Stefania Bertola è un'autrice che amo moltissimo, mi ha dato momenti di grandissimo piacere, per cui quando ho visto un suo nuovo titolo mi sono affrettata a scaricarlo senza rendermi conto che si tratta di un libro per ragazzi. Mi ha incantata la foto in copertina, veramente fantastica, di cui non sono riuscita a trovare il nome dell'autore per cui mi scuso se non lo cito, non è la buona volontà che è mancata.
Il libro l'ho letto lo stesso, anche se della letteratura per ragazzi nulla so e nulla mi interessa. Devo dire che il fatto che sia arrivata fino alla fine è un omaggio a Stefania Bertola, e ci tengo a assicurarle che non mi è costato poco. Cercavo almeno la sua scrittura frizzante e spiritosa, cercavo l'ombra delle sue belle stordite che ho tanto amato...
Non so, non mi azzardo a dare giudizi perché come ho detto non so niente dei libri per ragazzi. Mi ha stupito (lo so che mi sono persa migliaia di puntate, ma lo stesso non me l'aspettavo) che uno degli argomenti di punta per la protagonista quindicenne fosse "lo faccio o non lo faccio" e "lo faccio con lui o con l'altro", cioè con il mio ragazzo ufficiale a cui voglio tanto bene o con quello che mi tira ma gli farei una faccia di schiaffi. E questi rapporti amorosi che mimano la natura clamorosamente fallimentare dei rapporti tra adulti, conditi di possessività sfrenata, gelosia preventiva, competizione e aggressività tra ragazze... Diciamo che sono stata ben lieta di abbandonare questo mondo.
Ma l'aspetto peggiore, per me (e di questo non faccio certo una colpa a Stefania Bertola, dio mi scampi) è il background fantasy modaiolo e insensato. Anche qui io so benissimo che non faccio testo, se vedo un elfo cambio strada, se sento parlare (o meglio se leggo) di incantesimi, fate, leprecauni e bacchette magiche mi spunta una barba di chilometri, mi addormento ipso facto o comunque il cervello mi scappa di mano, persino un telegiornale mi attira di più - e questo è il massimo che riesca a immaginare, perché non guardo MAI i telegiornali. Tutto ciò per dire che mi è impossibile essere obiettiva perciò me ne sto zitta (però per amore di verita devo dire che ho scritto un libro intitolato Il gioco della masca, con appunto una masca come protagonista, ma non è per ragazzi e non c'è nemmeno un elfo, giuro).
Ma la copertina è davvero bellissima, e Stefania Bertola continua a essere una scrittrice che amo. Aspetto con ansia che ritorni da noi adulte (adulti) che tanto ci siamo divertite a leggere Ragazze mancine, Romanzo rosa, Il primo miracolo di George Harrison e soprattutto Aspirapolvere di stelle, A neve ferma, Biscotti e sospetti, Ne parliamo a cena, La soavissima discordia dell'amore... Ti aspettiamo con ansia, Stefania, te e le tue indimenticabili ragazze che incantano senza bisogno di fare magie.
P.S. Mi rendo conto che in questo post alla fine assumo l'antipatico tono del lettore che ha letto una cosa, gli è piaciuta e vuole quello, di nuovo quello e sempre quello. Non voglio assolutamente fare questo torto a Stefania Bertola, né per altro a nessuno scrittore. Sono sicura che cambiare per un autore è importante, è segno di creatività, di ricerca, di sincerità di scrittura, di vivacità immaginativa. E' solo che (per limiti miei, anagrafici e culturali) non amo il fantasy e non mi interessano i libri da ragazzi. Ma mi sono divertita così tanto a leggere Stefania Bertola che vorrei leggerla sovente, in cose alla mia portata. Tanto continuerò a fare un salto di gioia vedendo un suo nuovo titolo, e correrò a comprarlo. Alla prossima, Stefania.
sabato 27 agosto 2016
giovedì 25 agosto 2016
ALIA Evo 2.0
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| Paolo S. Cavazza, Consolata Lanza, Davide Zampatori, Valeria Barbera, Maurizio Cometto, Silvia Treves, Massimo Citi, Massimo Soumaré, Vincent Spasaro, alla presentazione di ALIA Evo 2.0 al Mufant di Torino, il 16 aprile 2016 |
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| Eugenio Saguatti |

Con Vincent Spasaro e il suo Navigatori delle lunghe distanze siamo nella più pura e seducente space opera. Un archeologo ambizioso e il suo pilota trovano nello spazio un'astronave abbandonata che potrebbe essere la scoperta del secolo: è la meglio conservata tra le novantaquattro Sante finora rinvenute, navi che da milioni di anni si spostano nel buio e nel silenzio, cariche di segreti, intangibili, "rovine immortali", "templi dello spazio". È giunto il momento in cui si potrà finalmente risolvere in maniera definitiva il mistero di chi le ha costruite e quale è la loro funzione nel cosmo.
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| Danilo Arona |
Nelle poche pagine del perfetto racconto di Maurizio Cometto, L'urlo, c'è un'intera cosmogonia. Può sembrare facile farsi Dio: è quello che pensa l'anonimo impiegato sull'orlo della cassa integrazione che con un urlo crea un mondo e è sicuro di poterlo dominare semplicemente toccandolo con un dito. Ma basta cambiare la prospettiva da cui si osserva per capire che le cose sono sempre più complesse di quello che appare.
Massimo Citi ci regala con Una nuova vita un nuovo appassionante tassello del Ciclo dei Mondi della Corrente, tra ironia, curiosità scientifica e immaginazione sfrenata. Un vettore intrasistema in missione esplorativa si schianta su un pianeta e le uniche a sopravvivere sono una xenobiologa e un'antropologa, coadiuvate da un'IA con le sembianze di Cary Grant. Anche con scorte di ossigeno limitate e la prospettiva di una morte vicinissima, sono pronte a continuare la missione fino alla scoperta di un'immane tragedia di migliaia di anni prima.
Le voci del risveglio di Fabio Lastrucci ci dicono che infinita è la capacità di distruzione dell'uomo, e
anche quella di combattere per la sopravvivenza, anche a costo di scegliere la morte. In questo racconto l'apocalisse è rappresentata dagli zombi, che instancabilmente cercano di uscire dal buio, ciechi e ottusi nei loro sforzi ripetuti. E per il Ragazzo senza nome, forse l'ultimo sopravvissuto, rimane un'unica scelta.
Mizuho è un violinista affermato, che viaggia per il mondo suonando il suo prezioso Amati. Ma nella sua vita c'è un incubo terribile, un fiume, una donna, la Danse Macabre di Saint Saens, uno scheletro che balla... Tra Giappone e Italia il complesso e affascinante racconto di Chiara Negrini Danse macabre ci trascina tra sensi di colpa e rimorsi, nell'incubo della perdita della realtà e nella sua faticosa riconquista quando riusciamo a riconoscere il nucleo del nostro dolore. Il racconto di Davide Zampatori, La voce venuta da lontano, ci porta in un mondo inquinato da radiazioni mortali dopo una catastrofe nucleare. L'esploratrice Sonia parte da Uralia, che crede di essere la più grande città conosciuta, alla ricerca del passaggio a sudovest. Il suo cammino la porterà molto più lontano, oltre la Porta delle Nuvole, tra le montagne del Giardino Innevato, dove giungerà al cuore del mistero degli Antichi in un tuffo nel passato che forse le permetterà di trovare la via per salvare Uralia.
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| Vittorio Catani |
E ecco Fifone! di Valeria Barbera a.k.a. Recenso. Marco a dodici anni si sente grande, e passare Halloween facendo il giro del quartiere con il cuginetto di sette anni travestito da Kermit non è proprio la sua maggiore aspirazione. Oltre tutto il ragazzino è un fifone che ha paura di suonare a qualsiasi porta... Marco non può accettare di tornare a casa senza neanche un dolcetto, perciò prende lui in mano l'iniziativa. E le sorprese non mancano.
Difficile immaginare un ambiente più rigorosamente scientifico, più attento ai particolari tecnologici, più verosimile e plausibile di quello creato da Paolo S. Cavazza, di cui Interferenze è un capitolo. Anche i personaggi che ruotano intorno ai gemelli Jacqueline e Walter Rossi-Smith hanno un grado di complessità e credibilità psicologica davvero straordinario. Eppure, nel mondo razionale della base lunare gestita da russi e americani in feconda concordia, succede qualcosa che va contro la ragione e l'esperienza dei navigati austronauti chiamati a risolvere l'enigma.
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| Francesco Troccoli |
Marconi vs Tesla di Mario Giorgi è un divertissement magistrale e sostanzioso: in diretta da Villa Griffone, Pontecchio, davanti a una Speaker del tutto all'altezza, i due si esibiscono in una conversazione impossibile, apparentemente assurda ma decisamente esilarante e stimolante, in uno scintillio di paradossi e cortocircuiti, accostamenti vertiginosi e affermazioni madornali. Uno scontro tra titani che non hanno paura di abbassarsi all'insulto, e che si conclude in modo sorprendente.
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| Fulvio Gatti con Silvia Treves e Massimo Citi |
Fervori mistici, business e allegre comari di Massimo Soumaré è un racconto di grandissima inventiva, dinamico e "femminista" (ma non buonista!) perché la sua potente eroina Wilfreda ginoide, massacratrice nata e le sue amiche Blondy e Orchidea sono irresistibili, giustamente senza scrupoli, capacissime di fare a botte, ingannare, aggredire ma anche molto attraenti e pronte a solidarizzare con la giusta dose di circospezione. Così riescono a sgominare laidi pedofili pazzi per le piante e bande di spacciatori, in un crescendo di violenza paradossale e sorprese assai godibili.
Il futuro ipotizzato da Silvia Treves in Un sole troppo lontano (parte, insieme a Isola di Passaggio, del ciclo dei Nuovi Mondi), è fortemente influenzato dallo sviluppo della biologia, della genetica, della biochimica. Nella Cupola di Marte convivono esseri estremamente diversificati, e i nomi con cui vengono definiti - i rochi, gli oscuri, i semplici, le mummie, i rapidi - sono etichette del tutto insufficienti a descriverne capacità e caratteristiche. L'audace Progetto cui collaborano è l'esplorazione dell'oceano sotterraneo di Titania, la luna di Urano, alla ricerca di possibili forme di vita. Complesso e articolatissimo, con una folla di personaggi, è un vero romanzo breve.
Quindi, almeno diciassette buone ragioni per correre a leggere ALIA Evo 2.0.
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lunedì 22 agosto 2016
Attenti ai botanici! Lesley Thomson, The house with no rooms
Ho acquistato The house with no rooms di Lesley Thomson in aprile, appena è uscito, e l'ho tenuto in serbo in attesa del momento giusto per leggerlo. Ora l'ho appena finito e già lo rimpiango, anche se forse rispetto ai suoi precedenti romanzi questo mi è parso un po' più arzigogolato e faticoso. Comunque il fascino del mondo di Lesley Thomson e della sua prosa c'è tutto. Ritroviamo Stella Darnell "the cleaner" e l'elusivo, bislacco Jack, questa volta insieme al Detective Chief Superintendent Cashman, bell'esempio di maschio albionico che ci fa capire come tutto il mondo è paese. Tutto comincia durante una corsa in metropolitana, di cui Jack è guidatore notturno, in cui una donna muore di malore e Jack si butta in una delle sue rincorse a un true host, cioè un individuo (lombrosianamente) predisposto al delitto. A dire il vero questa parte poi si perde completamente, e in questa avventura Jack è un po' sacrificato mentre tutto ruota intorno a Stella e alla sua amica avvocata Tina Banks. E soprattutto alla fascinosissima location, i Kew Gardens di Londra con la Marianne North Gallery (la casa senza stanze del titolo), l'Herbarium e le Queen's Beasts, i botanici inquietanti, gli antichi e i nuovi misteri, i delitti che chiedono di essere risolti.
Le radici nel passato come sempre sono profonde e determinanti, d'altra parte ormai in quasi tutti i thriller è così. Anche l'impressione di trovarsi davanti a un intreccio un po' ripetitivo dallo sviluppo faticoso, dipende secondo me dal limite di tutte le serie con personaggi fissi, che sono necessariamente obbligati a ripetersi per non deludere il lettore che proprio quello si aspetta. Il bonus speciale di questa serie, a parte l'attrattiva di personaggi, storie e scrittura, è che fa venire voglia di partire subito per Londra e percorrere gli itinerari di Stella e Jack, sia che si tratti di luoghi conosciuti sia che non li si conosca affatto. Io l'ho fatto con Hammersmith e sono sicura che la prima volta che torno a Londra correrò ai Kew Gardens e li guarderò con occhi nuovi.
Ora, resta una domanda che rivolgo agli editori che raschiano i barili dei gialli scandinavi e si affannano nella ricerca di nuovi autori di thriller: quando vi decidete a tradurre Lesley Thomson? È brava, bravissima, e i suoi libri sono decisamente sopra la media. Il consiglio ve do aggratis, e sono sicura che poi mi ringrazierete.
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lunedì 15 agosto 2016
Eravamo tutti qui
Ferragosto a Stupinigi, pochi ma buoni
La madonna
I cassonetti
Quelli della grigliata con musica a palla
La madonna
I cassonetti
Quelli della grigliata con musica a palla
Un fil di fumo
Ristorante per i pigri
Alberi e prati
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lunedì 25 luglio 2016
La tragedia dei Greci del Ponto, una vicenda poco nota: Maria Tatsos, La ragazza del Mar Nero
| Il monastero di Sumela |
Maria Tatsos, cito dal risvolto di copertina, è giornalista professionista,
laureata in Scienze Politiche e diplomata in Lingua e Cultura Giapponese presso l'Isiao di Milano. Attualmente lavora come freelance per vari periodici femminili, collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e con il Centro di Cultura Italia-Asia. Tiene corsi di scrittura autobiografica ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche. In questo libro vuole raccontare la storia della sua famiglia, originaria di Ordu (Kotyora in greco) sul Mar Nero, nella regione del Ponto.
La zona di cui si parla, che si affaccia sul Mar Nero più o meno da Sinope (patria di Diogene) al confine con la Georgia, comprende località di grandissimo interesse come Trebisonda, Samsun, Rize (di cui è originaria la famiglia di Recep Tayyip Erdoğan), Amasya (che diede i natali a Strabone), Tocat (dove Giulio Cesare pronunciò la frase famosa Veni, vidi, vici), oltre al meraviglioso monastero di Sumela e altre. Era abitata da comunità armene e greche di cui si vedono le tracce sia negli edifici di culto che privati. Un esempio è, a Trebisonda, che fu capitale dell'impero dei Comneni dal 1204 al 1461, la bellissima basilica di Santa Sofia, ora museo, e nel passato usata come deposito di munizioni e ospedale militare per i feriti della guerra di Crimea, poi moschea. Vi si sentiva la vicinanza della Russia, cui i greci guardavano come una possibile protettrice in quanto cristiana, e come luogo in cui emigrare alla ricerca di miglioramenti economici. Sempre a Trebisonda, l'attuale Museo di Trabzon è ospitato in un edificio costruito nel 1912 per un mercante russo e decorato da artigiani italiani, il cui sfarzo e eleganza fanno capire quanto ricca e cosmopolita fosse la città. La regione è ricchissima anche di tradizioni legate al mito: basti dire che vi abitavano le Amazzoni e da un promontorio vicino a Ordu, Giasone e gli Argonauti partirono per la Colchide alla conquista del vello d'oro. Ma la mia storia preferita è che alle spalle di Trebisonda si trova il Monte Teche - quello da cui i superstiti dei Diecimila di Senofonte gridarono Thalassa! Thalassa! vedendo le azzurre acque del Mar Nero, che volevano dire basta marce forzate e un comodo ritorno in Grecia via nave.
La famiglia paterna di Maria Tatsos, e in particolare i suoi nonni, visse tutta la tragedia delle successive deportazioni e decimazioni della popolazione greca che si conclusero con l'esilio definitivo dei pochi superstiti, stabilendosi infine a Ghiannitsa in Macedonia. Tra i sopravvissuti vigeva una sorta di rimozione delle sofferenze patite, e in casa non se ne parlava; ma l'autrice, di padre italiano e madre greca e sempre vissuta in Italia, a un certo punto decide di ricostruire le vicende di sua nonna Eratò facendo ricorso alle pochissime memorie familiari, con l'aiuto di parenti e ricerche condotte sia a Ghiannitsa che a Salonicco. Descrive la vita serena e operosa della comunità fino alla catastrofe, che segue di poco quella degli armeni, e si sviluppa di concerto alla disgregazione dell'impero ottomano, alle vicende della Prima Guerra Mondiale e alla tragica storia della Megali idea (trasformatasi in Megali catastrofì) di Venizelos che voleva conquistare Ankara, il conseguente "scambio di popolazione" e lo strascico di terribili sofferenze che ne derivò.
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| Maria Tatsos |
Quello che manca in questo libro è sia il pathos romanzesco che sappia comunicare con i lettori coinvolgendoli nelle sofferenze dei pallidi personaggi, sia uno sguardo più ampio sulla storia: è vero che qui si parla del Ponto, ma è vero anche che la tragedia dei greci in Turchia è molto più vasta. Se non si conosce un po' la storia di quell'epoca, leggendo La ragazza del Mar Nero si crederà che in Turchia quella del Ponto fosse l'unica comunità greca. L'autrice è una narratrice piuttosto modesta che non sa decidersi tra il romanzo e la ricostruzione storica, ma se non ci si aspetta troppo (anche a livello storico) il libro è di piacevole lettura e dà una massa di informazioni spicciole. Un'interessante bibliografia completa il volume, che di certo può essere un ottimo punto di partenza per approfondire l'argomento.
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giovedì 21 luglio 2016
Centosessant'anni e sembra oggi... La burocrazia in Italia nel 1856 secondo Wilkie Collins
Una breve citazione da La follia dei Monkton (1856) di Wilkie Collins, breve romanzo o lunga novella in cui si racconta tra l'altro della traslazione di un cadavere dall'Italia all'Inghilterra: Con l'arrivo del giorno venne anche l'impegnativo compito di avviare le pratiche con le autorità. Solo coloro che hanno avuto a che fare con funzionari italiani possono immaginare come la nostra pazienza fosse messa a dura prova da tutti coloro con i quali venimmo a contatto. Fummo scaricati da un'autorità all'altra, fummo fissati, interrogati, fraintesi, non perché il caso presentasse particolari difficoltà o complicazioni, ma perché era assolutamente necessario che ogni funzionario civile al quale ci rivolgevamo affermasse la sua importanza trattando i nostri affari nella maniera più cervellotica possibile. [...] Qui sopravvennero ancora altre difficoltà, e si dovettero soddisfare altre inutili formalità, ma alla fine la pazienza, la perseveranza, ed il denaro trionfarono, e due uomini vennero apposta da Roma per svolgere i compiti che chiedevamo loro.
Per il resto, si tratta di una storia che fa un po' di fatica a decollare, ma poi acchiappa e diverte come le altre cose che ho letto di Wilkie Collins, anche se qui si tratta in fondo solo di una storia di follia, sia pure molto gotica. La bella traduzione e la nota finale sono di Franco Basso.
Per il resto, si tratta di una storia che fa un po' di fatica a decollare, ma poi acchiappa e diverte come le altre cose che ho letto di Wilkie Collins, anche se qui si tratta in fondo solo di una storia di follia, sia pure molto gotica. La bella traduzione e la nota finale sono di Franco Basso.
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mercoledì 20 luglio 2016
Una scoperta folgorante: Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti
Bella come un'attrice di Hollywood, maledetta come la protagonista di un romanzo beat, con un occhio acuto e attento a tutto, e soprattutto mostruosamente brava a scrivere racconti: Lucia Berlin mi ha veramente folgorata. Non fatevi scoraggiare dal brutto titolo (molto, molto meglio quello originale: A Manual for Cleaning Women: Selected Stories) e affidatevi alla voce che accumula storie su storie anche se non amate i racconti. Lucia Berlin trae il materiale con cui costruisce personaggi, luoghi e vicende dalla sua vita, manipolandola e riutilizzandola, spezzettandola o condensandola, ma sempre trasformandola in qualcosa di irresistibile che costringe a leggere ogni pagina con la speranza che dopo ce ne siano ancora molte altre. In realtà alla fine si tratta quasi di un romanzo, i personaggi ritornano da una storia all'altra, i luoghi pure, e poi c'è sempre lei, l'alcolizzata, la donna delle pulizie, la madre di quattro figli, la donna sola che ha avuto tre mariti, l'insegnante, la bambina con la scoliosi, la malata che vive attaccata alla bombola dell'ossigeno, e mille altre incarnazioni. Figlia di un ingegnere minerario e di una madre tremendissima, con una sorella minore riscoperta solo quando sta per morire di cancro, nasce in Alaska e vive in Cile, in Texas, in California, nel Colorado e dio solo sa in quanti altri posti.
A Manual for Cleaning Women: Selected Stories è uscito negli USA nel 2015, undici anni dopo la morte di Lucia Berlin, ma le ha dato finalmente quella fama che non ha mai raggiunto in vita: chissà che storia caustica e spietata ne avrebbe tratto l'autrice. Il suo nome viene accostato a quello di Raymond Carver, Alice Munro, Don Delillo, William Carlos Williams, Grace Paley. Nulla so di Williams né di Paley, invece Carver, Munro e Delillo non mi piacciono, e non riesco a ricordare che cosa mi abbia spinto a comprare questo libro. Qualche osservazione letta qua o là, e il titolo originale di sicuro. Be', per una volta ho scelto benissimo.
La raccolta è molto corposa (quarantatré racconti) e naturalmente ce ne sono di quelli che ho amato di più altri meno, ma tutti sono veloci, efficaci, divertenti anche se parlano di argomenti pesanti o tragici. Ritrattini fulminanti come il piastrellista di Io e B.F. o l'indiano di La lavanderia a gettoni di Angel, il tremendo nonno di Il dottor H.A. Moynihan (di cui si riparla anche in altri racconti), Ruth la bugiarda compulsiva di Una relazione, l'ex marito chiacchierone di Ci vediamo, gli allegri ubriaconi di Wong, ma anche le storie struggenti come Mijito, la solitudine infantile di Silenzio, la scuola di scrittura in carcere (in cui l'autrice compare in un cameo davvero eccezionale) di Qui è sabato, e ovviamente l'esilarante Manuale per donne delle pulizie. Insomma non li posso ricordare tutti e quarantré, ma ognuno meriterebbe una citazione speciale.
Ma su tutto prevale la voce di Lucia Berlin, affabile, priva di artifizi e pathos eccessivi, senza pudore ma sempre interessata al dato umano, mai alla ricerca di stupire o di sferrare colpi bassi al lettore. Un po' come quando in treno ci si siede vicino una di quelle donne che hanno voglia di raccontarci la loro vita, e vanno avanti chilometro dopo chilometro a macinare parole, segreti e storie stupefacenti. Con la differenza che queste vicine di scomparimento sono in genere noiosissime, mentre invece di Lucia Berlin non ci si stanca mai, si vorrebbe che continuasse con le sue storie di alcolizzati e sballoni ancora e ancora, fino alla stazione d'arrivo.
La bella traduzione è di Federica Aceto.
A Manual for Cleaning Women: Selected Stories è uscito negli USA nel 2015, undici anni dopo la morte di Lucia Berlin, ma le ha dato finalmente quella fama che non ha mai raggiunto in vita: chissà che storia caustica e spietata ne avrebbe tratto l'autrice. Il suo nome viene accostato a quello di Raymond Carver, Alice Munro, Don Delillo, William Carlos Williams, Grace Paley. Nulla so di Williams né di Paley, invece Carver, Munro e Delillo non mi piacciono, e non riesco a ricordare che cosa mi abbia spinto a comprare questo libro. Qualche osservazione letta qua o là, e il titolo originale di sicuro. Be', per una volta ho scelto benissimo.
La raccolta è molto corposa (quarantatré racconti) e naturalmente ce ne sono di quelli che ho amato di più altri meno, ma tutti sono veloci, efficaci, divertenti anche se parlano di argomenti pesanti o tragici. Ritrattini fulminanti come il piastrellista di Io e B.F. o l'indiano di La lavanderia a gettoni di Angel, il tremendo nonno di Il dottor H.A. Moynihan (di cui si riparla anche in altri racconti), Ruth la bugiarda compulsiva di Una relazione, l'ex marito chiacchierone di Ci vediamo, gli allegri ubriaconi di Wong, ma anche le storie struggenti come Mijito, la solitudine infantile di Silenzio, la scuola di scrittura in carcere (in cui l'autrice compare in un cameo davvero eccezionale) di Qui è sabato, e ovviamente l'esilarante Manuale per donne delle pulizie. Insomma non li posso ricordare tutti e quarantré, ma ognuno meriterebbe una citazione speciale.
Ma su tutto prevale la voce di Lucia Berlin, affabile, priva di artifizi e pathos eccessivi, senza pudore ma sempre interessata al dato umano, mai alla ricerca di stupire o di sferrare colpi bassi al lettore. Un po' come quando in treno ci si siede vicino una di quelle donne che hanno voglia di raccontarci la loro vita, e vanno avanti chilometro dopo chilometro a macinare parole, segreti e storie stupefacenti. Con la differenza che queste vicine di scomparimento sono in genere noiosissime, mentre invece di Lucia Berlin non ci si stanca mai, si vorrebbe che continuasse con le sue storie di alcolizzati e sballoni ancora e ancora, fino alla stazione d'arrivo.
La bella traduzione è di Federica Aceto.
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