appoggiandosi al muro bagnato con un certo ribrezzo. Il pavimento era scivoloso, l'odore di muffa intenso. Ben presto si trovò nuovamente di fronte a un muro, ma dalla sua destra sentì venire un soffio di freddo e vide luccicare qualcosa di bianco; proseguì in quella direzione e si trovò in un piccolo cortile, circondato da quattro pareti di mattoni prive di aperture e alte parecchi piani. Anche qui la neve per terra era intatta ed era spessa alcuni centimetri. Non si sentiva nessun rumore, come se la città e il suo traffico fossero lontani chilometri; i fiocchi bianchi scendevano perfettamente verticali, confondendosi silenziosamente con il candido tappeto che ricopriva il terreno. Anna si fermò all'uscita dell'andito cercando di abituarsi alla penombra; solo il riflesso aranciato delle luci della città rischiarava il cielo e faceva luccicare lievemente la neve.
    Rimase alcuni minuti in piedi osservando le pareti scure e chiedendosi che cosa potesse succedere all'interno degli edifici che circondavano il cortile. Probabilmente le centinaia di persone che ci vivevano non erano mai arrivate fin lì, nessuno sospettava l'esistenza di quello spazio buio. Forse d'estate i raggi del sole giungevano fino al terreno e tra i ciottoli spuntava l'erba. Il silenzio e la neve davano un senso di pace, il cielo aranciato era un magico scrigno che rovesciava senza posa fiocchi tranquilli. Anna si tolse il cappello e lo scosse; presto sui suoi capelli si posò uno strato di neve che sciogliendosi le colò nel collo. Si ritrasse sotto l'andito per  guardare la nevicata, e notò un filo di luce rasoterra.
    Il filo di luce si allargò, disegnando un rettangolo sulla parete, e una porta si aprì di fronte a lei. La sagoma scura di una figura umana si stagliava sul fondo  illuminato.
    "Chi c'è lì?" disse una voce femminile.
    "Nessuno" rispose Anna "passavo di qui, ho visto il portone aperto e sono entrata."
    Si sentì subito in colpa e fece per ritrarsi, ma la voce riprese:    
    "Venga un po' qua, che la voglio vedere. Il portone non è mai aperto, non potrà uscire da quella parte."    
    Anna attraversò il cortile e si avvicinò alla porta.
    Una ragazza giovane la guardò con aria severa e disse:
    "E' tutta bagnata, ma è matta? Venga dentro, che si gela con la porta aperta."
    Anna entrò nella pozza di luce e si trovò in una grande stanza caldissima. La ragazza davanti a lei dimostrava sedici anni, aveva dei capelli corti ossigenati e le palpebre tinte di viola. Le gambe coperte da spessi collant neri uscivano da un paio di pantaloncini di pelle.
    "Mi chiamo Samantha Cocilovo, con l'acca" disse "e lei?"
    "Anna Martinengo."    
    "Non capisco proprio come ha fatto a finire qui. Vuole qualcosa di caldo?" 
    "No no, ora me ne vado, non volevo intromettermi, credevo..."
    Samantha con un gesto della mano spazzò via i goffi convenevoli di Anna. Aveva unghie lunghe e viola come le palpebre, e un body di lurex nero da cui usciva un décolleté così bianco da sembrare incipriato. Le pareti della stanza erano coperte da affreschi di spiagge con palme e corpi avvinghiati; in un angolo un grosso pescecane apriva una bocca fitta di denti per azzannare una ragazza nuda. C'era una stufa a cherosene, un letto disfatto e delle poltrone di skai rosso a sacco, di quelle in cui si perde l'equilibrio e si sprofonda. Su un tavolo, vicino a un fornello a gas, piatti sporchi e bucce d'arancia. L'aria calda sapeva di cherosene e di incenso. Nessuna finestra si apriva nelle pareti, ma da una presa d'aria in alto veniva un rumore sordo e ritmico di musica.
    "Una tisana" disse la ragazza, prendendo un bollitore dalla stufa e versando dell'acqua in una tazza.
    Porse l'intruglio ad Anna che l'annusò. Sapeva di salvia.
    "Grazie" disse, e bevve un sorso.
    Samantha si tolse le pantofole di peluche fosforescente a forma di rana e infilò degli stivaletti neri a tacco alto, allacciati sul polpaccio.
   "Che fa lei?" chiese senza voltarsi. "Scommetto che è casalinga, sposata con due figli."
    "Tre" disse Anna illuminandosi, " uno ha suppergiù la sua età."
   "Allora possiamo darci del tu" ribatté Samantha, "che c'è di bello nei sacchetti? Regali di Natale? Io so già che cosa mi regalerà il mio ragazzo: vernice spray in dodici colori. Sai, io sono un'artista. Dipingo i muri." 
    Anna accennò alle pareti.
    "Questi li hai fatti tu?"
  "Oh no, questi sono antichi! Almeno vent'anni, o forse dieci. Io dipingo solo muri esterni. Soprattutto sotto i ponti, o nelle fabbriche abbandonate. Però non ho ancora deciso che cosa regalare a Denis. Denis" aggiunse dopo una pausa, con orgoglio "il mio ragazzo, ha dei gusti molto difficili. Forse una tartaruga, o delle tablas."    
    Indossò un giubbotto di pelle nera rilucente di borchie, mezzi guanti di pizzo di nailon nero e guardò Anna con aria dubbiosa.
    "Un ombrello?" disse, e si rispose da sola. "Ma no, ci sono i portici. E poi la neve fa bene."
    Anna, in piedi in mezzo alla stanza con l'impermeabile gocciolante, i pacchi accatastati intorno alle gambe e i capelli umidi e arricciati, si sentiva imbarazzata. Posò la tazza ancora mezza piena sul tavolo e disse:
    "Io devo proprio andare. Devo fare un po' di spesa e comprare il giornale e mio marito e i figli torneranno per cena affamati e..."
    Di nuovo Samantha spazzò via le sue parole con la mano.
    "Non ti agitare, c'è un sacco di tempo. Intanto usciamo, poi si vedrà."
    Si diresse verso il pescecane e aprì una porta che gli fece spalancare la bocca minacciosa.
    "Di qua" disse, "seguimi."
    Un corridoio buio le condusse a una stanza dalle pareti coperte di interruttori e scatole elettriche; tutt'intorno giacevano casse e seggiole accatastate, l'aria pulsava, i muri vibravano e il pavimento tremava di musica. Samantha sorrise e mimò una tremenda scarica di batteria.
    "Guarda un po'" disse ad Anna, scostando una tenda di velluto che copriva un finestrino.
    Anna vide un grande locale quasi buio, in cui una ressa di corpi si agitava tra improvvisi sprazzi di laser e fumi colorati.
    "L''Anaconda Anoressica', il locale del papà di Denis. Sua mamma canta il giovedì sera, per i vecchi. Canzoni degli anni '60, noiosissime, ma lei è famosa: Patty Paris, la conosci? Veramente" aggiunse  per scrupolo "si chiama Loredana Sperandio, ma quello è il suo nome d'arte."
    Anna confessò che non la conosceva, e per scusarsi ammise che usciva pochissimo.    
    "Però le canzoni degli anni '60 mi piacciono" disse.
    Samantha la guardò comprensiva e aprì una porta che dava nel locale. Un'ondata di musica le avvolse e le trascinò fino al margine della pista dove i ballerini si agitavano ognuno per conto suo, perso in un solitario delirio cinetico. C'era puzza di sudore e di qualcos'altro che Anna non conosceva. Samantha baciava tutti quelli che incontrava, maschi e femmine, che le restituivano l'abbraccio meccanicamente, senza nemmeno guardarla in faccia.
    "Denis non c'è" le urlò in un orecchio, "è a casa che studia per la patente. Andiamo a salutare suo padre."
    Anna scosse il capo, cercando l'uscita con gli occhi.
    "Devo andare" disse, ma Samantha la trascinò verso il bancone del bar.
    Un uomo bellissimo, con la camicia aperta sul petto dove brillava una catena d'oro, le guardò con cipiglio.
    "Da dove è entrata la tua amica?" gridò. "Non si può venire vestiti così in discoteca di sabato pomeriggio."
    Anna arrossì ma per fortuna le luci erano troppo basse perché si vedesse.    
    "Lascia perdere" urlò Samantha "è una nuova moda."
    Si sporse sul bancone per baciare l'uomo, che si chinò compiacente.
    Anna la tirò per un braccio e sillabò:
    "Devo andarmene!"
    "Occhei" rispose Samantha e la pilotò attraverso un muro di corpi sudati verso una porticina coperta da una tenda rossa.
    Si trovarono in una stanza senza finestre, tappezzata di scozzese e con una moquette scura per terra. C'era silenzio finalmente, ma la puzza di sudore era ancora più forte.    
    "Non possiamo uscire dalla porta principale" disse Samantha "lì c'è Loredana, se scopre che ti ho fatta entrare dal retro si incazza."
    Anna sospirò. Era stanca.
    "Devo andare" ripeté, cambiando di mano i sacchetti. Le facevano male le braccia e i piedi, e sentiva arrivare un raffreddore.
    "Hai visto che bello il padre di Denis?" disse Samantha. "Si chiama Salvo, e sua moglie è gelosissima. Ha ragione, perché lui si fa tutte le amiche di Denis. Ci ha provato anche con me, ma io non ci sono stata, perché se poi lo sapeva Denis, sai che casino! A te piace?"
    "Bello" disse Anna, "però non l'ho visto bene, era troppo buio."    
    "A te piacciono gli uomini? Lo tradisci tuo marito?"
    "No, veramente non ci ho mai pensato. Figurati un po'! Non mi è mai venuto in mente di tradirlo."
    "E lui ti è fedele?"
    "Certo" disse Anna, ma poi aggiunse: "Almeno credo. Non mi ha mai detto niente."
    "Vorrei vedere!" Samantha scoppiò a ridere. "Che cosa ti aspetti, che una sera torni a casa e ti dica: cara, oggi ho scopato con un'altra?"
    "Che discorsi stupidi" disse Anna, "dai, fammi uscire di qui. Devo andare a casa. Chissà che ora è."
    Guardò l'orologio, ma non c'era abbastanza luce e non aveva portato gli occhiali.
    "Io l'orologio non ce l'ho" disse Samantha, "non l'ho mai voluto, mi fa solo venire i nervi."
    "Ma come si esce di qui?"
    "Vieni, ti porto fuori."
    La ragazza tastò una parete e una porzione di tappezzeria si aprì sul buio. Si infilarono in un corridoio senza luci; Samantha afferrò Anna per la mano e se la trascinò dietro.
    "Come si chiamano i tuoi figli?" disse.
    "Giovanni, Bianca e Andrea."
    "Bei nomi! E che fanno?"
    "Giovanni è all'università, studia legge, gli altri due sono al liceo."
    "Ce l'ha il ragazzo Bianca?"
   "Penso di sì, c'è sempre un certo Luca che le telefona e viene a studiare con lei."
    "Prende la pillola?"
  "La pillola!" Anna si fermò di botto e boccheggiò. "Ma ha solo diciassette anni!"
   "E quanti credi che ne abbia io? La pillola la prendo già da due anni, non sono mica un'incosciente. E speriamo che non lo sia neanche Bianca."
    Anna strinse le labbra e tolse la mano da quella della ragazza.
    "E gli altri due?"
    "Gli altri due cosa?"    
    "Scopano?"
    "Smettila" disse Anna fermamente. "Non mi piacciono questi discorsi."
    "Non ti raccontano niente, eh? Non te la prendere, neanche Denis non racconta niente a sua madre. Veramente Loredana è così suonata che tanto non lo starebbe a sentire."
    Il corridoio continuava dritto e buio e Anna era preoccupata. Infine si vide una luce e Samantha le prese il braccio.
    "Vieni, ti faccio vedere una cosa" disse "qui c'è una mensa clandestina."
    Entrarono in uno stanzone illuminato da una fila di lampade al neon, pieno di sedie e tavolini di plastica. In fondo c'era una serie di grossi fornelli attorno ai quali si muovevano alcuni nordafricani; dalle pentole uscivano vapori profumati di cibo.
    "La gestiscono dei miei amici marocchini, con viveri rubati ai mercati o nei supermarket. Qui con cinquemila lire puoi mangiare benissimo, altro che le schifezze delle mense di beneficienza. Io ci vengo sempre."
    Baciò i cuochi che le sorrisero e guardarono Anna senza curiosità.
    "Che si mangia oggi?" chiese Samantha scoperchiando le pentole.    
    Gli uomini la cacciarono con una pacca sul sedere e lei si mise a ridere.
    "Non gli piace essere disturbati quando cucinano" spiegò, "c'è un sacco da fare, tra un po' cominciano ad arrivare i clienti."
    Distribuì ancora qualche bacio e scivolò via tra i tavoli. Le pareti di mattoni a vista erano umide di vapore e l'odore di cibo era così forte che Anna si sentì travolta dalla nausea. Corse dietro a Samantha sbattendo i sacchetti nei tavolini.
    "Usciamo" disse con voce implorante.    
    "C'è ancora un po' di strada" rispose l'altra.
    Il corridoio ora era illuminato da qualche lampadina, si vedevano delle porte, alcune chiuse e altre aperte da cui delle scale scendevano verso il basso.
    "Cantine" disse Samantha, "sapessi quante ce n'è e che cosa ci succede!"
    "Non voglio saperlo" gemette Anna. "Ma tu non ce li hai i genitori? Vivi da sola in quella stanza dove ti ho incontrata?"
    "Genitori? Mai avuti. Ero già orfana prima ancora di nascere. Poi sono stata un po' qua e là, in affidamento. Donne che si facevano chiamare mamme, altre che si facevano chiamare per nome... Tutte noiose. Sono scappata, e adesso ho la mia casa."
    "Ma come vivi?"
    "Sono un'artista, non te l'ho detto? Dipingo i muri, sono bravissima nel mio campo. Anche famosa. Hai mai visto quello che ho fatto sotto il ponte delle Molinette? C'è tutta Torino, le case, le strade, persino la Mole. Ci sono anche i miei amici, e io che dipingo i muri. Devo ammettere che mi ha aiutato Enzino, un altro artista. Ma lui ha solo dato i colori, il disegno è tutto mio."
    Si fermò di botto e aggiunse:
    "Ti faccio vedere un'altra cosa."
    "Ma dove trovi i soldi per vivere?" insistette Anna.
    "Be', mi arrangio. Non ho mica bisogno di molto."
    Samantha aprì una porta che, a differenza delle altre, era stata ridipinta di recente di un bel rosso pompeiano. Dietro, una stretta scala ricoperta di moquette rossa scendeva facendo un gomito.
    "Vieni" disse, e Anna, troppo esausta per protestare, la seguì.
     Sbucarono in una cantina a volta, alta e molto illuminata. Faceva caldo e c'era odore di chiuso. In fondo alla cantina, un gruppo di persone faceva giravolte e complicati movimenti di danza.
    "I Danzatori della Notte" disse Samantha. "Anche loro sono artisti come me, solo che loro danzano la città, invece di dipingerla."
    Una ragazza vestita di nero, con  corti capelli color rosso-viola, avanzò verso di loro.
    "E' Vana Gloria, il capo del gruppo" spiegò Samantha prima di correre a baciarla.    
    Anna rimase ferma in mezzo ai sacchetti posati per terra mentre le due ragazze si fronteggiavano in un breve passo di danza.
    "Non ci siamo ancora, Samantha" disse Vana Gloria. Parlava a voce bassa, bisbigliando così velocemente che era difficile capire quello che diceva. "Devi esercitarti molto se vuoi davvero venire con noi. Abbiamo una fama da tenere alta."
    "Per il momento non posso, Vana. Sto facendo un lavoro molto impegnativo: il muro esterno della Venchi Unica. Ci ho messo anche voi, e le Sorelle di Dracula, e Maso Sadomaso. Sta venendo bene, ma per finirlo devo aspettare che Denis mi regali delle vernici. Possiamo stare un po' a guardarvi? La mia amica qui non ha mai visto niente, ma è simpatica."
    Vana fece un sorriso ad Anna e tornò verso il gruppo che continuava le sue evoluzioni.
    "Alba alla Falchera Nuova" bisbigliò, e gli altri si disposero a quadrato.
    Anna non avrebbe saputo dire se quello che si svolgeva davanti ai suoi occhi fosse un balletto, una rissa o un rituale dell'orda: rimase ferma a guardare, sobbalzando ogni volta che dal gruppo si levava un urlo o un grugnito. Non c'era musica.
    "Carino" disse alla fine, mentre Samantha in un parossismo d'entusiasmo distribuiva baci a tutti.
    "Siete i primi" disse, "nessuno vi può raggiungere, nemmeno quella spocchiosa di Maso."
    "Sì, questo non è male" sussurrò Vana Gloria massaggiandosi le caviglie. "Vieni a esercitarti con noi, Samantha. Ti farebbe bene ballare un po' mentre aspetti le vernici."
    "Cercherò di trovare il tempo, Vana. Ora andiamo, che la mia amica ha fretta di tornare a casa. Pensa, ha una figlia che scopa senza precauzioni! Ho sempre pensato che non basta studiare per diventare responsabili. Ciao, ragazzi!"
    Anna raccattò i sacchetti e si affrettò dietro a Samantha che correva su per le scale.
    "Sono forti, davvero" disse la ragazza mentre svoltavano in un altro corridoio buio "vanno in giro per i quartieri di notte e li ballano."
    "Ballano cosa?" chiese Anna.
    "I quartieri, no? Come io li dipingo. Loro ballano la città, io la coloro, tu la compri. I ragazzi della mensa la rubano, e di giorno la vendono sotto i portici. Tutto a posto!"    
    Samantha camminava in fretta e Anna le arrancava dietro.
    "Sbrighiamoci, Denis a quest'ora ha finito di studiare e mi aspetta all''Anaconda Anoressica'. Se non arrivo s'incazza."
   "Ma che ora sarà?" chiese Anna ansimando per la fatica.
    "E' notte di certo! Lo so dalla fame che ho. Per fortuna Loredana la sera prepara delle cose buonissime da mangiare."
    Samantha si fermò di colpo e guardò Anna ridendo:
    "Mi sa che tuo marito e i tuoi figli ti stanno aspettando incazzati anche loro! Gli hai lasciato qualcosa di pronto?"
    "Proprio niente" disse Anna, e affrettò il passo.
    Il corridoio terminava con una porta sbarrata da una stanga di ferro. Samantha l'aprì con un certo sforzo e la richiuse dall'altra parte.
   "Qui ci stanno gli sballoni" disse sottovoce, scavalcando un ragazzo seduto per terra sul cemento.
    Il locale in cui erano entrate era una specie di magazzino, disseminato di casse e poco illuminato. Vi erano parecchie persone sedute o sdraiate, in gruppi di due o tre. Anna cercò di non guardare nessuno in faccia, ma non poté evitare di vedere le siringhe sparse sul pavimento.
    "Ma devi passare di qui tutte le volte che esci di casa?" chiese.    
    "No di certo!" rispose Samantha. "Ci sono un mucchio di strade, ma adesso abbiamo fretta e questa è la via più breve. E poi, perché non dovrei passare di qua? Loro la città la sognano, non c'è niente di male."
    Anna si sentiva mancare il respiro e una paura irrazionale la spinse a mettersi a correre verso la porta in fondo al locale.
    Sbucarono in un cortile circondato da facciate illuminate di case di ringhiera, porte e finestre e poggioli e bucati stesi coperti da teli di plastica e verande di fortuna e vasi pieni di piante rinsecchite. Nevicava ancora, il terreno era coperto da una fanghiglia rossastra, come se ci avesse camminato sopra un esercito di elefanti. Samantha si infilò in un andito e spinse una porta a vetri. Fuori c'era la luce indifferente dell'illuminazione notturna, e si trovarono sotto i portici di via Po proprio all'angolo di via San Massimo.
    "Eccoci arrivati" disse Samantha, "e qui ci salutiamo." Fece segno verso una porta circondata da festoni di lampadine che brillavano a intermittenza, formando la scritta: 'L'Anaconda Anoressica Superdiscoteca'. "Sai tornare a casa di qui? Hai la macchina?"
    "No, sono venuta in autobus perché avevo paura di non trovare posteggio."
    "Con questa neve, gli autobus sono certo fermi, e taxi non ne trovi. Telefona a tuo marito che ti venga a prendere."
    C'era un telefono in un bozzolo di plastica trasparente attaccato a una piglia lì accanto. Samantha baciò Anna con trasporto su tutte due le guance e disse:
    "Mi ha fatto proprio piacere conoscerti. Salutami la famiglia e di' a Bianca che non è prudente come si comporta. Almeno il preservativo!"
    Agitò una mano coperta dal mezzo guanto nero e si avviò verso l''Anaconda Anoressica'. Dai fagotti di stracci ammonticchiati attorno alle piglie, mani nere di venditori ambulanti si tesero verso le sue gambe coperte solo dai collant. Lei le schivò abilmente e abbozzò un passo di danza.
    "Niente da fare, ragazzi! Sono impegnata."
    E sparì nel vortice di lampadine colorate.
    Scavalcando un venditore di elefantini di finto ebano, Anna raggiunse il telefono e cercò una moneta nel portafogli. La voce ansiosa di suo marito rispose dopo un solo squillo.
    "Vienimi a prendere, Carlo" gridò lei con infinito sollievo.
    "E dove sei? Che cosa hai fatto in giro fino a quest'ora? Ci hai fatto morire di preoccupazione e di fame."
    "Sono in via Po, terza piglia a sinistra di via San Massimo guardando verso casa. E che cosa vuoi che abbia fatto? Sono stata in giro, a comprare la città." 

Nota topografica: la discoteca Anaconda Anoressica sta tra via Po e Via San Massimo dove un tempo c'era la discoteca sotterranea del Faro, ora cinema Greenwich. Invece il passaggio umido e erboso tra due palazzi (Palazzo Graneris, alias Circolo dei Lettori, e quello adiacente andando verso via Po) stava in via Bogino, e esisteva veramente finché non è diventato l'accesso a un garage a silos, dove non credo succeda niente di così interessante come ai tempi di Samantha e Denis.